CULTURA & DIRITTI

DI COSA PARLIAMO QUANDO PARLIAMO DI CRISI?

di emmequ e Pietro Folena

In un libretto di Pietro Folena Il "Potere dell'arte", leggiamo: "...Goccia a goccia, per molti anni, come sulla pietra, si sono scavati il sentimento della Nazione, la società e soprattutto la coscienza di milioni di individui.

La tradizione culturale umanistica che attraversava tutto il sistema politico, anche per responsabilità soggettive viene travolta."

Si discute, anche in questo numero di malacoda, di quale sia la sostanza della crisi culturale attuale. Quale ne sia la causa. Qualcuno (uno dei maggiori scrittori italiani del 900, Piero Sanavio), ne contesta perfino l'esistenza. O meglio la novità.

I malacodiani, nella loro maggioranza, sostengono invece che l'attuale profonda e devastante crisi culturale è parte consustanziale della crisi economica e sociale del tempo di oggi, e del fallimento storico della globalizzazione e del tatcherismo−reaganismo (in Italia berlusconismo−renzismo). Di qui le risposte di destra a tale crisi − dalla quale invece bisogno e necessità di socialismo, o almeno, secondo Schultz e Sanders e, a suo modo Francesco, di "socialdemocrazia" −; di qui ciò che noi chiamiamo necessità di una "riforma intellettuale e morale". Incardinata, naturalmente − iuxta Antonio Gramsci − sulla necessaria "riforma economica e sociale". Democrazia e socialismo, insomma.

Trovo in un acuminato libretto, Il potere dell'arte, di Pietro Folena un brano che faccio mio e ripropongo. Non per chiudere il dibattito, naturalmente, ma per allargarlo. Infatti, a mio parere, se un partito di sinistra vuole essere di sinistra e vuol essere Partito, di qui deve partire.

Scrive Folena:

"C'è stato un tempo in cui, in Italia, la politica era innervata di cultura. Politica e cultura rappresentavano un binomio inscindibile. In tutte le grandi tradizioni politiche, comunista, socialista, democristiana, repubblicana e liberale, e anche in quella missina, l'esperienza politica e quella culturale erano intrinsecamente mescolate. La politica senza idee non era concepibile: «Vivere vuol dire essere partigiani», scriveva il giovane Gramsci nel suo articolo Odio gli indifferenti.

Ad un certo punto, però, c'è stata una separazione, al termine di un processo molto lungo, iniziato alla fine degli anni Settanta e proseguito nel corso degli anni Ottanta. La TV commerciale, il cambiamento dei consumi, l'esplosione di un individualismo edonistico di massa [affermazionedel pensiero unico fino a divenire senso comune, N.d.r.], hanno travolto la relazione tra politica e cultura. Goccia a goccia, per molti anni, come sulla pietra, si sono scavati il sentimento della Nazione, la società e soprattutto la coscienza di milioni di individui. La tradizione culturale umanistica che attraversava tutto il sistema politico, anche per responsabilità soggettive [delle sinistre, N.d.r.] viene travolta. A quel paradigma idealistico−crociano, nelle sue diverse versioni, si sostituisce una doppia equazione: cultura=spettacolo e spettacolo=business, che porta rapidamente a una visione del tutto riduttiva della cultura. Da un lato la politica si automatizza e si separa dalla vita delle persone, dall'altro si fa strada un pensiero unico: quello economico."

O si sana quella rottura, o si ricostituisce quel fecondo "binomio inscindibile", o (Camusso) si "rifonda un pensiero", o la destra (comunque camuffata) vince.

Goccia a goccia, per molti anni, come sulla pietra, si sono scavati il sentimento della Nazione, la società e soprattutto la coscienza di milioni di individui. La tradizione culturale umanistica che attraversava tutto il sistema politico, anche per responsabilità soggettive [delle sinistre, N.d.r.] viene travolta.