CULTURA & DIRITTI

FORO ROMANO

di Aldo Pirone


COSTRUTTORI DI SOFFITTE

Domenica a Locri il Presidente Mattarella ha pronunciato parole forti contro la mafia: "La mafia - ha detto - è ancora forte, presente, tenta di dominare pezzi di territorio e cerca di arruolare in ogni ambiente. Bisogna azzerare le zone grigie. E' necessario non fermarsi e prosciugare le paludi dell'inefficienza, dell'arbitrio, del clientelismo, del favoritismo, della corruzione, della mancanza di Stato, che sono l'ambiente naturale in cui le mafie vivono e prosperano". Subito, Renzi, come riporta l'Huffington post, si è tuffato a pesce: "È bello vedere oggi il Presidente della Repubblica, il Presidente di tutti gli italiani, alla manifestazione di Libera per la 22' Giornata della Memoria ... il Presidente Mattarella compie oggi un gesto particolarmente significativo per il Paese ma anche per la sua storia personale. Grazie Presidente Mattarella". E poi giù con altri ringraziamenti: "Grazie a don Ciotti, a Libera, al Vescovo di Locri Oliva. Grazie a chi combatte non solo nella Locride: il gesto di oggi dovrebbe commuovere e muovere tutti gli italiani. Un pensiero speciale a don Peppe Diana, in questo 19 marzo". Infine l'immancabile "Gli anni passano, la memoria resta più forte che mai".

Peccato che sì forte, imperitura e ferrea rimembranza non sia stata trasferita nella sua mozione congressuale. Un testo reso pubblico, tra il disinteresse dei più, giovedì scorso. Tanto le cose che si scrivono, o non scrivono, non contano niente. Anche se scintillanti sono solo noiose. Per promuoversi valgono più i twitter, le rutilanti slide, i post su facebook, i giochi di parole, le comparsate in radio e tv e via apparendo. In fondo non si tratta di un Congresso dove si deve dibattere, discutere, confrontarsi sul che fare e come farlo, ma solo di una galoppata fra i gazebo. Tuttavia qualcosa Renzi e i suoi gohstwriter hanno dovuto mettere su carta: 41 pagine per 12.737 parole e 72.095 caratteri ordinati in 8 capitoli, 232 paragrafi e 924 righe. Ebbene in tanta abbondanza, la parola "mafia" appare una sola volta: "Sul piano della legalità e della lotta alle mafie, - si dice - l'educazione alla legalità deve essere la bussola per ogni buona pratica di cambiamento". Roba forte. Insomma su uno dei cancri più rovinosi del paese nella mozione di Renzi non c'è denuncia, non c'è allarme, non c'è impegno solenne e proposte specifiche che vadano un po' più in là dell'educazione civica, per altro giusta e sacrosanta. Gli altri fenomeni criminali, come camorra e 'ndrangheta, non vengono manco citati. Neanche nel capitolo dedicato al Mezzogiorno. Su tutta la piovra dei poteri criminali niente di niente, zero parole e "zero tituli". Altrettanto sull'altra grande questione nazionale: la corruzione; che si porta dietro, nel buio di ogni impegno, le parole: etica, moralità, questione morale; pure loro neanche menzionate. Per non dire del clientelismo, ricordato da Mattarella. Nominarlo in questi giorni dalle parti di Rignano è come parlare di corda in casa dell'impiccato. Ah! I bei tempi del "Daspo ai corrotti".

Se si approfondisce la lettura del teso renziano si vede a occhio nudo che mancano del tutto le grandi questioni che attanagliano l'Italia, da sempre. Non c'è nemmeno una parola sulle questioni della rendita speculativa, finanziaria e urbana, che sottrae risorse produttive al paese; su come fronteggiare il problema in Italia e in Europa del controllo sui movimenti del capitale finanziario e di quello industriale con le sue delocalizzazioni selvagge d'interi comparti produttivi e dei servizi. Il solo capitale di cui si parla è il "capitale umano", che detto da Renzi potrebbe sembrare il fantozziano "com'è umano lei" rivolto a Marchionne.

Così com'è del tutto ignorato il grande tema della lotta all'evasione fiscale su cui si spende solo un timido e fuggevole accenno, messo assieme all'elusione e alla spending review. Nella mozione prodotta dal "giglio magico" non ci sono i lavoratori - parola, insieme a operai, del tutto assente - in carne e ossa, non ci sono i giovani, non ci sono i poveri, non c'è il ceto medio declassato e impaurito, non c'è la gente indignata, sofferente, disillusa, offesa dai comportamenti quotidiani di buona parte del PD. Non c'è l'Italia. Ci sono molte parole pirotecniche per non dire quasi niente, se non le solite e ormai patetiche promesse futuristiche atte a tenersi le mani libere.

C'è però, all'inizio del testo, per spiegare come i renziani vedono e giudicano la situazione italiana, un richiamo ad Antonio Gramsci: "L'elemento popolare - scriveva nei Quaderni del carcere - 'sente', ma non sempre comprende o sa; l'elemento intellettuale "sa", ma non sempre comprende e specialmente 'sente' ". Se l'elemento intellettuale è riferito a se stesso, Renzi ha sbagliato indirizzo. Lui e i suoi accoliti non sentono, non comprendono e non sanno. Soprattutto non hanno capito che "l'elemento popolare", invece, ha ben compreso la natura della sua politica. Se Matteo da Rignano voleva trovare in Gramsci qualche riferimento appropriato per sé e il "giglio magico" avrebbe dovuto cercare nel Quaderno "Passato e Presente" la nota: "Costruttori di soffitte".

RIFORMISMO-TRASFORMISMO

Ogni tanto viene fuori qualcuno che cerca di aggettivare parole che hanno un significato storico di un certo peso con l'intento di renderle più incisive, penetranti e radicali. Diversi lustri fa, Achille Occhetto, ultimo segretario del PCI e primo del PDS, inventò il termine di "democrazia incontentabile". Pensò così, allo scopo di dare forza alla "discontinuità" con la storia precedente, di superare la più classica e togliattiana espressione di "democrazia progressiva" che aveva accompagnato la lotta dei comunisti italiani durante tutti i quarantacinque anni della prima Repubblica. L'obiettivo era anche quello di rendere il termine "democrazia" più radicale, nel momento in cui, dall'altra parte, si sdoganava la parola "riformismo" - bestia nera dei comunisti da Lenin in poi, e prima ancora dei massimalisti socialisti - come postulato dell'agire della sinistra postcomunista. Il termine "incontentabile" non accontentò nessuno e, come tutto il resto dell'opera occhettiana, non ebbe molta fortuna; fu presto dimenticato. In precedenza, nel "secolo breve" del novecento, il termine democrazia era stato oggetto, in Italia da parte di qualcuno, della curiosa ma penetrante aggettivazione di "progrediente" all'epoca del riformismo giolittiano. La cosa fu immortalata in una epigrafe sopra un mobile che raccoglieva in diversi volumi centinaia di migliaia di firme che, nel 1914, vollero omaggiare in Piemonte lo statista di Dronero per la sua "fiducia nella democrazia progrediente" per l'appunto. Poi la parola "democrazia", entrata per forza di cose nelle menti comuniste durante la lunga battaglia antifascista - menti fino allora soggiogate dal mito "dittatura del proletariato" tramite i soviet espressione della "democrazia proletaria" - fu aggettivata da quest'ultimi, per non confonderla con la "democrazia borghese" di cui si continuava a dire peste e corna, come "democrazia popolare". Era il modo trovato da Dimitrov, e accettato provvisoriamente da Stalin, per definire regimi in cui i partiti comunisti operavano insieme a forze borghesi nei paesi che l'Armata rossa aveva liberato dai nazisti all'indomani della vittoria nella seconda guerra mondiale. La "democrazia popolare" nell'est Europa ebbe vita breve, l'avvento della "guerra fredda" la mise alla porta e la democrazia divenne socialista ma senza libertà e, a veder bene, anche senza la democrazia.

In Italia in quest'ultimo quarto di secolo la parola che ha dominato nell'autodefinizione dei partiti è stata "riformismo". Come già detto, nella sinistra postcomunista fu sdoganata dopo lo scioglimento del PCI. Nel nostro paese, ma non solo, il "riformismo" aveva storicamente contraddistinto una tendenza interna al movimento socialista in contrapposizione a quella massimalista e rivoluzionaria. Tutta la vita del Partito socialista fu, dall'inizio, dominata da questa diatriba. Il termine non distingueva una diversità di fini ma, più che altro, una diversità di mezzi per raggiungere lo stesso scopo: il socialismo. La tendenza riformista non era maggioritaria tra i militanti del partito, lo era invece a livello elettorale e sindacale nella Confederazione generale del lavoro (Cgl). I riformisti socialisti erano stati quelli più dediti all'organizzazione concreta delle masse lavoratrici e delle loro lotte. Soprattutto nelle regioni centrali dell'Emilia Romagna, Toscana, Umbria, Marche, segnate dal bracciantato agricolo e dai contratti agrari di origine semifeudale come la mezzadria e la colonìa. Ancora nelle elezioni truffaldine del 1924, con il fascismo al potere da due anni, il PSU, partito socialista unitario capeggiato dai riformisti di Turati, Treves e Matteotti, scissosi dal PSI due anni prima - dopo i comunisti che se n'erano già andati nel '21 - risultò ottenere consensi maggiori della casa madre. Dopo la guerra, come si è detto, il termine "riformista", come quello di "socialdemocratico" a esso connesso, continuò a non avere a sinistra un grande successo. Anzi, per la verità, veniva ideologicamente assolutamente aborrito, anche perché qui da noi a rappresentarlo era il partito fondato da Giuseppe Saragat la cui notevole personalità di socialista italiano, insieme a quelle di Luigi Romita, Guido Mondolfo e Mario Zagari, non riuscì a nascondere la successiva e prevalente pochezza di gran parte del personale politico del PSDI: da Mario Tanassi a Pietro Longo, da Franco Nicolazzi a Antonio Cariglia ecc. I comunisti, invece, avendo decisamente imboccato la via della "democrazia progressiva" non potevano non imboccare anche quella delle riforme e quindi del riformismo; quello emiliano lo avevano già sussunto praticamente fin da subito. Pensarono bene, per mantenere un certo contegno rivoluzionario, di specificare il termine "riforme" aggiungendo "di struttura" per distinguerle da quelle esangui e traditrici del riformismo. Volevano dire che i cambiamenti riformatori dovevano riguardare le fondamenta della società e dei rapporti di proprietà e di produzione e non solo le sovrastrutture amministrative. Era la traduzione ideologica di una cosa molto semplice: la differenza fra un riformismo "forte" e radicale e un riformismo più contenuto e debole ma che, all'atto pratico, ebbero ambedue modo di incontrarsi e produrre conquiste sociali e civili notevoli nella lunga stagione del primo "centro-sinistra"; quello di Moro, Nenni, Fanfani de Martino ecc. A fare da propellente a questo "riformismo forte" che assorbì quello "debole", furono le lotte sindacali e politiche accompagnate da mobilitazioni di massa messe in campo unitariamente dalla sinistra, soprattutto sotto la spinta di quella comunista che avendo preclusa la via del governo per la cosiddetta conventio ad excludendum, doveva per forza di cose, e anche di intimi convincimenti dottrinali, affidarvisi per influire nelle decisioni degli esecutivi imperniati sulla DC. Fu l'epoca in cui il "riformismo" non fu dall'alto e non fu senza popolo, perché, con le sue lotte, avanzò sulle gambe di milioni di uomini e di donne producendo non soltanto leggi e conquiste materiali ma anche immateriali, forse le più proficue, perché si radicarono nella coscienza civile di tante persone, segnandone un avanzamento intellettuale e morale. Poi con la seconda Repubblica e con i nuovi e cangianti partiti che la popolarono tutto cambiò. Il riformismo divenne la divisa di tutti, persino di Berlusconi e del berlusconismo, a destra e a sinistra, sinonimo di bon ton, di politically correct e di buona educazione politica. Il termine divenne bulimico e assurse a ipostasi filosofica perdendo ogni concreto significato originale progressista e ogni riferimento alla concreta realtà. Ogni controriforma sociale, soprattutto quelle a danno dei lavoratori, fu mascherata col termine di riformismo. Accadde, curiosamente, che quando il nobile termine era teoricamente aborrito nella sinistra a maggioranza comunista, la "democrazia progressiva" e le conseguenti riforme ebbero corso e successo tanto da spingere Enrico Berlinguer, a metà degli anni '70, a parlare di esse come "elementi di socialismo". Mentre quando nella seconda Repubblica il riformismo fu la divisa di tutti, le riforme divennero sinonimo di arretramenti sociali che accompagnarono un processo di democrazia "regrediente" sempre meno connessa con le forze popolari e sempre più concretamente "borghese" nella sua rappresentanza politica e istituzionale. Anche il bon ton "riformista" iniziale deperì rapidamente e fu sostituito dal linguaggio da caserma, per non parlare dell'etica politica divenuta merce rara e quasi introvabile anche a sinistra.

Nella seconda Repubblica pure il nobile temine di "riformismo" ha incamerato la sua massiccia dose di trasformismo. Da arma esplicita o implicita della sinistra e delle classi lavoratrici e popolari, è divenuto nel "trentennio inglorioso" strumento di fatto delle classi possidenti e dominanti: la borghesia finanziaria e gli apologeti della mano salvifica del mercato, del privato superiore al pubblico se, ovviamente, liberato da lacci e lacciuoli creati dal riformismo d'antan. I nuovi eroi del "riformismo-trasformismo" sono stati gli imprenditori finanziari e quelli industriali dediti alle delocalizzazioni delle aziende per rincorrere il basso costo del lavoro, gli speculatori di ogni ordine e risma, accompagnati da uno stuolo di tecnici e di politici dediti a "riformare", cioè a demolire per conto di lor signori, le leggi protettive del lavoro. Dediti a inventare "riformisticamente" sempre nuovi strumenti e forme contrattuali tali da assoggettare il tempo di lavoro dei lavoratori alle ore e ai minuti della prestazione viva, riportando tendenzialmente la forza lavoro alle origini del nascente capitalismo industriale, quando era pura merce, separata dall'uomo che la conteneva e sempre più scissa dalla sua umanità. Tra gli incoraggiamenti, le acclamazioni, le invocazioni e le giustificazioni "moderniste" di uno stuolo di intellettuali e gazzettieri del capitale.

Il risultato obiettivo è stato che più dilagava il "riformismo" a parole e più aumentavano le diseguaglianze sociali. Più aumentava il numero delle persone che entravano nelle fasce della povertà, più diminuivano i redditi dei lavoratori dipendenti, più s'impoveriva il ceto medio, più si riduceva lo stato sociale, più degradava l'etica della classe politica e, in generale, di quella dominante, più la parola "riformismo" trionfava nel lessico di quasi tutti i partiti a testimoniare il suo ribaltamento di senso.

Ultimo arrivato, per ora, a cimentarsi nella manomissione politica e trasformistica della nobile parola, è Renzi. Nella battaglia congressuale interna al PD tenta di rilanciare il "riformismo" aggiungendovi la specificazione di "permanente". Il che, visti i risultati ottenuti dal suo riformismo di governo, spinge i più a fare i debiti scongiuri.

Il suo "riformismo permanente" potrebbe riecheggiare vagamente una qualche influenza trotskista derivante dalla celebre "rivoluzione permanente" che fu la tesi che Trotskij, dirigente bolscevico, sostenne nella sua battaglia per il potere nella Russia sovietica contro Stalin, a sua volta armato della proposta del "socialismo in un solo paese". Ma certe influenze sono da escludere perché è assai improbabile che Renzi conosca quella storia. Trotskij, com'è noto, perse quella battaglia. Gramsci, nei quaderni del carcere (Q. "Passato e presente") lo definì "il teorico politico dell'attacco frontale in un periodo in cui esso è solo causa di disfatta". Viste le bellicose intenzioni dell'ex segretario del PD a continuare sulla stessa strada che ha portato il PD a molteplici offensive frontali e alle conseguenti sconfitte, come quelle conseguite nelle consultazioni amministrative e nel referendum del 4 dicembre, non sarebbe male che Renzi, oltre al lungo elenco di libri (Cavour, Giustino Fortunato, Salvemini, Antonio Labriola. Francesco De Sanctis Machiavelli e Giambattista Vico) consigliatogli in lettura recentemente da Eugenio Scalfari, desse un'occhiata anche Gramsci. E pure a Turati.

LA GAZZELLA DI MAIO

Il M5s si sente lanciato verso la conquista del governo alle prossime elezioni. E, fatalmente, tende a omologarsi al modo di comunicare degli altri partiti e al populismo che lo sottende. Su questo piano i pentastellati, di per sé già abbastanza allenati, cercano di raccogliere ogni timore, ogni paura, ogni protesta a destra e a sinistra. Il loro elettorato, come dimostrano concordemente tutte le analisi dei flussi elettorali degli Istituti specializzati, è quello più trasversale di tutti; e i pentastellati sanno benissimo che le loro magnifiche sorti e progressive dipendono da come, quanto e per quanto riusciranno a mantenere questa caratteristica. Per questo, ogni giorno appena alzati, come la gazzella africana che deve correre per sottrarsi alla caccia del leone, devono sgambettare negli stessi potenziali bacini elettorali di altri partiti. L'altro giorno, per ingraziarsi l'elettorato di destra, non hanno esitato a riproporre il superamento del sindacato - l'hanno chiamata elegantemente "disintermediazione" - in nome della "democrazia diretta" del lavoratore in azienda. L'intenzione, ovviamente, è farlo contare di più di fronte al capitale. E infatti, il capitale ne è rimasto contento, e comincia a guardare ai grillini con un certo interesse; quello proprio naturalmente.

Negli ultimi giorni le uscite mediatiche del Movimento e dei suoi esponenti più in vista tendono a presidiare il loro elettorato proveniente dalla destra, soprattutto quella estrema, perché è lì che i grillini sentono crescere la competizione di leoni come Berlusconi, ancorché sdentato, Salvini e Meloni. Mentre si sentono più tranquilli dall'altra parte, a sinistra, visto quello che, da una parte combina il PD di Renzi in loro favore gratuitamente, e, dall'altra quello che non combinano i gruppi alla sinistra dei democrats che, come nel Brancaleone monicelliano, vanno l'un l'altro "sanza meta ma de un'altra parte".

Quando poi si tratta di Europa e immigrazione più che ai ragionamenti, vista la ribollente materia in questione, basta solo un post di poche parole per digrignare i denti come "Napalm 51", l'arrabbiato universale, il forgotten men della tastiera, immortalato da Crozza. Il candidato in pectore a Presidente del Consiglio del M5s Luigi Di Maio, qualche giorno fa ha postato su facebook: "L'Italia ha importato dalla Romania il 40% dei loro criminali. Mentre la Romania sta importando dall'Italia le nostre imprese e i nostri capitali. Che affare questa UE!". Il messaggio, anche questo, era rivolto all'elettorato di destra, quello più specificamente leghista di Salvini e neofascista della Meloni. Con una fava di post il cittadino Di Maio si è proposto di acchiappare diversi piccioni, cioè diversi risentimenti diffusi nella pancia italiana: i romeni immigrati, le delocalizzazioni industriali e l'Ue pronuba degli uni e degli altri. Solamente che ha sbagliato percentuali, conti e anche concetti. Perché quel 40%, (deve essere, questo, un numero fatale che manda ai matti: prima Renzi, ora anche Di Maio) di criminali romeni venuti in Italia, non è vero. Una fake news, come si dice adesso.

Lui, di fronte alle rimostranze dell'ambasciatore romeno e di tanti suoi connazionali, anche simpatizzanti del M5s, venuti qua a lavorare e non a delinquere, ha detto che il numero l'aveva preso, di terza mano, dal ministro dell'interno romeno di diversi anni fa, certo Catalin Predoiou, che l'aveva reso noto nel 2009. Un numero un po' vecchiotto in verità; e, soprattutto, riferentesi ai romeni inseguiti da mandato di cattura internazionale e non a tutti i criminali di quella terra. Il che fa parecchia differenza. Nel pomeriggio Di Maio si è corretto riproponendo il numero giusto, ma senza scusarsi per l'errore fatto. E questa sua sicumera l'ha ribadita l'altro ieri in un'intervista al "Corriere della sera" cercando per di più, infantilmente, di intorbidare le acque:"È una balla che volessi offendere il popolo romeno. È stato molto più offensivo chi li ha trattati come un popolo di badanti. La mia era una critica al sistema italiano. Ricordo ai radical chic che Veltroni disse, dopo il caso Reggiani, che non si potevano aprire i boccaporti".Insomma che cosa c'entrino, in un numero sbagliato, badanti, radical chic, boccaporti e Veltroni, è, per menti normali, difficile da capire.

Il fatto è che l'ansia gazzelliana da prestazione e presenza mediatica a volte fa brutti scherzi e lo stress da inseguimento elettorale, poi, fa dire castronerie. Basterebbe riconoscerle invece di amplificarle, mettendoci sopra pezze a colori come evidenziatori.

L'azzimato Luigi, ultimamente, ha anche mostrato seri limiti, oltre che in matematica, anche in geografia situando Pinochet in Venezuela invece che in Cile. Per carità, anche qui si è subito corretto a stretto giro di post avendo il tempo, comunque, di ottenere - ah l'eterogenesi dei fini! - un risultato anche se postumo: il rimbrotto di Vittoria Fedeli che lo ammoniva, sarcastica, "Per fare politica occorre studiare e fare attenzione al linguaggio!". Era settembre dello scorso anno, a dicembre poi venne fuori che la Vittoria, diventata ministra, i suoi studi di laureata li aveva millantati, non facendo per nulla attenzione, non al linguaggio, ma a quanto aveva scritto sul suo curriculum. Per non dire, rimanendo nel campo minato dei titoli di studio ministeriali, del seguito imbarazzante di un'altra ministra, Marianna Madia, con una laurea in dottorato di ricerca a corto, non di punti e virgole, ma di virgolette.

Per tornare al cittadino Di Maio le cronache registrano anche una sua qual certa debolezza in italiano, dove, più volte, ha dato prova di essere un discreto sterminatore di congiuntivi e di altri modi e tempi verbali.

Dunque, tirando le somme, Luigi risulta insufficiente in matematica, geografia e italiano. Se il M5s e Grillo dovessero affidarsi al suo curriculum culturale per la candidatura a premier, gli italiani potrebbero dormire sonni tranquilli. Per Di Maio non ci sarebbe scampo. Se poi, come ovvio, dovessimo esprimere un giudizio politico spassionato, per Luigi la gazzella andrebbe anche peggio. Purtroppo, in casa grillina, a quanto pare, non sarà così. Nell'uno e nell'altro caso.

Le notti degli italiani sono destinate a essere agitate ancora per molto tempo.

ASSENZA INDEGNA

La sindaca Virginia Raggi non ne azzecca una. Il medico le aveva ordinato un po' di riposo, visto l'evidente affaticamento dovuto a questi primi otto mesi di governo della Capitale nei quali, per architettare tutte le scelte sbagliate affastellate, deve essersi sforzata parecchio. Comunque sia, si sa che il mestiere di sindaco non è uno scherzo, soprattutto per una donna. Se poi la donna è fragile come Virginia e deve affrontare l'eredità pesante, disastrosa e disastrata, lasciatale dai suoi predecessori, chi più chi meno, non si può non avere, nei confronti della malcapitata, un moto di comprensione e di compassione. Un afflato che aumenterà se di mezzo c'è pure l'affetto per un figlio che, come tutti i bambini, vorrebbe e ha diritto di godere la vicinanza della sua mamma; e viceversa. Ma, con tutta la comprensione di questo mondo, come si fa ad andarsene a sciare in montagna in una settimana così cruciale per la vita della Capitale? A parte il dibattito nell'assemblea capitolina sulla situazione politica della giunta in seguito alle note vicende che, comunque, è stato posticipato, come si fa a non seguire da vicino il delicato appuntamento di fine settimana che vedrà celebrare i Campidoglio, alla presenza di tutti i massimi leader continentali, il sessantesimo dei "Trattati di Roma" per la costruzione europea? Seguire da vicino la preparazione di un evento che sarà circondato in città da numerose manifestazioni di protesta, di vario ordine e grado, di varia entità e, alcune, di grande delicatezza per il mantenimento dell'ordine pubblico, dovrebbe essere un imperativo per il sindaco in carica. E poi, al di là dei doveri di governo sul campo e di rappresentanza istituzionale, una sindaca che è anche esponente del M5s, supercritico di questa Europa delle élite, non avrebbe dovuto cogliere l'occasione per far sentire nel modo più alto e solenne la voce del suo Movimento e di chi chiede un cambiamento radicale nelle politiche europee? E chiederlo ai leader che si apprestano a celebrare dell'Europa, non si sa bene, se il suo rilancio o il suo funerale?

Ma la cosa che più indigna è stata l'assenza della sindaca alla celebrazione anticipata dell'anniversario dell'eccidio delle Fosse Ardeatine. Sarebbe stata la prima volta per lei di presenziare come sindaco a una cerimonia commemorativa di quell'infame strage che la continua a legare, attraverso innumerevoli fili, alla memoria della città. Certo Virginia Raggi, nel giugno scorso nel primo giorno della sua sindacatura, rese omaggio alle vittime ardeatine, ma la sua assenza di oggi effonde a ritroso un alone di esteriorità rituale a quella presenza.

Ovviamente l'assenza ha scatenato le critiche di vari esponenti politici, soprattutto del PD romano. Critiche che sarebbe sbagliato giudicare dalle intenzioni di strumentalizzazione politica a fini elettorali che pure ci sono. Sono critiche giuste, in sé e per sé. A prescindere. Al tempo stesso bisognerebbe ricordare a tutti costoro che hanno avuto le mani in pasta nel governo della città negli ultimi lustri, una semplice verità: i martiri delle Ardeatine non si onorano solo nel giorno dell'anniversario, ma si sarebbero dovuti onorare in tutti gli altri santi giorni, evitando di sgovernare Roma, com'è stato fatto. Le porcherie compiute a danno della Capitale dovrebbero indurre tutti costoro a purificarsi prima di mettere piedi dentro il sacrario dei 335 trucidati dai nazifascisti. Idem per gli alemanniani, meloniani, salviniani che non sembrano, e pour cause, eccessivamente colpiti né scandalizzati dall'assenza della Raggi. Per la destra romana di derivazione neofascista, infatti, l'anniversario delle Ardeatine è sempre stato imbarazzante. E si capisce perché: i progenitori politici repubblichini parteciparono con entusiasmo a radunare le vittime per i carnefici di Kappler.

Non è fuori luogo osservare che l'assenza della sindaca Raggi non riguarda solo lei, ma tutto il Movimento pentastellato, romano e nazionale. Essa chiama in causa uno dei loro postulati culturali: il superamento, per il tempo trascorso, della categoria di fascismo e antifascismo. Insieme con quello, ovviamente, di destra e sinistra, per altro comune, quest'ultimo, anche ad altre formazioni politiche, non escluso il PD di Renzi: vedesi in proposito le idee di Nardella e Franceschini. L'esponente e parlamentare "grillino" Alessandro Di Battista, qualche mese fa, in TV, definì assai bene il concetto dell'obsolescenza: fascismo e antifascismo sono ormai cose sorpassate, "cose da Guelfi e Ghibellini". Il che getta una certa luce sull'episodio indecoroso: non può rapportarsi a una prescrizione medica eseguita nella settimana sbagliata, bensì alla valutazione della non indispensabilità di partecipare a un'antica celebrazione medievale, manco fosse il " Palio di Siena", "la Giostra del Saracino" ad Arezzo o la "Corsa dei Ceri" a Gubbio.

Non si sa se Virginia Raggi sarà a Roma domani o dopodomani. Sappiamo però che corre un rischio: alla sua assenza, in tutti i sensi, l'Urbe comincia ad abituarsi.

DIPLOMAZIA E OPPORTUNISMO

Nei giorni scorsi è uscito su "La Stampa" un articolo di quelli che riportano virgolettate le dichiarazioni di un interlocutore. Non è un'intervista vera e propria con domande e risposte, ma uno di quei pezzi in cui di solito il giornalista, in questo caso tal Ilario Lombardo, cucina il malcapitato interlocutore a suo piacimento. In questo caso a essere messo in padella è stato un certo Manlio Di Stefano, deputato del M5s specializzato, pare, in politica estera. Diciamo, pro veritate, che la particolare fattura di questo genere di articoli si adatta parecchio all'obiettivo del giornalista o di esaltare o di prendere in fallo il proprio interlocutore. Se, come a me è apparso evidente, questa seconda era l'intenzione del Lombardo, occorre anche, e subito, aggiungere che, viste le dichiarazioni riportate del Di Stefano, non deve aver faticato molto.

Lo spunto dello "chef" Lombardo partiva dalla repressione brutale delle manifestazioni a Mosca e in altre città russe convocate dal leader dell'opposizione Alexei Navalnij, subito arrestato, per denunciare la corruzione nelle alte sfere del regime putiniano. Un fatto di una qualche importanza, ripetutosi anche ieri, nell'andazzo plumbeo della "democratura" che contraddistingue l'odierna Federazione russa dove oppositori e giornalisti scomodi continuano a sparire come una volta. Una repressione bella e buona su cui Grillo e il suo Movimento non hanno detto alcunché, mentre, invece, il trumpista-putinista Salvini li ha sorpassati dando il proprio assenso legalitario, in quanto le manifestazioni "non erano autorizzate" (sic!). Il che potrebbe indurre qualcuno, non proprio animato da solide convinzioni democratiche e liberali, a domandarsi perché in Italia vengano autorizzate le sue.

Di Stefano Manlio, invece, alla "impanatura" di "master chef" Lombardo, trova più naturale reagire così: "Gli arresti a Mosca? E allora Guantànamo? Non tocca a me valutare la democrazia in un altro Paese". Lasciamo stare la tipica posa del bambino che per discolparsi di qualche marachella rinfaccia al coetaneo quelle fatte da lui nel tempo trascorso, ma cosa vuol dire: "Non tocca a me valutare la democrazia in un altro Paese"? La domanda potrebbe apparire capziosa, ma non lo è perché sembra che l'onorevole in questione sia stato incaricato da Grillo di elaborare il programma di politica estera dei pentastellati. E, infatti, nel prosieguo del colloquio-intervista Manlio spazia su molte questioni riguardanti l'Europa, l'euro, la Russia, Assad, la Siria, la Libia ecc.. Perciò parliamo di una persona che potrebbe divenire, stando sempre al maligno Lombardo, ministro degli esteri dell'Italia se il M5s conquisterà il governo, come molti temono, sia in senso buono che cattivo. Che cosa si ricava dalle dichiarazioni dell'onorevole? Si ricava una giusta intenzione di affrontare le tematiche sopra esposte con un qual certo realismo diplomatico per ciò che riguarda i rapporti internazionali, al di là dei giudizi sul merito delle sue proposizioni. Intento più che lodevole perché è evidente che anche con i regimi più discutibili bisogna trattare, essendo sempre guidati dall'obiettivo di evitare guerre e conflitti, ma anche di contenere e opporsi ad atti di espansione, dominio e sopruso verso altre nazioni. Una volta si chiamava "coesistenza pacifica". Quando, nel passato prossimo, da essa si è passati all'"esportazione della democrazia", alle parti coinvolte non ne è venuto un gran bene; sia agli esportatori che agli importatori. Le "guerre per imporre la democrazia" sono servite a coprire intenti per nulla democratici e a mascherare reali interessi economici e di grande potenza, vedesi la guerra di Bush e Blair in Iraq. Con conseguenze disastrose tuttora in atto nel Medio Oriente e fuori di esso, in Occidente. Similmente, in anni più lontani, nell'altro secolo dello scorso millennio, anche l'esportazione della rivoluzione e del socialismo non ha avuto fortuna nei paesi che ne beneficiarono a forza.

Ma dopo le buone intenzioni diplomatiche, Di Stefano torna bambino; e al "cuoco" Lombardo trasformatosi in segugio che insiste nel chiedergli un giudizio su Putin e compagni risponde: "Perché allora non ci occupiamo anche dell'Arabia Saudita a cui l'Italia vende le armi?".

In definitiva, dalle dichiarazioni del "grillino" Di Stefano emerge manifesta una qual certa confusione opportunista fra azione diplomatica e giudizio politico. Quando ciò accade, di solito non è un bene né per l'una né per l'altro. Per avere una politica equilibrata nei confronti della Russia di Putin, incentrata sul rispetto della sovranità e degli interessi russi ma anche dei paesi europei che gli stanno vicino, non è necessario essere reticenti, tutt'altro, nel giudizio sul regime putiniano che, a quanto pare, è diventato il punto di riferimento, come Trump del resto, delle destre xenofobe e nazionaliste europee. Da noi ha fatto da battistrada Berlusconi che con Putin si è sempre capito al volo. Evidentemente si tratta e si è trattato di "affinità elettive". Perciò i silenzi del M5s su ciò che accade nella "democratura" russa non sono segno di saggezza politica e neanche diplomatica ma solo di pesante ambiguità e grave incertezza nei valori di riferimento come forza politica.

Non è dato sapere se l'onorevole cittadino Manlio Di Stefano diventerà Ministro degli esteri, ma se non impara, insieme a tutto il Movimento pentastellato, a "valutare la democrazia negli altri paesi" oltre a tutto il resto che li distingue, è meglio che cambi mestiere.

Sarebbe un bene per lui, ma, soprattutto, per noi.

MITOLOGIA DIRETTA

Da qualche tempo, soprattutto per input del M5s, si è tornati a parlare di "democrazia diretta". Il tema non è nuovo e, nell'epoca moderna, è appartenuto storicamente alla sinistra fin dagli anni della Rivoluzione francese. Si potrebbe dire che la "democrazia diretta" variamente configurata e declinata ha sempre accompagnato, ma solo agli inizi, movimenti volti a cambiare radicalmente e per vie rivoluzionarie lo stato delle cose presenti. Dalla Convenzione rivoluzionaria del '93 in Francia, dominata dai montagnardi giacobini, che legiferava sotto la spinta e il controllo diretto del popolo sanculotto delle sezioni popolari parigine, alla Comune di Parigi del 1871 con il suo comitato centrale eletto nelle assemblee popolari nei 20 arrondissement cittadini, ai soviet di operai soldati e contadini della Rivoluzione russa, alla Repubblica dei Consigli delle coeve, brevi e temporanee, rivoluzioni in Germania e in Ungheria, per non parlare dell'esperienza ancor più breve dei Consigli operai nella Torino di Gramsci e dell' "Ordine nuovo", la democrazia rivoluzionaria sia borghese che proletaria ha sempre portato con sé una qualche idea di democrazia emanazione diretta del popolo. "Democrazia diretta" perché basata su delegati eletti con mandato imperativo e revocabili da parte delle assemblee popolari, dentro i quali, però, agivano gruppi organizzati in club, come i giacobini, i girondini, i foglianti nella Rivoluzione francese; i proudhoniani, blanquisti, neo giacobini, radicali, internazionalisti nella Parigi rivoluzionaria e comunarda; veri e propri partiti come i bolscevichi, i menscevichi, i socialisti rivoluzionari in quella Russa. Gruppi e partiti che, almeno nei brevi e convulsi periodi di vita di questi organismi, si disputarono l'egemonia e il potere. Poi in Occidente, dove, come analizzò Gramsci, c'era una società civile articolata fittamente in "trincee" e "casematte", la democrazia si organizzò e si trasformò, attraverso le drammatiche vicende di due secoli, in democrazia strutturata e rappresentativa soprattutto sotto la spinta delle lotte del movimento operaio e socialista e nella decisiva battaglia contro il nazifascismo. L'anima di questa strutturazione furono i partiti, accompagnati però da una fitta rete di associazioni della più varia natura operanti nella società civile che in qualche modo, e con diversità da paese a paese, configuravano una democrazia fortemente partecipata. Nell'Oriente russo, invece, dove la società civile era - altra osservazione di Gramsci - "primordiale e gelatinosa" si affermò un regime totalitario a partito unico, sorto dagli sconvolgimenti rivoluzionari e dalla guerra civile. Doveva essere una parentesi dettata dalla necessità, in attesa di poter dare alle trasformazioni economiche di un socialismo statalista e primitivo un seguito democratico tale che anche la cuoca di Lenin avrebbe potuto dirigere la cosa pubblica, ma il seguito non ci fu e la parentesi diventò permanente. Democrazia e socialismo non si sposarono; la prima ben presto scomparve e il secondo alla fine crollò su se stesso.

Cos'è che oggi porta a riparlare, in Italia, di "democrazia diretta" nei termini di un superamento in prospettiva della democrazia rappresentativa? Essenzialmente due cose. Da una parte il manifesto degrado e sfarinamento dei partiti, anche a sinistra, che da ossatura della democrazia rappresentativa e partecipata sono stati assaliti, sotto tutti gli aspetti, anche quello etico, da un'evidente e grave osteopatia, ostruendo il canale principale di collegamento e di selezione democratica fra la società civile e quella politica. Dall'altra, la possibilità che offrirebbero le nuove tecnologie di far decidere direttamente i cittadini sulle questioni del governo a tutti i livelli. E' il mito dell'agorà che ritorna sotto forma di "rete internet", di web, di piattaforme operative, di social network, facebook, twitter ecc. Lo ha spiegato su "Il Fatto Quotidiano" di venerdì scorso Davide Casaleggio, figlio di Roberto, fondatore e guru organizzativo e pensante, insieme a Grillo, del M5s. E' partito da lontano: "Norberto Bobbio nel suo libro 'Il futuro della democrazia', nel 1984 scriveva: 'Nessuno può immaginare uno Stato che possa essere governato attraverso il continuo appello al popolo: tenendo conto delle leggi che vengono emanate nel nostro Paese all'incirca ogni anno si dovrebbe preveder in media una chiamata al giorno. Salvo nella ipotesi per ora fantascientifica che ogni cittadino possa trasmettere il proprio voto a un cervello elettronico standosene comodamente a casa e schiacciando un bottone'. Oggi, - osserva Casaleggio junior - a distanza di più di 30 anni, con Internet questo è possibile e con Rousseau lo stiamo facendo".

In verità, per ora, i pentastellati hanno adottato la "rete" come forma di organizzazione interna al Movimento, con tutti i limiti, per usare un eufemismo, anche imbarazzanti, di effettiva partecipazione e decisione democratica; non disdegnando, per altro, il ricorso al contatto diretto con una platea più larga di cittadini attraverso i "banchetti" per le strade, le riunioni di gruppo, le kermesse annuali del Movimento. Che le nuove tecnologie informatiche possano aiutare in generale la partecipazione democratica sia interna ai partiti che nella dimensione istituzionale, è sicuramente vero. Ma che tutto ciò possa sostituire la democrazia rappresentativa è abbastanza utopistico. Al momento, poi, quando a utilizzare agevolmente le nuove tecnologie, è ancora solo una parte della società, la più giovane e preparata in quel campo, ci si troverebbe di fronte a un'esclusione di fatto degli strati più anziani e meno avvezzi alla partecipazione democratica per via tecnologica.

A parte ciò, quello che Davide Casaleggio trascura è che oltre alle questioni pratiche sulla disponibilità e il tempo di ogni cittadino a potersi esprimere in continuazione su temi di governo tra i più diversi, a tutti i livelli, nazionale e locale, con un semplice clic, c'è la questione posta da Gramsci dell'"intellettuale collettivo", ovvero dell'organismo che, attraverso un processo politico e organizzativo molteplice e partecipato, anche supportato dalle nuove tecnologie, raccoglie le istanze sociali provenienti dalla società civile, le elabora e le centralizza in una specifica volontà generale. Istanze che nascono da condizioni sociali diverse scaturenti da rapporti economico-sociali ineguali. Com'è noto l' "intellettuale collettivo", per il pensatore comunista sardo, era il partito politico, il "moderno principe", che consentiva al singolo cittadino, attraverso l'analisi collettiva della situazione sociale e politica e l'azione conseguente per modificarla, di superare la sua immediatezza economico-corporativa e di esprimersi su questioni complesse e molteplici che il singolo individuo non può tutte e da solo dominare, se non si vuole scadere in una sorta di utopismo titanico. Naturalmente qui si parla in via teorica di partiti che funzionano da "intellettuale collettivo" e che non hanno molto che vedere con quelli essenzialmente plebiscitari ora esistenti che di collettivo hanno ben poco e di intellettuale ancor meno.

Il punto, quindi, non è contrapporre la "democrazia diretta" regno del cittadino sovrano alla "democrazia delegata" regno dei partiti di per sé sentina d'ogni vizio e trasformismo, ma di ricostruire una "democrazia partecipata" frutto di un intreccio fecondo e virtuoso fra i due momenti.

Per questo occorre mettere da parte l'ideologia dalla quale sembra partire Casaleggio e, più in generale il M5s, del cittadino-individuo astratto da ogni contesto o relazione sociale. Un'ideologia che Margaret Thatcher definì bene, dicendo: "La società non esiste, esistono gli individui". Non a caso Davide Casaleggio ha denominato "Rousseau" la nuova piattaforma internet del M5s. C'è un vago richiamo al mito settecentesco del "buon selvaggio", al cittadino che sarebbe di per sé buono e che viene traviato, sul piano politico, quando passa attraverso i partiti per soddisfare le sue istanze, mentre rimane genuino se le promuove direttamente, senza mediazione alcuna, avvalendosi delle nuove tecnologie della comunicazione informatica per affermare un nuovo "contratto sociale". Di qui una certa diffidenza, per non dire ostilità, dei "grillini" verso i cosiddetti "corpi intermedi" in cui si organizzano determinati interessi nella società civile e anche, in parte, la partecipazione democratica. Marx queste teorie fondate sull'individuo astratto le chiamava "robinsonate", volte a scavalcare la concretezza dei rapporti sociali e di classe in cui gli uomini concreti e non astratti sono immersi. Questi rapporti configurano l'intelaiatura della società e, non a caso, sono così ben previsti e sottesi agli articoli fondamentali della nostra Costituzione. Se li si mette ideologicamente da parte, si arriva a riproporre antiche utopie in forma nuova con il rischio, nel migliore dei casi, di gravi disillusioni, o, in quello peggiore, di derive socialmente, politicamente e istituzionalmente reazionarie.

La molteplicità delle forme democratiche partecipative, poggianti su un associazionismo assai fitto e della più varia natura presente nella società civile, è tanto più incisiva nel generale processo democratico quanto più essa può interloquire e interagire con partiti dal profilo sociale e culturale forte. La stessa considerazione vale anche per le nuove e auspicabili forme di "democrazia diretta" o "deliberativa" rese più agevoli dalle nuove tecnologie informatiche e della comunicazione.

In sostanza si tratta di comprendere che una democrazia è in buona salute se i partiti che la sorreggono non sono gravemente malati. E un partito è in buona salute se è in grado, tra le altre cose, di selezionare una sua classe dirigente amministrativa e di governo senza dover ricorrere a occasionali bandi di ricerca e ai curricula per vedere, poi, se le persone da fare assessore, ministro o amministratore di aziende pubbliche è competente tecnicamente. Quel che è successo e continua a succedere a Roma alla giunta Raggi non è stato solo un casuale incidente. Perché la competenza tecnica, che deve esserci ovviamente e non millantata com'è accaduto con i titoli di studio a qualche ministra dell'attuale governo, è cosa diversa da quella politica che, com'è noto, attiene al governo degli uomini e non solo delle cose.

E questa competenza per il governo della "polis", non si dimostra con i curricula perché non la si consegue all'università degli studi, neanche alla specifica Facoltà di scienze politiche, ma in quella della vita politica, sociale e associativa.

SCARICA IL PDF

POLPI NAPOLETANI

A Napoli un turista entra nel ristorante "Al pesce vivo". Un cameriere gli consiglia la specialità della casa: polpo di scoglio vivo. Gli fa vedere una vasca d'acqua con un polpo vivo. Il turista accetta. Il cameriere afferra l'octopodidae, gli appoggia la testa su un tagliere la batte con un martello di legno. Il cliente, inorridito da tanta barbarie, grida al cameriere di smettere e di portargli un'omelette. Il cameriere rimette il povero polpo tramortito nell'acqua e torna verso le cucine. Il polpo si solleva sul bordo della vasca e dice al cameriere: "Mannaggia a te; tutt'e juorne 'a stessa storia!!! ".

Questa barzelletta di gioventù mi è tornata alla mente lunedì sera mentre ascoltavo il povero ministro Delrio assediato a "otto e mezzo" dalla Gruber e dai giornalisti Andrea Scanzi e Massimo Franco.

In questi giorni c'è tutta una schiera di sostenitori di Renzi, più o meno doc, costretti a giustificare ogni sua posizione e battuta politica, ogni suo slogan, ogni suo lazzo e frizzo contro ogni evidenza e principio di realtà. Subendo le martellate dei contraddittori, come il "polpo" della barzelletta. Per la verità lo facevano anche prima, ma, ora, dopo la batosta del 4 dicembre, è veramente improbo per loro continuare. Soprattutto perché il "bomba" di Rignano insiste nel suonare lo stesso spartito musicale. La cacofonia è diventata evidente; la si sente e la si vede a occhio nudo, nei visi imbarazzati con cui i seguaci di Renzi cercano di districarsi in TV nel ginepraio delle contraddizioni e delle cialtronerie prodotte dal "giglio magico".

Un destino da "polpo", un disagio evidente, che riguarda specialmente chi, come il ministro Delrio, non nascendo renziano, mantiene un suo profilo culturale di cattolico democratico, proveniente dal solidarismo emiliano, portato con una certa dignità. Per gli altri, i renziani della prima ora, invece, problemi non ce ne sono. Continuano imperterriti, come Debora Serracchiani per esempio, a ripetere a memoria gli argomenti, anzi gli slogan basati sui giochi di parole del capo, ricevendo le conseguenti martellate di ritorno. Poi ci sono quelli che al renzismo si sono convertiti dopo averne detto peste e corna: gli Orfini, i Martina, le Moretti ecc. Particolarmente penosi gli ultimi arrivati da sinistra come Gennaro Migliore o, dopo un lungo giro tra le tante bancarelle politiche, Andrea Romano. Non fanno sforzi particolari perché pensano che nella politica non convenga la coerenza, ma la transumanza. Infine ci sono anche quelli provenienti dalla sinistra postcomunista, come Fassino e Chiamparino, palesemente provati, anche nel fisico, dallo sforzo di sostenere Renzi contro ogni principio di realtà.

L'altra sera, sempre, a casa Gruber, si è aggiunto a questa schiera di "polpi" anche Beppe Vacca sacerdote dell'Istituto Gramsci. L'illustre intellettuale della vecchia école barisienne, reduce dall'aver presieduto il comitato laziale per il Sì al referendum sulla riforma costituzionale, ha detto, tra le altre incredibili cose - "il jobs act straordinaria riforma" - accolte dallo sguardo sgranato e incredulo degli altri ospiti Buttafuoco e D'Attorre, di appoggiare Renzi perché ha salvato l'Italia dal tracollo del 2013 (sic!) e perché, a differenza degli altri, il PD è "un partito della Nazione". Per questo, nel dicembre di quel medesimo anno alle primarie del PD aveva sostenuto Cuperlo. Riconfermando, sull'enfant prodige di Rignano, la sua granitica convinzione dell'anno prima, quando, sempre nelle primarie piddine, aveva sostenuto Bersani: "Sono un militante del Pd, vecchio, non voglio incarichi, ma farei una battaglia politica contro un leader inadeguato. Renzi non è in grado di fare il segretario. E poi, figuriamoci il premier". Aggiungendo, preveggente: "È chiaro che un segretario della statura di Renzi il Pd lo espelle rapidamente". Dimostrazione quanto mai convincente dell'organicità, per parafrasare Gramsci, degli intellettuali italiani a qualsiasi cosa e a chiunque la interpreti, purché sia, beninteso, al potere.

Ma lo sforzo sovrumano, si sa, a volte porta anche i più misurati, come Delrio, a esagerare nel sostegno al capo, soprattutto se precedentemente, nelle giornate della scissione, si sono lasciati sfuggire contro di lui qualche imbarazzante fuorionda di critica severa. E così, nel suo intervento al Lingotto, gli è scappato quel paragone fra Renzi e Maradona che, nella trasmissione in TV di cui si diceva, è stato oggetto delle facili ironie dei presenti. Il ministro ha cercato di giustificarsi continuando le metafore calcistiche. Con ciò dimostrando la sua scarsa conoscenza di Maradona. E' successo quando, volendo sostenere la necessità di un agire collettivo da parte di una squadra di partito a sostegno del "maleducato di talento" toscano, ha detto che nessuno poteva chiedere a Renzi di andare a cercarsi la palla nella propria area e poi arrivare a fare gol in quella avversaria. Che poi, all'incirca - la palla la prese un po' più in là della propria area di rigore - è proprio quello che fece Maradona nei campionati mondiali del 1986 contro l'Inghilterra con quello che è stato considerato il suo gol più bello. Altro che il rigore sbagliato di Renzi o quello fallito, a porta vuota, di Bersani nelle politiche del 2013.

Insistendo nella metafora calcistica, si potrebbe dire al ministro Delrio che nel PD a forza di cercare attaccanti di talento, come Maradona, ci si è ritrovati con i raccattapalle, come Renzi, e i "polpi" di complemento intenti a dire e a prendere pallonate per lui.

"Mannaggia a lui; tutt'e juorne 'a stessa storia!!! ".

MIRACOLI E MIRACOLATI

Roberto Giachetti, radicale da sempre, ex rutelliano, ex verde, ex margheritino e poi esponente del PD, si distingue per un parlare forbito, misurato, pacato, sempre unitario nei confronti dei suoi avversari politici interni al partito. Celebre è rimasta, per la sua levità, l'espressione rivolta, nel dicembre scorso durante l'assemblea nazionale dei democratici, a Roberto Speranza: "Hai la faccia come il culo". Così come quell'altra, animata da spirito unitario e di grande tolleranza, che l'anno precedente aveva manifestato con l'invito, poi andato a buon fine, alla minoranza, sempre di Speranza, Bersani e company, riottosa agli ukase di Renzi, di sloggiare dal partito. Gad Lerner, vista l'energia e la bravura con cui il full metal Giachetti svolgeva la sua missione, lo definì "buttafuori" del partito. La sua carriera è costellata da "scioperi della fame". Ha iniziato con il suo maestro Pannella, ma poi ha proseguito in solitaria facendone circa sette sui più svariati argomenti. E questo deve aver inciso parecchio nel suo apparato digerente, la cui produzione eccessiva di succhi gastrici a vuoto è stata poi somatizzata nella lingua parlata. Un digiuno lo fece anche per sollecitare la convocazione dell'assemblea costituente del PD che tardava ad arrivare. Un altro sulla legge elettorale per far votare al PD il ritorno del Mattarellum ma poi si accontentò dell'Italicum di Renzi. Su quest'ultimo sacrificio "visti i risultati - lo apostrofò D'Alema in un confronto all'arma bianca - avresti fatto meglio a magiare la porchetta". E visti i risultati conseguiti dal PD voluto pure da D'Alema, poteva rispiarmarsi anche quell'altro digiuno. Si è sempre pacatamente schierato con Renzi, completamente armato di livoroso eloquio metallizzato, ringhiando a destra e a manca; anzi, soltanto a manca. Il suo obiettivo è sempre stato quello di epurare il PD dagli ultimi residui della sinistra post comunista.

Per questo il renzismo era già in lui molto prima dell'arrivo di Matteo da Pontassieve. Chiamato da Renzi a sacrificarsi sull'altare capitolino facendo il candidato sindaco nella primavera scorsa, non ha conseguito risultati brillanti. Non per colpa sua, in verità. Dopo tutto quello che il PD aveva combinato nella Capitale, non poteva certo essere lui a ribaltare la situazione. Forse solo padre Pio poteva farcela, ma con la presenza incombente di Orfini anche il santo di Pietrelcina avrebbe dato forfait. Roberto, però, avrebbe potuto ottenere qualche punto in più, se non ci avesse messo del suo nell'allontanare gli ultimi dubbiosi.

L'altro giorno Giachetti ha commentato, con la consueta misura, i risultati delle votazioni congressuali nei circoli del PD romano e nazionale che, secondo lui, consegnerebbero alla Nazione "un partito più forte, più vivo, più democratico di prima". Dentro cui, sempre parlando con sobrietà, "appare davvero significativa l'affermazione di Matteo Renzi che qualcuno voleva 'azzoppato', in declino, finito" mentre "i dati di partecipazione al voto (55,7% nel 2013, 58,1% nel 2017) ed il risultato personale di Renzi dimostrano in modo definitivo che non solo il nostro popolo non si è scisso ma che la sua grande maggioranza riconosce nella leadership di Matteo l'occasione per il rilancio della nostra iniziativa politica e per una ripartenza verso l'obiettivo di governo del Paese".

Naturalmente il vicepresidente della Camera cita solo le percentuali, perché con i numeri assoluti la realtà apparirebbe un po' diversa.

Dove, però, la gioia di Giachetti esplode a tutto campo, è sul risultato nei circoli romani. Anche qui sono sempre e solo le percentuali a essere prese in considerazione. "Se il risultato nazionale - intona Roberto con crescendo rossiniano - ci indica un partito vivo e una leadership rafforzata, il risultato romano rappresenta un vero salto di qualità, in termini di partecipazione al voto (58% nel 2013, 71% nel 2017) e, soprattutto, una netta, inequivocabile, fondamentale inversione di tendenza nei confronti di Matteo Renzi (63%)". "Se penso alle condizioni disperate nelle quali abbiamo svolto la campagna elettorale e alla durissima sconfitta subita, i risultati di oggi appaiono quasi un miracolo laico". Solo che anche quella batosta fu preceduta da un 64% che il Giachetti aveva ottenuto alle primarie. Un punto più di Renzi. E su una platea di votanti-elettori molto più vasta. A volte i digiuni, senza adeguato autocontrollo, possono indurre danni non solo all'apparato digerente ma anche alla psiche, non facendo comprendere, nonostante le ripetute evidenze manifestatesi nella realtà e in ripetuti risultati elettorali, che oggi il consenso interno al PD è inversamente proporzionale a quello esterno. A Tor Bella Monaca, per esempio, estrema periferia sociale di Roma, pare che Renzi abbia preso in quel Circolo l'87% dei voti, alle amministrative e al referendum del 4 dicembre il gradimento in quel quartiere per il PD e per Renzi è stato tra i più bassi di tutta la città.

Bisogna riconoscere, tuttavia, che Giachetti ha di che gioire, anche se pudicamente cerca di nasconderlo. Un risultato, per altro scontato, lui - da consumato buttafuori - e la sua parte politica l'hanno raggiunto dentro il PD: hanno finalmente disarcionato dalla plancia di comando quel che restava della sinistra, si fa per dire, di estrazione post comunista; il duo Bettini-Zingaretti. Consegnando la supremazia agli ex democristiani-popolari-margheritini: Gasbarra, Franceschini e consorte, Fioroni ecc.

Ma non è stato un miracolo, tanto meno laico - contraddizione in termini se a gioire è pure Fioroni -, il vero miracolo è quello ottenuto dall'onorevole Giachetti diventato vicepresidente della Camera.

Per grazia ricevuta.

VENDITORE AMBULANTE

La politica italiana nella seconda Repubblica ha elaborato, tra le tante negatività, un tipo nuovo di politico: il ciarlatano, impropriamente definito leader. Il capostipite di questa nuova razza domestica prodotta dall'incrocio fra un televisore e l'homo egocentrico è stato, indubbiamente, Berlusconi. Ma poi, sulla strada da lui aperta, si sono incamminati in parecchi. L'ultima e più avanzata evoluzione della specie si è incarnata nel giovane Renzi in competizione con i consimili Grillo, Salvini, Meloni e altri minori. Gli incroci con le tecnologie si sono allargati a web, facebook, twitter ecc.

Caratteristica principale del ciarlatano è quella di cercare di appioppare ai creduloni, che non mancano mai, prodotti salvifici per ogni bisogna. Questo tipo umano ebbe una certa diffusione e un certo successo nel mitico west americano durante l'epopea ottocentesca della colonizzazione della Frontiera americana. Indimenticabile, quasi cinquant'anni fa, la sua raffigurazione in Mr. Merryweather interpretato da Martin Balsam nel film di Arthur Penn "Il piccolo grande uomo". Costui girava le nascenti cittadine del far west cercando di vendere i soliti intrugli spacciati per "elisir di lunga vita"; poi, di solito, era scoperto dai truffati e la conseguenza era che ogni volta che Jack Crabb (Dustin Hoffman), protagonista del film, lo rincontrava, al corpo di Merryweather mancava sempre qualche pezzo.

A Renzi sta capitando un po' la stessa amara vicenda. Non ha capito perché ha perso elezioni amministrative e referendum. Crede che sia stato solo un suo difetto di comunicazione e quindi pensa di recuperare, non avendo più la possibilità di inondare di slide le TV, continuando a magnificare su facebook e in varie interviste ai giornali le gesta del suo triennio governativo: tasse abbassate, occupazione crescente, economia in decollante ripresa, bonus di qua e di là, e via magnificando. Che poi gli elettori, soprattutto quelli giovani fra i 18 e i 25 anni, non essendosi granché accorti di tale manna, lo abbiano bastonato a più riprese, con risultati elettorali inversamente proporzionali ai benefici ricevuti, è solo perché - dice lui - non si è potuto fare di più e spiegare meglio all'inclita e al volgo, quello delle periferie urbane e sociali in particolare, quali "elisir" gli erano stati somministrati. Questo per l'ufficialità; perché, in verità, il pensiero tenace che alberga nella testa del Merryweather di Rignano, è che non è stato lui a non farsi intendere ma sono gli elettori che, in particolare il 4 dicembre scorso nel referendum sull'incantevole riforma costituzionale, non l'hanno capito e, meschini, si sono lasciati scappare l'occasione di averlo ancora a lungo a capo del governo.

Dopo di che, ha dovuto, com'è suo solito, fare la consueta piroetta rispetto a quanto aveva solennemente annunciato: se perdo il referendum lascio la politica. E qui c'è stato un innegabile colpo di genio, una mossa da antologia della vendita ambulante: far passare l'imbarazzante retromarcia con l'atto eroico di chi rimane al suo posto e non scappa. Riproponendosi, per altri scopi, banditore delle stesse miracolose pozioni. A un dipresso, come il ciarlatano che, dimentico di aver detto che l'unguento raccomandato era per far crescere i capelli, di fronte alle vivaci contestazioni di chi l'ha provato senza alcun risultato, cerca di riproporlo come toccasana per i calli.

Per non sparire dalla scena, se non definitivamente - in un Paese dove in politica come in chimica nulla si distrugge e tutto si trasforma -, almeno per un lungo periodo, il Renzi si è aggrappato a una porzione di potere: quella del partito, promuovendo un Congresso per ridiventarne più padrone di prima. Purtroppo deve prendere i voti, e per questo torna a fare il mestiere che più gli riesce naturale: il piazzista; più ipocritamente definito, come il Berlusconi dei tempi d'oro, "comunicatore".

A differenza di mister Merryweather, per fortuna, il venditore di Rignano non ha subìto menomazioni fisiche: qualche chilo di troppo, ma in via di smaltimento, acquistato per lo stress nelle televendite, un sorriso spesso forzato che tende alla smorfia, impennate della testa con sguardo in tralice verso chi lo contraddice, insomma niente di che. Le amputazioni vere riguardano l'elettorato e il PD; ma non sono dolorose, almeno per lui perché, si sa, Parigi val bene una massa di consensi perduti.

Per esigenze di copione gira l'Italia non più con il camper ma con il trolley; un modo per sembrare più sbarazzino e meno invadente, più anonimo e meno arrogante. Deve averglielo consigliato Jim Messina, lo spin doctor assunto per asfaltare i propri avversari nel referendum. Solo che si è sbagliato: doveva dare consigli utili per gli acquisti a uno che, invece, doveva vendere merce.

Per di più avariata.

ACCANIMENTO TERAPEUTICO

Com'è noto "l'Unità" fu voluto e fondato da Antonio Gramsci. Il nuovo giornale fu da lui proposto nel 1923 al Comitato esecutivo del PCd'I (Partito comunista d'Italia) sezione dell'Internazionale comunista. Il sottotitolo lo indicava come "quotidiano degli operai e dei contadini". Per Gramsci la testata doveva indicare lo scopo, il programma e la funzione del giornale: "Unità di tutta la classe operaia intorno al partito, unità degli operai e dei contadini, unità del Nord e del Mezzogiorno, unità di tutto il popolo italiano nella lotta contro il fascismo". In seguito il giornale divenne, per molti decenni, organo del PCI. Prima nella clandestinità, sotto la dittatura fascista, e poi durante gli anni della Repubblica.

I suoi titoli, le sue cronache hanno scandito i momenti storici più importanti che hanno segnato il nostro Paese e la vita e la lotta di milioni di persone per la libertà, la giustizia e l'emancipazione sociale. "l'Unità" non è stato solo un organo di partito ma la bandiera di milioni di lavoratori, del braccio e della mente, nel duro cammino per conquistare i loro diritti sociali e civili. Era un segno d'identità forte. La sua testata la vedevi spuntare dalle tasche delle tute dei lavoratori che entravano in fabbrica sfidando l'occhiuto controllo dei vigilantes padronali o nei cappelli di carta degli edili sui cantieri o nei comizi della Cgil e del partito, assorti nell'ascoltare Di Vittorio, Togliatti, Novella, Pajetta, Lama, Amendola, Scheda, Pajetta, Ingrao e tanti altri. Ogni domenica "l'Unità" veniva diffusa in centinaia di migliaia di copie e a milioni nelle feste particolarmente care agli uomini e alle donne della sinistra: il 25 aprile e il 1° maggio. La vendita casa per casa, nelle strade, ai semafori era un impegno militante e anche una gavetta per i nuovi iscritti al partito comunista. Il sostegno finanziario al giornale era una delle attività più importanti nella vita del PCI. Ogni anno, per tutta l'estate, infatti, si sviluppava la campagna di sottoscrizione straordinaria per l'Unità intessuta da migliaia di feste popolari grandi e piccole. Ogni cellula, sezione, comitato di zona e comunale, federazione cittadina e comitato regionale avevano fissati i loro obiettivi di raccolta. Nelle campagne contadine e mezzadrili spesso la sottoscrizione era in natura: polli, uova, bottiglie di vino, sacchi di grano ecc. . Erano il tributo di braccianti e contadini al loro giornale. Quello che si erano passati di mano in mano, copiato e ricopiato, durante la dittatura fascista, quello che li aveva incitati a resistere a combattere e a insorgere contro i nazifascisti. Mille fili legavano l'Unità al suo popolo. Nel dopoguerra, con la rifondazione del PCI nel "partito nuovo" e di massa, Togliatti volle fare de "l'Unità" un grande giornale nazionale e popolare. Alfredo Reichlin, che ne divenne direttore nel 1957, raccontava che Togliatti gli disse: bada non devi farne un foglio di propaganda ma pensalo come "Il Corriere della sera" dei lavoratori e della sinistra, organo non solo di un partito ma di nuove classi dirigenti; quelle popolari. Morto il PCI e iniziato il deperimento della rappresentanza politica del movimento popolare e sociale che quel partito aveva costruito, organizzato e rappresentato nel corso di quasi 70 anni, era inevitabile che "l'Unità" declinasse insieme alla sinistra postcomunista. Volerlo far vivere al di fuori del suo contesto storico e sociale, al di fuori delle sue radici popolari e di classe, è stato un errore politico che, a volte, come diceva Talleyrand, è peggio di un delitto. Con Renzi, poi, e con tutto quello che lui ha rappresentato di definitivo mutamento genetico del PD, si è arrivati, sul corpo sfigurato della gloriosa testata, ridotta a velina del renzismo, a operare una sorta di accanimento terapeutico. Che cosa sia stata "l'Unità" nella storia del movimento operario e della sinistra e cosa essa abbia rappresentato nella migliore storia del nostro paese e del giornalismo, non è assolutamente comprensibile dalle nano menti degli attuali padroni del PD. E, per la verità, neanche tanto da quelle precedenti del Pds-DS. Altrimenti avrebbero dovuto capire al volo che "l'Unità" non poteva rimanere se stessa passando dal finanziamento popolare a quello capitalistico imprenditoriale di varia specie e colore. Anche perché qui da noi quest'ultimo tipo di sostentamento è connaturato alla più antica e peggiore tradizione del capitalismo italiano e di una certa borghesia: possedere giornali solo per scopi d'influenza politica, essendo in grado di fare affari solo inciuciando col potere politico, invece di misurarsi col mercato, la concorrenza e la competitività. Quando "l'Unità" era ancora quella vera, la denuncia di questa commistione fra giornali e padronato era, tra gli altri, un suo cavallo di battaglia, puntuale e quotidiano.

Ma al degrado non c'è mai fine, anche nell'ambito della storia di questo innaturale innesto padronale nel giornale fondato da Gramsci. Scampato qualche tempo fa alle "cure sanitarie" degli Angelucci, non è sfuggito, com'è noto, a quelle di Pessina. Qualche giorno fa l'amministratore delegato della società editrice de "l'Unità" e dei Pessina, Guido Stefanelli, ha finanziato in un' apposita cena elettorale, presente anche il governatore berlusconiano della Liguria Toti, il candidato del centrodestra Bucci a sindaco di Genova. L'altra settimana, dopo l'imbarazzante trasmissione di Report sulla vicenda "l'Unità"- Pessina, interrogato da Paolo Mieli a "otto e mezzo", sul perché un grande costruttore e affarista come il gruppo del suddetto Pessina abbia investito, in perdita economica, per rieditare "l'Unità" durante la sua premiership, Renzi ha risposto candidamente: sono imprenditori che rischiano. Idem il giorno dopo, a "di martedì", un certo Mario Lavia inverosimile editorialista del quotidiano; che però, pudicamente, ha aggiunto: forse hanno fatto male i conti.

Nella fiera dell'ipocrisia e della malafede nulla vieta che la prossima volta - se ci sarà una prossima volta - Renzi e company possano rispondere: per filantropia.