LE PAROLE FRA NOI

DITTICO

di Fulvio Pauselli

GENESI

A un profondo sonno senza sogni seguì uno stato di totale oblio dal quale emergeva solo una nebulosa coscienza d'identità personale: la stenta consapevolezza di un essere privo di nome, di volto, di memoria, di età: nessuna idea di chi fosse e di dove si trovasse; nessun relitto di passato, come se provenisse dal nulla; nessun linguaggio idoneo per articolare l'angoscia del futuro. Incapace di emettere suoni, anche la consolazione dell'urlo gli era negata. Nemmeno gli era possibile popolare di fantasie il buio che lo circondava, talmente completo da escludere persino l'idea della luce: come se nessuna luce esistesse né mai si fosse manifestata in alcun luogo. Braccia e gambe erano ripiegati, aderenti al corpo. Tentando di muoversi urtava immediatamente gli angusti confini della prigione: era immobilizzato in un sacco sferico dalle pareti dure e impenetrabili, anche se non prive di una minima flessibilità. Esaurì rapidamente le forze in furiosi quanto vani tentativi di aprire un varco. In lontananza un cupo, minaccioso tonfo pulsante a intervalli regolari. Improvvisamente il battito accelerò e aumentò d'intensità mentre le pareti del sacco si serravano su di lui con violenza mortale. Il cuore rallentò sino quasi a fermarsi, quindi la stretta cessò bruscamente com'era cominciata: tutte le ossa e i visceri, crudelmente schiacciati, erano devastati dal dolore. La tortura ricominciò dopo pochi minuti e si ripetè ancora, ogni volta più a lungo e a intervalli sempre più brevi, per molte volte: impossibile tenere il conto. Era stritolato dalle fauci di una bestia immane. Infine fu ingoiato lentamente: fra grottesche torsioni fu trascinato lungo l'esofago del mostro. Al termine del tragitto precipitò in un abisso gelido; i polmoni in fiamme; gli occhi accecati da una luce feroce. Esaurì le ultime forze in un urlo disperato.

«Tutto bene, signora, è un maschio».

***

IL RITORNO

Stordita e vacillante saliva per una lunghissima scala con passo innaturalmente leggero. In un crepuscolo livido riusciva appena a vedere, attraverso una densa nebbia, il gradino sul quale posava e quello immediatamente successivo. Avanzando sentiva aumentare gradualmente il peso del corpo e il vigore delle gambe. Avvertiva il contatto della pietra sotto i piedi nudi e un debole dolore al calcagno sinistro. Era avvolta da un lenzuolo che lasciava scoperto soltanto il volto e sentiva freddo. All'inizio il silenzio era completo, ma dopo qualche tempo riuscì a percepire il suono dei suoi passi. Qualcuno con i piedi calzati la precedeva, nascosto nella nebbia. Alle sue spalle, altri piedi producevano un rumore frusciante come un battito di ali. Le note lontane di uno strumento a corda provenivano da una direzione imprecisata. Continuò a salire per un tempo che sembrava interminabile; quando iniziò a sentirsi affannata si rese conto che stava respirando. Per qualche oscura ragione le parve sorprendente. Procedendo la nebbia si diradava. In fondo alla scalinata una lontana luce violenta le feriva gli occhi. Inizialmente faceva fatica a mettere a fuoco la figura che camminava davanti a lei alla distanza di una dozzina di gradini. Quando riuscì a distinguere con chiarezza si accorse che era un uomo giovane. Dai movimenti delle braccia si capiva che stava suonando una cetra. Adesso le note erano ben udibili e si articolavano in una melodia appassionata e seducente come un lungo discorso d'amore. Toccate da una mano prodigiosa le corde dello strumento accompagnavano una voce limpida che la chiamava dolcemente per nome: finalmente ricordava il suo nome. In una sùbita reminiscenza rammentò anche il nome del musicista e tentò di pronunciarlo, ma riuscì a emettere solamente un gemito inarticolato. Recuperò la memoria di abbracci vigorosi e baci ardenti. Rivide i boschi e le danze lente delle ninfe. Ricordò le compagne festose che la preparavano per le nozze e intrecciavano ghirlande di fiori. Riconobbe il volto luminoso e la statura imponente di un dio. Lo sguardo era triste. Indossava una veste color zafferano e dalla fiaccola che stringeva nella mano destra si sprigionava un fumo nero e denso, privo di fiamma: era un cattivo presagio. Provò una struggente tenerezza mentre il canto narrava la storia della perdita d'una donna amata, della solitudine dello sposo, delle strazianti preghiere che avevano commosso i sovrani del regno delle ombre. Erano ormai arrivati alla fine della salita quando, al suono d'un accordo dissonante, un dolore acutissimo le trapassò il corpo, partendo dal calcagno. Improvvisamente tornarono alla coscienza gli ultimi atroci istanti di vita. Vide la serpe maculata guizzare fra l'erba. Udì le urla disperate delle compagne diventare sempre più fioche e confuse. Vide sbiadire i lineamenti dei loro volti angosciati. Vide il sole diventare nero mentre l'anima e il respiro fuggivano dal corpo. Comprese che se avesse varcato la soglia, se fosse tornata al sole, all'amore, alla vita avrebbe dovuto presto o tardi provare di nuovo l'esperienza dell'annientamento: inorridita, lanciò un grido lacerante.

Folgorato da quell'altissimo «No!» il cantore si arrestò. Attese a lungo, immobile e muto, di udire il suono dei passi della sua donna che saliva gli ultimi gradini. Quando capì che ogni speranza era vana si voltò. Si scambiarono un breve sguardo d'addio. Infine la ragazza chiuse gli occhi e il volto si mutò in una maschera bianca. Attraverso il corpo tornato evanescente traspariva il dio che la seguiva: le toccava una spalla, richiamandola indietro. Orfeo li guardò discendere. Dopo che furono scomparsi nella nebbia continuò a contemplare con occhi vuoti l'abisso, le mani abbandonate lungo i fianchi, l'inutile cetra stretta nel pugno.