Per la Critica

Ida Amlesù, Edoardo Zambelli, Luca Bernardi,

Andrea Morstabilini

FORME DI DEVIANZA: QUATTRO RECENTI ESORDI NARRATIVI

di Luigi Matt

Romanzi usciti nell'ultimo anno, opera di scrittori esordienti che in modi diversissimi tra loro sperimentano con esiti incoraggianti forme di devianza rispetto alla narrativa commerciale. Non è certo un caso che tutti e quattro siano stati pubblicati da editori indipendenti lodevolmente estranei alla ricerca della facile leggibilità a tutti i costi.

Nella sterminata produzione narrativa di oggi è evidente una forte tendenza all'omologazione, senza dubbio incoraggiata dai grandi editori. Chi tenta di orientarsi tra le centinaia di romanzi che escono ogni mese rischia di faticare a distinguere un libro dall'altro: più o meno ben fatti a seconda dei casi, troppi testi appaiono livellati - probabilmente a causa tanto di precise scelte commerciali, quanto delle capacità limitate di buona parte degli scrittori - su di una mediocrità tutt'altro che aurea. Ciò si riscontra dal punto di vista dei temi e della rappresentazione, e ancor più da quello stilistico: domina una lingua incolore e priva di vita, scolasticamente corretta quando va bene, altrimenti desolantemente sciatta.

Se questa è la situazione, appare particolarmente opportuno valorizzare le eccezioni che pure ci sono. Qui segnalerò quattro romanzi usciti nell'ultimo anno, opera di scrittori esordienti che in modi diversissimi tra loro sperimentano con esiti incoraggianti forme di devianza rispetto alla narrativa commerciale. Non è certo un caso che tutti e quattro siano stati pubblicati da editori indipendenti lodevolmente estranei alla ricerca della facile leggibilità a tutti i costi.

Ida Amlesù nel romanzo breve Perdutamente (Nottetempo) mette in scena le difficoltà di una giovane donna a trovare un posto nel mondo. Nel solco di un'ormai consolidata tradizione di narrativa femminile si rappresenta, bilanciando ironia e malinconia, un personaggio che sin dall'infanzia non sembra poter rispondere a ciò che la società chiede alle donne, né dal punto di vista fisico, né da quello comportamentale: «Assunsi presto il mio aspetto - capelli grigio topo, magrezza spettrale. [...] Disegnavo sempre cose spaventose, non per esorcizzare le mie paure [...], quanto per dare loro un volto amichevole» (p. 18). L'inquietudine che pervade il libro viene trasmessa attraverso una scrittura piana, ma che rifugge da espressioni banali o stereotipate; le accensioni dell'inventiva pertengono al livello figurale, impiegato per rappresentare con piena evidenza il mancato allineamento della fantasia della protagonista alle percezioni considerate normali: «Le pareti si fecero più strette, e cominciarono a sudare - e anche da quel sudore nascevano ricordi, putridi però, falsi, senza colore. [...] Sotto le mani cominciai a sentire l'acqua - le camicie, gli stracci, le carte, le serrature erano fradicie, e sputavano umori asprigni, miasmi rossastri - e da quell'acqua morta i ricordi fiorivano, marcivano, fiorivano di nuovo, impregnavano dei loro liquami le assi del pavimento, inarcandole, torcendole, staccandone le schegge - e il soffitto marciva a sua volta, e i mobili, e le sedie, tutto crollava, imputridito da quei tarli liquidi, masticato dall'umidità, lasciando dietro di sé uno spazio nero e vuoto che non si poteva in alcun modo riempire» (pp. 78-79).

L'antagonista di Edoardo Zambelli (Laurana) è costruito come un gioco di specchi tra realtà e immaginazione. Il suicidio di una donna amata dal protagonista-narratore in gioventù e la vicenda di una ragazza che pare andare in cerca del proprio assassino si intrecciano in un racconto che oltre a rappresentare ciò è accaduto ai personaggi sembra essere incentrato su sé stesso. Il fatto che la voce narrante sia quella di uno scrittore invoglia a leggere la seconda delle storie come parte di un romanzo a cui sta lavorando: ma molti aspetti, compreso il finale non risolutivo, complicano le cose. Zambelli fa un uso intelligente e non meramente ricreativo di elementi propri del genere mistery, attraverso i quali percorre efficacemente i territori del perturbante, in pagine che prendono spesso un accentuato carattere onirico. Le preponderanti atmosfere fredde e grigie trovano il corrispettivo formale nell'adozione di una prosa da cui è stata eliminata qualsiasi traccia di espressività: l'onnipresente paratassi, l'impassibilità di un lessico privo di scarti dalla media, il rifiuto di ogni tentazione figurale sono frutto di precise scelte, che si rivelano perfettamente funzionali. Anche ridurre lo stile ai minimi termini può infatti essere una soluzione apprezzabile, purché, come nel caso dell'Antagonista, ciò avvenga senza cedimenti a una lingua da rotocalco: minimale e banale non sono affatto sinonimi.

Leggendo Medusa diLuca Bernardi (Tunuè) si viene trasportati nel mondo della paranoia. La voce narrante appartiene ad un giovane «nel ramo del commercio con gli alieni» (p. 18), dedito alla compilazione di un Dizionario Semiologico Abissale in cui si propone di «apportare metasignificazioni» (p. 53), e in definitiva di dar vita ad una descrizione dell'universo sub specie segnica. Il personaggio rientra a pieno titolo nella categoria dei marginali che tanta importanza ha avuto nella narrativa dell'ultimo cinquantennio. Di età imprecisata (probabilmente è un adulto che conserva molte caratteristiche adolescenziali), sembra unire alla limpida vena di follia una buona dose di intelligenza e cultura; ciò lo porta a vedere le cose in modo totalmente estraneo alla normalità, ma all'interno di un sistema tutt'altro che privo di tenuta logica. L'effetto che ne scaturisce è la messa in rilievo - attraverso l'esercizio di quella che si potrebbe chiamare razionalità alternativa - della dose non piccola di insensatezza che si nasconde nelle pieghe del rassicurante senso comune. Fuori norma è anche il linguaggio impiegato, coerentemente instabile nella sua continua alternanza tra sprazzi giovanilistici («I bimbiminkia millantano etti, il Ginger dà spago e spippetta»: p. 114), alienazioni metaforiche («Le stelle si grattavano. La luna picconava»: p. 86), schegge di lessico iperletterario o scientifico, anche in combinazione («il di lui immaginario amico o famulo nonché stigma di galoppante ebefrenia»: p. 68) e coniazioni estemporanee (centogiochista, putapadre, tirannosaureggianti).

Stupore e ammirazione attendono chi si impegni nel tour de force della lettura di Il demone meridiano di Andrea Morstabilini (Il Saggiatore). I difetti imputabili ad una certa intemperanza, che porta a volte l'autore a mostrare con troppo compiacimento la propria bravura, scompaiono a fronte dell'impresa di scrivere - negli anni di facebook e dei talent show - una storia gotica volutamente passatista incentrata sulla sparizione in un museo delle mummie che vi erano conservate. I numi tutelari di un testo che procede in modo asistematico, antiromanzesco, fondamentalmente asociale sono (oltre ovviamente al Leopardi del Dialogo di Federico Ruysch e le sue mummie) i classici inglesi dell'horror insieme ad alcuni irregolari italiani come Landolfi e Manganelli (colui il quale, vale la pena di ricordare, è inventore dell'aggettivo mummioso). Il lettore è invitato a perdersi in una labirintica prosa in cui faticherà a districarsi, ma accettando la sfida sarà ricompensato con una cornucopia di gemme lessicali di varia provenienza (frequenti gli arcaismi, come esequiale o puzzore; e soprattutto i termini specialistici: aneurismatica, crepidoma, nematelminti, picnometri, splenomegalie, ecc.), incastonate dall'autore in una sintassi iperletteraria - con periodi che possono estendersi anche per più di una pagina -, costruita seguendo come stella polare le ragioni dell'ornatus. Il «gusto secentesco per la meraviglia» (p. 38), evocato nel romanzo a proposito dell'arredamento di alcune stanze, agisce senza dubbio nella scrittura di Morstabilini: in tempi di semplicità coatta, un libro come Il demone meridiano lascia ben sperare per la sopravvivenza dell'espressivismo.