Per la Critica

Presso lo Studio Arte Fuori Centro, la mostra di Lucia Di Miceli:

DISSONANZE E CORRISPONDENZE

A cura di Laura Turco Liveri


L'evento è il quarto appuntamento di "Osservazione 2017" ciclo di cinque mostre in cui gli artisti dall'Associazione culturale FUORI CENTRO, tracciano i percorsi e gli obiettivi che si vanno elaborando nei multiformi ambiti delle esperienze legate alla sperimentazione

Tanti possono essere i riferimenti, più o meno lontani, delle destrutturazioni e degli impianti compositivi di Lucia Di Miceli. Diverso tuttavia ne è il campo di indagine e personale l'interpretazione.

Si può soprattutto parlare, nella sua opera, di una doppia visione del soggetto 'rappresentato' - in pianta e in alzato - dove l'iniziale scomposizione del paesaggio, in forme geometriche semplici, ne decanta luce e colori, conservando assolutamente pure la freschezza e l'equilibrio armonico dei gradienti cromatici. Le sequenze dei gruppi compositivi, movimentati dalla danza degli stessi elementi, 'girano' nello spazio e sulla superficie dei supporti in differenti possibilità combinatorie e scandiscono la visione e il pensiero di chi osserva l'intero percorso installativo.

Mentre, infatti, nel passato stilistico della Di Miceli il ritmo visivo era affidato al gesto pittorico, alle dimensioni e contrasti cromatici del segno, dialogante con le già presenti figure geometriche semplici, attraverso le Mappe Di Miceli si incammina verso una sempre più rigorosa essenzializzazione lirica e ritmica della composizione, purriferendosi esplicitamente a possibili topografie urbane. Con il passaggio stilistico alle Strutture i segni si irrigidiscono in fasce di colore tonale o a contrasto le une con le altre, assumendo valenza e forza espressiva indipendenti e spostando la visione su un ulteriore piano di lettura, basato su pura astrazione. Astrazione confermata, peraltro, nelle stesure ad acquerello di talune opere, in cui i tracciati chiari dividono le campiture di colore in fluttuanti figure geometriche, grazie alla loro irregolarità e all'impercettibile fibrillazione del pigmento.

Come le note musicali, che, com'è noto, sono sette ma possono essere composte in musica molto articolata, le figure semplici che compongono le vedute topografiche della Di Miceli si combinano infinite volte, si tramutano, convertendosi in alzati e aggiungendo - alla visione dell'opera - la terza dimensione, sia in bassorilievo che in vere e proprie Elevazioni verticali (2016), rivelando in tal modo il radicato impeto scultoreo dell'autrice. Come lei stessa scrive (2017), "Un mio quadro può diventare un luogo virtuale su cui possono nascere "cose". Così i piani [...] si allontanano, si avvicinano, si aprono e prendono volume fino a formare spazi tridimensionali reali. Le mie ipotetiche città in pianta si alzano in piedi, si colorano, crescono, si identificano.": elevazione intesa come sviluppo da una figura piana, come anche veduta che si sposta inopinatamente dall'alto al laterale, per afferrare, nel giro prospettico, altezza e profondità: è quello spostamento fisico e concettuale che ci insegna oltremodo a vedere le diversità, muovendo il nostro pensiero in molteplici e varie direzioni creative.

Anche quando Lucia torna, di tanto in tanto, al pittorico materico e gestuale, inevitabilmente indirizza i suoi segni con inclinazioni e curvature atte a far attraversare visivamente il quadro in profondità biunivoca, consentendo all'osservatore di entrare e uscire dalla prospettiva informale aperta dal colore. Una duplicità che si declina anche nella recente serie delle Vele, dove il soggetto della vela, immediatamente riconoscibile, cela ancora una volta una mappa topografica con rispettivi edifici, rappresentati dalle variopinte tessere di mosaico, che ribadiscono una ulteriore duplicità di acquisizione visiva: frontale-astratta e tridimensionale realistica e narrativa.

È lavorando proprio sul meccanismo compositivo, quindi, che Lucia Di Miceli scopre sempre nuove e profonde relazioni tra le figure. Relazioni che mutano al mutare dell'assetto architettonico dell'opera: su questo l'autrice gioca per evocare o, meglio, suggerire spazi della mente in cui la tridimensionalità è data dai rapporti tra i colori, tra le forme, e tra colori e forme, anche quando tali rapporti sono concretamente costruiti in legno dipinto, dove i piani si spezzano e si intersecano a comporre rientranze ed aggetti, generando, di conseguenza, ombre e luci intese come nuove aree geometriche, funzionali alla composizione.

La tridimensionalità - fisica o cromatica - e la partizione geometrica di forme e colori serve a Lucia per spostare sul piano del sogno attenzione e riflessione di chi osserva, aprendo all'immaginario personale ulteriori, infiniti orizzonti. Creato il vuoto, infatti, il pensiero emerge, ed è a questo punto che la Di Miceli lascia, con precisa garbatezza, la parola all'osservatore. Pur non rinunciando ad una narrazione insita nel meccanismo compositivo e cromatico, difatti, l'autrice crea uno spazio condiviso, stabilendo così una ineffabile corrispondenza di sensazioni e poetiche parole.

Forse è per questo che Lucia colloca in installazione a parete i tipici assemblaggi quadrangolari in alternanza con un gruppo fortemente verticale, che smentisce il tradizionale discorso armonico pur nel rispetto di certa simmetria.

Gli elementi spiccatamente rettangolari che si protendono, vicendevolmente attirandosi, destabilizzano orizzontalmente la consueta gravità ortogonale della composizione in favore di possibili, dirompenti diagonali direzionalità. Facendo infatti uscire le figure geometriche dal loro assetto, l'autrice scompone l'equilibrio astratto generale, conseguentemente minando ogni frontalità visiva e conferendo alle figure l'autonomia tridimensionale di solidi. Finemente celato in un'apparente calma geometrica e cromatica, un vero e proprio terremoto fisico ed emozionale apre altri sconosciuti spazi - tangibili e corporei - alla nostra personale percezione.