Per la Critica

ELOGIO DI UNA CATEGORIA FUORI MODA: LA CENTRALITÀ DEL TESTO

di Luigi Matt

Preoccupa notare che anche tra parecchi dei migliori conoscitori della letteratura italiana di oggi sembrerebbe diffondersi una certa noncuranza nei confronti delle evidenze testuali, troppo spesso trascurate per adottare uno sguardo dall'alto che però può dare buoni frutti solo dopo aver esaminato dettagliatamente i singoli elementi del quadro che si vuole tratteggiare

Un critico che non voglia correre il rischio di apparire arretrato, oggi, sente il bisogno di esibire la propria distanza da alcune categorie elaborate qualche decennio fa dagli esponenti di quel vero e proprio idolo polemico che ormai da tempo è divenuto lo strutturalismo. Poche cose sembrano in grado di unire tra loro intellettuali di impostazione diversa, anche opposta, quanto la condanna senza appello di una corrente di studi rappresentata per solito per mezzo di una serie collaudata di stereotipi caricaturali (il critico-scienziato in camice, l'interpretazione ridotta a formule algebriche) come la quintessenza di un modo sterile, caratterizzato da un rigore improduttivo, di leggere la letteratura.

Chi si azzarda ad usare espressioni in sé del tutto innocue come specifico letterario o lavoro sul linguaggio viene accusato di terrorismo scientista, sbeffeggiato come un nostalgico di una stagione di oscurantismo antiumanistico che per fortuna non ha lasciato tracce. Finalmente i veri valori sono tornati in auge: a seconda delle impostazioni, si può salutare il ritorno dell'impegno diretto del critico sulla realtà sociale oppure dell'eleganza squisita (di contro, rispettivamente, all'autoreferenzialità o alla freddezza disadorna delle analisi).

Tra le impostazioni che sembra obbligatorio rigettare ce n'è una, in particolare, che in realtà è davvero irrinunciabile ai fini di un discorso evoluto sulla letteratura: la centralità del testo. Dire che per il critico l'analisi ravvicinata delle opere (quale che sia il metodo adottato) è prioritaria dovrebbe essere un'ovvietà: invece suona alle orecchie dei più come un'eresia. Gli effetti di tale situazione sono evidenti: è divenuto sempre più difficile leggere, al di fuori dei circuiti specialistici, interpretazioni non banalizzanti della letteratura contemporanea. Troppe volte si ha la sensazione che il discorso giri intorno ai testi, evitando di affrontarli direttamente, col risultato di mancare il bersaglio per eccesso di genericità, quando non per vera e propria imprecisione.

In molti casi la critica sembra venire sostituita completamente dalla sociologia della letteratura, disciplina utilissima ma che non può certo occupare l'intero campo degli studi. Ed è il male minore: molto peggiore è la tendenza - vivissima, è triste constatarlo, anche tra i giovani letterati - ad un saggismo estetizzante in cui trionfa il più selvaggio impressionismo e si arriva, nei casi deteriori, a mettere in secondo piano l'oggetto di studi per piazzare bene al centro della scena la propria soggettività, non di rado raggiungendo vertici di narcisismo nulla di meno che grotteschi.

Preoccupa notare che anche tra parecchi dei migliori conoscitori della letteratura italiana di oggi sembrerebbe diffondersi una certa noncuranza nei confronti delle evidenze testuali, troppo spesso trascurate per adottare uno sguardo dall'alto che però può dare buoni frutti solo dopo aver esaminato dettagliatamente i singoli elementi del quadro che si vuole tratteggiare. Un paio di recentissimi episodi, minimi ma forse interpretabili come sintomi, si prestano bene ad una riflessione.

In una serie di interventi nel Domenicale del «Sole 24 ore», Gianluigi Simonetti ha offerto una classificazione delle tendenze della narrativa attuale a partire dalla riflessione sui due maggiori premi letterari italiani (Strega e Campiello). Nonostante in alcuni casi vi vengano accennati riscontri di natura formale sui romanzi, un po' generici ma sostanzialmente corretti, la ricostruzione soffre di una percepibile mancanza di concretezza: gli accostamenti sono motivati da ragioni piuttosto esteriori, in assenza di legami stringenti.

L'esempio più notevole in tal senso si trova all'interno dell'articolo Un campiello di storie (e lettori) forti, in cui viene proposta una lettura per nulla convincente di La notte ha la mia voce di Alessandra Sarchi e La ragazza selvaggia di Laura Pugno quali romanzi in cui agirebbe, seppur «blandamente» e forse «inconsapevolmente», un «effetto Ferrante» (il discorso per la verità viene fatto anche per L'arminuta di Donatella Di Pietrantonio, per cui il parallelo è certamente meno azzardato). L'influenza del ciclo dell'Amica geniale su Sarchi e Pugno sarebbe testimoniato dalla presenza nei loro libri del tema della «sorellanza» e dalla messa in scena di «eroine aggressive, ribelli». Ma a parte il fatto che questi elementi vengono declinati in modi diversissimi tra loro da Ferrante, Sarchi e Pugno, appare davvero poco significativo un parallelo che potrebbe nella sua vaghezza essere invocato per chissà quante altre scrittrici (ad esempio, amiche ribelli sono protagoniste anche di alcuni libri di Rossana Campo, che è quanto dire il perfetto rovescio di Ferrante). Viceversa, andrà sottolineato che dal punto di vista delle forme la scrittrice napoletana e le sue presunte epigone lavorano in modo semplicemente opposto: se il ciclo dell'Amica geniale è costruito sostanzialmente secondo il modello del feuilleton, con una narrazione di impostazione tradizionale, lineare e di ampio respiro, e una lingua di media letterarietà (con qualche lievissima traccia aulica), Sarchi e Pugno - ognuna a suo modo - puntano sulla discontinuità e sulla negazione della forma-romanzo canonica, ed adottano una scrittura che rifugge programmaticamente dall'eleganza d'antan. Per riprendere un'efficace etichetta elaborata tempo fa dallo stesso Simonetti, si potrebbe dire che se Ferrante è un esempio paradigmatico di "narrativa di nobile intrattenimento", Sarchi e Pugno si situano esattamente agli antipodi.

Grandi perplessità suscita anche La funzione Mozzi, articolo pubblicato da Andrea Cortellessa (nella «Stampa» e in versione più ampia in «Le parole e le cose») in occasione dell'uscita di Fiction 2.0. di Giulio Mozzi (un'edizione «sfoltita e incrementata», come dichiarato dall'autore, di una raccolta di racconti del 2001). Cortellessa individua un gruppo di scrittori, che lui stesso ammette essere diversissimi, uniti dall'essersi giovati all'inizio dell'attività letteraria dell'indubbia capacità maieutica di Mozzi. Come Cortellessa, continiano di stretta osservanza, sa benissimo, la "funzione Gadda" era una categoria creata per dare conto di una precisa linea di tendenza (nella fattispecie l'espressivismo su base plurilinguista) nella quale si possono situare autori anche lontani nel tempo: viceversa, qui viene usata in modo assai esteriore per indicare sostanzialmente una rete di rapporti personali.

Tra l'altro, una caratteristica dell'attività di promotore di narrativa di Mozzi è l'accentuato eclettismo, per cui ad esempio nella benemerita collana da lui diretta presso Sironi nella prima metà dello scorso decennio hanno trovato posto libri che sarebbe impossibile ricondurre ad una precisa tendenza (e lo stesso sembra di poter dire del suo attuale lavoro da Marsilio). Per di più, va notato che nessuno degli scrittori che il Mozzi consulente editoriale ha contribuito a lanciare (molti dei quali omessi da Cortellessa, probabilmente perché lontani dai suoi gusti) sembra essere debitore del Mozzi scrittore. La categoria di "funzione", quindi, è usata a sproposito.

Resistere non serve a niente recita il titolo di un importante romanzo che proprio Simonetti e Cortellessa hanno sottoposto ad indagine, con esiti molto interessanti. Ma l'unica cosa che i critici non devono fare è smettere di resistere. È evidente che intervenire in contesti non specialistici comporta di necessità un certo grado di semplificazione; ma abbandonare completamente l'analisi letteraria - tematica o formale che sia - a favore di pratiche deteriormente giornalistiche non è una buona soluzione. Il rischio, tra l'altro, è lasciare il discorso sui testi a chi ignora i fondamentali: tipologia diffusa, che si esemplificherà qui attraverso un caso recentissimo.

In «minima&moralia», uno dei più importanti siti letterari, è comparso un pezzo completamente sbagliato su Ragazzi di vita (originariamente usato come introduzione ad un'edizione albanese). L'autore, Alessandro Leogrande, è animato da un'evidente adesione ideologica al Pasolini vicino agli umili, che «decide di narrare (dopo essersi umanamente accostato ad essa) la Roma dei margini, la Roma dei sottoproletari esclusi dalla Storia»; questa legittima inclinazione lo porta a forzare in modo del tutto antistorico la lettura del testo, attribuendo una carica innovativa che manifestamente non ha. Secondo Leogrande, il fatto che Pasolini «usa il romanesco [...] non solo all'interno dei discorsi diretti, ma anche nel discorso libero indiretto, nelle sue descrizioni» consentirebbe di leggere il testo alla stregua di «un romanzo sperimentale, che adotta una nuova lingua sperimentale». A parte il fatto che il procedimento descritto è in realtà tentato molto timidamente (come mostrato da tempo in parecchi studi, il modo di esprimersi del narratore di Ragazzi di vita, piuttosto tradizionale e incline al lirismo, è lontanissimo da quello dei personaggi), prendendo per buona questa ricostruzione si dovrebbe ritenere che I Malavoglia (dove la compromissione della voce narrante col mondo rappresentato è davvero molto estrema, e perfettamemente riuscita) non siano mai stati scritti. La passione è una bella cosa, ma quando arriva a resecare ogni traccia di senso critico non porta a grandi risultati.

Nelle discussioni letterarie veicolate dai media si spacciano quotidianamente monete false: idee ricevute, pregiudizi, paralogismi sostituiscono troppe volte le argomentazioni razionali che sarebbe lecito pretendere da ogni discorso pubblico. Chi è in grado di esercitare la nobile arte della critica non deve abdicare alla propria funzione, anche se il mondo sembra andare nella direzione di un deciso abbandono di ogni idea di autorevolezza, per cui ciò che conta non è persuadere grazie alla pregnanza delle riflessioni, ma ottenere il facile plauso di chi vuole solo che si confermino le sue opinioni. Ogni lettura attenta e meditata dei testi può costituire un mattone utile ad alzare un argine contro la deriva anticulturale manifestamente in atto: nessuno si illude certo che possa davvero servire, ma non di meno tentare è obbligatorio, se non si vuole rinnegare tutto ciò in cui si crede. La centralità del testo, in questo quadro, non è un tecnicismo: è uno strumento politico.