Cultura e Diritti

FORO ROMANO

di Aldo Pirone

MEMORIA IMBALSAMATA

Ugo Sposetti ci tiene alla sua attività di curatore delle memorie del PCI. Il 21 agosto era a commemorare al cimitero del Verano - purtroppo quasi da solo se si fa l'ovvia eccezione di Marisa Malagoli figlia adottiva di Togliatti e Nilde Jotti - il 53esimo della scomparsa di Togliatti. Qualche anno fa organizzò una bella e commendevole mostra itinerante della storia del partito dei comunisti italiani. Tuttavia non riesce bene a legare quella memoria con la sua attività politica e parlamentare. Il senatore

Il senatore Ugo fa parte di quella schiera di dirigenti comunisti, e sono stati tanti, per cui la storicizzazione dei propri comportamenti porta a considerare la memoria come qualcosa che non deve per forza spingere a cercare di farne rivivere i valori, gli approcci analitici, ovviamente aggiornati, nel presente; con conseguenti comportamenti politici. Il legame fra i tre momenti del presente, per dire, di cui parlò Togliatti in un lontano Congresso comunista - il presente del passato, il presente del presente e il presente del futuro - non è stato mai preso in seria considerazione. Da qui il dramma, tutto sommato vissuto tranquillamente nelle sfere dei parlamentari, di non aver fatto mai i conti sia col proprio passato che col presente politico per rivolgere lo sguardo al futuro. La famigerata discontinuità posta a base della trasformazione del PCI per loro non fu una svolta, fu una saracinesca abbassata su una storia che non era solo di un partito ma di un pezzo del paese. Il cartello appeso fuori della "ditta" voleva essere "cambiamento" ma fu solo "liquidazione". Con i risultati "modernizzatori" della sinistra e del Paese che oggi sono sotto gli occhi di tutti.

Sposetti, probabilmente, crede di essere ancora un comunista che, posto di fronte alle dure repliche della storia, ai cambiamenti epocali del mondo, al crollo del socialismo reale e più tardi anche del rattrappirsi di quello democratico europeo e occidentale, ha pensato che per sopravvivere bastasse solo cambiare giacca - anzi giacche vista la sequenza partitica Pds-Ds-Pd - che è seguita alla liquidazione del PCI, per continuare ad essere quello di prima.
Il risultato di tutto ciò non riguarda solo e neanche in special modo il senatore Sposetti, ma tutta una generazione di esponenti e dirigenti politici comunisti che, in una certa parte di loro, hanno creduto di conservare una memoria senza doverla trasmettere nella prassi politica collettiva e personale e, quindi, rinnovarla al vaglio della critica storica e politica. Molti si sono affrettati semplicemente a dismetterla non ricordando nei loro curricula elettorali nemmeno di essere stati comunisti; altri, non potendolo occultare, fecero sapere di esserlo stati solo per sbaglio e, nella versione veltroniana, per il grande fascino di Berlinguer. Altri ancora, e Sposetti tra questi, si sono dedicati a imbalsamarla. Sul piano più propriamente del PCI si è preferito da parte di tutti costoro, da una parte, non fare i conti con la storia dei comunisti adottando l'abiura del silenzio, e, dall'altra, seguire la corrente dello smantellamento culturale, ideale e sociale indotto dalle vittoriose trasformazioni del neoliberismo. La giusta esigenza ad "adeguarsi" ai cambiamenti è stata vissuta non come l'adeguamento della critica a quelle trasformazioni socioeconomiche e alle loro sovrastrutture culturali per continuare in termini nuovi il corso di una lotta, ma come acconciarsi ad esse e allo spirito del tempo da esse indotto.

Naturalmente ne sono venuti fuori risultati disastrosi sul piano politico, con un che, a volte, di malinconico e deprimente.

L'altro giorno, per esempio, il senatore Sposetti dopo aver reso giustamente omaggio alla tomba di Togliatti, si è scatenato, a proposito della propagandistica legge sui vitalizi dei parlamentari, mandando a dire che avrebbe fatto contro di essa le barricate. "Con la legge approvata alla Camera - ha detto all'AGI - è stata lesa la dignità del Parlamento, delle Istituzioni". Per essere più chiaro ha pure aggiunto: "Dicono che voterò no alla riforma. È riduttivo. Sarebbe meglio dire che ho già costruito la maggioranza parlamentare che affosserà la legge sui vitalizi". La sua indisciplina rispetto al gruppo senatoriale del PD, Sposetti l'aveva coraggiosamente già esibita il 16 marzo scorso a proposito del voto dell'aula che aveva respinto la decadenza di Minzolini perché condannato in via definitiva a due anni e mezzo per peculato. Quel giorno aveva togliattianamente spiegato la cosa così: "Perché ho votato contro? Semplice, quando c'è un conflitto tra la magistratura e la politica, io sto dalla parte della politica" e poi contro ogni evidenza: "Se provo vergogna per aver salvato un pregiudicato? Ma non mi sembra che Minzolini sia un pregiudicato...". La dignità del Parlamento offeso dalla presenza nel suo seno di persone condannate in via definitiva, non smosse in quel momento la vigile coscienza istituzionale del senatore Sposetti, anzi venne da lui rubricata a un conflitto fra politica e magistratura.

La disciplina di partito e di gruppo, che Sposetti ha spesso invocato fra le incongrue eredità comuniste in tanti altri frangenti della vita del PD per giustificare i suoi voti più o meno sofferti su provvedimenti voluti dal partito renziano, nei casi citati non è stata e non è presa in considerazione.
Non sappiamo se lo fu, invece, quando, per esempio, si è trattato di votare il jobs act di Renzi con la reintroduzione del licenziamento del lavoratore ad nutum. Sappiamo solo che in quel caso la dignità offesa del lavoratore non indusse il senatore Sposetti a nessuna dichiarazione tonante, a nessuna barricata, a nessuna rivolta.

Eh già. C'è dignità e dignità. Quella dei lavoratori una volta, per i comunisti e la gente di sinistra, stava al primo posto insieme con quella del Parlamento dove c'erano i loro combattivi rappresentanti. A Togliatti non sarebbe mai venuto in mente, proprio per la dignità del Parlamento, di difendere Minzolini, mentre il suo partito, il PCI, era aduso andare a caccia dei corrotti e denunciare con parole e manifesti di fuoco - vi ricordate quello sui "forchettoni"? - la corruzione affiorante nella DC e nei partiti di governo.

Per non parlare di Berlinguer e della sua "questione morale"; quando Sposetti era comunista.

NON SCHERZIAMO CON L'ANTIFASCISMO

In questi giorni, con una fiammata inaspettata, è tornato alla ribalta l'antifascismo. Che poi sarebbe il pilastro su cui si dovrebbe reggere la nostra Repubblica e che fu alla base della scrittura della Carta costituzionale. L'antifascismo è una cosa seria e fa pena vederlo ridotto a occasione di baruffe propagandistiche dopo che, a sinistra, lo si è reso negli ultimi due decenni una sorta di totem esteriore verso cui genuflettersi nelle ricorrenze canoniche, per disattenderlo nell'operato quotidiano in tutti i suoi molteplici precetti, soprattutto quelli sociali e morali. Della destra berlusconiana, aennina e leghista non conta parlarne. Quando sorse, un quarto di secolo fa, per lei l'antifascismo era già un cane morto da cui tenersi distanti. E i lavacri di Fiuggi per gli eredi del Msi, dei repubblichini e di Mussolini furono accettati per pura forma. Per il potere e l'accesso al governo valeva ben cantare una messa all'antifascismo. Il berlusconismo, poi, era programmaticamente afascista pur rappresentando del fascismo la radice guicciardiniana, particolaristica, populista e qualunquista al tempo stesso. L'ex cavaliere la interpretò insuperabilmente, infettandone a poco a poco tutto, o quasi, il sistema politico italiano, spingendo i suoi naturali avversari a rincorrerlo sul suo stesso terreno plebiscitario e delle convenienze personali del momento.

La consunzione della cultura dell'antifascismo ha partorito anche il M5s che, nella suprema ignoranza dei suoi esponenti più in vista, da Di Battista a Di Maio, da Grillo a Casaleggio junior, lo porta a concionare di superamento del nobile postulato insieme con quello, fortemente complementare, di superamento di destra e sinistra. Preferendogli i concetti più trasversali, meno impegnativi ma più remunerativi elettoralmente, di onestà e sovranità nazionale. L'onorevole Di Battista, che, come è noto, a sentir lui, è oltre i vecchi e logori concetti e valori novecenteschi, ha pensato su questo tema fondamentale, a lui sconosciuto e ostico, di cavarsela ricorrendo a Flaiano: "In Italia i fascisti si dividono in due categorie: i fascisti e gli antifascisti". Ma, per lui, in questo caso, sarebbe più consona la categoria universale dei cretini di cui, come si sa, la madre è sempre incinta.

Le radici del fascismo

L'antifascismo non è una categoria dello spirito è stato un fatto storico concretissimo. Se i suoi primi interpreti e combattenti sono, oggi, quasi del tutto scomparsi non significa affatto che esso sia superato come postulato. L'antifascismo, infatti, non è stato solo la riconquista delle libertà democratiche affossate dal regime fascista, che Benedetto Croce considerava, ottimisticamente e superficialmente, una pura parentesi nella storia della libertà italiana. E' stato, ed è, molto di più. E' l'essenza ancora attuale di una rivoluzione democratica iniziata con la Resistenza e la guerra di Liberazione nazionale, impressa nelle tavole della Costituzione repubblicana, volta a recidere le radici socioeconomiche che dettero vita alla reazione delle classi proprietarie che del movimento fascista e di Mussolini si servirono. Un esito che non era obbligato ma che riassunse in sé, anche per l'incomprensione degli avversari, non solo un moto reazionario e liberticida ma il precipitare nella sua forma reazionaria, fascista e di massa, delle tare storiche non risolte dalla rivoluzione risorgimentale e immesse nell'impasto dello stato nazionale unitario. Cioè quel compromesso fra la borghesia industriale settentrionale e la grande proprietà terriera e agraria assenteista del meridione e delle isole basato sull'intreccio perverso fra la modernità del profitto d'impresa, consolidatosi ben presto dentro uno sviluppo monopolistico e protezionista, e l'arcaica rendita parassitaria. Fu questo lo scheletro attorno al quale si addensarono il particolarismo guicciardiniano e il qualunquismo, diventati nazionalisti, di una parte consistente, al nord e al sud, della piccola borghesia delle professioni, commerciale e bottegaia risvegliata ed eccitata dalla Grande guerra cui aveva partecipato imparando il mestiere della violenza. Che poi usò contro il movimento socialista e

democratico, distruggendone sistematicamente le organizzazioni popolari, assassinando i suoi esponenti più coraggiosi nel corso, come osservò Gramsci, "della più atroce e difficile guerriglia che mai la classe operaia abbia dovuto combattere". L'antifascismo conseguente si proponeva, perciò, al fine della riconquista duratura delle libertà democratiche e dei diritti sociali e civili, di recidere quelle radici affinché il ventre del mostro fosse sterilizzato per sempre. Si stabilì allora quel legame fra l'antifascismo e il progresso sociale che faceva da contrappunto al regime fascista guardiano del privilegio di classe, sia nella sua versione di reazione violenta sia in quella paternalistica.

La rivoluzione antifascista

C'è stato tutto un periodo della storia repubblicana, all'incirca il primo trentennio, in cui la "rivoluzione antifascista" progredì, come ebbe a osservare Emilio Sereni acuto intellettuale e dirigente comunista, a livello delle cosiddette sovrastrutture ideali e culturali riuscendo, poi, a incidere positivamente sul terreno delle conquiste sociali realizzate dalle classi lavoratrici e popolari e propugnate dalla Costituzione. Tuttavia la radice strutturale, quel dna consistente nell'intreccio fra rendita e profitto causa degli squilibri strutturali della Nazione, a cominciare dal Mezzogiorno, non è stato rimosso, nonostante la grande espansione industriale del paese e il suo ingresso fra le grandi potenze economiche del pianeta. Poi la società è cambiata in conseguenza del mutamento del mondo socio economico, non soltanto nazionale, in cui l'antifascismo era sorto, aveva combattuto e vinto la sua battaglia contro la dittatura. Ma nella temperie socioeconomica neoliberista nutrita dalla rivoluzione tecnologica che ha in pratica dissolto i vecchi blocchi sociali - che di per sé erano già mutati ed evoluti nel primo trentennio repubblicano - si è innestata la vecchia radice socioeconomica sopra descritta. Essa è stata sussunta dentro la marcata finanziarizzazione del capitale cui ha fatto da contrappunto la precarizzazione del mondo del lavoro. Per certi versi si è fatto più stretto il legame, per affinità elettiva, fra la rendita finanziaria e quella speculativa urbana e quella delle innumerevoli corporazioni cresciute all'ombra di quel perverso legame. Basti pensare al Mezzogiorno che rimane la grande questione nazionale irrisolta, che certo non è più quello della grande proprietà nobiliare latifondista descritto nel "Gattopardo", ma rimane comunque sempre distante negli indici di sviluppo economico, sociale e civile dal Nord. Un sud e le isole che continuano a portarsi appresso la disoccupazione endemica, l'infezione, che si è estesa, delle organizzazioni criminali - che non sono più i mafiosi campieri e gabellotti guardia armata del latifondo, ma grandi trafficanti in droga e appalti e investitori di capitali - e il riaffacciarsi prepotente di quello "sfasciume pendulo" di cui parlò, riferendosi allora alla Calabria, il grande meridionalista Giustino Fortunato agli inizi del secolo scorso. Tutto ciò tra telefonini, smartfone, computer e nuove tecnologie in genere.

Antifascismo e questione sociale

La cultura e la coscienza antifascista, intese come tensione verso la trasformazione economica e sociale per rendere effettivi i precetti della Costituzione, hanno subìto un innegabile logoramento nel quadro della più generale regressione della democrazia partecipativa. Il declino della sinistra, depositaria in special modo del nesso politico e culturale fra antifascismo, espansione della democrazia e trasformazione sociale, ha comportato un arretramento di questo nesso anche a livello della sovrastrutture ideali, in particolare della coscienza politica di massa.

Se si vuole veramente fare opera antifascista, la scelta impellente e ineludibile è quella di accingersi a ricostruire, in termini nuovi, il blocco sociale e politico popolare che solo può sorreggere l'architrave dell'antifascismo a livello ideale e culturale. Senza questo contenuto strutturale la forma antifascista deperisce e avvizzisce. E allora è inevitabile che riprendano vigore idee e forze che sembravano seppellite per sempre. E' inevitabile che penetrino fra le masse popolari e lavoratrici, strette da un'acuta questione sociale e abbandonate a se stesse da una sinistra dedita al politicismo, le mai sopite pulsioni qualunquiste e particolaristiche, corporative e demagogiche oggi venate dalla xenofobia e dal razzismo innescati dai flussi immigratori. E' inevitabile che tornino a galleggiare i detriti di una storia nazionale che sembravano per sempre depositati sul fondo.

Faccio un esempio. Se un'organizzazione fascista o addirittura nazista come "Forza nuova" si mette a difendere, com'è successo a Roma nei mesi scorsi a San Basilio e al Trullo, tra la solidarietà dei coinquilini, una famiglia italiana dallo sfratto perché quell'appartamento spetta per regolamento a un immigrato straniero, lì l'antifascismo ha già perso. E ha perso di brutto in un luogo che per le idee e le organizzazioni fasciste era storicamente off limits. Ha perso perché non è riuscito a evitare una guerra tra poveri permettendo ai fascisti di dispiegare il loro grido nazionalista e inumano: "Prima gli italiani".

Prendere di petto e con urgenza la "questione sociale" in tutte le sue sfaccettature, a cominciare da quella del lavoro e dell'occupazione giovanile precaria e non, è il problema più urgente per i sonnambuli della sinistra.

E lo è per tanti versi, compreso quello fondamentale di una rivitalizzazione dell'antifascismo. La cosa, però, non si può pensare di affrontarla solo a chiacchiere e con le "narrazioni" sul disagio sociale, ma con iniziative politiche e sociali concrete. Le leggi, che già ci sono, contro l'apologia di fascismo e i suoi derivati, hanno un senso se sono sorrette da un movimento popolare organizzato, altrimenti agitarle, dopo che i buoi del consenso sociale sono usciti dalla stalla, può diventare un boomerang, al di là delle pur nobili intenzioni ed effettive necessità.

Men che mai, poi, l'antifascismo può ridursi a orpello da tirare fuori per scopi elettorali.

Con l'antifascismo è d'obbligo non scherzare.

"FATE PERNACCHIE"

"Indovina chi viene a cena?" è un cult movie. Com'è noto è la storia di un vecchio liberal rooseveltiano americano, interpretato da Spencer Tracy, i cui princìpi antirazzisti vengono improvvisamente messi alla prova dalla figlia che vuole sposare di corsa un giovane nero, John Prentice, interpretato da Sidney Poitier. E' stato l'ultimo film di Tracy con accanto la compagna Katharine Hepburn. Dopo una lunga resistenza dettata dall'affetto per la figlia che lo porta a guardare la cosa dal punto di vista del realismo e della praticità e che lo vede determinato a opporsi e a consigliare i giovani amanti a non sfidare così apertamente i pregiudizi razziali ancora molto diffusi in America, alla fine, dopo un colloquio con la madre di Prentice, torna in sé. "Ma mi venisse un corno!" esclama. La donna gli aveva domandato che cosa accade ai vecchi da non fargli più ricordare le loro passioni giovanili e a non riconoscerle più nei propri figli. La scena finale è dominata dal discorso magistrale di Tracy davanti a tutti i protagonisti della commedia. A un certo punto ci tiene a rispondere alla madre di Prentice. "Lei ha torto signora - dice -, ha torto assolutamente. Riconosco che non l'avevo considerato, che non ci avevo neanche pensato ma so con esattezza quello che lei sente. E non c'è niente nel modo più assoluto che suo figlio sente per mia figlia e che io non abbia provato per Christina. Vecchio...sì. Avvizzito, sicuro. Però vi dico che i mei ricordi ci sono tutti. Chiari, intatti, indistruttibili. E così rimarranno campassi cent'anni". E se quelli dei ragazzi che qui si amano - aggiunge in sintesi - fossero solo la metà di ciò che ho sentito per mia moglie, sarebbero più che sufficienti per sfidare gli ostacoli, i pregiudizi, l'ignoranza di almeno cento milioni di americani che non avrebbero visto di buon occhio l'unione di un nero e di una bianca.

Il contenuto del film e il conflitto che lo attraversa mi sono venuti in mente leggendo la risposta che Michele Serra dava a Tomaso Montanari mercoledì scorso su "la Repubblica" a proposito delle prospettive della sinistra e del PD. A un Montanari che propone di ricostruire la sinistra partendo dai contenuti progressisti della Costituzione e da conseguenti politiche che allo stato delle cose sarebbero alternative a quelle perseguite da Renzi e dal PD giudicate di destra, Michele Serra oppone considerazioni di realismo politico basate sul conteggio dei voti, sic stantibus rebus, e sulla considerazione che "Essendo Renzi segretario del Pd a furor di primarie (io, tanto per chiarire che il nostro è un dibattito tra piccoletti, ho votato per Orlando)" posso assicurarti che qualunque progetto di una maggioranza di centrosinistra è costretto, ripeto costretto a tenerne conto".

Naturalmente quali dovrebbero essere i contenuti oggi di una rinnovata alleanza di "centrosinistra" con il PD, Serra non li accenna neppure, a parte un breve riferimento allo ius sòli. Anche perché dovrebbe parlare di lavoro, di occupazione, di politiche e diritti sociali che non possono essere espunti dai cosiddetti diritti civili, ma ne dovrebbero costituire il fondamento indissolubile per una politica progressista. E di comportamenti etici altrettanto importanti. Il discorso di Serra, ma di tanti "saggi commentatori" come lui in questi giorni, è tutto centrato sugli schieramenti in presenza, dove i contenuti dell'agire politico e della costruzione o ricostruzione di una forza di sinistra, conditio sine qua non per qualsiasi discorso sulle alleanze, e di un blocco sociale conseguente con tempi necessariamente non brevi, non vengono percepiti neanche lontanamente. Eppure quelle sui rapporti di forza da mutare, delle alleanze sociali e politiche da comporre attraverso la lotta per imporre con i fatti di un consenso crescente i contenuti di una politica progressista, erano i pensieri dominanti della sinistra ammaestrata da Gramsci cui, da giovane, Serra aderiva convintamente. Anche con qualche irriverenza, se non ricordo male, verso i suoi riti e i suoi dirigenti comunisti considerati un po' troppo seriosi, se non addirittura barbosi. Erano pensieri in cui il "dover essere" guidava l'azione, partendo dalla valutazione esatta dei rapporti di forza sociali e politici esistenti in quel momento. Il realismo non era la resa allo stato di cose presente, ma il punto di partenza per mutarlo in avanti. E oggi è realistica la constatazione di quanto ci sia da fare per mutare rapporti di forza enormemente favorevoli, anche sul piano ideale, ai potentati economici neoliberisti da una parte e dall'altra alle destre nazionaliste, xenofobe e sovraniste, che dominano la scena. La scorciatoia politicista non è realismo è illusione ottica.

Che cosa è successo, dunque, per far decadere e dimenticare quell'antica tensione giovanile? Che cosa è successo al vecchio Serra come a tantissimi altri come lui, che pur hanno avuto e sentito quelle passioni intelligenti, quell'impegno e quella tensione al futuro? E' accaduto che c'è stata una sconfitta epocale del socialismo in tutte le sue versioni e gradazioni, utopiche e meno utopiche, comuniste e socialdemocratiche, travolte dall'irrompere e dal prorompere del neoliberismo. Una sconfitta di lungo periodo segnata da un lungo declino della sinistra italiana ridotta alle sue macerie materiali e morali attuali. E, di conseguenza, una disillusione e uno scetticismo permanente verso tutto ciò che si propone di cominciare a cambiare lo stato di cose presente. Come il tentativo che Montanari e tanti altri giovani presenti al Brancaccio domenica scorsa vorrebbero mettere in campo. "Voglio aggiungere solo questo: sono troppo vecchio ormai, - dice Serra rivolgendosi al suo interlocutore - per non sapere come andrà a finire il vostro tentativo di fare a meno del Pd. Andrà a finire con l'ennesimo flop, perché la politica non è campo per i virtuosi. È campo per gli sgobboni, che cercano il difficile punto di equilibrio tra la virtù e la realtà, dando il dovuto rilievo all'una e all'altra. Ripeto: all'una e all'altra". Come se la politica malata di oggi non sia, per l'appunto, il frutto della messa da parte per alcuni lustri della virtù e dei virtuosi in nome di un realismo avvinghiato in modo subalterno allo stato di fatto. Sarebbe interessante sapere da Serra se i commerci politici del PD renziano e pre renziano con Berlusconi e Verdini, in predicato per divenire addirittura padri costituenti, e tante altre porcherie bipartisan o soltanto errori commessi in solitaria, siano da annoverare fra i punti di equilibrio "tra la virtù e la realtà". O, invece, un accomodamento senza virtù con il paravento ipocrita del realismo.

Si può anche essere sconfitti nella vita e nella storia, ma quando questa sconfitta diventa non ripensamento critico e anche autocritico spietato e perfino eccessivo ma scoraggiamento e scetticismo riversato sul futuro e su quei giovani che vorrebbero, anche sbagliando a volte ma certamente sgobbando, e virtuosamente sgobbando, come hanno fatto nelle ultime campagne referendarie, rimettere in piedi qualcosa di consistente e di pulito a sinistra partendo dalla Costituzione, è deprimente. Meriterebbero qualche buon consiglio e qualche incoraggiamento per andare avanti e non l'avvizzito rimprovero, ammantato di vecchia saggezza, che non riesce a immaginare null'altro che non sia la riproposizione della minestra riscaldata e fallimentare del vecchio centrosinistra con tutti i suoi "realistici" opportunismi prescindenti da contenuti programmatici adeguati e da mezzi coerenti per perseguirli. Bisogna, dunque, che la politica della sinistra torni a essere il teatro dei virtuosi che sgobbano per il bene comune e l'interesse pubblico e generale e non per sgobboni intriganti e ciarlatani. Se, invece, ci s'ingegna a far passare quei giovani per estremisti da una parte e poveri illusi dall'altra, significa non solo che si è stati sconfitti ma che ci si è arresi; non al realismo politico ma alla realtà di una società diseguale e ingiusta, soprattutto con le nuove generazioni. Significa che, tutto sommato, ci si sente fra i "garantiti" nella società delle diseguaglianze e che si teme, nel proprio subconscio, che qualcuno possa rimettere troppo in discussione equilibri sociali ed economici così personalmente appaganti e soddisfacenti. Che si è avvizziti nell'animo e non solo nel corpo.

Tutto il contrario del vecchio Matt Drayton, alias Spencer Tracy, che alla fine, tornato il vecchio leone liberal, rivolgendosi alla figlia e al suo giovane amante nero, gli dice: "Fate pernacchie" a quelli che cercheranno di ostacolarvi "per i loro pregiudizi, per la loro bigotteria".


CHI SI FERMA È PERDUTO

Dico la verità, io di Andrea Causin, deputato al parlamento, non ricordavo alcunché per la semplice ragione, credo, di non averne mai sentito parlare. L'ho incrociato ieri leggendo una sua intervista a "il Fatto Quotidiano". Una lettura prima distratta, poi divenuta attenta quando ho visto che l'onorevole deputato dice di sé: "Sono stato due ore e mezzo da Silvio Berlusconi e ho visto un uomo sinceramente preoccupato per le periferie in Italia". Poi aggiunge di aver trovato l'ex cavaliere - pregiudicato e condannato perché in possesso di "una naturale capacità a delinquere" non nelle periferie ma nei centri storici di Milano e Roma - "Sul pezzo, volitivo e generoso. E io che ho presieduto la commissione periferie (con i successi che si possono vedere a occhio nudo n.d.r. ) mi sono sentito garantito dal suo impegno". Non chiarisce se la garanzia è per la sua rielezione o per le periferie. A parte queste dichiarazioni di amore, divenute ormai quotidiane sulla bocca di una transumanza politica che si sta rispostando dalle varie componenti centriste a FI, la vicenda politica e umana dell'on. Causin potrebbe essere presa come icona di quel trasformismo che ha contraddistinto la politica parlamentare nella seconda Repubblica. Comincia la sua peregrinazione nel 1994 a Martellago, vicino Mestre, dove viene eletto consigliere comunale nelle file del PPI di Martinazzoli. Qui l'onorevole ha anche una trattoria per camionisti ed è socio di un'impresa di servizi. Il deputato - dice - lo fa solo "per passione". Nel 2005 entra nel Consiglio regionale del Veneto come civico. Poi Veltroni, che sta mettendo su il novello circo Barnum del PD, pensa bene di investire su di lui facendolo vicesegretario, membro della segreteria e responsabile degli Enti locali. "Ma poi - dice Causin - venne Bersani che socialisteggiava. Ho letto Che Guevara e Trotsky, il socialismo non fa per me". Come dargli torto? E quindi, il trattore di Martellago ha cercato di mettere subito qualche notevole distanza fra sé e il pericoloso rivoluzionario di Bettola. Per non lasciare equivoci o dubbi sul fatto di non aver assunto alcun virus socialistico nella sua permanenza nel PD, è passato subito, sebbene brevemente, con "Futura" di Montezemolo, per poi transitare in "Scelta Civica" di Monti ed essere rieletto a Montecitorio. Anche qui, vista la liquefazione del gruppo parlamentare, ha creduto opportuno passare ad altri lidi, sempre di governo beninteso, approdando nei pressi di Alfano. Oggi che anche quel ricovero sembra terremotarsi, l'on. Causin ha approdato, il 20 giugno scorso, a FI. Per garantirsi la rielezione? Non sia mai.

"Per via delle periferie", dice.

AL SENATO. UNA GIORNATA "SINISTRA"

Approvato il disegno di legge sulla concorrenza e la missione in Libia. Mdp Art. 1 si spacca in tre pezzi.

Dal resoconto stenografico della seduta del Senato del 2 agosto riguardante il voto di fiducia messo dal governo sul disegno di legge per la concorrenza.

"Nelle dichiarazioni di voto finali, hanno annunciato la fiducia i sen. Manuela Granaiola (Art.1-MDP), Berger (Aut), Marino Luigi (AP) e Tomaselli (PD). Pur nella consapevolezza che si poteva fare di più, i Gruppi di maggioranza ritengono che il ddl rappresenti il primo tassello di un percorso volto a rimuovere ulteriori ostacoli all'apertura dei mercati e alla concorrenza, per innescare un circolo virtuoso tra maggiore competitività e crescita. Art. 1-MDP ha però espresso profondo rammarico per le modifiche introdotte dalla Camera che ledono gli interessi dei consumatori. Il sen. Mucchetti (PD), in dissenso dal Gruppo, ha annunciato la non partecipazione al voto: il Governo ha posto la fiducia per evitare il voto su emendamenti scomodi che avrebbero potuto correggere le storture evidenti di un ddl che è decisamente peggiorato nel passaggio alla Camera".

Di questa legge il Presidente dell'unione nazionale consumatori dice: "Non facciamo mai dietrologia, sappiamo che certe cose sono più facili a dirsi che a farsi, ma che una legge finisca addirittura per peggiorare l'esistente, francamente è troppo". Mucchetti, presidente in conto PD della commissione Industria, dal canto suo, ha chiarito il suo atteggiamento dicendo che alcune norme contenute nel ddl "ne hanno fatto uno strumento per favorire o salvaguardare alcune grandi aziende come Enel, Generali, Unipol, Walgreens Boots Alliance e Big Pharma".

Ma la giornata "sinistra" non finisce qui. "Il manifesto" ci informa che nella votazione sul via libera alla missione italiana in Libia, in Mdp-art.1 è successo questo: "Su 43 deputati, in 20 votano sì, in cinque no (come i cugini di Sinistra italiana), uno si astiene, in 13 escono dall'aula - per lo più ex Sel - e il resto sono assenti. Si misurano insomma quelle che in una vecchia sezione si definirebbero 'divergenze di analisi' ".

A completare il quadro, con un tocco di insuperabile ironia, arriva il commento di Arturo Scotto capo degli ex di Sel confluiti in Mdp. "Ma no, non ci siamo spaccati, abbiamo avuto una articolazione politica. Ma nulla di drammatico: veniamo da percorsi diversi sui temi della politica estera. E sulle missioni. Ma divisi no: sto preparando un viaggio per il medioriente con Roberto Speranza, a settembre...".

Il problema, caro Scotto, non è da dove venite, è che non sapete dove andare. "Sanza meta ma da un'altra parte", per dirla con Brancaleone. Per il tour con Roberto Speranza in Medio Oriente è meglio che vi rivolgiate a una buona Agenzia di viaggi.


TROPPO ESPOSITO

Il Senatore del PD Stefano Esposito è un ospite fisso dei talk show di mattina, pomeriggio e sera. Stamane ad Agorà estate su Rai Tre si è lasciato sopraffare dal super lavoro mass mediatico e, soprattutto, dal caldo di Roma. Il giornale "la Repubblica", tra gli altri mass media, riporta questa sua affermazione che ha sollevato non poche proteste a sinistra. "Ci sono alcune organizzazioni non governative che hanno una posizione ideologica (o ideale, dal loro punto di vista) per cui il tema è esclusivamente salvare vite umane. Noi non ce lo possiamo permettere". Il senatore ha poi detto che lo hanno frainteso perché la frase è stata estrapolata da "un mio ragionamento più ampio sviluppato nel corso del dibattito in studio". I fraintendimenti cominciano a essere pane quotidiano nel PD. Come osserva il giornale diretto da Mario Calabresi, "È la quarta volta in poche settimane che un esponente del Pd è sotto accusa per affermazioni controverse. Aveva iniziato il consigliere dem di Ancona Diego Urbisaglia, nell'anniversario della morte di Carlo Giuliani, scrivendo che se nella camionetta dei carabinieri ci fosse stato suo figlio gli avrebbe consigliato di 'prendere bene la mira e sparare' contro il giovane morto al G8 di Genova del 2001. Era stato poi il turno di Patrizia Prestipino, che per difendere il dipartimento "mamme" appena creato dai democratici aveva parlato di necessita di 'continuare la razza italiana'. Infine pochi giorni fa il candidato segretario dem, sempre ad Ancona, Fabio Ragni, aveva dovuto chiedere scusa per un video denigratorio nei confronti degli omosessuali pubblicato anni fa e ripubblicato da Gaypost.it".

Ma perché il senatore non si riposa? Il cervello soprattutto.


SUPERCAZZOLA. IL CONTRAPPASSO DI TRAVAGLIO

Marco Travaglio quando vuole polemizzare con qualcuno non ci va leggero. Non usa il fioretto ma lo spadone. Sarcasmo, ironia e dileggio sono diffusi a piene mani sui malcapitati. Molto spesso usa termini, immagini, frasi presi dai film. Quelli di Totò vanno per la maggiore. Ieri, nel suo articolo di fondo, ha preso di mira la povera Laura Boldrini colpevole di aver reagito a modo suo alla campagna che ha messo in stato di accusa le Ong per l'attività umanitaria di salvataggio in mare dei migranti provenienti dalle coste libiche. Sulla questione il direttore de "il Fatto Quotidiano" assume la taglia dell'uomo d'ordine - sulla scia del grillino on. Di Maio che qualche mese fa aveva dato il via alla caccia alle Ong in combutta, questa l'accusa, con i trafficanti di uomini donne e bambini - che s'immedesima nel ruolo del governante che deve trovare soluzioni pratiche al problema, senza avere tante ubbie sognatrici e umanitarie. Senza nominarlo ce n'è pure per Saviano: "Gli intellettuali, non avendo compiti operativi, possono pure sognare: i governanti no". "I governanti - aggiunge tornando a riferirsi alla Boldrini - se non condividono una soluzione, hanno il dovere di indicarne un'altra" altrimenti possono accomodarsi "al bar a pontificare in libertà".

Al problema dei migranti, dice bontà sua, "Soluzioni facili prêt-à-porter e a buon mercato non ce ne sono". Tuttavia, insieme a una vasta schiera di politici che invocano legge e ordine solo quando si tratta degli altri, mostra di gradire i provvedimenti di contenimento, come lui li chiama, del Ministro Minniti. Sui quali impegna tutta la sua verve logica e giuridica per dimostrarne correttezza ed efficacia, di contro alle resistenze ingiustificate, per non dire sospette di intelligenza con gli scafisti, di alcune Ong a cui quel codice di comportamento non piace. Alla fine Travaglio al codice Minniti ritorna, per dileggiare l'alternativa proposta dalla Boldrini: "Dobbiamo accoglierli tutti? No. - aveva detto la Presidente in una lettera a "la Repubblica" il giorno prima - Il flusso dei migranti va gestito dall'Italia e da un'Europa che deve riuscire a farsi carico delle proprie responsabilità". Una "supercazzola" la chiama Travaglio. Termine da lui assai usato - preso dal film di Monicelli "Amici miei" - per dire di una cosa impossibile, irrealistica, campata per aria, un non sense detto per confondere l'interlocutore.. Poi la stoccata finale: "Manca solo 'la pace nel mondo', poi la Presidenta - proprio così, con la 'a' finale - è pronta per Miss Italia".

Tuttavia, nel corso dello scritto a un certo punto il pugnace Direttore, se non altro perché nella sua redazione c'è chi la pensa diversamente - vedere nello stesso numero gli articoli di Antonio Padellaro "A casa loro? Andateci voi in quei lager e poi parlate", e di Guido Rampoldi "E ora l'Italia non vede 150 mila migranti intrappolati in Libia" - a proposito dei singoli provvedimenti governativi, si lascia scappare: "Noi per esempio tremiamo all'idea dei migranti respinti dalla Guardia costiera libica verso i 'campi' (lager, Travaglio, si chiamano lager n.d.r.) del cosiddetto governo di Tripoli assediato da milizie e tribù". Dopo tutto quello che dice nell'articolo il suo timor tremulo non può che apparire, per contrappasso, come una "supercazzola" che però, rispetto a quella boldriniana, è "prematurata" nell'ambito grillino, completandosi con un "doppio scappellamento a destra come se fosse antani".

A perfezionare questo quadro "travagliato", c'è il titolo di oggi de "il Fatto Quotidiano" in prima pagina a celebrazione dell'azione governativa: "Il Mare si svuota. Per ora".

Ricorda il luxemburghiano "L'ordine regna a Berlino". Quello dei cimiteri.


BAÜSCIA

"Beato quel popolo che non ha bisogno di eroi" scriveva Bertolt Brecht. Ma l'Italia più che di eroi avrebbe bisogno, nel campo politico, almeno di qualche persona normale. Attualmente, invece, è ben fornita, purtroppo, solo di cialtroni e ciarlatani. Il repertorio di maschere a disposizione è assai vasto e vi si trova di tutto. C'è il vecchio intramontabile corruttore, sempre pronto a farsi avanti e ad allungare le mani a destra e a manca; c'è il suo sosia, giovane toscano, detto "il bomba", che usa spararle a raffica per non farsi dimenticare; c'è il comico genovese squinternato dallo sguardo stregonesco suscitatore di folle e follie elettorali; c'è l'ex ragazza romana post fascista divenuta post ragazza e rimasta fascista e, infine, c'è lui che li supera tutti: Matteo Salvini. E' uno che non sa che cosa sia la vergogna. Non ha mai lavorato, è sempre stato un politico di mestiere percependo stipendi notevoli. Anche lui, prima di tentare la sorte in politica con la Lega di Bossi, ci provò con la TV, partecipando appena dodicenne a "Doppio slalom". Poi è cresciuto e ha creduto opportuno cimentarsi, a 20 anni, anche nel "Pranzo è servito". Da cui uscì con qualche esperienza in materia, giacché cominciò la grande abbuffata d'incarichi istituzionali: consigliere comunale a Milano dal 1993 al 2012, deputato europeo e anche al parlamento nazionale nell'intervallo. Insomma a tavola c'è rimasto appiccicato, occupando, a volte, anche due posti contemporaneamente. Milanese e milanista verace ha preso il diploma al Liceo classico Manzoni, ma la maturità no. Quella non l'ha mai avuta. Ha poi frequentato l'Università, facoltà di Storia, senza mai laurearsi perché - ha detto - che prima della laurea voleva la "Padania libera". Con grande giubilo della laurea e anche della Storia che, terrorizzate di doversi accoppiare a un tale soggetto, furono ben felici di rimanere nubili.

Poi la Padania è sfumata nelle nebbie della corruzione bossiana e lui capeggia ora una Lega che ha rovesciato in nazionalista e xenofoba. Per fare audience, è solito insultare i Presidenti della Repubblica. Nel 1999 disse a Ciampi, in visita a palazzo Marino a Milano, che non era il suo Presidente rifiutandosi di stringergli la mano, Carlo Azeglio ne rimase sollevato. A Mattarella, l'altro ieri, ha detto di vergognarsi perché sugli immigrati non la pensa come lui. E anche Mattarella è rimasto contento di non avere i suoi stessi, si fa per dire, pensieri. Per non correre il rischio di uscire dalle fogne, che sono il suo elemento naturale, l'anno scorso commemorò da par suo la scomparsa di Ciampi accusandolo di essere "Un traditore dell'Italia e degli italiani". Nel suo frenetico agitarsi politico, Salvini ha combinato di tutto pur di farsi notare. Nel 1999, da capo dei giovani padani di Milano, fu condannato a 30 giorni di carcere per un lancio di uova contro l'allora Presidente del Consiglio D'Alema. Prima, nel 1997, sempre da giovane padano, capeggiò persino una lista comunista nella carnevalesca elezione del parlamento del nord ai tempi di Bossi. Credeva che la sua frequentazione giovanile del centro sociale milanese Leoncavallo lo rendesse credibile. Prese il 5%. La cosa deve essergli scottata perché ora, per riparare, non esita ad allearsi con i fascisti di ogni risma e sigla: da "Forza nuova" a "Casa Pound".

Tra le qualità in cui eccelle, oltre a fare l'indossatore di felpe che esprimono il suo pensiero politico del momento, c'è sicuramente la coerenza. In particolare a proposito di euro. Nel 2012 diceva: "I meridionali? L'euro non se lo meritano, la Lombardia e il Nord l'euro se lo possono permettere. Io a Milano lo voglio, perché qui siamo in Europa. Il Sud invece è come la Grecia e ha bisogno di un'altra moneta" Poi, su questa faccenda dell'euro, come per la Padania, due anni dopo ci ha ripensato. "L'euro è morto, ormai lo dice anche chi l'ha inventato. Diventeremo terzo mondo se non ne usciamo prima che la sua fine ci travolga ... questa moneta è troppo forte, troppo sbagliata, fa bene solo alla Germania. L'Europa non sarà mai in grado di gestirla nell'interesse di tutti". Oddio, si può sempre cambiare idea sulle cose, ma sarebbe bene spiegarne il perché e, volendo, farsi anche qualche autocritica. Ma Matteo Salvini è al di fuori di simili complicanze intellettuali. Lui è uno che segue il vento del mercato politico. Prima, nella Lega, andava di moda prendersela con i meridionali, "i terún", magari con i "colerici" napoletani come fece lui in un celebre balletto; ma oggi il mercato chiede improperi contro gli immigrati. Prima era lo sputazzo sul tricolore che portava voti nelle valli lombardo-venete; e Salvini non risparmiava la saliva. Nel 2011 si esibiva così a Radio 24: "Il tricolore non mi rappresenta, non la sento come la mia bandiera....A casa mia ho solo la bandiera della Lombardia e quella di Milano...Il tricolore è solo la Nazionale di calcio, per cui non tifo". Tanto per chiarire fra lui e Carlo Azeglio Ciampi chi era il patriota. Oggi a portare voti è l'insulto contro gli immigrati definiti nullafacenti, mantenuti a sbafo, grassatori e violentatori che rendono insicure le ridenti contrade del nord lombardo fino a oggi tranquillamente pacificate dall'infiltrazione di 'ndrangheta e mafia.

Nel 2009 propose di riservare alcuni tram, bus e vagoni del metrò di Milano ai milanesi, in particolare "Alle donne che non possono sentirsi sicure per l'invadenza e la maleducazioni di molti extracomunitari". Mentre al sicuro lo erano da Salvini che, viaggiando in macchina, i mezzi pubblici non li prendeva.

In un quarto di secolo il timido e impacciato giovane, un po' allampanato, del "Pranzo è servito" che dichiarava, candidamente, al presentatore televisivo di essere "nulla facente", è diventato il greve frequentatore di bar di terza categoria. Non più nulla facente, purtroppo.
Capelli corti, barba quanto basta, viso impagnottato dalla fatica quotidiana di spararle alzo zero con strafottenza, il giovane principe si è trasformato, al contrario della nota fiaba, nel rospo leghista. A baciarlo è stata la Lega di cui è diventato leader dopo l'immorale fallimento di Bossi, colpito dal figliolo scialacquatore e approfittatore, non un delfino ma una "trota"; e con lui dall'ignominia di un'intera classe politica leghista dedita ai bagordi con soldi pubblici. Il Salvini, essendo nelle seconde file, ha avuto modo di eclissarsi e di presentarsi con l'aureola del rinnovatore.

L'altro ieri ha preso di mira Roberto Saviano, minacciandolo di levargli la scorta se, per estrema sfortuna e disgrazia degli italiani, dovesse andare al governo. Non sa lo statista padano che le scorte non le decide il governo. Lui invece la scorta ce l'ha; sono militari ma sarebbero più consoni degli infermieri.

E' considerato un leader, ma a Milano i tipi come lui li chiamano "Baüscia".