Cultura e Società

FORO ROMANO

di Aldo Pirone

IL PATRIOTA

Ieri i fascisti di Forza Nuova si sono esibiti contro il quotidiano "la Repubblica". E' l'ultima intimidazione, vile e violenta, di una lunga serie messa in atto da gruppi neofascisti e neonazisti rigurgitanti nel nostro paese. Oggi, sul giornale diretto da Mario Calabresi, Gianluca De Feo scopre, per l'ennesima volta, gli altarini dei patrioti forzanovisti.

"Abbiamo descritto in prima pagina le irruzioni nelle periferie romane delle squadracce, pronte a scatenare l'odio contro gli immigrati. I protagonisti si spacciano per 'patrioti' e gridano 'prima gli italiani'. Ma poi - come abbiamo dimostrato utilizzando le intercettazioni dei carabinieri e le analisi finanziarie della magistratura - usano questa militanza politica per arricchirsi, imbastendo affari milionari, aprendo catene dei negozi e nascondendo i profitti all'estero. E' il caso di Roberto Fiore, il leader di Forza Nuova, un movimento che proclama la difesa degli 'italiani ridotti in miseria' mentre i suoi esponenti fanno soldi con quei compro-oro che sfruttano proprio l'impoverimento dei ceti più deboli".

In fondo seguono le orme dei loro antenati, i gerarchi fascisti nel regime di Mussolini. Quando il capo cadde nelle case di alcuni di loro furono trovate, trasformate in anelli per le tendine, le fedi d'oro che le italiane erano state chiamate a donare alla patria nel '35. Il 27 aprile del '45, poi, i partigiani della 52° Brigata Garibaldi "Clerici" ne trovarono due damigiane piene tra gli effetti dei gerarchi in fuga con Mussolini. Il nuovo fascismo è come quello vecchio, ha sempre una predilezione per l'oro. Degli altri.


BENEDETTA IGNORANZA

Orlando ieri si è rivolto ai "compagni" fuoriusciti dal Pd in trepidante attesa della visita di Fassino: "Faccio loro un invito: possiamo anche pensare che il Jobs Act non abbia funzionato o abbia funzionato in parte, ma attenzione a non venire a una discussione con in tasca proposte che non erano neanche quelle del Partito comunista italiano. Ho sentito dire non solo della reintroduzione dell'art.18, ma della sua estensione anche alle aziende sotto i 15 dipendenti. Se vogliamo fare in modo di non prendere neanche il voto di un commerciante, questa è la via migliore".

Al di là del merito sulla bontà o meno dell'art.18 dello statuto dei diritti dei lavoratori riservato solo alle aziende al di sopra dei 15 dipendenti, il ministro Orlando dovrebbe di più applicarsi a studiare quando parla di cose che non conosce. Si dà il caso che il riferimento al PCI risulti sbagliato e quindi incoraggiante per i fuoriusciti dal PD. Com' è noto - ormai solo a pochi intimi - il PCI si astenne nella votazione finale alla Camera il 21 maggio 1970 sullo statuto dei lavoratori. L'astensione fu benevola perché per quella legge - il primo a rivendicarla fu Di Vittorio nel 1952 - i comunisti avevano lottato per anni insieme ai socialisti e anche alle forze cattoliche più legate al mondo del lavoro e sindacale. Non a caso l'Unità aveva sottolineato qualche giorno prima della votazione finale: "Non è tuttavia privo di valore che alcuni di questi diritti vengano generalizzati nella grande maggioranza delle aziende e codificati". Ciò malgrado, a giudizio del PCI, lo Statuto presentava ancora dei limiti, il principale dei quali era proprio la non estensione dell'art. 18 alle aziende al di sotto dei 15 dipendenti. Nel settore agricolo era solo di 5. A motivare la posizione dei comunisti, sottolineando proprio il limite dell'art.18, intervenne alla Camera Giancarlo Pajetta. Il ministro Orlando se non lo sa potrebbe informarsi.

A testimonianza dell'impegno del PCI nella lotta per lo Statuto dei diritti dei lavoratori, ricordo nitidamente le riunioni nella sezione comunista di Cinecittà fatte dall'on. Pochetti con gli operai della cellula della Fatme che discutevano e si confrontavano punto per punto sulla bozza di articolato che si stava discutendo in Parlamento. Per dire della partecipazione popolare. Il ministro socialista del lavoro Giacomo Brodolini - anzi "dei lavoratori" come volle lui stesso specificare davanti agli operai dell'Apollon in lotta per la difesa della fabbrica in una manifestazione a via Veneto la notte di capodanno del '69 - fu l'artefice di quella legge. Gino Giugni ne fu l'architetto giuridico. I lavoratori con le loro lotte ne furono i propulsori.

Proprio come per il jobs act.


IL POLLO DELL'ISTAT

Secondo gli ultimi dati Istat di ieri nel 2016 c'è stata "una significativa e diffusa crescita del reddito disponibile e del potere d'acquisto delle famiglie (riferito al 2015), ma anche un aumento della disuguaglianza economica e del rischio di povertà o esclusione sociale". Quasi uno su tre, il 30%, delle persone residenti in Italia, è a rischio di povertà. Un peggioramento rispetto all'anno precedente quando tale quota era pari al 28,7%. Per l'istituto "aumentano sia l'incidenza di individui a rischio di povertà (20,6%, dal 19,9%) sia la quota di quanti vivono in famiglie gravemente deprivate (12,1% da 11,5%), così come quella delle persone che vivono in famiglie a bassa intensità lavorativa (12,8%, da 11,7%)". Secondo l'Istat, nel 2016 erano 18,136 milioni le persone a rischio povertà o esclusione sociale.

Come si spiegano un aumento complessivo del reddito e il contemporaneo aumento della povertà?

L'arcano l'ha rivelato bene non un economista ma un poeta: Trilussa.

La Statistica

Sai ched'è la statistica? È 'na cosa
che serve pe' fa' un conto in generale
de la gente che nasce, che sta male,
che more, che va in carcere e che sposa.
Ma pe' me la statistica curiosa
è dove c'entra la percentuale,
pe' via che, lì, la media è sempre eguale
puro co' la persona bisognosa.
Me spiego: da li conti che se fanno
secondo le statistiche d'adesso
risurta che te tocca un pollo all'anno:
e, se nun entra ne le spese tue,
t'entra ne la statistica lo stesso
perché c'è un antro che ne magna due.


MAGO ZURLINO

Oggi su "la Repubblica" Eugenio Scalfari nel suo articolo di fondo se stesso. Risponde a domande parlando di fede, di donne, di famiglia, di letteratura, di poeti, di poesie, degli dei dell'Olimpo, di città, di musica e via dicendo, insomma di alta cultura. Poi cade, anzi scade, su Renzi. Dice di lui: "Sembrerebbe che in queste ultime settimane Renzi si sia messo sul giusto terreno e abbia cominciato ad ascoltare persone come Prodi, Veltroni, Minniti, Fassino, Delrio, Martina, Franceschini, Orlando e molti altri, anche sindaci di città importanti o governatori delle Regioni che provengano dal partito democratico. Ma soprattutto Paolo Gentiloni che è l'attuale capo del governo". Stando a questa descrizione sembrerebbe che Matteo Renzi si sia trasformato in un grande orecchio di Dioniso.

Evidentemente Scalfari legge solo i suoi articoli e manco le cronache del suo giornale. Soprattutto quelle degli ultimi giorni.

Poi però il miracolo della trasfigurazione renziana è svelato. Scalfari ha chiamato "Zurlino" il suo fantastico intervistatore. Deve essere il figlio del compianto mago Zurlì, l'indimenticabile presentatore dello "Zecchino d'oro" per i bambini.

Nel mondo fiabesco di Eugenio tutto è possibile. Anche Renzi che ascolta.

COLPITI E AFFONDATI

"Quando trionfò in quasi tutto il mondo il comunismo bolscevico, il socialismo di fatto aveva cessato di esistere. Quel poco che ancora sopravviveva era una sorta di piccola appendice del comunismo bolscevico. Parlando della situazione italiana fu tipico, da questo punto di vista, il partito d'Azione con il suo slogan 'Giustizia e Libertà' ".

Lo scrive Eugenio Scalfari oggi nel suo consueto articolo di fondo domenicale sul giornale da lui fondato. Con buona pace di tutto il socialismo e la socialdemocrazia europea nonché del Partito d'Azione italiano di Parri, Lussu, Colorni, Tarchiani, La Malfa, Lombardi, Trentin Silvio, Cianca Alberto e tanti altri. In questo attacco di appendicite si è dimenticato del PSI di Nenni, Modigliani e Pertini.

Più che articoli di fondo si potrebbe dire che, da un po' di tempo a questa parte, Scalfari confezioni articoli di "affondo".

Oggi ha appena affondato un grande e glorioso pezzo di storia italiana e europea.


MANICHEISMO PSICOANALITICO

Qualche giorno fa si è rifatto vivo con un articolo su "la Repubblica", "Cara sinistra per guarire rileggi Turati", Massimo Recalcati, lo psicoanalista cui Renzi ha affidato la scuola politica del PD. Secondo lui, per farla breve, la propensione genetica della sinistra a dividersi deriva dalla parte storicamente preponderante massimalista-comunista. Lo aveva già capito Turati: "Noi siamo spesso contro noi stessi, lavoriamo per i nostri nemici, serviamo le forze della reazione". Recalcati individua l'origine del male nell'utopia idealistica che è nemica giurata di ogni riformismo di buon senso, razionale, empirico, pacifico e pacioso di cui, oggi, sarebbe interprete Renzi. Perciò con gli odierni eredi di quel massimalismo utopico e non raziocinante, portatori non sani della "combinazione micidiale (conservatorismo=paternalismo=massimalismo) ", con questo "mostro a due teste", dice Recalcati, bisogna farla finita. "L'opzione riformista per essere tale - infierisce -implica la castrazione di ogni miraggio utopico". Linguaggio lieve, come si vede, psicologicamente accattivante, da vero esperto del mestiere.

A parte la confusione tra utopia e perfezione - bisognerebbe ricordare, infatti, allo psicoanalista che l'utopia non fu aliena allo stesso Turati, al socialismo cosiddetto messianico, non a caso inventore del "sol dell'avvenire" -, non è qui il caso di diffondersi sulle scarse e approssimative conoscenze della storia del socialismo e del movimento operaio di Recalcati. Confondere in Italia il massimalismo socialista con il comunismo dà l'idea dell'ignoranza del professore. Cognizioni che se fossero rapportate a quelle professionali indurrebbero a una certa preoccupazione per i suoi eventuali pazienti e discepoli. La cosa, anzi la contraddizione, che colpisce nel suo articolo è un'altra: dopo aver distrutto con grande sicumera la storia della sinistra non socialdemocratica italiana, Recalcati così ne descrive esiti ed eredi: "La difficoltà per ogni uomo di sinistra - quale io stesso sono - è quella di elaborare un lutto compiuto di quel paradigma. Ma perché è così difficile? Perché la sinistra italiana ha avuto lo straordinario merito nella storia del nostro Paese di elevare la politica alla dignità di un poema collettivo. Esistono una simbologia e un immaginario densissimi che resistono al loro necessario superamento: l'eroismo e l'intelligenza di Gramsci, la bandiera rossa, la lotta di classe, la resistenza, l'antifascismo, le grandi conquiste sindacali, la contestazione del ' 68, la battaglia contro il terrorismo e la difesa dello Stato democratico, il volto di Berlinguer e la sua testimonianza morale. Per l'uomo di sinistra questo patrimonio non può essere svenduto, né semplicemente liquidato. Esso mantiene una tale forza attrattiva che però può, purtroppo, far scordare che quella narrazione del mondo si è definitivamente esaurita perché il nostro mondo non è più il mondo del Novecento".

Tre osservazioni minime: a) Se il massimalismo utopico-idealistico ha prodotto tutta quella bella gente e tutta quella bella roba forse non era così demoniaco e "mostruoso" come lo descrive lo psicoanalista Recalcati. Tanto più se lo si mette a confronto - ma qui Turati avrebbe giustamente da ridire, rivoltandosi nella tomba - con le opere e gli eredi ufficiali e finali del grande socialista riformista, insigni politici rispondenti ai nomi di Tanassi, Pietro Longo, Nicolazzi e Cariglia. Per la verità il riformismo turatiano e prampoliniano era già stato assunto dal PCI e dal PSI fin dalla Liberazione. Vedesi l'egemonia esercitata dai comunisti e della sinistra più complessiva nell'Emilia rossa. Ma questo, Recalcati, per saperlo dovrebbe studiarlo. b) Forse il pensiero storicista di Gramsci, le sue riflessioni "für ewig" sull'egemonia, sulla rivoluzione passiva, sul rapporto struttura-superstruttura ecc. potrebbero, come strumenti concettuali d'indagine, aiutare la sinistra a capire anche il tempo presente e quello futuro. Recalcati dovrebbe domandarsi, per esempio, perché gli scritti di Gramsci siano così studiati con crescente curiosità nel resto del mondo e così negletti in Italia; scoprirebbe così una delle cause del degrado del pensiero politico nostrano. c) L'esempio morale di Gramsci, insieme con quello di Berlinguer e di tanti altri dirigenti comunisti e socialisti come Nenni, Pertini, Morandi, Colorni e azionisti come Rosselli, Lussu, Trentin, Valiani ecc. potrebbe dire qualcosa, nel desolante e vergognoso panorama odierno, soprattutto a chi l'etica politica, la fermezza delle proprie convinzioni e la "questione morale" non sa manco cosa siano e dove risiedano di casa. Ogni riferimento all'idolo del professore, Matteo Renzi, non è puramente casuale.

L'obiettivo di tutto il discorso dell'insigne psicoanalista è, per altro, chiaro ed esplicito. "Quando Matteo Renzi - scrive - dichiara che il punto di riferimento ideale della sinistra oggi non è più Gramsci, Togliatti o Berlinguer, ma Obama non ci invita a cancellare il passato ma a incorporarlo per guardare avanti... Bisogna lasciare che i morti seppelliscano i morti". Sempre che il provincialismo di Renzi si fermi a Obama, perché ultimamente anche Macron presenta delle chances crescenti presso lo statista di Rignano. E sempre che le politiche renziane possano essere paragonate a quelle di Obama. Il che non pare proprio.

Recalcati usa il termine "incorporare" per indicare l'esigenza, di fronte ai problemi del tempo presente, di andare oltre il pensiero della sinistra di "Gramsci, Togliatti e Berlinguer" senza attardarsi. Se non avesse la fobia dell'idealismo, dovrebbe, invece, utilizzare il termine hegeliano di "superamento", molto più impegnativo. Un termine che implica la fatica del confronto con quel pensiero denso, per vedere di sussumerne ciò che è vivo liberandosi da ciò che di esso è morto, per sostituirlo con un pensiero più avanzato e adeguato alle esigenze progressiste dell'oggi. Sempre che i novelli "incorporatori" riescano a elaborare un tale pensiero superiore e superante e a farlo vivere nella prassi. Ma dal manicheismo con cui il professore imposta psicanaliticamente tutta la questione del confronto fra massimalismo e riformismo, non è questa l'aria; a ben vedere non vuole neanche incorporare, più semplicemente invita a mettere in soffitta, o in cantina se si vuole, quella storia; "rottamarla" direbbe Renzi. E non "perché il nostro mondo non è più il mondo del Novecento", bensì perché quella storia e quel confronto non servono a chi ha deciso di guardare all'Italia con le lenti dell'imprenditoria capitalistico-finanziaria e non delle classi popolari; non servono a chi ha deciso che è meglio stare, sul piano economico e sociale, con un conservatorismo moderato e caritatevole che con i lavoratori, i precari e i poveri. Per stare con quest'ultimi non occorre l'utopia, basterebbe la Costituzione.

Il fatto è che il pensiero renziano non incorpora alcunché, perché è un pensiero debole ed evanescente. E' un pensiero erratico, tutto giocato sul presente, sulle battute e i giochi di assonanza delle parole che vengono sempre più a noia; un pensiero tutto incentrato sull'immagine di se stesso, senza alcuna visione seria del futuro, dei rapporti sociali, della struttura della società italiana. Insomma su quello che Padoa Schioppa chiamava "la veduta corta". E' un pensiero, per così dire, vaporoso e svaporante; effimero.

E come tale adattissimo a lavorare per gli avversari. Non suoi, ma della sinistra.

LA MOSSA DELL'ASINO

Al panorama assai deprimente della politica italiana popolato di ciucci mancava un focoso puledro. Ce l'ha fornito 5 giorni fa Antonio Ingroia. Insieme con Giulietto Chiesa hanno pensato di presentare una lista alle prossime elezioni che si chiamerà, per l'appunto, "La Lista del popolo - la mossa del cavallo". Lo scopo? "Noi proponiamo - dicono - un'alleanza popolare ai cittadini, contro i partiti...ci rivolgiamo al 60% di elettori che hanno già deciso oggi di non votare alle prossime elezioni".

Annunciano"un programma rivoluzionario" da conseguire con"un'offensiva costituzionale, una mossa del cavallo, per scavalcare le file nemiche". L'analisi della situazione politica è allarmata e impietosa, non priva, per altro, di una qualche verità oggettiva: "Noi siamo in pieno colpo di stato - dichiara Chiesa - fatto senza i carri armati, ma portando il Paese per la quarta volta a un'elezione illegale. Questa legge elettorale è anticostituzionali e con la forza dell'inganno gli italiani saranno costretti ad andare a votare un nuovo Parlamento di nominati". A fronte di siffatto attentato, però, le contromisure lasciano perplessi: "Ci divertiremo nel corso della campagna elettorale - dice Giulietto - a mettere tutti in mutande". Il che, francamente, sembra un po' poco per fronteggiare il golpe in atto. Per rendere ancor più confuse le idee - quelle loro - aggiungono: "Non siamo né un nuovo partito e non saremo mai un partito, né tanto meno un nuovo Movimento". Visto il quadrupede portato ad esempio, forse potrebbero essere un caciocavallo.


MAKIE MESSER

L'ex cavaliere fiutando un nuovo colpo elettorale, ha ricominciato a fare promesse: pensioni minime a mille euro, flat tax - che sarebbe la riduzione delle tasse per i ricchi e i super ricchi - una seconda moneta circolante accanto all'euro, e altre amenità del genere. L'ultima invenzione è quella della creazione di un ministero per l'anzianità, quella sua, non bastandogli tutti gli altri dicasteri a disposizione di sé e delle sue aziende già operanti al tempo dei suoi impareggiabili governi, ove avessimo la disgrazia di riaverlo al governo sotto qualsiasi formula. Chi sia Berlusconi, quale immoralità porti con sé, quale mancanza, in tutti i sensi, del comune senso del pudore, è noto. Solo a certi politici e a molti giornalisti che guardano il suo possibile riemergere come deus ex machina di un futuro possibile governo, tutto ciò risulta essere ininfluente. Che lo sia per quelli che lo hanno sempre sostenuto con un interessato servo encomio, non sorprende. Ma che lo sia, pur nell'estrema ipotesi di una scelta fra lui e il "grillino" Di Maio, anche per Eugenio Scalfari che in passato lo ha combattuto all'arma bianca, non rifuggendo dall'affibbiargli diversi epiteti spregevoli tra cui quello di Makie Messer il lestofante brechtiano dell' "Opera da tre soldi", la dice lunga sulla tenuta morale non solo dei politici ma anche di taluni opinion maker che contribuiscono nel nostro paese a formare l'opinione pubblica.

Berlusconi non è solo collezionatore di processi e prescrizioni, bugiardo seriale, disastroso governante, condannato in via definitiva per frode fiscale, uomo che ha commerciato e trescato con la mafia, titolare di "una naturale capacità a delinquere", come sentenziato dai giudici, è anche un approfittatore di minorenni in senso lato. A ricordare una delle prime gesta di questo "grande imprenditore", in combutta con il suo sodale e condannato Previti - l'altro dioscuro che faceva coppia con il carcerato Dell'Utri - è stato qualche giorno fa il giornalista Massimo Fini, rispondendo ad alcune domande di un suo lettore su "Il Fatto Quotidiano". La vicenda, il raggiro della minorenne Annamaria Casati Stampa, era già nota, non è neanche una delle malefatte più eclatanti dell'ex cavaliere, ma ricordarlo serve agli immemori. Serve soprattutto a rammentare a personaggi come Renzi, quello che voleva dare il Daspo ai corrotti, chi sia quel caro Silvio con cui, ha detto, "sarei contento - tanto per dargli un aiutino davanti ai giudici europei di Strasburgo - che corresse alle elezioni per sfidarlo in un collegio". Forse quello di Cesano Boscone. Senza contare, poi, che, trattandosi di Berlusconi, il verbo "sfidare" sulla bocca di Renzi, sembra, dal Nazareno in poi, ma anche prima, del tutto inappropriato.

Ma vediamo cosa racconta Massimo Fini

"La truffa di Berlusconi e Previti ad Annamaria Casati Stampa è stata raccontata da Giovanni Ruggeri nel libro Berlusconi. Gli affari del Presidente (Kaos Edizioni, 1994) e da me in tre successivi articoli sull'Indipendente. Solo dopo le mie ripetute insistenze Previti (e non Berlusconi) si decise a querelare Ruggeri e me. Entrambi siamo stati assolti .
La truffa, o meglio le truffe, consistevano in questo. La Casati Stampa, minorenne, era rimasta orfana di entrambi i genitori morti per una tragedia a sfondo sessuale. Purtroppo per lei aveva come protutore Previti già in combutta con Berlusconi attraverso la società Idra. Previti vendette a Berlusconi la villa di Arcore con annesso parco per la cifra ridicola di 500 milioni (solo i luini della villa valevano tre volte tanto). Prima che fosse regolarizzata la permuta, e quindi che Berlusconi avesse pagato, l'allora Cavaliere si installò nella villa di Arcore con Dell'Utri e il noto mafioso Mangano. Salderà solo ad anni di distanza, mentre la Casati continuerà a pagarci le tasse.
Ma ancora più incredibile è la seconda truffa. I Casati Stampa a Cusago possedevano un vastissimo territorio pari a 246 ettari. Previti vendette queste proprietà a Berlusconi per la cifra ancora più ridicola di 1miliardo e 700milioni. Ma le pagò con azioni di società di Berlusconi non quotate in borsa e dal valore molto dubbio. Quando la Casati Stampa cercò di realizzare vendendo queste azioni non trovò nessuno disposto a comprarle. Allora arrivarono, soccorrevoli, il Gatto e la Volpe dicendole: le ricompriamo noi. Ma a metà prezzo: 800milioni".

Proprio una personcina a modo con cui governare l'Italia.


LO STATO DELL'ARTE

Alla fine ha gettato la spugna. Giuliano Pisapia ha rinunciato, dopo non pochi tentennamenti e giravolte, all'alleanza col PD sotto specie di coalizione di centrosinistra. Nel corso del tentativo, perseguito anche a costo di rompere con quelli di Mdp che l'avevano incoronato leader contro ogni logica e realismo politico, Giuliano si era via via denudato di ogni condizione. Alla fine si era affidato almeno all'approvazione dello ius sòli da parte del PD e della sua maggioranza. Sarebbe stata la foglia di fico che, secondo lui, gli avrebbe consentito, dopo aver ingoiato anche il sì al referendum sulla riforma renziana della Costituzione, di digerire tutto: anche la coalizione con Angelino Alfano; che poi, ironia della sorte, è evaporato lo stesso giorno.

"Campo progressista ha combattuto, - ha dichiarato l'ex sindaco di Milano - ma c'è un momento in cui le speranze di trasformare un progetto in realtà diventano irragionevoli illusioni. Questo è quel momento". Mentre, invece, le illusioni irragionevoli c'erano tutte e fin dall'inizio. Il punto però non è come va a finire il tentativo irrealistico e sbagliato di Pisapia e del suo mentore, Prodi, attendato dietro di lui a indicare la strada con la torcia del boy scout, il punto è il danno che è stato apportato a sinistra. Com'è noto in politica il tempo non è una variabile indipendente rispetto alle iniziative politiche che s'intraprendono. Nel caso dell'azione ondivaga di Pisapia nei mesi trascorsi, almeno da marzo in poi, il problema non è stato tanto il suo oscillare fra PD e sinistra in fieri, quanto l'atteggiamento attesista che, almeno una parte di Mdp, ha imposto a tutte le altre componenti propense a unirsi per far nascere un nuovo ressemblement a sinistra. Un attesismo incomprensibile, spiegabile solo con una linea politicista che, in palese contraddizione con quanto si andava dicendo di voler fare per riconquistare i consensi persi in varie direzioni (astensione e M5s), ha puntato come prima cosa alla solita ricerca del leader in grado di far tornare all'ovile i voti "in libera uscita", per parafrasare il vecchio Andreotti. Averlo individuato in Pisapia, che palesava sinceramente e apertamente altri obiettivi e intenti, cioè la ricostruzione di un'alleanza col PD renziano già annunciata il giorno dopo la sconfitta del segretario del PD al referendum, è stata cosa sommamente irrealistica. Corredata poi, tanto per essere ancor più confusi e poco chiari, con le sottili disquisizioni bersaniane sulla cosa non rossa ma ulivista e comunque di centrosinistra (sic!) da fondare e altre amenità del genere. Invece di fare subito, di comune accordo con le altre frazioni della sinistra, una chiamata a raccolta su contenuti e obiettivi chiaramente progressisti e di sinistra di tutti quelli che nel paese volevano impegnarsi o rimpegnarsi a ricostruire una casa nuova al posto di quella franata, ci si è trastullati per mesi aspettando Godot. Da una parte si diceva di voler parlare agli sfiduciati e ai disillusi senza fare il minimo sforzo per attivamente ricercarli e metterli in movimento, o almeno provarci, e dall'altra ci si concentrava nel defatigante corteggiamento di Pisapia, nel lavoro improbo di tenerlo su binari di alternativa e discontinuità al PD che non erano nelle sue corde. Con il risultato di riempire lo scarso tempo a disposizione con defatiganti riunioni interne di componenti di per sé piccole, popolate da persone che si conoscevano da una vita, che hanno appartenuto agli stessi partiti e perfino alle stesse correnti di quei partiti. Persone che invece di continuare a riunirsi separatamente come i carbonari risorgimentali, avrebbero dovuto sin dall'inizio dare avvio, dal basso, a un processo di mescolamento e di azione politica comune in funzione dell'avvio da subito della costruzione del nuovo soggetto politico della e di sinistra. Alla fine dei nove mesi il parto non è stato questo, ma quello di una lista comune e di un leader, il Presidente Grasso, certamente più adeguato e attraente di Pisapia alla testa di un ressemblement di partitini - fondamentalmente tre (Mdp, SI e Possibile) - che però, per ora, hanno fondato delle percentuali, 50-35-15, non una nuova sinistra. Un polo elettorale che ambisce a un risultato a due cifre che non sarà Grasso di per sé a farlo acquisire, ma la capacità di suscitare un movimento nella società e nei territori attorno a quella "nuova proposta" programmatica che è stata posta alla base di "Liberi e eguali".

Era d'obbligo fare di più, molto di più.

Quel che non si è fatto prima, però, rimane da fare adesso. La lista comune "Liberi e eguali" diventa un punto di partenza. Guardando alla tappa elettorale bisogna stare attenti ai facili ottimismi, all'illusione di "praterie aperte" e verdeggianti di voti avanti a sé grazie allo spostamento a destra del PD. Anche perché lo spostamento a destra non è solo del PD renziano ma dei ceti popolari. Solo che il primo sta diventando sempre più una ridotta di una parte dell'establishment e del ceto dei garantiti, in molta parte fra gli over 60, e gli altri sono preda di un crescente rancore sociale gestito dalla destra sovranista e xenofoba in cui rigurgitano anche i gruppi apertamente fascisti e nazisti. Spostamento che si è accentuato proprio nell'anno trascorso, con la destra - da Salvini a Meloni con il placet di Berlusconi - che gridava all'invasione degli immigrati coagulandosi attorno allo slogan "prima gli italiani", mentre la sinistra cosiddetta discontinuista si trastullava con Pisapia nel continuismo politicista più classico e disastrosamente già sperimentato. Esiste a sinistra un elettorato più strutturato politicamente che si astiene da qualche tempo perché non ha condiviso le politiche del PD renziano? Sì, c'è. E' una minoranza; consistente, ma minoranza; nel grande mare dei ceti popolari e del lavoro schiacciati dalla questione sociale. Quell'elettorato di sinistra, diremmo "riflessivo", per riesumare un'espressione del prof. Ginsborg all'epoca del movimento girotondino, chiede un paradigma di scelte progressiste, sociali e morali chiare e nette, per tornare alla partecipazione elettorale. Altra cosa è riuscire a penetrare nel rancore sociale, nella sfiducia, nella rabbia dei ceti più popolari abitanti le periferie urbane e sociali. Lì anche fra il ceto popolare che votava e combatteva a sinistra e con la sinistra, c'è stata una mutazione a destra perfino antropologica, dominata dal rancore e dalla sfiducia qualunquista, conseguenza del lungo abbandono politico e culturale da parte della sinistra infatuata della "terza via".

Lì, oltre alle scelte chiare e nette, occorre andarci indossando la forma mentis dei primi apostoli del socialismo, impostare un lavoro di lunga lena e di lunga pena, per loro e con loro, per superare con i fatti, con la lotta sociale e politica, quella gramsciana "rottura sentimentale" evocata da D'Alema che non riguarda solo Renzi, ma anche chi l'ha preceduto, compreso il cosiddetto "lider maximo". E per questo serve un partito nuovo della sinistra, non solo per gli obiettivi e le proposte che avanza ma anche per la sua forma organizzativa, per la sua identità culturale, sintesi delle migliori tradizioni del socialismo italiano - da Gramsci a Turati, dai fratelli Rosselli a Pertini, da Togliatti a Nenni e a tanti altri - per la passione civile e disinteressata dei suoi militanti, per il suo modo di essere e di fare politica tra la gente e con la gente. Un partito che metta innanzi generazioni e forze nuove non sovraccariche di errori, opportunismi, innamoramenti blairiani e scelte politiche sbagliate che hanno portato la sinistra italiana ad adombrare salti di gioia se otterrà alle prossime elezioni il 10% . Una sinistra non immemore, ma con la testa al futuro, in grado di fare i conti con i mutamenti epocali in corso, con la rivoluzione tecnologica permanente, con la scomposizione e svalorizzazione del lavoro, con la contraddizione sempre più stridente fra il dominio della finanza e l'economia della produzione di merci; fra un'espansione capitalistica predatoria delle risorse del pianeta e lo sviluppo ambientalmente e ecologicamente sostenibile. Per usare un'espressione d'antan, con l'intreccio fra contraddizione di classe e quella ambientale.

A sinistra si è già assistito nell'ultimo decennio a due false partenze: la lista "arcobaleno" nel 2008 e SI nel 2015. Il politicismo emerso in questi mesi nel balletto attorno a Pisapia non spingerebbe a ben sperare. Il suo manifestarsi non è sembrato essere i postumi di una malattia in via di superamento, ma un morbo ancora ben vivo.

Per la dimensione e profondità dell'opera ricostruttiva che i dirigenti di "Liberi e eguali" dicono di proporsi, ben al di là della lista comune, occorrono "ravvedimenti operosi". Nelle parole e nei fatti.