CULTURA & DIRITTI

Giornata mondiale del libro e del diritto d'autore

DIFENDIAMO L’ARTICOLO 9 DELLA NOSTRA COSTITUZIONE

di Franco Ottaviano

Il 23 aprile a partire dal 1996 si celebra , patrocinata dall'Unesco, la «Giornata mondiale del libro e del diritto d'autore». Ogni anno una capitale, quest'anno è stata scelta la città di Port Harcourt in Nigeria. In tutto il mondo iniziative ed eventi. Un'occasione non solo per «celebrare» ma per riflettere sulla diffusione e promozione dei libri e della lettura e in generale della cultura. Le statistiche sulla lettura in Italia ci offrono un quadro preoccupante . Secondo l'Istat solo il 42% della popolazione dai sei anni in su ha letto un libro in un anno. Il 9,1% delle famiglie non ha un solo libro in casa, il 64% ne possiede al massimo 100.

I cosiddetti «lettori forti», quelli che leggono almeno un libro al mese, rappresentano il 13,7% dei lettori, mentre la stragrande maggioranza non ha letto più di tre libri l'anno. Queste cifre riferite al 2015 non sembrano migliorare . Un «Paese di non lettori», collocato agli ultimi posti nel confronto con altre nazioni, in particolare con Inghilterra, Germania, Francia e Spagna. Cifre che contrastano con quanto discusso e approvato al momento della scrittura della nostra Carta costituzionale : l'articolo 9 e gli articoli ad esso correlati. L'articolo, come è noto, recita : La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica. Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione» . Carlo Azelio Ciampi, allora presidente della Repubblica, in occasione della consegna delle medaglie d'oro ai benemeriti della cultura e dell'arte, il 5 maggio 2003, lo definì : «l'articolo più originale della nostra Costituzione repubblicana [...] che, infatti, trova poche analogie nelle costituzioni di tutto il mondo». Significativa la collocazione dell'articolo nei «Principi fondamentali» , valori intoccabili, dunque l'importanza attribuita dai costituenti alla ricerca scientifica e al bene cultura, inteso nella sue varie forme, come identità nazionale, componente decisiva della democrazia nel suo farsi , sviluppo della persona e della collettività. Una costante sinergia fra la pluralità della produzione culturale e la sua diffusione.

La prima stesura dell'articolo 9 si deve a Concetto Marchesi , latinista, figura di spicco della Resistenza e già rettore dell'Università di Padova. Nella seduta del 18 ottobre 1946 della Prima sottocommissione «Dei diritti e dei doveri» Marchesi relazionò sui «Principi costituzionali riguardanti la cultura e la scuola» e Aldo Moro sui « I principi dei rapporti sociali ( culturali)». I due costituenti non raggiunsero l'accordo sui temi riguardanti la scuola mentre condivisero e proposero il seguente testo: «I monumenti artistici, storici e naturali del Paese costituiscono patrimonio nazionale in qualsiasi parte del territorio della Repubblica e sono sotto la protezione dello Stato». Nella sottocommissione la discussione proseguì nelle sedute del 29- 30 ottobre , quando superate le riserve di alcuni commissari, su proposta di Moro , condivisa da Marchesi, si pervenne ad un nuova formulazione : «I monumenti storici, artistici e naturali, a chiunque appartengano ed in qualsiasi parte del territorio della Repubblica, sono sotto la protezione delloStato». Le diffidenze, non erano marginali, esse riguardavano la nozione di patrimonio, la proprietà dei beni, il ruolo dello Stato e delle Regioni , istituto su cui si stava discutendo nelle altre sottocommissioni. Marchesi, in particolare, nei suoi interventi insistette molto sulla necessità che fosse chiaro che patrimonio , valorizzazione e tutela dei beni menzionati fossero di competenza dello Stato, a prescindere da ogni logica territoriale e dall' eventuale proprietà privata. Sottolineature tese ad evitare frammentazione e disomogeneità degli interventi. Tuttavia, nonostante l'approvazione all'unanimità, nella seduta dell'11 dicembre al momento di riesaminare gli articoli da deferire al Comitato di coordinamento incaricato di elaborare il Progetto di Costituzione da presentare all'Assemblea plenaria, la discussione si riaprì . Il Comitato nella sistemazione del testo aveva soppresso l'articolo considerandolo «superfluo». A suo giudizio le questioni poste erano implicite in altri articoli. Opinione che trovò concorde lo stesso Umberto Tupini presidente della Sottocommissione « Dei diritti e dei doveri» e altri commissari. Spettò di nuovo a Marchesi difendere l'articolo. Dichiarandosi contrario alle decisioni della seconda Sottocommissione che aveva attribuito alle Regioni la protezione e la manutenzione dei monumenti - patrimonio nazionale, ribadì la necessità di introdurre nella Costituzione il principio che spettasse in primo luogo allo Stato la loro «protezione», a prescindere dalla proprietà ( pubblica o privata) e dalla loro localizzazione. Nel voto passò la proposta Marchesi-Moro che venne ulteriormente precisata. Alla dizione monumenti naturali si sostituì il termine « paesaggio». L'articolo così definito dovette superare ancora la prova del passaggio dal Progetto di Costituzione al testo finale.

Nell'Assemblea Costituente se ne discusse nelle sedute 21-22 , affrontando il Titolo secondo della Parte prima del progetto di Costituzione» e in particolare i « Rapporti etico-sociali». Nel dibattito , con un importante il contributo di Tristano Codignola, il contenuto dell'articolo si collegò strettamente alla questione della scuola, come peraltro già enunciato da Marchesi al momento della prima formulazione. Una correlazione che nel testo finale troverà riscontro negli articoli articoli 33-34 . Il 30 aprile, sempre nella seduta plenaria , si affacciò di nuovo il rischio della soppressione. La cancellazione fu richiesta dal democristiano Edoardo Clerici che si spinse a definire il testo «ridicolo», sollevando l'ira e l'ironia di Concetto Marchesi. Nonostante queste riserve l'articolo fu approvato. Nella stessa seduta i costituenti Giuseppe Firrao, Gustavo Colonnetti e Umberto Nobile proposero un articolo bis: «La Repubblica promuove la ricerca scientifica e la sperimentazione tecnica e ne incoraggia lo sviluppo» . Approvato, nel testo finale della Costituzione sarà assorbito come parte integrante dell'articolo 9.

LE CORRELAZIONI

Come tutti gli articoli della prima parte della Costituzione, e in particolare quelli inerenti ai «Principi fondamentali» l'articolo va letto e interpretato in correlazione con altri articoli . Stretto il legame con gli articoli 33 e 34 dei «Rapporti Etico civili» dove , affrontando il tema della scuola , si dichiara esplicitamente la libertà dell'arte , della scienza , della ricerca scientifica e dell'insegnamento. E ancora l' articolo 21- sulla libertà di stampa e di opinione . Dal punto di vista delle competenze l'articolo 117 sui compiti delle Regioni, i timori espressi nel dibattito sui rischi di frammentazione sono superati dall'unitarietà espressa nel termine Repubblica che compare all'articolo 9. Pur rispettando l'automomia territoriale resta allo Stato il compito principale di tutela e protezione del patrimonio artistico culturale. La questione non è compiutamente risolta, lo conferma il travagliato iter delle modifiche al Titolo V della Costituzione . Se negli anni Settanta la nascita delle Regioni rappresentò un valido impulso a superare le inerzie del governo centrale, non si può non segnalare che si registrarono anche discutibili differenziazioni nell'attenzione, nelle logiche di finanziamento, nella confusione di competenze.

L'APPLICAZIONE

La nostra Costituzione , come sappiamo, ha il valore di un progetto che deve ispirarsi ai principi fondamentali dettati dai padri costituenti . Il bilancio passato e presente dell'applicazione dell'articolo 9 è deludente. Deludente sul piano della tutela e valorizzazione, della difesa, della promozione e sviluppo. Ne è una testimonianza la storia del Paese nel suo svolgersi temporale. Qualche cenno. Il buio degli anni cinquanta , gli attacchi al «culturame» del democristiano Mario Scelba, la censura di marca andreottiana sulla produzione cinematografica. Non solo tracce del passato basti ricordare che negli anni più recenti , a quanto risulta della cronache, un ministro della Repubblica ebbe l'impudenza di dichiarare che : "con la cultura non si mangia». Non solo norme inesistenti , tardive, contraddittorie, ma gravi sottovalutazioni. E che dire della tutela del paesaggio a fronte dei numerosi disastri ambientali e del sacco urbanistico perpetrato nelle città. Note le battaglie contro tutto ciò di scrittori, artisti, registi, urbanisti. Una storia che sarebbe da ripercorrere in modo approfondito per capire questo nostro Paese, i suoi ritardi , lo scontro civile che si è realizzato, e in misura molto minore, continua a manifestarsi sul fronte delle politiche culturali , meglio politica della cultura. Un termine, questo, anche concettualmente mai assunto nel suo valore generale. Un solo confronto : la Francia già nel 1959 ad opera di André Malraux inventa la «politique culturelle» e unifica tutte le competenze nel Ministero degli Affari culturale e lancia il progetto di decentramento delle Case della cultura. Da noi la frammentazione è stata la regola. Basta richiamarsi ai ritardi nella definizione delle competenze fra i vari ministeri e le varie terminologie con cui si sono definiti nel tempo. Dietro i nomi la confusione, la frammentarietà. Quando anche , come più di recente, si sono tentati rilanci non si sfugge al sospetto di una visione distorta , troppo viziata da tentazioni economiciste o , nella migliore delle ipotesi, da strumentali ricerche di consenso.

Solo nel 1964 , su proposta del Ministero della Pubblica Istruzione, fu istituita la «Commissione d'indagine per la tutela e la valorizzazione del patrimonio storico, archeologico, artistico e del paesaggio», presieduta dall'onorevole Antonio Franceschini . La commissione operò un censimento e una ricognizione sullo stato dei beni culturali in Italia. I risultati furono raccolti in tre poderosi volumi dal titolo : «Per la salvezza dei beni culturali in Italia», una denuncia del degrado, dell' abbandono e la scarsa valorizzazione del patrimonio culturale del nostro Paese. Nelle conclusioni l'emanazione di 84 dichiarazioni , la prima delle quali definisce la nozione di «bene culturale»: «tutto ciò che costituisce testimonianza materiale avente valore di civiltà». Si tenga conto che già nel percorso per la costruzione dell'Europa il tema era già stato in parte affrontato e delineato. Dopo l'accurata indagine non successe nulla sul piano legislativo. In quegli stessi anni gli accidentati percorsi della legislazione urbanistica, della riforma dell'università. Inerzie, indecisione, contrasti, dei governi che stridono con la vivacità culturale che si sta manifestando nella società, nella produzione culturale, nella soggettività. Nel 1968 nasce un'altra commissione, la Commissione Papaldo, l'obiettivo era quello di proseguire il lavoro della Commissione Franceschini ed elaborare un progetto di legge. Nulla. Gli anni settanta segnano una novità, come risultato di battaglie civili e di conquiste, quella che può definirsi una fase costituente. In primo luogo : la nascita della Regioni e in particolare per impulso di alcune di loro crescono attenzione e promozione, lo stesso vale per effetto dei mutamenti che si registrano nel governo delle grandi città , la stagione delle cosiddetta «giunte rosse». Seconda novità l'istituzione , nel 1974, del Ministero dei beni culturali. Resta la parzialità con cui si guarda alla «cultura» , tuttavia un passo avanti. Nel 1979 la proposta di instituire il «servizio bibliotecario nazionale» che, dopo una non breve fase istruttoria , sarà varato nel 1982 e nel 1984 la firma del protocollo d'intesa fra Ministero dei beni culturali e le Regioni per la sua realizzazione. Protocollo che nel 1992 è allargato al Ministero dell'Università e della ricerca scientifica e tecnologica. Iniziano in questa fase nuove sperimentazioni per il finanziamento del settore culturale. Negli anni ottanta si registra un aumento degli stanziamenti finanziari . Anche se è ' opinione diffusa fra gli studiosi e gli specialisti della materia che essi avvengono in modo dispersivo, frammentario e in assenza di uno sguardo d'insieme. Questo sia sul piano nazionale che a livello regionale. Negli anni ottanta la costituzione del Fondo Investimenti e Occupazione e , all'insegna dell'infelice formula dei "giacimenti culturali" , il riconoscimento del nesso tra patrimonio culturale e sviluppo economico. Dato da cui non si può prescindere ma non può dominare la qualità degli interventi nel settore. Non si può certo piegare la promozione culturale al mercato. Cresce in questi anni il protagonismo degli Enti locali che in parte ma in modo disomogeneo compensa la flessione degli interventi dello Stato. Nel 1983 la nomina di un ministro per l'ecologia e successivamente la nascita del Ministero dell'ambiente a cui si attribuiscono funzioni già espletate dal Ministero dei lavori pubblici e dal Ministero dei beni culturali e ambientali. Gli anni novanta, nonostante i limiti, segnano una maggiore attenzione al quadro generale. Con governo Prodi del 1996 per la prima volta un ministro dei Beni culturale che assume anche la carica di vicepresidente del Consiglio, una novità che sembra indicare la volontà di attribuire alla cultura il valore di una priorità. Si cerca di stabilire, non senza rischi e persino distorsioni, una inedita alleanza fra beni culturali, industria informatica e industria delle costruzioni. I pericoli sono dietro l'angolo. Pensiamo alla successiva istituzione della Patrimonio Spa e alla possibilità da parte dello Stato di alienare i suoi beni. La denuncia più severa e argomentata la troviamo nel bel libro di Settis "Italia S.p.A. Assolto al patrimonio culturale" , la cui prima edizione risale al 2003. Alla fine degli anni novanta, nel 1999, il Testo Unico dei beni culturali e ambientali che diventerà successivamente il Codice dei beni culturali e ambientali.

Con la riforma Bassanini torna la denominazione Ministero dell'ambiente e della tutela del territorio (MiBact) . Nel 2006 torna la odierna denominazione. Dietro il racconto di questa altalena nominalistica le incertezze normative. mDal 2008 si assiste ad una costante riduzione dei finanziamenti alla cultura che solo nel 2016 tornano ai 2 mila miliardi. Certamente un'inversione di tendenza, ma non sufficiente. Una riprova la manifestazione «Emergenza cultura » da operatori del settore, specialisti, associazioni culturali e cittadini che , fra l'altro, denunciarono l' ennesima riorganizzazione del Ministero giudicata dannosa per il funzionamento delle sopraintendenze. Costante la denuncia dello stato della ricerca che rappresenta all'incirca l'1,1% del Pil mentre la media europea è del 2% , e - ulteriore aggravante - non si riesce neppure ad investire i fondi della commissione europea. Una dura realtà il fenomeno dei "Cervelli in fuga" , giovani ricercatori costretti ad andare all'estero per trovare un impiego. C'è da augurarsi che l'ottimismo dell'attuale ministro dei Beni culturali, vedi le sue dichiarazioni in occasione della presentazione del bilancio per il 2017, rappresentino una inversione di tendenza. Forse, un auspicio anche se non tutte le misure presentate ci convincono, resta la condizione principale : intendere nel suo autentico valore di principio il dettato dell'articolo 9 della Costituzione. Dovrebbero suonare come monito, pur consapevoli che non sempre le loro indicazioni corrispondono alla nostra realtà, i vari rapporti Europei che ci danno come fanalino di coda, al 23 posto, nei confronti di altre nazioni della comunità. Assumere come priorità il superamento della contraddizione permanente fra un Paese che può vantare il 70% ( per alcuni il 50%) dei Beni culturali del mondo, la vivacità della nostra produzione culturale e il ruolo che sviluppo e promozione debbono avere. E, ultima sottolineatura, non solo come attrazione turistica, o dimensione economico-mercantile, ma come autentica dimensione civile e forza autentica di una buona democrazia , vitale e partecipata.

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