Per la Critica

“DISCORSO DELL’OMBRA E DELLO STEMMA”:

LA FELICE INATTUALITÀ DI GIORGIO MANGANELLI

di Luigi Matt

Pochi libri appaiono più estranei al comune sentire di oggi del Discorso dell'ombra e dello stemma di Giorgio Manganelli: per questo va salutata con particolare entusiasmo la riedizione appena pubblicata da Adelphi per le cure, come sempre impeccabili, di Salvatore Silvano Nigro.

Le idee letterarie dell'autore, espresse in moltissimi saggi e recensioni, trovano una perfetta sintesi, e contemporaneamente una splendida traduzione in atto in questo libro (uscito nel 1982), costruito come è consueto per l'autore mescolando elementi provenienti da generi diversi: nella fattispecie si va dallo pseudotrattato al racconto mitico-allegorico, dalla pagina di diario al dialogo teatrale (tra due personaggi, o meglio pure voci, designate solo da A e B, come sempre nelle manganelliane "tragedie da leggere").

Si tratta di idee che costituiscono l'esatto contrario di ciò che pensa oggi la maggior parte di chi si occupa a vario titolo di letteratura: anche per questo riprendere in mano un libro di Manganelli fa percepire immediatamente una sensazione di libertà mentale. Si pensi ad esempio a quel vero e proprio ricatto della realtà che da una decina di anni a questa parte ammorba il panorama editoriale e giornalistico italiano, con numerose tangenze persino nella critica accademica.

Molte volte è toccato leggere che il compito della letteratura sarebbe quello di confrontarsi a viso aperto con la realtà, in linea con la poco evoluta visione per cui la prima potrebbe riflettere direttamente la seconda, come se, esistendo al mondo solo dati certi, naturali, allo scrittore bastasse renderne conto, possibilmente nel modo meno mediato possibile. Intristiti da tanto semplicismo, si potrà respirare a pieni polmoni leggendo un passo come questo: «come l'alba e il tramonto, molte, o tutte le cose naturali, sono sommamente innaturali ed esistono solo in quanto sono state adoperate come condimento di generi letterari; ad esempio, sebbene la terra brulicasse di fiori e farfalle, non esistevano né fiori né farfalle. Non avevano un'esistenza mentale, non erano adoperati all'interno di un grande amore, nessuno sospirava perché, a ben vedere, non c'è nessun motivo per sospirare a causa di un fiore, o di una farfalla, a meno che non si siano letti quei cattivi libri che ci parlano di fiori e di farfalle, e ci aiutano a vivere» (p. 15).

Molti altri icastici enunciati di Manganelli contrastano nel modo più netto possibile certe attuali mode, nate vecchie ma a volte presentate quali folgoranti innovazioni, come l'inopinato ritorno al centro della scena della figura dell'autore, con tanto di esibizione delle vicende personali, dell'interiorità, finanche - pasolinianamente, va da sé - del corpo: «questo ora si può considerare chiaro, ed ovvio e amico: che da questo si riconosce lo scrittore: dal fatto che non esiste» (p. 135).

Le pagine del Discorso costituiscono un ottimo antidoto contro la convinzione, su cui sono state costruite intere carriere mediatiche, che l'unico scrittore valido è quello che ha un messaggio forte da inviare: «L'idea che per dire qualcosa, occorra avere qualcosa da dire, è un vecchio trucco nominalistico. È probabile che chi scrive sia al suo meglio quando, non avendo cosa da dire, può preoccuparsi solo di scrivere, con quella volatile irresponsabilità che fa lo scrittore tale, e lo distingue dallo storico delle guerre cartaginesi, la cui fatuità è considerata dai competenti come assolutamente minima» (p. 89); e contro il primato delle cose sulle parole, conseguenza di un atteggiamento banalmente contenutista che non si pensava di veder riprendere tanto vigore: «dove non c'è gioco di parole, equivoco, nonsense, doppio senso, omeoteleuton, semplicemente non c'è la letteratura» (p. 70).

L'aperta rivendicazione della centralità degli aspetti formali si lega nella concezione manganelliana al riconoscimento dell'origine oscura, prerazionale, spesso molto poco nobile delle pulsioni (le «zone cimmerie» dell'io, come suona una folgorante definizione proposta in un'intervista) che lo scrittore trasforma in letteratura per mezzo delle infinite risorse della retorica: «Sono le parole che fanno la letteratura, e la letteratura è la scommessa, il bordello, il tavolo da gioco, la fossa biologica, la trappola, l'insidia, la truffa, la reggia, il miraggio, il raggio, l'abisso, nel quale si invischiano i manutengoli, i ruffiani, i vinti delle parole» (p. 71). Logica conseguenza è il carattere antiedificante che caratterizza la vera letteratura: «La letteratura è organizzazione della demenza e dell'incantesimo, ed essa nasce dall'uomo malato, come la tenia, la piaga verminata, il fecaloma rupestre» (p. 38).

Ma non si vuole dare l'impressione che il valore del Discorso stia tutto nelle teorie, esplicite o implicite, sulla scrittura. Come avverte opportunamente il curatore, quello che il lettore tiene in mano «non è un responsabile trattato di retorica, di estetica, di psicologia analitica», bensì «un'opera letteraria» che va ammirata per «la magnificenza, l'estrosità, i lussi concettosi» (p. 188). Va reso pieno merito a Nigro per questa sua ennesima prova tangibile di una "lunga fedeltà" che in passato ha fruttato il recupero di notevoli tesori inediti o dispersi (i racconti di La notte e Ti ucciderò, mia capitale, i testi di geocritica - l'etichetta è naturalmente di conio manganelliano - dell'edizione accresciuta di Cina e altri Orienti, i pareri editoriali di Estrosità rigorose). Nella sua postfazione trovano luogo alcune importanti acquisizioni, come l'influenza su alcune pagine del Discorso del saggio di Giorgio Colli La nascita della filosofia.

Si rimane ammirati dalla capacità mostrata da Nigro di appropriarsi a tratti delle movenze proprie del modus scribendi manganelliano senza mai correre il rischio (sempre in agguato in casi come questi) di diventare pedante o caricaturale. Si legga ad esempio il seguente passaggio, in cui l'opulenza verbale è perfettamente funzionale a dar conto delle sfaccettature di un'opera caleidoscopica: «Il libro è una casa, la casa del fool, un'invenzione del linguaggio, il luogo dei possibili, il nulla spazioso, l'"errore", l'inesattezza delle ipotesi, lo stesso fool fattosi progetto di casa; uno spazio astratto, illusivo. Forse è una scatola catottrica, sognata come una carrolliana Casa dello Specchio» (p. 186).

Tra le altre cose, Nigro ha individuato e corretto un certo numero di refusi della prima edizione, «errori e larve d'invenzione generate dal borbogliare confuso dei tasti della macchina da scrivere o dalla loro vocazione a replicare le lettere» (p. 180). Operazione naturalmente opportuna, ma che costituisce un contrappasso, di stampo perfettamente manganelliano, per un autore convinto che i refusi siano a volte particolarmente produttivi, arrivando ad accettarli: «che non di raduggia - volevo dire rado aduggia, ma questo italico frumious, segno, secondo Carroll, di una mente estremamente armoniosa, non lo tolgo in nessun caso, e mi pare un regalo d'assenso dalla neverneverland delle parole» (pp. 100-1); e persino perorandone la causa: «Non correggete i refusi, vi prego, vi prego veramente. Lasciate quegli insetti malinconici e venuti non si sa donde, lasciateli con le loro elitre stonate, allusive ad una musica che non conosciamo» (p. 130).

Il Discorso è un testo molto notevole dal punto di vista stilistico: dopo il parziale raffreddamento dell'espressività delle ultime prove (Centuria e Amore), in cui la scrittura, pur rimanendo lontanissima da qualsiasi tentazione di mediocritas, perde buona parte delle peculiarità delle prime opere (da Hilarotragoedia a Sconclusione), Manganelli recupera quasi tutto il proprio armamentario retorico e linguistico (ciò che troverà conferma nel successivo Dall'inferno). Per quanto riguarda il primo aspetto, si può segnalare ad esempio la frequenza con la quale viene attuata l'enumerazione, una delle figure predilette dall'autore. Eccone una realizzazione, particolarmente notevole perché immediatamente seguita da un ironico smascheramento del procedimento, con conseguente effetto di violento scarto tonale (enfatizzato dall'inserimento in coda di un regionalismo, fatto tutt'altro che frequente nella prosa di Manganelli): «La parola stemma è colore, ciancia, cerimonia, nozze, sangue, solitudine, cavallo, fuga, agguato, scherma, spada, demolizione, decapitazione, desiderio - ecco, assolutamente desiderio, e anche delusione e dispersione. Non basta, tuttavia, fare questi sciocchi giochi catalogatori; o, no, non basta, vi piacerebbe, eh, buzzurri?» (p. 70).

Il ricchissimo vocabolario manganelliano è particolarmente sollecitato nel Discorso, che anche da questo punto di vista costituisceuna delle sue prove migliori. In particolare, sono molte le parole create ex novo; tra di esse, un posto speciale occupano quelle che riguardano a vario titolo gli atti della lettura e della scrittura (com'è ovvio trattando il libro, secondo quanto recita il sottotitolo, del lettore e dello scrittore considerati come dementi): autoleggersi («I sibillini lo sapevano, si autoleggevano»: p. 49), autoscrivere («autoscrivere la propria lapide»: p. 108), prelettore («Quindicimila anni fa un signore analfabeta, non potendo consultare il Liddell e Scott, incise su di un osso un capro che salta [...]. Ecco, quello era un bizantino, un prelettore di Porfirio Optaziano, o di Nonno Panoplita»: p. 15), traleggere («Il buon recensore [...] compita parola e parola, o tralegge così da districar le dispari dalle pari»: p. 21).

Ben presenti anche gli enti linguistici (che trascendono le categorie descrittive comunemente usate): mortelingua e ombralingua («questa parola odiosa, odiosamente ripete se stessa, chi non si nutre di ombralingua, si nutre di mortelingua, e un terzo non si dà»: p. 62), nonverbo («le grammatiche resteranno sempre inconcluse; anche questo è importante. Ma che dolcezza in quella elegante declinazione, quei verbi, quei nonverbi, quelle parole»: p. 126), trasverbale («Il riso è solitario, incomunicabile, astratto, impossibile a trascriversi, trasverbale, illeggibile»: p. 80).

Parecchie parole sono costruite a partire proprio da parola: antiparola («per cogliere i concetti e l'importanza storico-cultural-umana-social-filosofica, si sono fabbricati degli auricolari antiparola»: p. 69); disparolato («chi si spoglia della propria armatura di parole, trasporta il proprio fantasma verminoso e mortale [...] nel mondo, il mondo disparolato, naturalmente»: p. 71); portaparole («sarebbe rimasto un moral sventolio di moccichini sul molo, al salpare del poveretto portaparole, amato, anche se brevemente amato, in forza di una parola racchiusa tra due punti»: p. 153). Notevolissima invenzione è pornoparola, che ha il significato non di 'parola pornografica', ma di 'parola che si mostra senza reticenze, indiscriminatamente disponibile' (si recupera quindi il significato etimologico del greco pornè: 'prostituta'): «nessuno ci dà accesso alla pornoparola, perché essa stessa ci adesca, essa che è tutta genitali, assolutamente infecondi» (p. 62).

L'ars verborum, secondo le preziose indicazioni di Manganelli, non è cosa da prendersi alla leggera: per ottenerne risultati degni è necessario possedere la sapienza del logotecnico («[il Moloch] cava dal suo fornello di ventre il fuoco che gli è proprio e lo protende; e il logotecnico si protende a cogliere quel Fuoco»: p. 109), e le capacità pratiche del verbiscalco («Egli, il verbiscalco, può tentare di adoperare quel fuoco [...] e lo userebbe per includere un passim di annichilimento nelle sue figure retoriche»: ibidem).

Leggere Manganelli è un'esperienza che apre la mente, magari verso scenari inquietanti: per questo va consigliato senza esitazioni a chi cerca nella letteratura qualcosa in più del facile intrattenimento e della facile edificazione. I lettori che invece sono alla ricerca di scritture semplificate e moralmente rassicuranti, che dicano loro cose che già sanno e confermino la correttezza delle loro convinzioni, faranno meglio a tenersi alla larga da libri come il Discorso dell'ombra e dello stemma; ma non hanno di che preoccuparsi: le librerie traboccano di merce pronta al consumo.