Cultura e Diritti - Cultura e Società

FORO ROMANO

di Aldo Pirone

IL VOTO IN GERMANIA. LE RESPONSABILITÀ DEI RESPONSABILI

Ieri sui giornali c'erano molti commenti sui risultati delle elezioni in Germania di domenica scorsa. L'analisi dei flussi elettorali pubblicata su "la Repubblica" segnala che l'AfD, il partito di estrema destra, ottiene 5.877.094 voti. Per arrivare a questo risultato ha recuperato un milione e mezzo di voti tra gli astenuti nelle precedenti elezioni, tolto un milione di voti alla CDU-CSU della Merkel, 500 mila alla SPD di Shultz e 400 mila alla Linke, la formazione di sinistra tradizionalmente forte nelle zone dell'ex DDR. In queste zone l'AfD è il secondo partito e addirittura il primo in Sassonia. I voti li prende tra gli operai e i disoccupati dei ceti più popolari e anche tra impiegati, pensionati e lavoratori autonomi di una piccola borghesia impaurita dall'ondata immigratoria. In queste fasce sociali guadagna maggiori consensi fra gli uomini fra i 30-44 anni e 45-59 rispetto alle donne. E questo si riflette nella stessa composizione del gruppo di 94 deputati dove le donne risultano essere un'estrema minoranza: 11 su 94. La scolarizzazione della platea degli elettori AfD è più bassa rispetto al resto dell'elettorato. Con tutte le specificità della Germania, il voto tedesco dimostra, una volta di più, che, come in Francia e in Italia e in altri paesi europei, c'è un elettorato popolare e anche di sinistra che si sta spostando a destra. La "mucca" di Bersani è arrivata nei corridoi del Bundenstag.

Sullle elezioni in Germania anche il Presidente emerito Giorgio Napolitano dice la sua in una breve intervista al "Corriere della sera". Il giudizio sulla SPD e sui partiti del socialismo europeo è grave e quasi sprezzante: "Quella attuale è una crisi organica, di partiti che hanno smarrito la loro funzione. Ma è anche una crisi culturale profonda: c'è uno scadimento evidente nella qualità dei gruppi dirigenti dei partiti della sinistra". Prima, sulla decisione della SPD di passare all'opposizione e di non rinnovare la Grosse Koalition che ha dato così amari, sebbene prevedibilissimi, risultati ai socialisti tedeschi, Napolitano aveva osservato: "Ci sono vicende specifiche e complicate, legate ai vari partiti della sinistra europea. Io trovo molto sagge le cose dette dall'ex ministro tedesco degli Interni Otto Schily, che ha parlato della necessità di un rinnovamento profondo per la SPD e però ha chiesto di conciliare la tentazione dell'opposizione con la responsabilità nazionale che è propria di un grande partito popolare". Oggi Otto Schily sembra rispondergli in un'intervista su "la Repubblica", ma non evoca la responsabilità nazionale: "Per quel che riguarda la SPD, quella di passare all'opposizione è la decisione giusta ... al tempo stesso penso che la SPD debba ricostruirsi, sia dal punto di vista programmatico che da quello personale. Deve rinascere. ... Quando la leadership di un partito perde di seguito tre elezioni regionali e una nazionale, ci deve essere un rinnovamento". A Renzi fischieranno le orecchie.

Poi Schily prosegue: "I socialdemocratici devono ricostruire un profilo più forte, chiaro e riconoscibile. Devono avere una strategia più incisiva su migrazione, svolta energetica, sicurezza interna. Devono chiedersi come sia stato possibile perdere i lavoratori". La conclusione dell'ottantacinquenne esponente socialdemocratico è questa: "La socialdemocrazia deve porsi come un'alternativa vera, invece finora le differenze tra i partiti tradizionali (SPD e CDU-CSU della Grosse Koaltion n.d.r) hanno finito per annullarsi a vicenda".

Il punto che a Napolitano sembra sfuggire riguarda la consistenza della forza sociale che permette alla sinistra di esercitare la responsabilità nazionale. Non è un attributo di per sé sufficiente, ma certamente è indispensabile. Infatti, quando la sinistra viene meno al suo ruolo rappresentativo dei lavoratori del braccio e della mente, dei precari, dei disoccupati e, in generale, dei ceti popolari più sofferenti e bisognosi di protezione sociale, non riesce nemmeno a svolgere un'efficace funzione nazionale e di responsabilità nazionale. Se la sinistra non riesce a capire, accompagnare e innervare, perché irretita dai miti neoliberisti, i mutamenti del suo stesso blocco sociale, viene terremotata e perde peso politico, culturale e sociale. E, quindi, viene soppiantata nel suo insediamento sociale da forze di diverse, generalmente di destra nei momenti di crisi. Quando poi a questo aggiunge, in modo subalterno e innaturale, scelte di alleanza con forze centriste e moderate com'è successo in Germania - su cui Schily fa l'autocritica sopra riportata -, arrivano, del tutto annunciati, i risultati di domenica. Il passaggio della SPD all'opposizione, a parte ogni altra e più pregnante considerazione, va quindi valutato come un atto, appunto, di responsabilità nazionale se servirà a farle ritrovare ruolo e spessore di una grande forza popolare.

Napolitano ha di che riflettere, partendo dalla vicenda tedesca, su quello che è successo, nell'ultimo quarto di secolo, nella sinistra italiana nella quale lui ha svolto un ruolo per nulla secondario. Ha di che riflettere, per stare alle vicende degli ultimi anni, sulla pressione esercitata dal Quirinale sul PD di Bersani per spingerlo verso le "larghe intese" con Berlusconi, prima nel governo Monti e poi con quello di Letta, cioè a quell'annullamento delle differenze tra partiti fra loro alternativi, che hanno definitivamente suicidato la sinistra. Ha di che riflettere, per stare al tema della responsabilità verso il paese, sull'appoggio dato a Renzi dal Quirinale da lui presieduto, e anche prima di Renzi, per una riforma costituzionale ed elettorale divisiva e per questo priva in partenza di ogni senso di responsabilità nazionale.

La "crisi organica...la crisi culturale profonda" e il conseguente "scadimento evidente nella qualità dei gruppi dirigenti dei partiti della sinistra" lamentato dal Presidente emerito sono tutte cose alle quali non solo non si è opposto un argine efficace, ma vi si è dato un contributo non indifferente. Per la verità non soltanto da Napolitano. Sarebbe saggio rifletterci sopra in modo critico e autocritico come fa Schily.

Per cambiare strada. Con responsabilità.

AVANTI SAVOIA!

Ieri su alcuni giornali, pieni come al solito di indagini, indagati, accusati, rinviati a giudizio del bel mondo dell'establishment, c'è una notizia minore: Vittorio Emanuele di Savoia è stato condannato a due anni di reclusione con sospensione, purtroppo, della pena. Il vecchio nipote di un re fellone aveva incautamente querelato Birgit Margot, sorella di Dik Hamer, per quel che aveva scritto nel suo libro "Delitto senza castigo" a proposito della morte del giovane fratello tedesco ucciso da un colpo di fucile del rampollo di Casa Savoia sparato a casaccio una notte d'estate di tanti anni fa, nel 1978, nell'isola di Cavallo in Corsica. I giudici francesi per quel delitto non erano riusciti a condannare il mancato - per volontà degli italiani che fecero sparire la monarchia - erede al trono d'Italia. "Li ho fregati", confessò Vittorio Emanuele ai suoi compagni di cella nel carcere di Potenza, dove, nel 2006, era stato recluso per altre accuse da cui, in seguito, è stato prosciolto. Fu intercettato mentre confessava la verità e la sorella di Hamer ha riportato tutto nel suo libro. Avrebbe potuto starsene quieto il bolso rampollo, contento di essere, per quella morte, a piede libero, ma le tradizioni di famiglia fatte di arroganza e impunità lo hanno spinto ad adire le vie giudiziarie. Il piede di Vittorio Emanuele comunque rimane libero, la coscienza, se ce l'ha, il che è da dubitare, no.

SINTESI SENZA ANTITESI

Ieri l'altro Giuliano Pisapia alla "Festa de l'Unità" di Imola duellando, si fa per dire, con il ministro Maurizio Martina, le cui scheletriche forme, oltre alle sue posizioni politiche, mostrano plasticamente lo stato in cui è ridotta la sinistra interna al partito renziano, ha finalmente messo le carte in tavola con Renzi e il PD. Stando a quanto riporta "la Repubblica", Giuliano, incalzato dall'intervistatrice Bianca Berlinguer, ha portato un attacco a fondo mettendo in difficoltà l'esangue rappresentante dei democrats. Gli ha detto a brutto muso: "Un po' di responsabilità il Pd ce l'ha? Dobbiamo recuperare i milioni di voti persi dal Pd. L'unica svolta possibile è che il Pd guardi a sinistra e non a destra, dicendo apertamente che il Pd non è autosufficiente e che il candidato non sarà il segretario del Pd. Perché se si vuole una coalizione si fanno le primarie. Se si dice che il candidato premier è il segretario Pd significa che volete andare avanti da soli, mentre noi vogliamo andare avanti insieme".

Perbacco, altro che lavoro, occupazione, politiche economiche e ambientali, questione morale, questione democratica e quisquilie del genere. Altro che un minimo di programmi comuni, di politiche condivise e di comunità d'intenti a partire da quelle note dolenti. Qui il problema è l'autosufficienza del PD e la candidatura di Renzi a leader della coalizione perché, dice Pisapia, "Se si vuole una coalizione si fanno le primarie". Per guardare a sinistra al PD basterebbe fare primarie di coalizione, rimuovere Renzi da candidato alle medesime (perché poi?) e battersi per una legge elettorale ad hoc.

D'Alema, qualche giorno prima, aveva detto che per la ricostituente sinistra, Pisapia "Ha tutte le caratteristiche per essere una personalità che parla a un'opinione pubblica che va oltre ai confini delle forze organizzate e può rappresentare al meglio un punto di sintesi".

Giuliano l'ha preso in parola e ha scambiato la tesi, la sua, con la sintesi senza prendere in considerazione l'antitesi caldeggiata dagli altri suoi compagni d'impresa: mettere al primo posto i contenuti sociali e morali, in una parola costituzionali, per qualsiasi confronto con il PD .

Un vero hegeliano.

EVASIONE FISCALE. LA BOSCHI NON CI AZZECCA

La sottosegretaria Maria Elena Boschi non è, da un po' di tempo, particolarmente fortunata. Lunedì scorso nel convegno svolto a Milano dal titolo "A Cesare quel che è di Cesare" si è lanciata nella solita esaltazione di quanto fatto dal governo Renzi. Questa volta, visto il tema della riunione, ha scelto la scottante materia fiscale: "Negli ultimi tre anni, a partire dal governo Renzi, è iniziata una aggressione contro l'evasione fiscale... si è introdotta una nuova filosofia sulle tasse" e giù elencando tutti i successi ottenuti in questa titanica lotta con numeri per altro taroccati. Peccato che, contemporaneamente, la Corte dei Conti, come pubblicato da "la Repubblica", sia intervenuta per l'ennesima bacchettata ai governi succedutisi dal 2009 proprio sulla lotta all'evasione. L'occasione è stata quella dell'Anagrafe tributaria costata 10 milioni di euro e praticamente inutilizzata da otto anni nella pugna contro gli evasori. Sull'Anagrafe la Corte comunica il suo sconcerto per "la situazione riscontrata relativa al suo concreto ed effettivo utilizzo per la lotta all'evasione, per il quale deve rilevarsi una grave inadempienza dell'Agenzia (delle Entrate n.d.r.) che non ha mai elaborato le previste liste selettive né, successivamente, le analisi del rischio evasione". Inoltre sottolinea "L'inesistenza di selezioni di contribuenti attraverso l'Archivio dei rapporti finanziari" dei soggetti a maggior rischio di evasione che dovrebbero essere segnalate alle Camere. Norma che, secondo i magistrati contabili, appare "del tutto disattesa". Insomma l'arma letale contro la stratosferica evasione fiscale non viene punto utilizzata. Forse è a questo che la Boschi si riferiva quando diceva "si è introdotta una nuova filosofia sulle tasse". Quanto all' "aggressione contro l'evasione fiscale" semplicemente non c'è. C'è, al solito, solo quella contro chi le tasse le paga alla fonte: lavoratori e pensionati.

IL NEMICO ALLE PORTE

Dunque Annibale è alle porte. Annibale sarebbe la destra xenofoba, sovranista e razzista che con la sua iniziativa propagandistica di questi mesi, innestatasi sul fenomeno dell'immigrazione, ha spostato e sta spostando l'opinione pubblica verso di sé. Se ne sono accorti adesso giornalisti di alto rango, politologi di alto bordo, esponenti del PD e della cosiddetta sinistra compassionevole. Si sono accorti adesso di questa perniciosa involuzione che agisce non dentro l'establishment ma dentro la carne viva dei ceti popolari e del ceto medio declassato; nelle periferie urbane, nelle zone ex operaie delle fabbriche dismesse, fra i precari e gli operai "esuberanti" in via di licenziamento. Non si erano accorti, stando appresso a ogni sospiro dei politici, dello slittamento già in atto da anni e che ha avuto diverse manifestazioni a livello elettorale e politico partitico. Anche il fenomeno "grillino", prodotto precedentemente, dalle azioni tafazziane della "ditta" bersaniana, non regge più dietro questa pressione e si sta via via accentuatamente piegando alla spinta di questa destra. Naturalmente l'allarme è strumentale. Serve solo per dire che bisogna unirsi sotto l'ala del PD. Che bisogna scegliere il meno peggio, che bisogna essere responsabili per non lasciare il paese in mano a Salvini e Meloni. Su Berlusconi, invece, quelli del PD renziano - e anche molti emeriti politologi - opportunisticamente tacciono anche perché con lui sperano di fare accordi a geometria variabile dopo le elezioni politiche cercando, intanto, di apparecchiare la tavola con il "rosatellum".

Dove sta l'ipocrisia del ragionamento che vorrebbe essere elementare, di buon senso, saggio quanto basta? Sta nell'omettere che la destra tradizionale di varia gradazione e colore, berlusconiana, meloniana, salviniana, ma sempre demagogica, è risorta e si è ingrassata in questi ultimi anni con le politiche del PD renziano che, oltre a tutto il resto, hanno preso a schiaffi in primis la questione sociale e del lavoro nel suo complesso. Se veramente si ha coscienza del pericolo di destra, per prima cosa se ne dovrebbero vedere le cause per aggredirle alla radice, cioè rovesciare le politiche sociali sin qui fatte e che hanno nutrito prima la rivolta grillina e ora la destra sovranista e fascista; e su questo ristabilire un fronte unito di tutti i democratici e progressisti. Altrimenti ci si acconcia a ripetere l'ennesima solfa dello "state con me altrimenti arrivano quelli peggio di me", il che produce solo disaffezione e astensionismo elettorale oltre che noia. Se il PD renziano continua a cantare le magnifiche sorti e progressive delle politiche economiche e sociali fin qui fatte, se Gentiloni non fa che richiamarne la positiva continuità con quello che sta facendo lui, allora l'appello unitario a sinistra è solo demagogia strumentale di bassa lega. Tutto questo ci dice, in realtà, che Renzi e company pensano che alle porte non ci sia Annibale, ma solo Berlusconi, pronto a risalire le scale del Nazareno e che l'allarme per il primo serve ad avere voti per accordarsi con il secondo. Sempre che il cavaliere sia d'accordo e che al momento la cosa gli convenga.

I commentatori progressisti di ogni ordine a grado che pontificano dagli house organ dell'establishment progressista, ulivista e di centrosinistra d'antan, invocando a gran voce una "sinistra di governo", e che si stracciano le vesti per le divisioni, le lacerazioni, gli odi personali ecc. che incistano la sinistra, dovrebbero, se non sono in malafede, prendere il toro per le corna e non per la coda. E così dovrebbero fare i novelli "conciliatori" a sinistra, come Pisapia e soci. Dovrebbero, cioè, andare alle cause della divisione e chiedere di rimuoverle a chi ne è responsabile e a chi deve farlo. Solo che questo comporterebbe non solo mettere in discussione, senza infingimenti e giochi di parole, Renzi e le politiche del PD, ma un'autocritica per le tante scemenze scritte e dette in passato a gloria di quelle politiche economiche e sociali neoliberiste che hanno fatto crescere la destra. E questo non se lo possono permettere. Preferiscono accusare, sbertucciare, svilire con il pallottoliere in mano chi non accetta di unirsi per continuare a ingrassare la destra, preferiscono mettersi in gramaglie ed emettere flebili lagni. Come quelli di Pisapia.


GIORNALISMO DAL NEUROLOGO

Gli editoriali domenicali di Eugenio Scalfari sul giornale da lui fondato sono, da un po' di tempo a questa parte, del tutto sconnessi con la realtà politica. Sia detto con il dovuto rispetto a un giornalista di successo che però non ha mai rifulso per una grande capacità di comprensione della politica e degli attori che via via ne hanno occupata la scena. In queste ultime settimane il suo sforzo, contro ogni evidenza, di sostenere il capo del PD Renzi sta mettendo Eugenio a dura prova.

Tre domeniche fa, solo perché Matteo aveva sospirato di non considerare nemici i fuoriusciti dal PD, aveva sentenziato giulivo: "Da soli non si vince, finalmente Renzi lo ha capito". In quella successiva, a differenza di tutti gli altri suoi colleghi di "Repubblica" che sulla fiducia messa sul "rosatellum" avevano parlato di "colpo di mano", si era eretto a difensore del leader rignanese intitolando il suo pezzo: "Ecco perché la legge elettorale non vìola la democrazia". Spiegando che non c'era stato nessun vulnus perché essa era stata votata dalla maggioranza parlamentare, sorvolando sul fatto che l'apposizione della fiducia vìola il dettato costituzionale, art. 72, che impone la discussione "normale" per le leggi costituzionali ed elettorali. L'apposizione della fiducia, quindi, oltre a sgretolare l'aplomb del Presidente Gentiloni che aveva dichiarato che il governo non si sarebbe immischiato nella materia, segnando così una discontinuità col precedente renziano dell'Italicum, ha impedito, di conseguenza, di esaminare e votare gli emendamenti alla legge, sottraendo alla Camera dei deputati la possibilità "normale" di discuterla a fondo e cambiarla. Poi Renzi, per ragioni populisticamente elettoralistiche, ha combinato quel che sappiamo su Visco e la Banca d'Italia. Scalfari ha preso subito, metaforicamente, carta e penna e senza aspettare il giorno sacro al Signore, ha sentenziato, giovedì scorso, su "La politica dal neurologo" per poi rincarare la dose ieri, redarguendo colui che "finalmente aveva capito" accusandolo di "Scorciatoie populistiche. Gli errori più gravi del leader".

Eugenio, giovedì scorso, non aveva nascosto la sua delusione per Renzi che sembrava aver compreso i suoi persistenti, paterni e domenicali consigli, ma che poi li ribalta nel giro di qualche giorno. "Renzi è sempre lo stesso - aveva scritto sconsolato - ... c'è un sentimento isterico nel carattere di Renzi che a volte lui domina, ma più spesso ne è dominato". Ieri nel suo fondo ricorda che era stato al compleanno del PD all'Eliseo rimanendo felicemente sorpreso per il teatro "gremito nelle tribune e nella platea", manco fosse stato lo Stadio Olimpico. Aveva grandemente apprezzato i discorsetti di Veltroni, Gentiloni e Renzi che avevano segnato quella che a lui, Scalfari, è sembrata una rinascita felice e non, invece, delle malinconiche esequie. Soprattutto aveva gradito Renzi che gli era apparso convinto di aver imboccato finalmente la strada di una direzione collegiale del partito, con Gentiloni e Veltroni e altri buoni consigliori. Addirittura, senectus ipsa morbus, Eugenio per le sue visioni oniriche renziane disegna uno scenario in cui la sinistra è in crisi "In tutti i paesi d'Europa, salvo finora in Italia". Forse voleva dire la Gran Bretagna.

Insomma, l'altro ieri, il fondatore di "la Repubblica" era proprio amareggiato, ed è comprensibile. Dopo aver scambiato Renzi - per la verità da poco più di un anno a questa parte - per uno statista, un grande europeista, un grande leader della sinistra, doversi accorgere che così non è, deve essere una grave disillusione soprattutto se l'età è avanzata. Tuttavia, contro ogni principio di realtà, non perde la speranza e gli chiede ancora: "Ora deve scegliere tra ritorno all'idea del partito aperto e un organo di consultazione di quanto deciso oppure populismo fino in fondo all'insegna del 'comando io' e allora, come Grillo e Salvini, diventeremo peggio del peggio". Una scelta, la seconda, già fatta da tempo e ab origine.

Non essersene accorto e continuare a nutrire speranze infondate ci dice che nel nostro Paese non solo la politica dovrebbe essere portata dal neurologo ma anche certo giornalismo.