Storia e Politica

Napoli, 31 ottobre 2017

ENRICO BERLINGUER

E L’ECOLOGIA

INTUIZIONI, SVILUPPI, FRENATE

Prima sessione: Da Gramsci a Berlinguer, passando per l'Eliseo.

Fondamenti di Pensiero Ecologista

Comunicazione di Valerio Calzolaio

Riflettendo su Leopardi, un grande filologo di sinistra scrisse nel 1987 un saggio intitolato a un "Leopardi verde". Esagerava (sull'onda dei successi politici dei Grünen In Germania e dei fermenti di liste elettorali in Italia). Leopardi deliziava in prosa e poesia qualche decennio prima di Darwin, non poteva essere nemmeno evoluzionista, tanto meno verde; pur avendo scritto (soprattutto nelle Operette Morali) parole memorabili sul senso (origine) della specie umana nel contesto della vita (origine) delle altre specie e della coevoluzione (negli ecosistemi).

Gramsci conosceva un poco Darwin, lo hanno tenuto segregato fino alla morte nel 1937, non poteva essere ecologista, tanto meno verde; pur avendo riflettuto in modo significativo sulla scienza, sulla tecnica, sulla meccanica dei quanti e sugli ambienti dove gli capitò di vivere (ecosistemi di piante e animali).

Il pensiero ecologista e l'ecologia non fanno parte del patrimonio culturale e della cultura politica del Partito Comunista Italiano (1921-1991), nonostante singole intuizioni, singole figure, singole vicende. Non è forse un problema solo del Pci ma della cultura politica, anche comunista, dell'Ottocento e del Novecento, di come e perché matura e si allarga l'economia industriale capitalistica, svolgono ruoli importanti tecnologia e scienza, sorgono un'opinione pubblica e opinioni di destra e sinistra, emergono classi e lotte di classe, nascono gli stati democratici e parlamentari, l'Europa migra e colonizza in mondo, le guerre europee diventano guerre mondiali, si arriva ai "confini planetari" dello sviluppo, si "scopre" la finitezza delle risorse. Le questioni (giustamente) decisive da quasi due secoli a questa parte sono (certamente in Europa) il lavoro e la pace. E il mondo diventa estensione dell'areale (degli "stati" europei). Marx e Darwin andrebbero bene indagati in parallelo: il marxismo, i marxismi, i darwinismi, il neodarwinismo. La questione cruciale che separa quasi tutti i pensieri marxisti e comunisti dalla comprensione piena della realtà è forse l'evoluzione delle specie e della specie umana sapiente, in teoria e in pratica. E, più avanti nel tempo e ancora oggi, il secondo principio della termodinamica è praticato e vissuto in modo inconsapevole nelle teorie e nelle azioni politiche. Il Pci fa più (piccola) eccezione di altri, grazie soprattutto alla funzione storica a livello nazionale italiano e della specifica (abbastanza) autonoma vicenda politico-intellettuale di Gramsci.

2. Certo, il pensiero ecologista è stato una delle grandi novità della seconda metà del Novecento e resta cruciale per interpretare (e cambiare) il mondo di oggi: equilibri ed entropia negli ecosistemi locali regionali globali; nicchie di specie (più o meno dominanti) e pervasività-onnipotenza della specie umana; naturalità di ogni specie e risposte di ogni ecosistema alla coevoluzione delle specie con impatto tecnologico-quantitativo degli umani sapienti; principi cicli inquinamenti limiti nella chimica e nella fisica e sostenibilità. Qualcuno ha tentato di vederne gli sviluppi nelle liste e nei programmi politici di alcune democrazie parlamentari, finendo inevitabilmente per incrociare la specifica storia del comunismo italiano. Mi pare che ancora manchi una storia delle scienze "ecologiche" nel Pci agli albori del pensiero prima naturalista poi ecologista. Manca una storia dei primi ambientalisti del Pci (o di area) negli anni Settanta (convegno dell'Istituto Gramsci del 1971 "uomo-natura-società", ma un dibattito congressuale sul "modello di sviluppo" fu imposto da Ingrao già nel gennaio 1966), delle (alcune notevoli) esperienze di governo del territorio regionale e locale, degli "indipendenti" rosso-verdi eletti dal 1979 con rilevanti effetti "normativi" e istituzionali (leggi e ministero e molto altro), anche dei veri e propri grandi "ecologisti" comunisti (pure eletti in Parlamento, non tanto nel 1979, piuttosto nel 1983, grazie pure a Berlinguer, e, più ancora, nel 1987, quando ormai Berlinguer era morto). Colgo l'occasione di questo convegno per offrire dunque qualche disorganico spunto sul Pci e il pensiero ecologista, accennando a Gramsci, concentrandomi su Berlinguer.

3. In Gramsci non si trovano riferimenti all'inquinamento o alla distruzione della natura, alle risorse ambientali o allo sviluppo sostenibile, né molte tracce di indirizzi sulle politiche ambientali, peraltro rari in ogni pensiero, in ogni partito, in ogni stato ai suoi tempi. Sarebbe impresa vana tentare di estrapolare un Gramsci "verde" o un Gramsci complice degli inquinatori (produttori). Nell'infinita serie degli studi su "Gramsci e... ogni cosa o soggetto..." mancano anche quelle poche tracce (eccetto una superficiale eccezione in Germania). Chi negherebbe, tuttavia, la forte partecipazione dell'individuo e del politico al proprio spazio, la Sardegna e l'isolamento, l'Italia e l'esilio (anche in carcere)? e chi non conosce i cenni coerenti alle "leggi" della natura, alla loro carattere autonomo o preliminare rispetto a progetti di trasformazione? e chi non cita il senso dello spazio e del territorio nell'ossessione alla crescita della coscienza civile (che si nutre della leopardiana natura "artificiale")? e non si potrebbero rileggere in questa luce tutte le pagine di scienza, antropologia, storia, geografia? Magari questa potrebbe essere, prima o poi, una delle sessioni delle celebrazioni (nel 2017 è mancata!): Gramsci e l'ambiente. Con un'integrazione: l'ambiente nella biografia di Gramsci, le piccole cose della natura, le specie di animali (il riccio, il serpente, le rane...) e di piante (i ciclamini, le rose, le querce...). Ci sarebbe anche il modo di fare riflessioni comparate: la Sardegna di allora e di oggi, la competenza e la poesia delle citazioni, luoghi e affetti. E di confrontarsi sull'oggi: i boschi e le coste dell'isola, i parchi e le riserve marine (laddove vi erano carceri o confini). Dopo Gramsci e la terribile seconda guerra umana mondiale giunge il "nuovo" Pci, i due decenni togliattiani, c'è un salto nella mia trattazione, in parte oggettivo (poco si parlò di ecologia), in parte soggettivo (non erano questi sede e modo per farvi riferimento). Dalla morte di Togliatti nella lotta politica interna al partito echeggiano anche le questioni del modello di sviluppo, mentre fuori dal Pci irrompono i movimenti di massa e le tematiche ambientali. Nel Pci il punto di equilibrio interno diventa Enrico Berlinguer.

4. Sono noti i dati della biografia politica intellettuale morale. Berlinguer era nato a Sassari il 25 maggio 1922, a 21 anni s'iscrisse al Pci (mentre il padre s'iscriveva al Partito d'Azione), partecipando poi da protagonista ai "moti del pane" all'inizio del 1944 (per i quali fece oltre tre mesi di carcere e venne prosciolto in istruttoria). In quell'anno fu lungamente ospitato a Salerno dalla zia Ines, lì conobbe Togliatti presentatogli dal padre. Si trasferì a Roma e divenne funzionario di partito. Berlinguer entrò nel Comitato centrale italiano del Pci già nel 1948 (mentre il padre diveniva senatore socialista). Divenne deputato dal 1968 con oltre 150.000 preferenze (mentre il padre cessava dopo 15 anni di essere deputato socialista), vicesegretario del Pci dal 1969 fino al 1972. Fu eletto segretario nazionale dal 1972 alla morte, nel giugno 1984. Non si riteneva e non fu uomo triste, certo introverso, la politica gli fu sempre tormentata spigolosa compagna di vita, esercitata con un carisma crescente.

Era già una specificità del Pci italiano la capacità di metabolizzare lentamente novità e pensieri lunghi, il rifiuto (talora esagerato) di contaminazioni episodiche e rapide, la capacità permanente di assimilazione e "digestione"; il Pci era sempre stato un partito prudente, abituato a un'accorta navigazione. Aveva maturato una visione "progressiva" della democrazia, come un lento e non traumatico avanzamento, come conquista di "casematte", come effetto dell'interazione fra lotte sociali e iniziative istituzionali (centrali e locali). Berlinguer era "figlio" di questa "specifica" tradizione del Pci, un partito restio ad accettare accelerazioni politiche e stimoli inconsueti (esempi in tal senso furono i timori sul divorzio o la chiusura verso il Manifesto). Pur essendo stato anche lui un politico prudente, mostrò una significativa laicità di fronte alla lezione dei fatti e una tensione ideale verso un effettivo cambiamento. Le caratteristiche della sua personalità e il legame speciale con la base comunista spiegano sia gli elementi di continuità nell'azione politica sia le svolte apparentemente improvvise, sviluppi e frenate.

5. Rispetto all'ecologia, di fronte ai primi dati della realtà e ai crescenti fenomeni di inquinamento, Berlinguer non si limitò a essere uno zelante custode della soggettività comunista, ma in vari momenti cercò di scuoterla, di forzarne i caratteri e i comportamenti. Ha rappresentato e espresso la soggettività del comunismo italiano in modo profondo e intenso, ha iniziato a cogliere la novità ecologista, ha assunto laicamente il concetto politico di "liberazione" dal movimento femminista (nonostante rigidità del partito), ha avviato il Pci sulla strategia dell'alternativa. Già nel 1979, al XV congresso, Berlinguer aveva parlato dell'interdipendenza dei problemi dell'umanità di fronte al pericolo del disastro ecologico, al divario crescente tra aumento della popolazione mondiale e risorse, alla contraddizione tra rinnovamento tecnologico e piena occupazione. Richiamava gli immani rischi che l'umanità stava correndo e allo stesso tempo sottolineava il rovescio della medaglia: la possibilità di evitare quei pericoli solo con l'affermarsi di una nuova qualità dell'esistenza dell'uomo, di trasformazioni profonde degli indirizzi e dei fini dello sviluppo. Nella relazione al Comitato centrale del 3 dicembre 1981 Berlinguer ritornò sul «pericolo del disastro ecologico», argomentandolo con un linguaggio innovativo seppur ancor discutibile: «Il suolo, il sottosuolo, i mari e gli spazi, e la materia nelle sue particelle infinitesimali, sono lì disponibili per essere usati in modo razionale ed equilibrato al fine di aumentare le risorse, di mettere al riparo dai pericoli l'umanità e di arricchirne l'esistenza». Nel 1983 (al XVI congresso del Pci) la parola «ambiente» ebbe un suo rilievo, fu citata spesso nei documenti e nel dibattito, serviva a fare i conti con le prime esperienze delle liste verdi.

La scossa che a un certo punto Berlinguer impresse al Pci con una serie di atti, dalla presenza ai cancelli della Fiat agli interventi dopo il terremoto, dall'intervista sulla questione morale alla dichiarazione sull'esaurimento della spinta propulsiva, dalla battaglia contro i missili all'idea di un nuovo internazionalismo fu così forte che, per distinguerlo dal Berlinguer precedente, si è parlato di un "secondo" Berlinguer, anche se il percorso fu complesso e contraddittorio. Durante il biennio della solidarietà nazionale, prima della svolta, Berlinguer prese delle posizioni (il discorso agli intellettuali sull'austerità, la lettera a Monsignor Bettazzi, entrambi nel 1977) che, se da un lato offrivano una copertura "nobile" ad alcuni aspetti di quella politica, dall'altro ne mettevano in discussione importanti capisaldi. Una seria austerità cozzava con il rilancio produttivistico e consumistico dell'economia; una feconda laicità valorizzava i valori e le sensibilità del mondo cattolico. Allo stesso tempo, anche dopo la svolta politica, nell'immediato la nuova strategia ancora risentiva della precedente e, solo con una serie di atti concreti, fu resa chiara e coerente. Le tentazioni "consociative" del Pci restarono spesso di ostacolo, anche dopo la svolta. E, a causa della cultura del rinnovamento nella continuità, non c'era certo l'abitudine a fare esplicite autocritiche.

6. Nella visione di Berlinguer l'austerità voleva essere una leva potente per cambiare in avanti e non all'indietro la società, il valore ideale che avrebbe dovuto ispirare la lotta agli sprechi, alle ingiustizie, ai parassitismi attraverso una colossale redistribuzione della ricchezza. Nel celebre discorso al Teatro Eliseo di Roma nel 1977, Berlinguer fece un esplicito cenno al confronto tra una società avviata alla decadenza e una società in ascesa, nella prima prevalevano ingiustizie, scialo e spreco; nella seconda anelito alla giustizia, parsimonia, idea di futuro. Gli spunti di riflessione culturale di Berlinguer non furono mai banali.

Nel 1982 aveva sollecitato una conferenza del Pci sulla scienza, nell'intervista del dicembre 1983 alla domanda sulla "democrazia elettronica", così rispose: "La democrazia elettronica limitata ad alcuni aspetti della vita associata dell'uomo può anche essere presa in considerazione. Ma non si può accettare che sostituisca tutte le forme della vita democratica... Tra l'altro non credo che si potrà mai capire cosa pensa davvero la gente se l'unica forma di espressione diventa quella di spingere un bottone". Vi tornò su più avanti, "ad ogni modo lo ripeto: io credo che nessuno mai riuscirà a reprimere la naturale tendenza dell'uomo a discutere, a riunirsi, ad associarsi. Ogni epoca, certo, ha e avrà i suoi movimenti e le sue associazioni... Naturalmente compito dei partiti dovrà essere quello di adeguarsi ai tempi e alle epoche. È qui che si misura la loro tenuta: sulla loro capacità di rinnovarsi". Nella stessa intervista Berlinguer sottolineò il paradosso dello slogan sul "sol dell'avvenir": "Sul sole dell'avvenire oggi discutono più gli scienziati che i comunisti: infatti uno degli orizzonti più ricchi che si può aprire per l'uomo nasce proprio dalle possibilità di una piena utilizzazione dell'energia solare."

Berlinguer non espresse la resistenza del conservatore nei confronti delle novità, vi rifletté e tentò di assumerle, ne individuò tanto le potenzialità quanto i rischi e i limiti. E, nei primi anni ottanta, il Pci si pose seriamente il problema di aggiornare le proprie categorie interpretative e di rinnovare il proprio rapporto con la società, con i movimenti e le istanze che in essa manifestavano una volontà di cambiamento. Via via nuovi soggetti sociali e nuove culture (le donne e il femminismo, i giovani e l'ecopacifismo) entrarono in relazione con il partito, subendone l'attrazione e cogliendone allo stesso tempo la vischiosità, che Berlinguer cercava di forzare e superare. L'imporsi di una cultura ecologista nel Pci e più in generale nel movimento operaio non fu un processo lineare, né bastò che si fosse fatto in passato qualche bel convegno sulla natura o che Berlinguer avesse parlato di austerità, per trasformare le intuizioni in un'effettiva contaminazione della linea strategica. Va chiarito che ciò spesso è responsabilità anche dell'atteggiamento di chi propone politiche "ambientaliste" certe e automatiche, di un certo infantilismo e movimentismo. viene prodotta un'impronta umana sugli ecosistemi almeno dal Neolitico, non c'è un mitico ritorno alla Natura da determinare; occorre sempre valutare altri fattori, anche economico-sociali (pur avversando il capitalismo); la "traduzione" normativa e amministrativa delle valutazioni scientifiche presenta opzioni e scenari, non è automatica. L'atteggiamento è talora arrogante e impolitico: non capite niente, a questo problema ci dice l'ecologia come rispondere e basta protestare con diffidenza verso le istituzioni per risolverlo.

  • L'ecologia entrò lentamente nella politica del Pci, lo ribadiamo, anche su spinta dello stesso Berlinguer (e di soggetti non interni ma affini, come il Pdup e gli Indipendenti di sinistra). Importanti per la crescita di una cultura ecologista della sinistra furono all'inizio degli anni ottanta la legge per eliminazione del fosforo nei detersivi, la presentazione di una legge sul Po, lo stesso scontro fra il Pci emiliano e quello veneto sui fanghi a Marghera. Ognuna di queste lotte aprì varchi che portarono a un maggiore radicamento di una cultura "ambientalista". Non è un caso che Legambiente nacque allora e che crebbero molto le adesioni alle varie associazioni. Restò comunque una sostanziale minorità del pensiero ecologista e dell'ecologia nell'elaborazione strategica e nelle pratiche, con una parziale eccezione in alcune esperienze di governo regionale, in particolare in Emilia Romagna. Una parziale svolta diffusa, di lotta e di governo, maturò nel Pci sui costi dell'inquinamento, molto di più che sul nucleare, e incise perché veniva coinvolto l'intero blocco sociale del Pci emiliano. L'inquinamento e il rischio di "morte" dell'Adriatico misero in evidenza il ruolo del modello produttivo in questa distruzione, obbligando a scelte che spostarono l'attenzione e la ricerca sulla qualità dello sviluppo.

L'ambientalismo prese dunque corpo nel Pci a partire dall'emergere di contraddizioni che laceravano il blocco sociale di consenso, imponendo scelte precise e innovazioni rispetto al "mito" dello sviluppo incessante delle forze produttive. In questo processo di contaminazione certo ci sono elementi che sono qualcosa di più di semplici intuizioni. Di fronte alla moltiplicazione delle vertenze su questione "ecologiche", Berlinguer e il Pci si rivelarono capaci di interloquire, di rispondere alle sollecitazioni di altri, pur senza produrre sufficiente "teoria" e risposte sempre coerenti. Fu un processo convergente di molti soggetti, anche accanto e oltre il Pci. Segnaliamo come cruciale il ruolo avuto dal sindacato, in particolare dalle lotte contro la monetizzazione della salute (Maccacaro e medicina democratica, Seveso e Laura Conti) o da vertenze "globali" come le 150 ore e il diritto allo studio, oppure da tutta l'intellettualità contro il saccheggio del territorio per l'urbanistica democratica. È questa diffusione di sensibilità che porta a far sì che sono i lavoratori stessi della Farmoplant a chiedere la chiusura della fabbrica o quelli di Crotone ad accettare il tentativo poi fallito di sostituire il fosforo con le zeoliti per i detersivi. Abbiamo già fatto riferimento al Pdup (fra gli altri Carlo Latini e chi scrive) e agli Indipendenti di sinistra (nel 1983 Giorgio Nebbia e altri, nel 1987 Laura Contie Antonio Cederna, oltre ad altri ecologisti proprio del Pci come Massimo Serafini), esponenti e gruppi parlamentari espressione di movimenti diffusi, rappresentativi spesso di istanze di comitati popolari.

  • Dall'inizio degli anni ottanta (in parallelo anche con la nascita sperimentale dell'apposito Ministero) diventò inevitabile sentire spesso gli esperti delle materie ambientali e poi inventare (o quasi) una "sezione" ambiente del Pci (Aurelio Misiti, Giovanni Berlinguer, Fabio Mussi la coordinarono e/o diressero negli anni e vi si formarono come dirigenti nazionali riconosciuti del partito Roberto Musacchio, Fulvia Bandoli, Sergio Gentili e molti altri) e promuovere importanti corsi di ecologia politica a "Frattocchie". Tutto ciò ebbe una relazione (a tratti fertile) con la segreteria Berlinguer (e poi con quella di Occhetto). E servì a fare i conti con i primi parziali successi di un partito "verde" in Italia; in quegli anni furono innumerevoli gli appuntamenti su "il rosso e il verde".

Resta comunque una sostanziale minorità e marginalità del pensiero ecologista e dell'ecologia nell'elaborazione e nelle pratiche del partito fino a quasi gli anni novanta, quando poi si avviò l'opzione di trasformarsi in Pds (e anche lì non furono "rose e fiori" per gli ecologisti e per l'ecologia). Accenno qui alla fine (per chi scriverà la storia con tutte le date e le citazioni precise) alla questione della non totale sovrapponibilità dei termini "ambientalismo" ed "ecologismo", ambiente ed ecologia. La spinta alla "conservazione della natura" è precedente alla scienza dell'ecologia, in Italia anche a livello politico cominciò a diffondersi in tante regioni già negli anni settanta, ottenendo a esempio parchi regionali e leggi regionali sui parchi, prima che aree protette nazionali, con un accento maggiore sulla antropizzazione di ogni territorio e sul governo locale dei valori da conservare. Nel Pci trovarono spesso spazio (con ruoli dirigenti o amministrativi) naturalisti, conservazionisti, studiosi cui era centrale l'idea della tutela dell'ambiente e parzialmente estranea l'idea che l'ambiente si tutelava meglio dall'alto e da Roma (per fare un esempio, non solo come "federalista europeo" Carlo Alberto Graziani divenne parlamentare europeo del Pci, proprio dopo la morte di Berlinguer e Spinelli).