CULTURA & DIRITTI

FORO ROMANO

di Aldo Pirone

OSMOSI

L'altro giorno il Presidente Mattarella, contrariamente al suo solito stile felpato, deve essersi arrabbiato un bel po' a sentire ricircolare ipotesi di elezioni anticipate dalle parti del PD. Perciò, parlando a nuora perché suocera intendesse, ha ricordato ruvidamente al Parlamento: "Provveda sollecitamente al compimento di due importanti adempimenti istituzionali: la nuova normativa elettorale per il Senato e per la Camera e l'elezione di un giudice della Corte costituzionale". Nella nota ufficiale ha poi aggiunto di aver incaricato i Presidenti di Camera e Senato, Boldrini e Grasso, di "rappresentare ai rispettivi gruppi parlamentari l'urgenza che rivestono entrambe le questioni per il funzionamento del nostro sistema istituzionale".

Ovviamente tutti i maggiori esponenti politici si sono sbracciati a dare ragione al Presidente nella grande fiera dell'ipocrisia che è diventata la politica italiana.

Ultimo arrivato, oggi, in un intervista al "Corriere della sera", è la "gazzella" Di Maio. Il vicepresidente della Camera, sentendosi già candidato premier in pectore del M5s, è costretto a correre nella savana elettorale per non essere acchiappato dai leoni, si fa per dire, degli altri partiti inseguitori. Perciò ne inventa una al giorno. Quella di stamane recita così: "Per noi si parte dal Legalicum (la legge elettorale frutto delle correzioni della Consulta ndr), ma in commissione si può discutere di eventuali modifiche che ci vengano sottoposte come abbassare la soglia per il premio di governabilità". Che oggi è al 40%.

Cioè, in parole povere, contro ogni decenza costituzionale e democratica, il lord Brummel dei pentastellati propone di dare a un partito che abbia raggiunto, per ipotesi, la soglia del 35% dei voti la maggioranza dei seggi. Se ne ipotizza il 55%. E questo super dono elettorale, chiamato pudicamente "premio di governabilità", che stravolgerebbe ogni principio democratico di rappresentatività viene spacciato come legato al "Legalicum", ossia legale.

Ma allora perché il M5s si è battuto contro l'Italicum di Renzi e, soprattutto, perché si è fieramente opposto allo stravolgimento della Costituzione il 4 dicembre scorso? Invece di agitarsi tanto i dirigenti pentastellati potevano andare, se non al mare vista la stagione, almeno in montagna.

Se sulla legge elettorale, che è questione fondamentale per far vivere una democrazia partecipata e progressiva come quella postulata negli articoli della Costituzione, invece del principio di rappresentanza si adotta quello della convenienza del momento, che differenza c'è fra il M5s, Berlusconi, Renzi, Salvini, Meloni e compagnia cantando?

Non era stato Grillo a pronunciarsi per il ritorno al "mattarellum" il 16 maggio 2013, dicendo: ''Noi un ritorno alla legge precedente lo sosterremmo, rifare i collegi sarebbe semplicissimo"? E il gruppo parlamentare del M5s non aveva votato alla Camera il successivo 30 settembre la mozione Giachetti che ne richiedeva la reintroduzione? E perché oggi non lo ripropongono, prendendo in parola le dichiarazioni di Renzi quando dichiara che il "mattarellum" sarebbe la proposta del PD?

In questi giorni seguendo gli sgomitamenti a sfondo elettorale del M5s, soprattutto dei suoi esponenti più in vista come Grillo e, per l'appunto, Di Maio, che spaziano a tutto campo, dai sindacati agli immigrati, nel solleticare l'acquolina nelle bocche di destra, non si sfugge all'impressione di una certa osmosi con certe pratiche stantie del vecchio ceto politico. In ossequio al principio che nulla si distrugge ma tutto si trasforma.

Nel senso del trasformismo che, com'è noto, rappresenta, nella politica del Belpaese, una delle più vive e feconde attività nazionali.

IPOCRISIA

Il 23 maggio, c'è stato il ricordo della strage di Capaci: l'assassinio, da parte di Cosa nostra, del giudice Giovanni Falcone, di sua moglie Francesca Morvillo e degli agenti della Polizia di Stato della sua scorta: Vito Schifani, Rocco Dicillo e Antonio Montinaro.

E' stata una giornata d'intensa e partecipata commozione per coloro che sostennero Falcone, insieme all'altro martire giudice Borsellino, nella loro battaglia, contro la mafia e i legami omertosi con certi pezzi del potere in qualche modo corrivi a quel tipo di criminalità. "Una singolare convergenza - come recitava l'ordinanza-sentenza del 1985 preliminare per il primo maxiprocesso - fra interessi mafiosi e interessi attinenti alla gestione della cosa pubblica, fatti che non possono non presupporre tutto un retroterra di segreti e inquietanti collegamenti che vanno ben al di là della mera contiguità e che devono essere individuati e colpiti se si vuole davvero voltare pagina". Da qui il senso di fastidio per l'ipocrisia di chi, occupando nel tempo posti di governo, soprattutto in Sicilia e a Roma, oggi esalta la figura del giudice ma non ha ancora fatto - da allora è passato un quarto di secolo - tutto quel che è necessario per debellare il "retroterra di segreti e inquietanti collegamenti" con la mafia e altre organizzazioni criminali che infestano parti cospicue dell'Italia, non solo al sud. Un senso di fastidio che diventa indignazione per quelle forze politiche che continuano ad annoverare al loro interno politici opachi non esenti da legami esterni con le organizzazione mafiose e criminali. Il senso di fastidio riguarda anche coloro che, dopo che il giudice era stato isolato ed estromesso sistematicamente dagli incarichi giudiziari naturali a cui avrebbe dovuto accedere, attaccarono da "sinistra" Falcone per aver accettato l'incarico offertogli dall'allora guardasigilli Claudio Martelli di dirigere nel suo ministero la sezione Affari penali. In quella responsabilità Falcone realizzò cose importanti: Procura nazionale antimafia con la sua banca dati; Procure distrettuali; Dia; legge sui pentiti e 41 bis. Gli abominevoli sospetti di Leoluca Orlando, Galasso e altri li abbiamo risentiti in TV nei filmati dell'epoca. Ad essi Falcone rispose davanti al Csm dove era stato trascinato il 15 ottobre, pochi mesi prima della morte, da un esposto del medesimo Orlando: "Non si può investire nella cultura del sospetto tutto e tutti. La cultura del sospetto non è l'anticamera della verità, è l'anticamera del khomeinismo".

Mentre, come disse La Rochefoucauld, l'ipocrisia è l'omaggio che il vizio rende alla virtù.

VACCINO OBBLIGATORIO

In Italia quella degli orologi rolex deve essere una malattia contagiosa. Prima, nel marzo del 2015, c''era stato il rolex Daytona, tra i più ambiti nel suo genere, del figlio a inguaiare il ministro Lupi costringendolo alle dimissioni. Poi c'era stato nel novembre 2016 l'episodio edificante della delegazione al seguito di Renzi in visita in Arabia saudita che, tanto per farsi riconoscere, aveva dato l'assalto ai rolex regalo messi in bella mostra dagli ospiti arabi. Oggi arriva alla ribalta il rolex della sottosegretaria Simona Vicari a evidenziare come urgente, tra le vaccinazioni decise dal governo per i piccoli da 0 a 6 anni che intendono frequentare asili e materne, anche quella antirolex per membri del governo e d'intorni. Senza limiti d'età e anche di costo. Perché se l'orologio di Lupi junior costava diecimila euro quello gradito dalla nostra Simona solo un po' più della metà.

Stando all'ennesima inchiesta della magistratura, questa volta palermitana, sembra che il fatale cronografo sia stato elargito alla vigilia di Natale, per riconoscenza di un favore che la sottosegretaria, appartenente all'area più indagata d'Italia, quella di Alfano, ha fatto all'armatore Morace, ma anche ad altri nel suo campo. Si tratta, come d'uso, di un emendamentino nella legge di stabilità per il 2017 che ha abbassato l'Iva sulle attività di trasporto marittimo dal 10 al 5%. Morace ci ha guadagnato, secondo gli inquirenti, 1,5 milioni di tasse in meno. Lo Stato ne ha persi 7. La Vicari dice che la cosa non riguardava solo Morace ma tutto il settore. Per questo si apprestò ad annunciargli subito il lieto evento: "Ti volevo dire in anteprima che in commissione l'emendamento è stato approvato". Al che l'armatore chiede giulivo: "Bello ma col 5%?". E la Vicari con orgoglio: "Yes, non c'è storia per nessuno". Poi si raccomanda: "Eh senti dico non lo sa nessuno: tu se sei il primo".

La Vicari è donna politica di lungo corso. Ha fatto in tempo a militare nel PSDI di Tanassi, Nicolazzi, Cariglia e Longo, nell'ultimo declinante scorcio di vita della Prima Repubblica. A 23 anni già faceva l'assessore a Palermo. Poi, conseguentemente, è stata stabilmente nel centrodestra: deputata all'assemblea siciliana, sindaco di Cefalù, parlamentare e, infine, nel gruppo degli alfanidi che l'hanno promossa sottosegretaria. Giustamente lei si difende dall'accusa. Ma vi pare - dice - che un rolex, anche se costoso, poteva ripagarmi del cospicuo vantaggio economico insito nel mio emendamento? E poi aggiunge: "Dalle intercettazioni si capisce benissimo che si tratta di un regalo di Natale. Poi sì, io ho chiamato per ringraziare. Ma se lo avessi fatto per corruzione, secondo lei avrei ringraziato?" (Intervista al "Corriere della sera" di oggi). Giusto. Infatti, lo ha sobriamente ringraziato: "Sei stato davvero un tesoro". Alla signora onorevole, si fa per dire, non passa neanche per l'anticamera del cervello che un parlamentare e sottosegretario non deve, per una questione di evidente eticità, accettare regali da chicchessia, soprattutto se il donatore è stato beneficato da un qualche atto compiuto dal politico beneficiato nell'esercizio delle sue funzioni di governo o parlamentari. La cosa che più spaventa è proprio questa leggiadra, ma apparente, inconsapevolezza della Vicari. E' come se si parlasse di un entità, la correttezza etica, a lei sconosciuta. Mai intravista nelle sue frequentazioni umane e politiche.

Non sa l'ex sottosegretaria che il governo Monti aveva emanato un codice etico dove al comma 2 dell'art. 4 recita: "Il dipendente non accetta, per sé o per altri, regali o altre utilità, salvo quelli d'uso di modico valore", ovvero "non superiore a 150 euro"? Evidentemente il codice non viene sempre osservato. E' la stessa Vicari a denunciarlo: "Ci sono ministri che hanno preso non uno, ma tre Rolex e sono ancora in carica".

Per questo urge il vaccino.

LINGUA BIFORCUTA

Giovedì della scorsa settimana a "otto e mezzo" di Lilli Gruber c'erano Prodi e Marco Damilano giornalista dell'Espresso. Si è discusso delle solite ipotesi di schieramenti e di altro ancora, molto meno dell'oggetto dell'invito al professore: il suo ultimo libro sull'Italia, intitolato "Il piano inclinato". A un certo punto Prodi ha detto di essere rimasto colpito dal comportamento del candidato socialdemocratico a cancelliere nelle prossime elezioni tedesche Martin Shultz: "Quando era presidente del parlamento europeo - ha evidenziato il professore - ha parlato a favore degli eurobond, come ha passato il confine germanico si è immediatamente allineato allo spirito pubblico tedesco e ne ha parlato contro".

Shultz rappresenta una tra le più antiche organizzazioni partitiche del socialismo europeo, la SPD; uno dei partiti più forti, o, a dir meglio, meno deboli della sinistra europea. L'osservazione di Prodi segnala uno dei limiti di fondo di tutti i partiti facenti parte del PSE europeo e, più in generale, di tutta la variegata sinistra del nostro Continente. Il limite di non riuscire a sollevarsi dal proprio ambito nazionale e veramente unirsi sul piano europeo. I socialisti di ogni tendenza, nati internazionalisti, stanno morendo nazionalisti. Chi conosce la storia del socialismo europeo e mondiale sa che questa tendenza a chiudersi e a essere eccessivamente condizionati dai propri confini nazionali non è nuova e ha riguardato tutte le ispirazioni socialiste, compresa quella comunista. Ha avuto varie vicissitudini che non è qui il caso di approfondire. Che il socialismo, internazionalista per definizione, dovesse nazionalizzarsi per poter efficacemente condurre le proprie battaglie su scala nazionale, è cosa che avevano propugnato anche Marx e Engels. In un'epoca in cui il capitalismo sprigionava, in modo anche furioso, insieme alla sua innata tendenza mondialista, la sua propensione nazionalista e imperialista, era del tutto naturale e ovvio che il socialismo si cimentasse su quest'ultimo terreno fondamentale. Senza abbandonare però la sua origine internazionalista: "Nostra patria è il mondo intero, nostra legge è la libertà..." diceva una canzone del nascente movimento operaio. Per essere concretamente internazionalisti bisognava diventare egemoni sul piano nazionale. Cosa che ha dato i suoi frutti nel "trentennio glorioso" del secondo dopoguerra.

Oggi, però, la situazione appare rovesciata. Il capitale si è globalizzato all'insegna del neoliberismo e lo spazio nazionale è occupato da nuove destre rampanti che alimentano le loro tradizionali pulsioni nazionaliste e sovraniste con la reazione dei ceti popolari e operai alle incertezze, alle insicurezze alle regressioni sociali in termini di salari e diritti, indotte qui in Occidente dalla globalizzazione neoliberista.

Qual è il punto di riflessione? A me sembra che sia il seguente: se la sinistra d'ispirazione socialista non riprende una sua forte connotazione internazionalista corroborata da una conseguente iniziativa politica, europeista nel nostro caso specifico, con programmi e proposte precise sulle questioni del lavoro, del welfare, della sicurezza, del controllo dei movimenti finanziari e delle delocalizzazioni industriali ecc. corre il rischio, già diffusamente in atto, di non riuscire a svolgere neanche una funzione nazionale nel proprio paese. Essa sarà sballottata fra la destra neoliberista e globalista e quella sovranista e xenofoba. Subalterna ad ambedue. Incapace, come Shultz, di dire le stesse cose sia nelle sedi delle istituzioni europee a Bruxelles e Strasburgo sia a Berlino, Roma, Parigi, e nelle altre capitali degli stati dell'Unione europea.

Una sinistra fatalmente indotta a parlare con lingua biforcuta.

I PERCHE' DI MICHELE

"Come spiegare, per esempio, la decisione del sindaco fascista di Nardò, signor Mellone, di votare alle primarie del PD? E di farlo, come dire, non a sua insaputa, ma in seguito ad accanita campagna elettorale (pro Emiliano) e appassionata partecipazione, recandosi alle urne (del PD) con codazzo di camerati." Se lo chiedeva ieri Michele Serra nella sua "Amaca" quotidiana. Seguivano - piacevolmente ironiche - varie ipotesi di spiegazione. Quella finale, ma la meno realistica, era: "Per il puro gusto di rompere le balle". "Guardate - continua Serra - non è facile rispondere: nemmeno per il signor Mellone". Poi Michele conclude con un invito alla buona creanza: "Perché - scrive - se io mi presentassi a casa sua, verso mezzogiorno, dicendogli che voglio assolutamente stabilire il menù della sua famiglia, mi inviterebbe giustamente a farmi gli affaracci miei. E dunque: perché lui non si fa i suoi?".

Ma perché, caro Michele, nessuno gli ha detto di farseli gli affari suoi. Le primarie del PD(R)) non prevedono tale regolamentata possibilità. E dunque, il caso di scuola in oggetto, porta con sé un'altra inevitabile domanda: ma perché Michele Serra, che si considera una persona storicamente di sinistra, anche se a volte lo sembra solo per inerzia, è andato a votare insieme a Nardò e il codazzo di camerati al seguito?