Cultura e Diritti - Cultura e Società

"Aiutiamoli al Paese loro"

I DEMAGOGHI DI CASA NOSTRA

di Aldo Pirone

Nella politica italiana dominata dalla cialtroneria più crassa e ignorante va di moda, come si dice a Roma in modo tranchant: "aprì bocca e daje fiato". Ultimamente, a proposito del tema epocale e drammatico dell'emigrazione dall'Africa, è andato per la maggiore lo slogan della destra di Salvini e Meloni, poi adottato da Renzi, di "aiutarli in casa propria". Un intendimento più che giusto e umano in via di principio che però, senza sapere che cosa esso comporti e senza proposte concrete per realizzarlo, diventa solo una frase che suona bene, ma che, ipocritamente, significa in realtà "tapparli in casa loro".

L'Africa è composta da 54 stati, più due parzialmente riconosciuti: Sahara Occidentale e il Somaliland, (il primo parte del Marocco, il secondo della Somalia). In ben 29 di essi, la maggioranza dunque, sono in corso conflitti armati, religiosi, civili e tribali in cui sono protagoniste decine di formazioni e bande armate della più varia natura. Si va dal record di 40, con cui ha che fare la Repubblica democratica del Congo, alle 30 della Libia, dalle 27 del Sud Sudan alle 23 del confinante Sudan, dalle 20 del Mali alle 14 della Nigeria, dalle 14 della Somalia alle 11 dell'Etiopia, alle 10 dell'Egitto e via discendendo. In tutto 236 raggruppamenti armati di varia entità, colore politico, etnico e religioso.

A questi conflitti non sono estranee le multinazionali che dall'Africa estraggono di tutto, soprattutto immensi profitti a danno delle popolazioni locali. Secondo il rapporto "Honest accounts" 2017, pubblicato dall'organizzazione britannica di cittadinanza attiva Global Justice Now, in collaborazione col movimento internazionale per l'annullamento del debito dei paesi più poveri Jubilee Debt Campaign e di un gruppo di Ong europee e africane, i profitti che le grandi corporation hanno portato altrove nell'anno trascorso ammontano a 32,4 miliardi. Ma non c'è solo questo. Il dato macroeconomico più agghiacciante è che la "povera" Africa continua a finanziare il resto ricco del mondo: "Il sorprendente dato - dice il rapporto - è originato dall'esame dei flussi economici e finanziari di 47 paesi africani. Il risultato è che nel 2015 il continente ha ricevuto 161,6 miliardi dollari sotto forma di prestiti internazionali, aiuti allo sviluppo e rimesse dei migranti, mentre l'ammontare complessivo delle uscite è stato pari a 202,9 miliardi di dollari. Nello specifico, i paesi africani hanno ricevuto circa 19 miliardi di dollari in sovvenzioni e aiuti allo sviluppo, ma più del triplo di questi fondi, 68 miliardi, è uscito dal continente in attività finanziarie illecite. Di questa enorme fetta di torta, corrispondente a oltre il 6% del Pil dell'intera Africa, una buona parte, 48,2 miliardi di dollari, è legata al cosiddetto fenomeno del 'trade misinvoicing', ossia alle false fatturazioni commerciali delle multinazionali".

L'occupazione delle Multinazionali

Al continente nero, com'è noto, non mancano le risorse. I suoi giacimenti petroliferi sono succhiati da Exxon, Mobil, Britsh Petroleum, Shell, ELF-Aquitaine, Total, Agip, Boowleeven,Sinopec. Le principali multinazionali attratte dall'oro nero dell'Africa Centrale sono americane, australiane, cinesi, francesi, giapponesi, indiane, italiane, e sudafricane. Il cotone del Burkina Faso è appannaggio della multinazionale americana Victoria's Secret, mentre la connazionale Hershey's regina del cioccolato opera nei paesi africani del cacao. Nell'estrazione dell'oro puro giganteggia la canadese Barrick Gold Corporation. Ai diamanti, invece, ci pensa la De Beers in affari con il colosso francese dei beni di lusso LVMH. Estraggono le preziose pietre in Botswana, Namibia, Sudafrica, Tanzania, Angola, Congo e in Sierra Leone. In alcuni di questi il traffico d'armi e quello dei diamanti si confonde. In agricoltura operano la cinese Daewoo e la britannica Lhorno. Un capitolo a parte è l'industria del legname. Qui tagliano a più non posso, nelle foreste pluviali della Repubblica Centroafricana, l' IFB (Industrie Forestière de Batalimo) di origine francese, SEFCA (Société d'Exploitation Forestière Centrafricaine) con capitale libanese e la Vicwood cinese. Il 99 per cento dell'esportazione del legno è gestito da loro. Cornelia Isabell Toelgyes, giornalista freelance per Africa-ExPress.info (giornale online), denunciava nel 2015: "Secondo un rapporto dettagliato di Global Witness, un'organizzazione non governativa britannica, queste società hanno, almeno in parte, finanziato questa orrenda guerra civile (quella che ha insanguinato il paese per anni n.d.r.), pagando 3,4 milioni di euro nel 2013 ai ribelli. Soldi che sono stati utilizzati per comprare armi, uccidere e terrorizzare la popolazione civile, assoldare bambini soldato, stuprare le donne, ridurre alla fame interi villaggi e comunità". Prima della guerra indotta, scrive Toelgyes, "Il governo della ex-colonia francese applicava un piano per lo sfruttamento forestale rigido e all'avanguardia: le concessioni venivano rilasciate alle società straniere solo dopo un attento esame direttamente dal Consiglio dei ministri e erano sottoposte a controlli regolari, nonché alla firma di una carta dei doveri e degli obblighi".

Fra i minerali di ogni tipo di cui è ricco il continente nero, un posto strategico ce l'ha l'uranio: 18% della produzione mondiale. Lo si trova in Namibia, Niger, Malawi, Sudafrica. In Namibia a suddividersi l'8% dell'intero prodotto globale sono l'Anglo Australian Multinational Rio Tinto Group per il 70%, L'Iran con il 15%, l'Industrial and Development Corporation of South Africa, con il 10%e il restante 3% di proprietà del governo namibiano. La seconda miniera del paese, la Langer Heinrich, è interamente gestita dall'australiana Paladin Energy. In Niger, possessore del 7% dell'uranio mondiale, a dominare l'estrazione del prezioso metallo è la multinazionale francese Areva. In Malawi, terzo produttore africano e undicesimo con l'1,2% nel mondo, ritroviamo la Paladin Energy. Infine in Sudafrica, col suo 1%, agisce l'australiana Peninsula Energy. L'appetito per l'uranio ha portato a estenderne le ricerche. La multinazionale Areva sta esplorando nella Repubblica Centrafricana e nella Repubblica Democratica del Congo, la Russia ha firmato un accordo con la Nigeria, altri investimenti per la ricerca sono stati fatti in Botswana, in Tanzania e in Zambia. Anche in questo campo gli affari delle multinazionali non sono esenti dall'innescare conflitti nei vari paesi in cui operano. La corporation Areva, per esempio, è stata accusata di mettere zizzania in Niger tra i locali Tuareg e il governo del Niger.

Un nodo inestricabile di conflitti

Alle azioni delle multinazionali s'intrecciano e sovrappongono le manovre geopolitiche dei grandi stati. Quelle dei vecchi stati coloniali, Gran Bretagna, Francia, Belgio e quelle di Stati Uniti, Russia e da ultimo la Cina che in Africa sta investendo massicciamente. S'è creato un nodo inestricabile nel quale potenze occidentali e non, appoggiano, l'uno contro l'altro armati, i "signori delle guerra locali", siano essi governi di vari dittatori o delle guerriglie che gli si contrappongono, avendo come bussola la difesa dei propri interessi economici di sfruttamento delle risorse africane sia con accordi diretti con i governi locali, per lo più estesamente corrotti, sia tramite le corporation di origine nazionale.

E' da questa situazione che fuggono le masse di neri di ogni nazionalità ed etnia che riempiono, dopo un lungo peregrinare attraverso il deserto alla mercé dei trafficanti di uomini, i barconi degli scafisti, rischiando la morte e riempiendo il Mediterraneo di cadaveri, pur di sbarcare in Italia per raggiungere gli stati del nord Europa. Ed è alquanto ipocrita pretendere di distinguere fra di essi l'esule politico e il migrante economico. Perché da dove scappano, la fame, l'indigenza subumana, le malattie e la guerra sono difficilmente separabili tra loro.

Aiutare questa gente a "casa loro" significa mettere in riga le multinazionali e i grandi Stati che sobillano le guerre, civili, etniche, religiose, nel continente nero. E certamente simile compito non lo può assolvere un singolo stato. Occorrerebbe un intervento dell'Onu, per mettere al passo le grandi potenze planetarie: Stati Uniti, Russia, Cina, e dell'Unione europea che faccia altrettanto con i suoi stati che furono titolari di grandi domini coloniali in Africa e che agiscono in quelle zone con il riflesso condizionato del loro passato. Sarebbe indispensabile un grande piano di aiuti economici indirizzato allo sviluppo di quei paesi. Un novello "piano Marshall" si è detto. Risorse ingenti il cui impiego andrebbe rigorosamente controllato e non distribuito ai vari "signori della guerra" e dittatori locali, vere e proprie sanguisughe dei loro popoli. E tutto questo, comunque, non farebbe cessare l'emigrazione, la alleggerirebbe soltanto. Allo stato attuale delle relazioni internazionali un intervento concorde delle autorità internazionali, sebbene da perseguire con determinazione uscendo dalla demagogia e dalla faciloneria, sembra poco meno che utopistico. E quindi "aiutarli a casa loro" non è un'alternativa a portata di mano. Può andare bene come slogan per gente che non sa di cosa parla, non sa che cosa succede in Africa, oppure lo sa benissimo ma pensa solo a come guadagnare o non perdere voti alle prossime elezioni. Ma anche se così non fosse e a un piano concreto si cominciasse a lavorare già da domani, ci vorrebbero anni prima che esso possa dare i suoi frutti benefici. Nel frattempo di quei disgraziati che si fa? Se ne governano i flussi sul piano europeo - sapendo che non sono impossibili da fronteggiare - sottraendoli agli schiavisti, oppure, più semplicemente, li si "tappa in casa loro" fra la fame, le malattie, le guerre? Per ora si è scelta quest'ultima strada.

Occhio non vede e cuore non duole.