Le parole fra noi

DUE RACCONTI

di Bruno Conte

LA BOMBA DEL FREDDO

C'era una volta un paese che diveniva sempre più caldo. In una temperatura che non si può dire condizionava il modo di essere della gente ma aumentava sensibilmente con la complicità della gente. Il modo di essere, una certa sfacciataggine, una certa furbizia, in sostanza una diffusa mediocrità che appiattiva la visione del mondo, favorivano un clima stabile in progresso, bel tempo nelle previsioni, in cui si sudava, forzatamente si rideva, ci si adagiava nelle faccende, ci si perdeva in consueti intrighi, si perdeva tempo

Un angusto personaggio isolato, come alcuni altri che in minoranza nella vastità della moltitudine saltuariamente si stringevano in sé, aveva accumulato insieme alla propria muta contrarietà al comune andazzo della vita un proposito scientifico (alchemico? magico?) di reazione pratica. Era un profondo notturno studioso e voleva mettere a punto un opposto strumento, favolosamente efficace.

Volete il caldo? Vi darò il super freddo.

Chiamiamo questo personaggio mago Mernino. Abitava in un soffocante centro storico del paese di cui si parla ed era riuscito a sperimentare in piccolo una compressa bolla che espandendosi gelava la sua stanza. Bene, la farò in grande. Una bomba atomica, non distruttiva ma rinfrescante. Occorreva per questo ordigno la ricerca di una quantità di materiale e una complessa elaborazione di questo. Tempi lunghi, ma velati dal sorriso dell'operatore, che pregustava l'effetto, augurandosi anche che lo scoppio non si esaurisse in un episodio ma innescasse un procedimento reattivo a lunga portata.

Aveva Mernino già preso l'abitudine di andare in giro in abbigliamento invernale, sotto lo sguardo curioso dei passanti. Guardava con anticipata soddisfazione di cambiamento gli allegri avventori dei locali all'aperto. Tra immondizie varie. Tranne bottiglie di vetro, perché solo queste rendevano bene ai raccoglitori preposti. La mattina era svegliato dal fragore di un camion che raccoglieva cassonetti e li versava nell'interno. (Si bevevo parecchio ai tavoli all'aperto, non acqua.)

Fragore, rumore di aspiranti fognature, musicaccia a volume estremo, allarmi incontrollati, altoparlanti per nugoli di turisti sonnambuli, dimostrazioni di protesta politica, tutto compreso nel calore.

E arriva il giorno fatidico. L'ordigno è pronto e posizionato, basta farlo esplodere a distanza. Mernino se ne va al mare, tutto infagottato, sulla spiaggia. Neanche lo guardano i vacanzieri assolati, tintarellisti svenuti o giovani sfrenati che corrono urlano sollevando zaffate di sabbia. Il mare è piatto. Il cielo uniforme azzurro accecante.

Ecco, si pigia questo pulsante.

Lo scoppio non è immediato. Si manifesta in una rapida lentezza.

Un rombo nell'aria, soffuso, percepito solo da chi se lo aspetta.

Qualcosa muta nel cielo, come se gradualmente venisse inghiottito verso l'alto. Il colore cambia, in grigio ferro. Il mare si fa livido, superficialmente serpeggiando in curiose correnti.

I bagnanti sono i primi a reagire. Cominciano a uscire di corsa rabbrividendo. Poi tutti sentono freddo, ma che è stato? Accappatoi, spugnosi panni colorati, come cappotti. Cade una pioggia sottile, gelata. Quindi, dopo una pausa in cui sembra mancare il respiro, vengono giù tocchi di ghiaccio. Aiuto!

Si compiace mago Mernino, sogghigna, tuttavia viene centrato in mezzo alla testa da un voluminoso splendido ghiaccio poliedrico stellare.

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INFINE INVERNO

Occorrerebbe uno scrittore per raccontare, allungando ramificando con vari pretesti, l'avvenimento. Un romanziere abile a portare avanti la vaghezza di una storia che non c'è. Perché l'avvenimento è una sensazione nel trascorrere della consueta normalità.

Comunque l'antefatto è questo: una stagione, quella invernale, che non muta, in una freddezza media costante, che dà alle vicende, alle cose che le contornano, una lucidità impassibile, tuttavia fomentando in segreto una lenta evoluzione, o involuzione. Certo, nel succedersi dei giorni si deve accusare un cambiamento, seppure in questo caso, ma forse è ancora una illusoria suggestione, il cambiamento si intuisce in una natura diversa, segretamente parallelo alla conosciuta condizione del tempo, atmosferico, orario.

Viene da dire alla piccola A. : il mondo è una ovoide di sasso che viaggia nel buio dello spazio, è come un natante, che incontra l'inverno, l'autunno, l'inverno...

Non succede niente di nuovo in questi giorni che si avvicendano, l'unica cosa che accade è una non adeguata accettazione a questo niente, così insulso nell'interrogativo.

Il primo indizio di sfalsamento si contempla in un familiare oggetto della casa, consumato dalla consuetudine dell'aspetto, che invece sembra risultare diverso. Un Pierrot di ceramica. Rideva, e adesso è serio. Possibile? Qualcuno lo ha rotto e sostituito con un altro simile?

Da questo particolare ci si guarda intorno, tutto è uguale eppure leggermente variato. Le smussature agli angoli del tavolo, la circonferenza del paralume, la figurazione simmetrica del tappeto, la nuvola del paesaggio dipinto alla parete.

Mi affaccio alla finestra. Un cielo violaceo, uniforme, sembra l'effetto di una scena di teatro. La gente con cui ho a che fare è sempre la stessa, bravi attori che somigliano a se stessi.

Continuo a dedicarmi all'osservazione. Anche se sento che non dovrei. Finché rimango sorpreso addirittura dalle mie mani. Non le riconosco completamente. E la mia faccia, allo specchio? E' quella di sempre. O mi si fa credere che è quella di sempre. Per curiosità vado a rivedere una mia foto recente fatta per il rinnovo della carta di identità. (Per il rinnovo della mia identità?). Sì, corrisponde. Almeno che anche questa, come il resto, sia stata adeguata per corrispondere.

Mi appartiene questa poltrona di cui, stando seduto, sfioro con la palma delle mani la pelle di cuoio viscida e fresca come quella di un rettile?

I programmi della televisione, se uno si vuole distrarre, sono già visti in un modo appena sfalsato. Anche le notizie dell'ultima ora si avvertono già viste, e ingiallite.

Si instaura nell'animo una vena di angoscia? Non può essere nociva se l'angoscia fa parte di questo animo che sarebbe anormale senza averla.

Non giunge la primavera. La primavera sarebbe l'angoscia.

E' il due luglio. Come fosse il due febbraio.

Questo calendario non risponde alla superstiziosa tradizione, alla fantasia astrologica, è seriamente una serie di numeri seri, giorni che si ripetono nella loro seria conformità.

Fa un freddo a cui ci si abitua, un freddo che costituisce ciò che ci circonda, che ci appare circostante.

Se si tocca il piano del tavolo è come se si toccasse il bordo del lavabo.

Oggi, due luglio, si può assistere alla consueta sfilata delle Forze Armate. In una gelida luce le schiere ordinate passano cadenzando il passo, i volti ben ritagliati nel film quasi reale della realtà.

E' un mobile bar la televisione? Sempre chiuso. Contenente, nell'idea che uno se ne è fatta, come cupo sogno, liquori neri.

E' passato molto tempo. E' passato del tempo?

Sono sempre stato così leggero (stile ombra bianca nel bianco della parete).

Scrivo, la mia mano scrive, nella mia caratteristica grafia sconosciuta.