CULTURA E DIRITTI

FORO ROMANO

di Aldo Pirone

SENZA PUDORE

A volte capita di leggere cose sulle quali non si sa bene se ridere o piangere. Oggi a meritare l'oscar di questa specie di giornalismo, comunque senza pudore, è il fondo del direttore del "Il Messaggero", il giornale di Caltagirone, Virman Cusenza. Anche lui dice la sua, cioè quella dell'editore-palazzinaro-padrone, sullo Stadio-centro commerciale-business park di Pallotta e Parnasi, impropriamente detto della Roma. Caltagirone com'è noto, e come lo ha testimoniato quotidianamente il suo giornale, è contrario a quella speculazione urbanistica, ma solo perché avrebbe voluto farla lui. E quindi Cusenza per ribadire la contrarietà del giornale di sua eminenza, invece di chiamare le cose con il loro nome, vedi mai che la parola speculazione dovesse anche per sbaglio essere messa all'indice, indovinate con chi se la piglia? Col "vincolo" sull'ippodromo della soprintendenza dovuto al cosiddetto "cedernismo"; cioè con Antonio Cederna. Prima, però, per introdurre il tema forte, c'è il prologo delle risate. Si parte con "La nostra cultura liberale ci vieta, quasi per statuto, di essere contrari all'innovazione", per proseguire "Questo giornale ha condotto battaglie contro le clientele in tutti i settori, proprio a riprova della sua vocazione a dare ossigeno e valori forti alla Capitale". Che poi sarebbero quelli caltagironici. All'inizio, per la bisogna, aveva scomodato anche Cavour: "Non si può stare a Roma, come avevano ben capito i padri dell'Unità d'Italia a cominciare da Cavour, senza avere un'idea grande". Che poi, non ricordando bene, era più precisamente il Mommsen che, rivolgendosi a Quintino Sella appena arrivato a Roma nel 1870 sulle baionette dei bersaglieri, lo avvertiva: "Deve sapere che a Roma non si può stare senza avere un'idea universale". Che non era il cemento a go go. Poi Cusenza arriva all'obiettivo introducendoci al pianto: "Roma in questi decenni ha gravemente sofferto di un deficit di innovazione. La causa madre di questo ritardo, che ha messo la città in posizione di clamoroso svantaggio rispetto alle altre metropoli europee, si chiama 'cedernismo'. ", il giornalista, ambientalista, scrittore protagonista instancabile delle battaglie contro la "capitale infetta" che Cusenza accusa di essere stato il " ... dominus di una lunga stagione all'insegna della concezione immobile e pietrificata della storia di Roma". Cedernismo dunque, "un impasto di conservatorismo ideologico, di decrescita infelice e di anticapitalismo mascherato da ecologismo. Questa cultura sprezzante dei bisogni di modernità, mobilità e vivibilità ha dato alle Soprintendenze la copertura ideologica per agire come centrali di veti ai danni di Roma". Di cui, udite udite, "L'ultimo esempio - sentenzia il portavoce di Caltagirone - è arrivato proprio con il vincolo posto sulle tribune dell'ippodromo di Tor di Valle (incomprensibile tutela a un bene insignificante)". Capito? Insignificante.

E noi che pensavamo che Roma fosse stata sopraffatta dalla corruzione politica, amministrativa e burocratica intrecciata strettamente alla speculazione finanziaria e fondiaria sprezzante di ogni regola, di ogni legalità, di ogni principio di bene comune, di ogni bellezza. E noi che credevamo che uno dei dominus di questo impasto perverso e dominante, vero e dinamico pietrificatore di Roma, di questa "razza padrona" famelica e incolta, fosse stato proprio Caltagirone in questi decenni; e che "mafia capitale" sia stata solo la punta dell'iceberg di un malaffare più ampio fatto di appalti truccati, convenzioni a usum delphini, compensazioni come Tor Pagnotta, grandi opere costate il doppio e il triplo del dovuto, come la linea C della metropolitana dove a costruire c'è anche la Vianini di Caltagirone, o la nuvola di Fusksas o le incompiute vele di Calatrava, oggetto delle denunce indignate della Corte dei Conti. E noi, tapini, che leggendo ogni giorno di arresti, denunce, indagati, processati di questo mondo di lor signori pensavamo, ingenui, che fossero costoro i responsabili del declino di Roma.

E invece no, come nei gialli che si rispettano, l'insospettabile assassino di Roma era Cederna, defunto oltre vent'anni fa che "ha provocato a Roma - Cusenza dice proprio così - quei danni irreparabili, legati alla lontana ma purtroppo ancora attualissima polemica sull'hotel Hilton a Monte Mario". Una delle speculazioni più ignobili e distruttiva di ambiente e paesaggio dell'era Rebecchini-Cioccetti, in combutta con la famigerata Società Immobiliare. Cederna è stato l'artefice, tra l'altro, della salvezza dell'Appia antica e della legge su Roma capitale che se Cusenza e molti altri insieme a lui la leggessero, magari solo nella prima parte, s'accorgerebbero al volo delle scempiaggini che dicono e che scrivono in fatto di innovazione e visione di una Roma urbanisticamente moderna.

Dopo le lacrime, però, il direttore de "Il Messaggero", per tirarci su, torna a farci scompisciare dalle risate. Tralasciamo la difesa pro domo sua, cioè di Caltagirone, delle previsioni del PRG per l'area di Tor di Valle, per l'assai più esilarante denuncia dell' "alterazione del mercato". La prende, come con Cavour, alla lontana nello spazio e nel tempo: "Sono passati più di cento anni da quando gli Stati Uniti vararono, nel 1890, la prima legge antitrust: lo Sherman Act. Oggi quelle regole, un vero faro del diritto, appaiono quanto mai attuali .... La concorrenza, già così fortemente penalizzata dal diluvio di cubature non previste dal piano regolatore, verrebbe ulteriormente alterata se chi dovrà costruire gli immobili potrà giovarsi di un costo di partenza fortemente inferiore al prezzo di mercato". Tutte cose, soprattutto il "diluvio di cubature", notoriamente ostiche all'editore del giornale di Cusenza che ha in orrore ogni monopolio, come quello stabilito con l'Università di Tor Vergata che lo vede edificatore esclusivo in quell'area senza limiti di budget né temporali. La conclusione satirica è da antologia: "La cultura di questo giornale - lo ribadiamo - non è mai stata contraria all'innovazione ma all'alterazione del mercato".

Poi il monito, anzi la minaccia, visto da quale editore arriva: "Oggi è il giorno del giudizio. Una classe dirigente che finora non ha dato grande prova di sé non può sfuggire alla consapevolezza di quali siano i princìpi e le regole in campo. Anzi, in nome di Roma, deve dimostrare di esserne all'altezza".

Cusenza, invece, ha già dimostrato di essere all'altezza degli interessi rapaci e speculativi di Caltagirone. Anzi, all'altezza della loro vergogna.

MARZIANI O MARXIANI?

Ieri mattina ho intercettato su La7 all' "Aria che tira" un paio di dichiarazioni di Gianni Cuperlo e Fausto Bertinotti su quello che sta capitando dentro al PD. Cuperlo, a proposito della domenica trascorsa all'Assemblea nazionale piddina al Parco dei Principi ha fatto una battuta parafrasando Marx, Groucho naturalmente non Carlo: "Ho passato una domenica veramente meravigliosa ma non era questa". Richiesto, dalla conduttrice del "salotto" mattutino della Cairo TV, di dire la sua opinione su cosa Renzi e i dirigenti piddini dovrebbero fare per superare la crisi in corso e la pendente scissione, ha risposto, in sintesi, che bisogna ricondurre il PD alle sue origini. Cioè alla sua nascita che fu, secondo lui, la conclusione di un lungo percorso della sinistra maggioritaria iniziato con lo scioglimento del PCI, avente lo scopo di unire in un solo partito le correnti di origine riformiste socialista e comunista a quella cattolica democratica. Il tutto raccontato con la soavità del narratore mitteleuropeo che Cuperlo rappresenta anche fisicamente, con educazione, misura, sobrietà e notevole cultura.

A lui ha risposto subito un altro grande narratore della sinistra, Bertinotti, che, rifacendosi a una striscia di Charlie Brown in cui si chiedeva misericordia, ha stigmatizzato anche lui l'assenza di politica e di alti motivi nella commedia scissionistica del PD. Inoltre ha subito messo sotto accusa il venticinquennale declino e fallimento della sinistra riformista, non solo italiana ma anche europea, dovuto, ha detto, all'assoggettamento al blairismo della terza via che è stata "contro i popoli".

Non so cosa abbiano detto in seguito perché ho dovuto spegnere la Tv e dedicarmi ad altro.

Cuperlo quando parla delle origini del PD ripete il consueto racconto sulle belle intenzioni di allora che, a volte, se non esaminate criticamente, lastricano, com'è successo e sta succedendo, la via dell'inferno. La verità è che il PD è stata la conclusione estenuata di un sostanziale, ma non lineare, declino della sinistra, di un allontanamento alla sua base sociale, e anche di un allentamento etico. Nel 2007 non si uniscono due riformismi, come dice Cuperlo, si uniscono due debolezze e, soprattutto, le loro fameliche e ben strutturate correnti feudali. Il gruppo dirigente della sinistra storica è diviso su intenti diversi. D'Alema pensa, furbescamente, di ingabbiare nel nuovo partito i margheritini e la loro parte ex popolare per sottrarla alle attrazioni fatali del centrismo, Veltroni di andare oltre la tradizione storica della sinistra comunista e anche socialista dando al PD un profilo accentuatamente interclassista e imperniandolo su una democrazia interna segnata dal plebiscitarismo delle primarie che elegge il leader e addirittura gli organismi dirigenti del partito, ma non elimina, anzi la sussume consolidandola, la struttura notabilare nelle province dei partiti fondatori. Gli ex popolari-margheritini s'acconciano, non hanno pretese. La struttura correntizia di potere, senza una significativa radice in sensibilità politiche e sociali di un qualche spessore come era nella DC, per loro è più che sufficiente, così come è più che apprezzata la collocazione interclassista. E' questo dna che ha prodotto il renzismo, cioè, come s'accorse improvvisamente e amaramente D'Alema dopo averlo causato, l'"irrompere del populismo nelle nostre file". Più che tornarvi, quelle origini bisognerebbe reciderle.

Bertinotti, d'altro canto, non può chiamarsi fuori dagli esiti complessivamente disastrosi maturati nel quarto di secolo trascorso nella sinistra italiana. Erede brillante e intellettualmente ricercato del vecchio massimalismo socialista, arriva nel 1994 alla guida di Rifondazione, a cui non aveva subito aderito. Vi arriva soprattutto grazie all'errore del vecchio comunista Cossutta che l'aveva arruolato in funzione anti Garavini, credendo di poterlo facilmente controllare. Bertinotti ha rinchiuso il suo partito, dopo aver costretto Cossutta a uscire a causa della sfiducia al primo governo Prodi, nel recinto dell'antagonismo dei simboli e dei sentimenti, senza alcuna ambizione o prospettiva egemonica, non in grado di contrastare efficacemente lo slittamento a destra della parte maggioritaria e "riformista" raccoltasi nel Pds-Ds. In tal modo ha rappresentato l'altra faccia del declino della sinistra. Non a caso quando nasce il PD, su quelle basi ambigue e malsane cui si è accennato e che a Cuperlo sono sfuggite e ancora sfuggono, la creatura bertinottiana, trasformatasi in sinistra arcobaleno insieme ad altre piccole forze (Verdi, PdCI, Sinistra Democratica), prima ottiene una sconfitta clamorosa che la esclude dal Parlamento nel 2008 e poi si scinde: il massimo insuccesso proprio nel momento del massimo slittamento a destra della sinistra maggioritaria. In seguito la sinistra originata dal bertinottismo nelle sue varie versioni non è riuscita a raccogliere i distacchi via via crescenti di porzioni di popolo e di elettorato dal PD che, invece, hanno ingrossato le file dei disillusi, degli sfiduciati, degli astenuti o, reagendo sdegnate, quelle elettoralmente corpose del M5s. Non sarebbe male se anche Bertinotti oltre a descrivere i mutamenti epocali analizzasse autocriticamente le sue responsabilità, che non sono poche, nel declino della sinistra e non solo quelle degli altri. Altrimenti più che marxiani si è marziani.

Cuperlo dovrebbe mettere la sua finezza politica e la sua cultura al servizio di una ricostruzione in mare aperto della sinistra non di un'altra corrente interna al PD; una ricostruzione sociale, politica, culturale e morale. Ma questo gli sarebbe possibile solo se, per riprendere Marx, sempre Groucho naturalmente, riconoscesse analiticamente di aver "partecipato a un partito meraviglioso, ma non era questo". E forse l'altro Marx, Carlo, potrebbe aiutarlo a capirne il perché.