LE PAROLE FRA NOI

Tradinizio di romanzo

GRIGIO SPLENDENTE.

UN ROMANZO DELL’UMANITÀ

DI MASSA

di Bruno Conte

Ma già non si è convinti di questo splendente e si cerca un'altra velatura che ammanti una particolare intensità. Non c'è un aggettivo unico. E' qualcosa di confortevolmente triste, nel senso di un equilibrio stabile e sommesso, contenendo una soddisfazione che pregusta e trattiene in sé minuti sprazzi di allegria.

L'intenzione di romanzo poi. Del tutto improponibile per un narratore che non narra ma si avvita in se stesso. Dovendo inoltre questo testo indicare delle regole, assumere dei dati scientifici, in una noia da manuale di giardinaggio redatto nell'ombra di un assonnato compilatore esaltato. Il romanzo ha bisogno di una trama, avvenente o drammatica che sia.

Si può tentare, prima di avventurarsi lungo lo scheletro completo del progetto, di soffermarsi su saltuari episodi che potrebbero risultare nella descrizione di questa realtà presunta in un fosco radioso avvenire.

Nel cuore dell'Africa. (Come è bello questo cuore caldo e primigenio, soffuso di arcaiche voci vegetanti.) Un villaggio abitato da vecchi curvi e tremanti. Non avvengono nuove nascite da molto tempo. Chissà perché. Sono stati interrogati gli antenati, spillando sangue di galline su legnose figurine ancestrali, interpretato lanci di denti di facocero che stranamente rispondono in modo diverso ma sempre concatenato in un segno di chiuso. Rappresentanti stranieri portano aiuto, con grande rispetto, cercando di dare conforto. C'è anche l'ospedale, a prolungare comunque la vita. Finché c'è vita c'è speranza. Almeno così si lascia intendere.

L'ospedale in questo villaggio di capanne è come un raccolto mondo alieno, grande oggetto bianco convesso, venuto da un misterioso spazio di distanza.

Quando muore un capo ecco l'altro che gli succede, porgendo le mani allo straniero amico, che ne osserva le venature, sottili fiumi che salgono alla fronte pensierosa, assorta a inoltrarsi verso le sorgenti del buio.

Si affaccia al villaggio qualche belva incuriosita, che si sente meno temuta e minacciata.

E' un'ora del giorno, senza numero precisato. E' l'ora dell'avvoltoio, che segna in cielo un vasto numero otto.

Ci troviamo in una arrampicata bidonville battuta dal vento. Lamiere abbandonate oscillano a vuoto. Ma in un gruppo di baracche, solo qui, un ristretto affollamento emana voce. E' un coro di vecchi, che potrebbe dire: Venite dal buio del cielo, venite dalle porte del supremo, venite dalle viscere del tuono, grasse pure creature...

Ma non è esamine questa superstite folla, ben foraggiata dall'estero per una materiale felicità. Non manca da mangiare, da bere, da fumare, da sentire e vedere, da sognare con portentose medicine.

In questa città è nato un nativo. L'avvenimento è in prima pagina sul giornale. Si è potuto quindi verificare un varco naturale nell'innaturale precipizio demografico.

E' una città di anziani. Grandi palazzi anonimi, tram sferraglianti nell'inedia di giornate pervase da un'aria di guerra fredda.

Sono poi passati sei anni ed ecco per il compleanno del nato ancora la sua foto sul giornale. Foto di gruppo scolastico di uno, esile allarmato accanto alla assopita corrucciata maestra novantenaria.

E' predisposto dall'estero, se consentito, materializzare uno speciale teatrino di burattini, per nonni e nipote. Come pure trasmettere una platea di bimbi, quasi presenti nelle loro dense sembianze luminose. E' miracoloso come un bimbo luminoso possa sgranocchiare, luminose, noccioline.

Quindi ci si chiede, come mai nel mondo non si nasce più?

Un momento, non in tutto il mondo. Per una inspiegabile sorte in una grande nazione si continua a nascere, come al solito, come niente fosse.

In questa nazione purificata regna il progresso, l'ordine, la calma, l'orario perfetto, la probità diffusa, il merito riconosciuto, l'opportuna ricchezza condivisa, la scienza al posto della religione, credendo nel dubbio, con un sorriso sottinteso.

E se questa nazione, il cui popolo impeccabilmente vestito nei tanti colori del grigio, così puntuale e sinceramente ubbidiente al responso di un cubitale centrale apparecchio programmatore, vertice logico delle strategie convenienti, se questa nazione disponesse di un'arma segreta?

Per ipotesi, ma è pura fantasia, non una bomba che esplode e uccide all'istante ma una bomba paziente, soffusa, inquinante segreta che inaridisce, benevolmente, dove conviene. Così che interi popoli divengono estesi ospizi e poi, tranquillamente, tristemente, estesi deserti umanoidi.

Ci sarebbe da ribellarsi, da muovere guerra. Ma non si sa, non si è sicuri di sapere. E passano gli anni. Aumentano foreste e deserti.

Nel terrazzo di una villa tra i monti una famiglia fa colazione. Il piccolo Bon chiede al babbo Nob: Quando andremo in viaggio, come avevi promesso, in quel posto così lontano, nell'altra faccia del mondo, dove non ci sono più (...)

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