Speciale Mario Lunetta

FIGURE LUNARI

di Claudio Maria Messina

Quando l'ascensore sbucò dal pavimento all'altezza del primo piano, prima di lanciarsi silenzioso e veloce verso la punta della Mole, lui rimase senza fiato. Il grande spazio interno dell'edificio antonelliano, adattato a Museo del Cinema, mostrava, lungo una lenta spirale che saliva intorno alle sue pareti, cimeli e posticci dei tempi in cui il cinema era nato, nella città che tra qualche secondo si sarebbe estesa ai suoi piedi. Due enormi schermi proiettavano film di quell'epoca e nessun suono era percepibile, neanche quello delle musiche, semplici ma necessarie a sottolineare gli accadimenti, che in genere li accompagnavano. Poi capì perché. Davanti agli schermi alcune file di chaises-longues foderate di rosso cupo, munite di paraorecchie che contenevano dei minuscoli altoparlanti, davano a ciascuno la sensazione di essere al centro dello schermo. L'ascensore aveva iniziato la sua salita e ora la visione d'assieme era completa. Le chaises-longues erano tutte vuote tranne due. Una era occupata da una donna e, quella accanto, da un uomo. Due figure lunari, nella penombra,. La donna aveva un caschetto di capelli neri e un corpo che non gli sfuggì essere ben fatto. La posa era voluttuosa, la donna godeva in modo evidente dello stare sdraiata. I piedi, incrociati, calzavano sandali grigio argento che gli solleticarono la fantasia. L'ascensore era ormai a mezza altezza quando la vide alzare di scatto il busto e volgersi verso il suo vicino. Questi scese con un balzo dalla sua poltrona e si sedette accanto a lei, strappandole qualcosa di mano. Gli parve un fascio di vecchi fogli ingialliti. Sorpreso e infastidito il visitatore si guardò intorno, ma in ascensore con lui c'era solo una coppia di giovani allacciati e due anziani signori che guardavano verso l'alto, scambiandosi brevi commenti tecnici. Nessuno guardava in basso e quindi nessuno aveva notato quanto era accaduto e nessun altro notò quanto accadde in seguito. L'uomo si era chinato a baciare la donna forzandola sullo schienale della poltrona; le gambe di lei si alzarono all'altezza del busto e per un attimo si scomposero mostrando le cosce. La mano sinistra dell'uomo afferrò la gamba destra di lei e la risospinse verso il basso. L'ascensore era ormai troppo in alto per cogliere tutti i dettagli di quanto accadeva ma a lui parve che la donna avesse una contrazione e percepì distintamente che perdeva un sandalo, poi l'ascensore entrò nella lucerna e si fermò per far scendere i visitatori all'altezza della terrazza panoramica. Lui esitò prima di scendere, la scena cui aveva assistito lo aveva sconcertato e per un momento pensò di rinunciare alla visita panoramica e di tornare immediatamente giù. Poi decise che era solo l'erotismo involontario di quelle cosce improvvisamente nude e del piede scalzo che lo stava attraendo. E la donna non era sola, anzi, era robustamente accompagnata. Ma il panorama lo annoiò rapidamente e, al primo ritorno dell'ascensore, ne approfittò per scendere con gli occhi fissi sulla platea davanti allo schermo di destra. La donna era sola ora. Sembrava ancora più rilassata di prima e leggermente girata verso la sua destra. Era composta e la gonna le copriva le ginocchia. Lo sguardo di lui mise a fuoco i dettagli mentre l'ascensore, apparentemente più veloce nel discendere, zoomava la scena. Il sandalo argenteo era ancora per terra, accanto alla chaise-longue. L'immagine della forma robusta ma elegante del piede gli balzò nel cervello e lo ossessionò per i restanti secondi della discesa. Quando poté uscire dall'ascensore salì con pochi balzi le scale che conducevano al primo piano e, con il cuore in gola, si avvicinò alla figura distesa. Decise di mostrarsi audace e si sdraiò sulla sedia accanto, dall'altra parte di dove si era seduto l'uomo che l'aveva baciata. Lo schermo proiettava alcune scene di un film tratto da una storia salgariana. Erano le stesse scene che venivano proiettate quando, poco prima, aveva visto la donna alzarsi di scatto. Era un buon pretesto per attaccare discorso e allora si voltò verso di lei. La donna lo stava fissando. Le braccia, inerti, erano appoggiate alla sedia e la bocca semiaperta mostrava, in una smorfia grottesca, la lingua appoggiata all'angolo della bocca. La lingua era violacea e gli occhi vitrei; un sottile cordino di nylon le cingeva il collo. La donna era morta. Un pezzo di carta ingiallito e stracciato giaceva in terra tra le due chaises-longues. L'uomo si accorse di averlo raccolto solo dopo essersi messo ad urlare. La Perla di Labuan, lesse . E prima ancora che gli inservienti, accorsi alle sue grida, lo allontanassero spintonandolo con rudezza, lo aveva perduto.

A Mario Lunetta e alle nostre Figure Lunari, una storia di ordinaria bibliofollia

Claudio Maria Messina

Biblioteca del Vascello

Robin Edizioni