PER LA CRITICA

GIUSEPPE DI MURO,

PROGETTI DI TERRA E DI CITTÀ

di Massimo Bignardi


Agire sul progetto accogliendo il senso che la cultura modernista ha dato ad esso, è stata la risposta che i giovani artisti, comparsi sulla scena espositiva nei primi anni del Duemila, hanno dato all'eccedente citazione (chiusa su se stessa) che aveva connotato l'esplosione e l'abbrivio del post-moderno. In tanti nel recupero del progetto e, al contempo, delle pratiche creative hanno ritrovato un diretto ed effettivo rapporto con l'esercizio del fare 'arte', misura di una stringente necessità di identità esistenziale.

Lo era e lo è ancora in quanto avvertita necessità di essere nel proprio presente, in questa realtà che si confonde con quella virtuale avanzata dai media e che sentiamo non appartenerci e dalla quale abbiamo l'illusione di poter sfuggire. È una realtà che salta da un estremo all'altro, muove su paradossi, su alterazioni ed attese, quasi sempre imprendibile come le immagini che, in un'infinita sequenza senza ordine, ci arrivano sui monitor del nostro quotidiano.

Il loro era ed è un modo di organizzare e di far espandere l'immaginazione, avanzata macchina protesa contro l'appiattimento, l'omologazione che, in arte, ha fatto tanta strada segnando una linea di confine generazionale ma anche di prospettiva da dare all'arte.

In questa compagine di nuove esperienze artistiche, anche se appartenente alla generazione precedente, si iscrive il lavoro di Giuseppe Di Muro: la sua provenienza dall'architettura ha agevolato il suo protendere, dapprima, verso il progetto come disegno, profilo di un pensiero 'figurato', poi verso una più complessa visione sia dell'immagine, sia del suo corpo plastico, come è negli esiti odierni.

Con le opere realizzate di recente, tra il 2015 e il 2017 e dedicate alla città o, meglio, al desiderio di 'città' che pervade la sua immaginazione, Di Muro sposta lo sguardo verso una dichiarata dimensione plastica, ossia verso la capacità di costruire sul 'frammento' architetture e volumi, insomma di organizzare 'luoghi' dell'immaginifico: le sue lastre in ceramica raku parlano di progetti di una terra archetipa, nascosta nel nostro desiderio di città.

Di Muro riprende, a distanza di anni, vale a dire dalle 'città' proposte in occasione della personale allestita a Villa Rufolo a Ravello nella primavera del 2006, a progettare 'organismi' vivi che sente come corpi di una utopica città dell'incontro. La sua proposta, però, non tende alla costruzione attraverso la composizione di solidi geometrici regolari, bensì lascia che sia la superficie della materia, porosa, densa della ceramica raku, a guidare il nostro sguardo. La superficie come pelle di un corpo nel continuo rinnovarsi della sua metamorfosi.

Di Muro agisce anche sul valore della scrittura: infatti i segni, tracciati a mo' di indecifrabile scrittura, seguono, una dentro l'altra, le città narrate da Calvino. Se nelle città esposte nel 2006 il richiamo alle celebri Città invisibili era palese sia nell'organizzazione spaziale di ciascuna, sia nel dettato immaginativo, in quelle odierne, esposte in questa mostra romana per la prima volta, segnalano una diversa lettura del testo. Legge di ciascuna il frammento, la piccola immagine che ne resta come memoria.

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