LEGGERE IL NOVECENTO

F.V., LA CLASSE NON È ACQUA RACCONTO DI UN INCONTRO CON UNA GRANDE ARTISTA

di Maurizio Barletta

Non mi è mai più accaduto di vedere su un palcoscenico un'attrice capace di trasformare con altrettanta tempestività l'approccio al personaggio in una chiarezza immediatamente empatica, trascinante, squisito effetto di un'intelligenza teatrale naturale come la luce.

Quando rimango per ore inchiodato al tavolo dello studiolo, e quando le parole mi avvertono che sono lì lì per incanaglirsi, refrattarie al mio stimolo che le vorrebbe ben altrimenti ammansire, non mi abbatto: dispongo da anni di un rimedio. Interrompo la frase senza arrivare al punto. Al riguardo sono in possesso di modesti e anzi pedestri strumenti che mi garantiscono ogniqualvolta risultati che mi incoraggiano a riprendere il lavoro. Taglio un mezzo toscano, scendo le scale e m'inoltro avvolto in una nuvola di fumo, in uno di quei viali dell'Aventino dove il silenzio sembra scivolare dalle pietre più antiche, congiungendosi con le foglie degli alberi, in un'aspettativa indisturbata dal rumore dei passi delle poche persone che affiorano dalle curve. Quando il fumo del toscano si dirada, le parole sembrano riproporsi e possiamo stipulare un leale armistizio. Dovrò concedere loro che ero stato io a ingarbugliare il gomitolo della narrazione, forse per quel gusto dell'azzardo che talvolta altera i disegni altrimenti temperati e limpidi degli scrittori. E torno sui miei passi, paradossalmente rinsavito e convinto di ritrovare nella frase che avevo interrotto il piglio che la stanchezza mi aveva sgarbatamente nascosto. Perché ogni scrittore, sempre che egli voglia aspirare alla decenza e non allo strafare, ha un suo feticistico rapporto con le parole che va a interpellare. Quanto a me le conto e ne misuro la snellezza, come se attraverso un binocolo stessi contando e verificando i tempi e l'ampiezza del galoppo mattutino di un purosangue come Ribot, il più grande di ogni tempo.

Qualche giorno fa un caro amico, direttore di un'eccellente rivista, mi ha chiesto se avevo nei cassetti un racconto inedito che volentieri avrebbe pubblicato nel prossimo numero della rivista. Da qualche tempo mi sono dedicato a tempo pieno alla stesura di un romanzo. La mia balistica narrativa, ahimè, non è quella del poligrafo che, per statuto culturale, è sempre attrezzato, da vero militante delle lettere e al sevizio della scrittura, per rispondere alle chiamate più autorevoli, cioè indefettibili e non meramente congiunturali. Il poligrafo, dunque, non rimane mai ai bordi del campo, egli, a differenza di tanti altri scrittori, non somiglia a quelli che contano la storia per secoli, apparendo oggettivamente ai più come avari oltreché effettivamente disattivi. Insomma, non avevo nulla, neppure un bozzetto da rammendare, e da poter travestire da racconto. D'altra parte, invasato com'ero per la stesura del romanzo, che intanto in un circuito infinito era pur giunta al terzo passaggio, non potevo snocciolare lì per lì una piacente storiellina da infornare in quel grifagno strumento che è per me il computer. Dichiarandomi onorato per la sollecitazione che veniva a conferma di un'antica e reciproca stima, ma sprovvisto di munizioni degne della sua scoppiettante rivista, declinai l'invito.

Ma diavolo! Ma diamine! Il poligrafo e il suo arsenale? Il bordo del campo? Gli scrittori militanti e quelli che contano la storia per secoli? Questo sì che è materiale per uno scadente repertorio polemico d'antan. Questa sì che, al contrario, è una provvidenziale circostanza per testimoniare al direttore della rivista la tua stima per il suo operato che, del resto, tu apprezzi e condividi. Diamine! Scrivi questo benedetto racconto! Il romanzo, per tre o quattro giorni, non di più, puoi stare ben tranquillo, avrà anzi modo di ritemprarsi in quel resort ideale per le parole che, a detta di tutti i miei contemporanei, è oggi il computer. Un ricordo, l'immagine di una persona che è rimasta in te, la testimonianza di un incontro, il battito dell'ansia in una notte d'insonnia: questi sono i binari sui quali corrono i racconti. Non è un impegno che t'incurverà, come il romanzo, ancor più la schiena. Avanti! Mentre procedevo in questo genere di rimbrotti che avevano di mira me stesso, frugandomi nelle tasche mi resi conto di essere uscito dalla mia abitazione senza aver portato con me il toscano. Ritornai sui miei passi. Diluviava. Incrociai il mio sguardo con quello di una signora che scendeva da Via Aventina nella direzione opposta. Ci scambiammo un sorriso. Riscontrai una somiglianza con l'attrice F. V., che tra quelle del palcoscenico è tra le mie predilette, e comunque quella che collocherei sul trono se fossi chiamato a incoronarne una, e una sola, pur tra le eccelse della sua generazione. A casa aprii il computer, verificai che quel giorno non avevo lasciato incompiuta l'ultima frase. Tutto era andato come avevo auspicato. Il progetto tendeva ad incontrarsi con naturalezza con le parole. Salvai con un accorto clic quanto del romanzo avevo scritto. Telefonai al direttore della rivista per avvertirlo che avrei ottemperato alla sua cortese richiesta. Avrei scritto il racconto. Mi dissi: vediamo un po' se un ricordo che ha attraversato occasionalmente il tempo d'uno sguardo, ha tanto respiro per coincidere con il tempo di un breve racconto. Dunque... dunque... Vediamo se a questo caro reperto della memoria riesco a dare quel respiro che, tratto dopo tratto, gli conferisca l'aspetto pur occasionale di un racconto compiuto.

Nei primi anni del nuovo millennio, finii per trovarmi a mal partito. Già sul finire degli anni novanta, nel giornale dove avevo svolto con solerzia e decoro la mia professione di critico militante, lo spazio dedicato al teatro andò minacciosamente restringendosi. Falliva ogni tentativo di dissimulare il pessimismo che mi aggrediva quando salivo le scale del giornale per consegnare le recensioni, che beccheggiavano nelle mie tasche come pezzi di una nave che stesse inabissandosi. Infine il responsabile delle pagine culturali del giornale mi fece intendere che la critica teatrale altro non era ormai se non una residualità, quasi una giaculatoria in requiem della terza pagina, che il Novecento ormai spirato aveva portato via con sé negli abissi del passato. Quattro mesi dopo, del resto, il giornale stesso, nell'indifferenza generale abbandonò il campo sul quale aveva rivelato doti di civismo e coerenza culturale rispettabili in tempi di dilagante indifferenza pubblica.

Mi venne in soccorso un amico, (Vincenzo, questo il nome dell'amico provvidenziale), m'informò che non meno di quindici teatri nel corso degli ultimi anni erano stati messi in piedi nei Comuni del territorio, ben predisposti per decollare, muniti come erano dei carteggi che ne garantivano l'agibilità.

Cordialmente accolto da Sindaci e da Assessori, visitai quattordici dei quindici Comuni che Vincenzo aveva puntualmente enumerato. Ebbene: i teatri mi confermarono il positivo giudizio che mi era stato anticipato. Palcoscenici di varia ma sufficiente ampiezza. Camerini qua e là forse un po' stretti, per i misfatti compiuti da ottenebrati architetti, ma insomma anch'essi pur sempre nei limiti della decenza. In parallelo a queste perlustrazioni, procedevo a definire i caratteri della programmazione, prendendo i relativi contatti con le compagnie. Ma prima di ogni altro pensai a Lei, a F.V., convinto assolutamente che la sua presenza nella nostra programmazione avrebbe qualificato inconfutabilmente il progetto.

Ancora oggi ritengo che F. V. sia l'attrice di maggior e inconfondibile talento espresso dal nostro teatro, (in questo senso felicemente fertile), in tutto l'arco del Novecento. Un'attrice che in un'infinità di occasioni, nelle mie divagazioni mi appassionavo a immaginare interprete di testi che il teatro italiano non aveva mai ipotizzato neanche lontanamente di proporle. Andavo ad assistere a una prima di alcuni atti unici di Cechov ed ecco che immaginavo F.V. in veste di Elena Ivanovna Popova, benché Cechov avesse descritta la vedovella ne "L'orso", con due fossette sulle guance... Mi accingevo a scrivere di malavoglia la recensione de " Il Gabbiano", consapevole di non potere esprimere il rigetto per lo scempio inferto su quel testo, da un regista praticamente indecifrabile in ogni sua opzione, che invece gran parte della critica si portava con euforia dionisiaca gratuitamente, voglio ben sperare, sulle spalle. Ebbene, anche in tal caso, immaginavo F.V. interpretare con spietato umorismo Irina Nikolaevna Arkadina, vedova Trepliov. Per non dirvi poi delle sorprese che F.V. ci avrebbe mostrato nei diversi ruoli a sua disposizione in "Tre sorelle". Ma per concludere sulla mia ammirazione nei confronti di F.V.: non mi è mai più accaduto di vedere su un palcoscenico un'attrice capace di trasformare con altrettanta tempestività l' approccio al personaggio in una chiarezza immediatamente empatica, trascinante, squisito effetto di un'intelligenza teatrale naturale come la luce.

Per verificare l'eventuale disponibilità di F.V., cercai di attenermi alle consuetudini organizzative che raccomandano di prendere i contatti (e fin dai preliminari), con quei collaboratori degli attori ai quali è affidato l'incarico di distribuire gli spettacoli in relazione con le richieste del territorio. Mi ricordai di Carmen, un'effervescente collaboratrice molto apprezzata dalla stessa F.V. E Carmen si fece interprete di un suggerimento timbrato da F.V. In relazione con le caratteristiche molto promettenti di questa programmazione che le avevo puntualmente trasmesso, F.V. interveniva raccomandandomi di prendere in considerazione, (poiché non richiedeva accorgimenti scenografici di una qualche complessità), un suo vecchio testo, "Serata italiana" che aveva sempre navigato a vele spiegate su tanti palcoscenici. "Serata italiana" consisteva in un'antologia, o per meglio dire in un'arguta rivisitazione di brani trascelti da F.V. nelle opere di Vitaliano Brancati ed Ennio Flaiano. Concordai e definii con Carmen le cinque piazze che ritenevo le più idonee, in primis per la qualità del pubblico, ad ospitare "Serata italiana". In scena F.V. sarebbe stata accompagnata da Patrizia Zappa Mulas, un'attrice che ben conoscevo. Assai talentuosa, colta, che non avevo mai trascurato d'indicare quando mi era accaduto di recensire spettacoli nei quali aveva partecipato in ruoli eminenti.

Infine gli spettacoli andarono in scena. Qualche deficit organizzativo veniva a galla, ma i riscontri che mi offrivano con sistematiche telefonate mattutine gli attori mi confortavano. Raggiunsi F.V. a Velletri, dove "Serata italiana" fece tappa in una serata scintillante del suo tour che procedeva confermando quelle che fin dal primo momento erano state le mie aspettative. Per l'ultima tappa F.V. e Patrizia Zappa Mulas erano attese a Carpineto Romano.

A Carpineto Romano si stavano completando i lavori di un Auditorium destinato a essere sede per una polivalente attività culturale. Tanto che il Sindaco e l'Assessore, avevano concordato con me un complesso giro di date per ottenere che F.V., fosse ospite di Carpineto Romano inaugurando appunto con "Serata italiana" il tanto atteso Auditorium. Ma nel volgere di settantadue ore la situazione nel Comune di Carpineto Romano precipitò. Alcune ditte che vantavano crediti nei confronti del Comune sospesero proprio quei lavori che avevano a lungo interrotto senza motivazioni plausibili, ma che erano indispensabili perché i Vigili del Fuoco potessero concedere l'agibilità.

Ogni soluzione alternativa si rivelava di ora in ora impraticabile. Su suggerimento del sindaco valutammo le condizioni di una vecchia sala cinematografica di proprietà del Comune, situata sul Corso principale della cittadina. Mi trovai costretto ad ammettere, benché esacerbato dall'inatteso contrattempo, che la sala non versava in condizioni deplorevoli. Anzi il Sindaco, sostenuto dal locale Assessore alla Cultura, un ricciuto studente di medicina, per fronteggiare e abbattere la mia diffidenza nei confronti della nuova proposta, indicava più a Carmen, che effettivamente annuiva, che non a me risorse impreviste e confortanti della sala che a me sfuggivano del tutto. Ma infine, pressato da Carmen, fui costretto ad ammettere che il palcoscenico, dopo la rimozione dello schermo aveva conquistato una profondità rispettabilissima che, comunque, non avrebbe sfigurato nel confronto con quelli già calcati da F.V. nel tour.

"Ma i camerini dove sono? E l'accesso al palcoscenico sapete spiegarmi dov'è a sua volta?"

Ma tutto era già stato spiegato nei dettagli a Carmen che, arrivata Carpineto prima di me, aveva già raccolto il benestare.

"Serata italiana" andò in sena la sera successiva. La stanzetta che ospitava la vecchia amministrazione del cinema fu trasformata in un camerino. Per accedere nell'improvvisato teatro ed entrare in scena, F. V. attraversò il Corso, salutò alcuni sbalorditi passanti e salì sul dignitoso palco, dal quale galvanizzò lo spettacolo pubblico di Carpineto.

Che dire? Già, la classe non è acqua. E F.V. è Franca Valeri.