SPECIALE GRAMSCI

GRAMSCI NELLA CULTURA ITALIANA

di Antonio Pellicani

La maturità raggiunta al livello più alto della sistemazione filosofica nel nostro paese dalla comprensione della svolta che l'opera di Antonio Gramsci ha rappresentato si rispecchia nel saggio di Eugenio Garin che apre il primo volume contenente gli atti del convegno di studi gramsciani tenuto a Cagliari nel marzo 1967, ora pubblicato dagli Editori Riuniti1. Dall'iniziale esperienza crociana degli anni giovanili, nella quale è già criticamente in embrione una teoria della funzione rivoluzionaria della cultura, come « conquista di coscienza superiore, per la quale si riesce a comprendere il proprio valore storico;

a «distinguersi, uscire fuori dal caos, essere un elemento d'ordine, ma del proprio ordine e della propria disciplina a un ideale», riconoscendo che gli altri, la loro storia, il susseguirsi degli sforzi che essi hanno fatto per essere ciò che sono, per creare la civiltà che hanno creato e alla quale noi vogliamo sostituire la nostra »; al recupero antipositivista di Marx, sotto lo choc della rivoluzione d'Ottobre, la genuina dottrina di Marx, «per la quale l'uomo e la realtà, lo strumento di lavoro e la volontà, non sono dissaldati, ma si identificano nell'atto storico»; al sopravvenire del leninismo, «la cultura dei bolscevichi è materiata di filosofia storicistica, essi concepiscono l'azione politica, la storia come sviluppo, non come arbitrio contrattualistico; come processo infinito di perfezione, non come mito definitivo e cristallizzato in una formula esteriore »; «la storia non è un calcolo: non esiste un sistema metrico decimale, una numerazione progressiva di quantità eguali che permetta le quattro operazioni, le equazioni e le estrazioni di radici: la quantità (struttura economica) vi diventa qualità poiché diventa strumento di azione in mano agli uomini»; all'azione dell'Orbe nuovo come primo strumento di « una cultura nuova e attiva, non determinata anche se reale, capace di essere espressione della classe operaia e di consentirle la conquista dell'egemonia »; fino al saggio sulla Questione meridionale, dove già Gramsci aveva fissato tutte le linee della sua posizione - aveva portato a coscienza tutte le premesse sottintese, o non esplicitate a fondo, della sua opera: necessità della battaglia delle idee, della cultura per la lotta politica; nessun fatalismo, nessun determinismo, nessuna necessitazione neutralistica nel processo della liberazione umana, ma influenza decisiva della presa di coscienza, della scelta consapevole, della « deliberata rottura rivoluzionaria »; e poi alle Lettere e ai Quaderni. In questa unità di svolgimenti e di risultati che la ricerca gramsciana trova nel momento della volontà e dell'intervento rivoluzionario, Garin situa il contributo più elevato che essa ha portato alla storia della cultura, alla cultura come « approccio a tutte le grandi questioni politiche [...] presa di coscienza per la direzione consapevole di un movimento popolare ». Si vedano - come un esempio dell'attenzione penetrante che Garin dedica al valore di tale unità fino dalle sue fasi formative - le osservazioni, ispirate da un articolo di Gramsci apparso sull'Ordine nuovo del 14 agosto 1920: «Il testo di Gramsci è tutto importante: e non solo per la critica a Tasca, ma proprio perchè contiene un decisivo approfondimento del concetto di cultura, e della funzione della cultura in un processo rivoluzionario». E si veda - nella sistemazione che Garin compie della fase gramsciana più matura, sui Quaderni e sulle Lettere - il profondo e risolutivo approdo in Gramsci dalla cultura alla politica valutato come la conquista del «nesso fra forze reali, rapporti sociali storicamente determinati, e idee, concezioni del mondo, elaborazioni teoriche», «come non solo [...] un punto chiave della interpretazione di Marx sul piano dottrinale ma momento più delicato di una presa di posizione politica», nel quale «entrava in gioco [...] tutta la concezione della filosofia della prassi», per «quella elaborazione di un marxismo non dogmatico avviata da Gramsci fin dai suoi primi scritti». Si veda la sottolineatura del fattore che la filosofia di un'epoca storica diventa in Gramsci, da elaborazione di un filosofo o di un gruppo «norma di azione collettiva, e cioè storica concreta e completa (integrale)». Si veda il concetto del partito, del moderno Principe, considerato come l'aspetto culminante della ricerca di Gramsci in quanto intellettuale collettivo che mantiene l'unità di tutto un blocco sociale, e che funziona da sperimentatore storico delle concezioni generali elaborate in forme nuove e operanti da élites, formate per adesione individuale [...] perchè, se si tratti di dirigere organicamente tutta la massa organicamente attiva, si tratta di dirigerla non secondo vecchi schemi ma innovando, e l'innovazione non può diventare di massa, nei suoi primi stadi, se non per il tramite di una élite, in cui la concezione implicita nella umana attività sia già diventata in una certa misura coscienza attuale coerente e sistematica e volontà precisa e decisa». Ma non ci pare che alla definizione di Gramsci rispecchiata dal saggio di Garin, alla misura che esso dà del cammino compiuto dall'autorità di Gramsci nella consapevolezza della cultura democratica, in questo volume si ritrovino definizioni e misure alternative. L'alternativa che è stata proposta da Norberto Bobbio, con la dignità e la limpidezza speculative che gli sono proprie, ha attribuito alla società civile in Gramsci un valore di «momento sovrastrutturale primario», un «valore privilegiato», che si rivela con tutta la sua forza nella teoria dell'egemonia: «l'egemonia è il momento di saldatura tra determinate condizioni oggettive e il dominio di fatto di un determinato gruppo dirigente: questo momento di saldatura avviene nella società civile», per cui « solo in Gramsci e non in Marx [...] a questo momento di saldatura viene riconosciuto uno spazio autonomo nel sistema, quello appunto della società civile [...] solo in Gramsci e non in Lenin, il momento dell'egemonia, grazie al fatto che si allarga sino ad occupare lo spazio autonomo della società civile, acquista una nuova dimensione e un più ampio contenuto». Scrive Bobbio che, mentre in Marx, nell'antitesi tra struttura e sovrastruttura, «il primo è il momento primario e subordinante, il secondo è il momento secondario e subordinato [...] in Gramsci è precisamente l'opposto », e che - inoltre - «antitesi principale tra struttura e sovrastruttura, Gramsci aggiunge un'antitesi secondaria che si sviluppa nella sfera della sovrastruttura tra il momento della società civile e il momento dello Stato». Si hanno, dunque, nel sistema concettuale gramsciano, «due inversioni rispetto al modo comune di intendere il pensiero marx-engelsiano: la prima consiste nel privilegiamento della sovrastruttura rispetto alla struttura, la seconda consiste nel privilegiamento, nell'ambito della sovrastruttura, del momento ideologico rispetto a quello istituzionale ». Quanto al collegamento Gramsci-Lenin nel concetto di egemonia, in Lenin prevale il significato di direzione politica, in Gramsci quello di direzione culturale», con una differenza che non è «di più o di meno, di prima o di dopo, ma di qualità». Aggiunge Bobbio: «la differenza non sta nel diverso rapporto tra il momento della egemonia e quello della dittatura, ma - indipendentemente da questo rapporto, la cui differenza può essere spiegata anche storicamente - nella estensione e quindi nella funzione del concetto nei due rispettivi sistemi». Ciò che crediamo venga perduto nella definizione di Gramsci proposta da Bobbio è il processo reale che unisce struttura e sovrastruttura, e fra loro i vari gradi, i vari momenti dell'una e dell'altra, è la parte che tocca alla volontà collettiva, al suo intervento organizzato nella dialettica di quel processo e nella sua unità. In alcuni interventi è stato obiettato a Bobbio - ed egli, con l'alta probità intellettuale che gli è propria, ha preso atto di tali obiezioni in sede di replica - l'improponibilità della sua interpretazione sulla base stessa di una attenta lettura filologica dei testi gramsciani che riguardi dal separare ed irrigidire i loro svolgimenti. Così come - sulla medesima base - è stata obiettata una non leggibilità dell'egemonia in Lenin, rispetto al pur indubbio sviluppo gramsciano, nei termini restrittivi suggeriti da Bobbio, e la lettura della società civile in Marx come identificata con la struttura, rispetto ad una società civile spostata da Gramsci nel campo della sovrastruttura, con la conseguenza di fare di questa il momento primario e subordinante. Si ritorna, cioè alla questione di quella unità del processo reale che Bobbio attribuisce a Gramsci rispetto a Marx, la differenza di qualità rispetto a Lenin. E sia ben chiaro che non si discute la interpretazione di Bobbio dal punto di vista di una difesa ortodossa di Gramsci, ma di quello della storicità della sua opera, dell'affermazione della novità e della portata di essa. La centralità trovata nel pensiero di Gramsci dalla dialettica rivoluzionaria costituisce il senso più profondo della svolta che l'opera gramsciana ha rappresentato in Italia, e la sua restaurazione di Marx, la sua assimilazione di Lenin, valgono non in nome di una ortodossia ma nella organicità di una nuova epoca storica in cui Gramsci ha fatto entrare la storia del nostro paese. Qualora fosse valida la definizione di Bobbio, non si spiegherebbe quello che da Gramsci è derivato nella filosofia reale della classe subalterna italiana, e la presenza dell'opera gramsciana avrebbe significato poco più che un fenomeno di differenziazione nel quadro della vicenda dell'idealismo. E sarebbe stato, anzi, interessante che altri voci filosofiche, la cui attenzione in questi anni, nel dibattito su marxismo e storicismo, s'è soffermata anche su Gramsci, avessero colto questa occasione per verificare e confrontare le loro interpretazioni. Nel dibattito culturale contano anche certe occasioni e scadenze e che mancarvi è - oggettivamente - un modo di non misurarsi. D'altronde, che un consolidamento in senso storicistico della comprensione di Gramsci venga avanti è stato indicato da Giuseppe Galasso. Affermando la convinzione che «non è possibile vedere in Gramsci sic et simpliciter uno dei tanti revisionisti del Risorgimento, uno degli episodi di quel processo al Risorgimento di cui si è tanto parlato», Galasso cerca di spiegare la tensione di Gramsci fra «un ragionamento strettamente storiografico» e «una petizione di principio su una possibilità non sfruttata dai protagonisti» della vicenda risorgimentale e «ravvisare in essa elementi che restituiscano al pensiero di Gramsci quella unitarietà profonda di ispirazione e di metodo, che fu certamente la prima delle sue preoccupazioni culturali». Secondo Galasso «la meditazione di Gramsci sul Risorgimento è e vuole essere politica, impostazione cioè di un discorso sulle forze dominanti nella società italiana e su quelle che ad esse si oppongono; una politica costruita scientificamente, ossia sulla critica scientifica di tutto il passato [...]. Egli si volge alla storia del Risorgimento perchè non crede in una azione politica che non scaturisca dalla intelligenza storica; e crìtica il Risorgimento, non nella prospettiva del processo al Risorgimento alla Missiroli o alla Gobetti, bensì nella prospettiva di ciò che il presente dimostra non più attuale, e quindi da poter essere gettato via, dell'opera delle generazioni precedenti. [...] Qui è il suo profondo storicismo, la sua profonda moralità! Non dunque una antistoria. E neppure una storia di oziose e discutibili ipotesi. Invece, una storia a tesi, che è giustificata e vuole essere giustificata dalla lezione delle cose presenti, di quel senno di poi del quale [...] né lo storico né il politico [...] possano fare a meno; una storia non di ipotesi, ma di realtà che scaturiscono dal conoscere ciò che del passato è vivo e ciò che è morto, ciò che può essere gettato via e ciò che deve essere conservato». È evidente - anzi dichiarata - nel saggio di Galasso la polemica all'indirizzo di coloro che hanno ridotto il Risorgimento in Gramsci a rivoluzione agraria mancata. Ma al di là di questo, cioè al di là dell'impegno di Galasso di ristabilire il senso di Gramsci storiografo, ci pare che nel saggio di Galasso affiori più di quanto egli stesso non abbia avvertito, un apprezzamento della identificazione di storia (o storiografia) e politica, compiuta da Gramsci, non soltanto come criterio interpretativo dell'opera gramsciana. Comunque, ci sembra che l'apprezzamento espresso da tutto il taglio del saggio di Galasso per lo storicismo gramsciano - anche a non volervi vedere più che un criterio interpretativo - non possa che spostare il confronto delle posizioni ed avvicinarlo di più alla sostanziale responsabilità politica delle interpretazioni storiografiche che se ne danno. Le questioni storiche e politiche che - negli ultimi anni - dopo quelle relative alla storia d'Italia e anche più vivacemente di esse, hanno preso particolare rilievo nella discussione e nella ricerca sull'opera gramsciana, sono affrontate da Ernesto Ragionieri, il quale ha svolto, con la consueta acutezza, il rapporto tra la riflessione di Gramsci come fondatore della rivoluzione italiana e il dibattito internazionale del movimento operaio, secondo una reciprocità per la quale la restaurazione del marxismo fuori dalle contraffazioni deterministiche della II Internazionale, ed il leninismo, furono decisivi nella maturazione - in Gramsci di una nuova coscienza dei problemi storici dell'Italia, e - d'altra parte - da questa maturazione la ricerca gramsciana trasse alimento di nuovi sviluppi teorici per la filosofia della prassi. In tal modo, il saggio di Ragionieri si collega con quello di Garin, definendo così tutto il circolo nazionale-internazionalista della filosofia gramsciana. Sarebbero da richiamare una serie di notazioni ed accertamenti che Ragionieri fa, sia a proposito della maniera di collocare Gramsci nella storia del movimento operaio internazionale - ad esempio sulla inconsistenza degli accostamenti di Gramsci alla Luxemburg - sia a proposito del processo di distacco di Gramsci dal marxismo della II Internazionale - in questo quadro, sul problema del rapporto Labriola-Gramsci, «l'interesse di Gramsci per l'autonomia del momento ideologico che Labriola rivendicava nella presa di coscienza degli uomini dei contrasti che muovono la storia si è inverato nello studio degli intellettuali e della loro funzione nei gruppi sociali. È divenuto, cioè, da metodo di interpretazione della storia, punto di riferimento necessario per lo sviluppo del marxismo come teoria e scienza della politica. Tra Labriola e Gramsci c'è insomma, Lenin». Ma la questione che Ragionieri pone al centro della sua analisi è quella della « ricerca teorica e pratica compiuta da Gramsci della molteplicità dei mezzi attraverso i quali la classe che tende alla conquista del potere si sforza di creare le condizioni della sua egemonia, e della importanza che in questo ambito assume la distinzione tra la guerra manovrata, e cioè l'attacco rivoluzionario per la conquista del potere, e il contrasto di classe che matura sotto la direzione del partito rivoluzionario quando l'attacco non è possibile», la guerra di posizione. È del 1930-31 il passo dei Quaderni in cui quella distinzione viene esplicitamente ricondotta a Lenin: «Mi pare che Ilic aveva compreso che occorreva un mutamento dalla guerra manovrata, applicata vittoriosamente in Oriente nel 1917, alla guerra di posizione che era la sola possibile in Occidente [...]. Questo mi pare significhi la formula del fronte unico»2. Nondimeno, il problema della specificità della rivoluzione socialista nell'Occidente europeo lavorava nella riflessione e nell'azione politica di Gramsci già da molto tempo. Ragionieri ne rintraccia l'individuazione fino al 1920 - nell'articolo Due rivoluzioni apparso sull'Ordine nuovo - poi, in termini ormai molto ravvicinati, nella lettera del 9 febbraio 1924 al gruppo dirigente del partito: «La determinazione che in Russia era diretta e lanciava le masse nelle strade all'assalto rivoluzionario, nell'Europa centrale e occidentale si complica per tutte queste soprastrutture politiche, create dal più grande sviluppo del capitalismo, rende più lenta e più prudente l'azione delle masse e domanda quindi al partito rivoluzionario tutta una strategia e una tattica ben più complessa e di lunga lena di quelle che furono necessarie ai bolscevichi tra il marzo e il novembre 1917»3. L'emergere dalla consapevolezza che il passaggio per l'Europa occidentale della guerra di movimento alla guerra di posizione fosse implicito nella formula leninista del fronte unico viene da Ragionieri situato nel soggiorno di Gramsci in URSS tra il 1922 e il '23 quando egli ascoltò il rapporto di Lenin al IV Congresso dell'Internazionale comunista e quando venne pubblicato il Rapporto sulla guerra e la pace tenuto da Lenin nel 1918 al VII Congresso del per. E si capisce - su questo sfondo - come in quello stesso periodo, nell'ambito dell'acquisizione della tattica del fronte unico, si ponesse in Gramsci anche una riconsiderazione generale del problema dei rapporti tra l'Internazionale e il pei in termini che rendevano perentoria per il partito la necessità di essere in grado, con la sua direzione, con il suo studio, di assolvere un fondamentale compito nazionale. Viene approfondito così - nell'indagine di Ragionieri - il nesso organico tra l'originale svolgimento della dottrina del partito in Gramsci ed il suo sviluppo delle intuizioni leniniste sulla strategia della rivoluzione in Occidente, la sua fondazione di una strategia rivoluzionaria nelle condizioni dell'Italia. A maturare la riflessione sui problemi del partito, e ad assumere la direzione di esso, Gramsci giungeva in un momento in cui «la sconfitta subita dalla classe operaia non le consentiva di presentarsi automaticamente come l'antagonista del fascismo e di inserire con efficacia la sua iniziativa nelle contraddizioni che si aprivano all'interno dei gruppi politici delle classi dominanti italiane nel corso del processo attraverso il quale il fascismo cercava di consolidarsi al potere». Tanto più egli si rende conto che soltanto se la classe operaia «sarà in grado di darsi un partito capace di prospettare costruire concretamente la propria egemonia sul blocco delle forze sociali ad essa affini», essa potrà essere l'antagonista del fascismo. Di qui - in definitiva - rottura con Bordiga, ed anche distaccandosi autocriticamente da precedenti momenti della sua concezione, egli arriva a vedere il partito « come il risultato di un processo dialettico in cui convergono il movimento spontaneo delle masse rivoluzionarie e la volontà organizzativa del centro », di qui lo svolgersi di una concezione storicistica del partito rivoluzionario, nella quale si fondono i due elementi, prima in Gramsci separati, della sociologia storica del partito politico e la sua caratterizzazione etica. È da rilevare - ancora - nel discorso di Ragionieri la sistemazione del pensiero e delle posizioni di Gramsci dinanzi alla questione della stabilizzazione relativa del capitalismo riscontrata dal V Congresso dell'Internazionale: «Egli identifica nella stabilizzazione relativa non tanto una pausa o una parentesi durante la quale spettasse al movimento comunista prepararsi ad un nuovo balzo da realizzarsi in un terzo periodo, quando il delinearsi di condizioni diverse, per molti aspetti irreversibilmente diverse, da quelle che avevano presieduto alla rivoluzione d'Ottobre in Russia. [...] La politica del socialismo in un solo paese era per Gramsci perfettamente aderente alle necessità poste dalla storia entrata in una fase appunto di guerra di posizione. Guerra di posizione era per Gramsci un concetto universale di scienza politica che investe ormai non soltanto l'Occidente, ma anche l'Oriente, non soltanto il mondo capitalistico, ma anche il paese solo dove si attende alla costruzione del socialismo in mezzo all'accerchiamento imperialistico. Questo l'ambito generale di pensiero entro il quale si configura tanto la sua opposizione a Trotskij quanto la sua adesione alla politica di Stalin: così si riesce a spiegare il fatto che tutti i passi [...] dei Quaderni nei quali questa contrapposizione viene dichiarata e risolta abbiano sempre in ultima analisi come obiettivo quello della precisazione dell'affidamento sul piano storico del concetto di egemonia». E solo in questa chiave è interpretabile «con un corretto senso storico, senza caricarlo di suggestioni vagamente democraticistiche che ne attenuano in realtà l'effettiva portata critica», il documento gramsciano costituito dalla nota lettere al CC del partito comunista sovietico. Dove Gramsci intanto «insisteva sui pericoli insiti nell'acuirsi dei contrasti tra maggioranza e opposizione in seno al gruppo dirigente del partito bolscevico in quanto vedeva in questo fatto una minaccia alle basi sociali dello Stato sovietico». Quale rapporto stabilire allora tra la meditazione gramsciana, quando essa viene ormai a trovarsi nel chiuso del carcere, e la situazione, la vicenda il dibattito del movimento comunista internazionale, la linea e la condotta del pei in quella situazione? Ragionieri scrive che la svolta segnata nella linea delPIC dal suo VI Congresso e dal suo X Plenum, l'interpretazione catastrofica della crisi del 1929 poterono generare in Gramsci «il timore che andasse smarrita per il movimento comunista la consapevolezza complessiva della fase storica in corso che egli vedeva concentrato nel concetto e nella pratica dell'egemonia», e che le modificazioni sopravvenute nelle parole d'ordine del partito comunista, le notizie frammentarie e contraddittorie che giungevano in carcere, poterono fargli temere un ritorno agli schemi settari: «Per questo Gramsci riprende in questo momento la sua riflessione su quello che era stato il punto d'arrivo della sua esperienza di pensatore e di combattente politico, e lo sviluppa in un confronto drammatico che investe di sé la storia presente e passata in una ricerca appassionatamente tesa a scoprire e a verificare in modo instancabile i criteri di conoscenza e di azione». Non si trattava di un pronunciamento contro la politica del gruppo dirigente del partito, ma del «tentativo di fissare e approfondire alcuni criteri irrinunciabili per l'orientamento e l'azione dei partiti comunisti in una fase storica in cui non era più possibile vedere la rivoluzione d'Ottobre come prologo immediato della rivoluzione mondiale». La teoria generale della guerra di movimento e della guerra di posizione, ripresa ed ulteriormente meditata da Gramsci in questo contesto, cerca e trova una «verifica nel fenomeno storico che costituiva senza dubbio la manifestazione più rilevante della guerra di posizione in Italia, e cioè il fascismo». Intervengono qui la ricerca sul cesarismo, sulla sua forma moderna come criterio di analisi del fascismo non limitata ai rapporti tra le due classi fondamentali ma estesa ai «rapporti che intercorrono tra i gruppi principali e di vario genere (sociale-economico e tecnico-economico) delle classi fondamentali, le classi ausiliarie, guidate e sottoposte all'influenza egemonica», e la identificazione - anche attraverso l'indagine sulla storia italiana ed europea nel secolo XIX - del fenomeno di rivoluzione passiva. Nella problematica dei Quaderni a proposito di questo concetto, del suo rapporto col concetto di guerra di posizione e col fascismo, Ragionieri riconosce uno dei momenti più drammatici del pensiero gramsciano. Lo sbocco che Gramsci gli dà è un accentuato rifiuto di ogni attesa fatalistica da parte della classe operaia, di ogni disfattismo storico, di ogni settarismo, un accentuato valore dell'iniziativa politica del partito rivoluzionario radicata nella società italiana, ed una ferma fiducia nelle «ragioni stesse della esistenza e della resistenza nell'Italia sottoposta alla dittatura fascista, del partito». Massimo L. Salvadori affronta il tema della questione meridionale in quella funzione che le è propria di capitolo fondamentale della ricognizione gramsciana della società italiana, e in quella unità storico-politica che si stabilisce fra essa, gli altri grandi temi nazionali, le questioni del blocco storico e dell'egemonia, man mano che dal saggio del 1926 il pensiero di Gramsci procede lungo i Quaderni. E l'esigenza di questo scavo si avverte poiché - in tutti questi anni - non hanno davvero mancato, invece, di riflettersi in sede economico- politica e storiografica i tentativi di insabbiare la questione meridionale o di deviarla dall'alveo di quell'unica reale soluzione, la cui strategia, il cui metodo sono stati da Gramsci indicati. Natalino Sapegno ha riaffermato l'impossibilità di «disgiungere la battaglia che Gramsci imposta per una nuova cultura, generatrice fra l'altro anche di una nuova letteratura, da tutto il complesso delle indagini che egli svolge sui caratteri della società italiana, sulla secolare inettitudine dei gruppi dirigenti di questa società ed esprimere una funzione nazionale, a farsi portatori ed interpreti di un'esigenza largamente popolare». Così, il discorso di Sapegno è restato solo una difesa della concezione nazional-popolare di Gramsci. Lamberto Borghi, infine, ha individuato acutamente il centro della concezione pedagogica di Gramsci. Su altre questioni - Stato, funzione dei partiti politici, rapporto politica - economia, questione cattolica, alla quale il lavoro sul pensiero di Gramsci, la sistemazione e la prosecuzione di esso, lo stesso superamento di taluni aspetti, meno possono sottrarsi - il convegno non è risultato in grado di compiere una verifica.

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1 AA.VV., Gramsci e la cultura contemporanea, 2 voli., Roma, Editori Riunitq 1969, pp. 558, 544. La relazione di Galasso anche in G. Galasso , Croce, Gramsci e altri storici, Milano, Il Saggiatore, 1969, pp. 94 sgg.; quella di Ragionieri in E. Ragionieri, Il marxismo e l'Internazionale. Studi di storia del marxismo, Roma, Editori Riuniti, 1968, pp. 259 sgg.

2 A. Gr msci, Note sul Machiavelli, sulla politica e sullo Stato moderno, Torino, Einaudi, 1959, p. 68. 3 P. Togliatti, La formazione del gruppo dirigente del PCI 1923-'24, Roma, Editori! Riuniti, 1965, pp. 196-197.

3 P. Togliatti, La formazione del gruppo dirigente del PCI 1923-'24, Roma, Editori! Riuniti, 1965, pp. 196-197.