Speciale Mario Lunetta

Depistaggi. Fra critica e teoria

Onyx 2010

di Cecilia Bello Minciacchi

Persuaso che lettura e scrittura siano, entrambe, un lavoro, così da anni le pratica Mario Lunetta: puntando in prima istanza al valore concreto della prassi, a un discorso politico ampio. Conta l'agire, soprattutto, ovvero la letteratura e l'analisi critica intese come azioni. Ed è riconoscibile, in questo intento, una prossimità con l'idea coltivata da Sanguineti «all'ombra di Vico e di Marx, ad un tempo, che si conosce quel che si fa, che il vero è il fatto, che il fatto è il vero, che l'essenza dell'uomo è il lavoro, che la prassi è tutto». Lettura e scrittura sono compiutamente congiunte nell'esercizio della critica cui Lunetta si è sempre dedicato, accanto alla scrittura poetica, narrativa, drammaturgica. La stessa predilezione per esiti spiazzanti, poco ortodossi, fluidamente slittanti tra contesti eterogenei, dimostrata da Lunetta nella scrittura creativa, è stata da lui riversata anche nella critica letteraria, fino ai recenti Depistaggi, che vogliono sviare, moltiplicare le aperture interpretative, dis-correre in modo antinormativo.

L'accento aspro, non solo severo, di alcune reprimende è quello della delusione e dell'indignazione al cospetto di «quest'Italia «cadaverica impestata, teterrima, allegrona, / ridanciana, mafiosa, affatturata, appaltata, magnacciona, / bidonista, amarcord americana impasticcata nerboruta vile: / di quest'Italia italiota, gaglioffa, svergognata, truce, idiota», come denunciava nel suo «poema da compiere», La forma dell'Italia (2009). La vis polemica che si esprime nella critica letteraria tocca per forza -non potrebbe essere per Lunetta altrimenti- il vivere civile, riguarda, è il vivere civile. E tutto sinistramente torna, nel (bel)paese deprivato, svuotato, in corsa verso un globale analfabetismo di ritorno (o di rapida andata), fatto «di lettori svogliati». Le idee devono essere semplificate, le tematiche superficializzate, le contraddizioni e le opposizioni estetiche e ideologiche azzerate, perché il mercato non necessita conflitti né giudizi severi, ma solo rapida ed efficace pubblicità; chi non entra (o è fatto entrare) nel sistema è fuori senz'appello: «la letteratura, la poesia e tutte le arti si trovano, nell'epoca del capitalismo in crisi autofagica, nella stretta di un'alternativa secca: adeguamento ai moduli dominanti o emarginazione, obbedienza all'ideologia unipensierante o espulsione dalla catena produttiva che alimenta il mercato».

Verificata la «scomparsa della stroncatura», e convinto che occorra prendere partito invece di tacere, e che la critica debba mettersi in gioco su tutto, invoca «l'esercizio costante di un'analisi onesta, fondata su una buona saldezza di strutture teoriche e sul rispetto dell'intelligenza di chi lavora nel campo artistico». Un esercizio che rifugga dall'indulgenza per «cerchiobottismo» e sappia essere urticante. C'è tono amaro, acre, nella scrittura critica di Lunetta, oltre che disilluso. Se gioca con le tramature foniche -«mi prende l'ùzzolo di azzardare»-, se sceglie uno stile non seduttivo, o se espressioni come «è il Mercato, bellezza», riescono fastidiose, è perché sono beffarde, perché infastidito è innanzitutto l'autore.

Questi Depistaggi, stilati con molta temerità nell'«era della contraffazione e del taroccamento universale», testimoniano interventi su periodici degli ultimi venticinque anni in senso non diacronico ma tematico, organizzato in tre grandi sezioni teorico-ideologiche -In campo lungo, Close-up, Dissolvenze incorciate- che si chiudono con uno scritto dal titolo interrogativo: Dov'è il regno della libertà?

Per entrare in questo volume, più che sulla disposizione dei singoli testi e sulle loro interrelazioni, stante la convinzione dell'autore che la sola ipotesi «ancora praticabile» sia quella del «depistaggio rispetto alle diverse "verità" rivelate», sarà utile leggere in sequenza tutte le epigrafi ai singoli scritti. Epigrafi numerose e da autori che valgono come numi tutelari: oltre che tessuto culturale vasto e coeso, appiglio solido e oggi quanto mai necessario, possono essere considerate chiavi interpretative di tutto il lavoro di Lunetta. Punti per tracciare la sua personale griglia di lettura e di analisi del mondo. Come ha scritto Aldo Mastropasqua, Lunetta segue «una linea materialistica che da Diderot e da Marx si sviluppa dialetticamente nel Novecento in Benjamin e Brecht».

Sulla critica letteraria, che pure in Depistaggi è presentissima, sembra volutamente dominare la critica politica e civile. La letteratura è vivamente sentita in attraversamenti obliqui e radenti, come è lo scritto Quasi immenso covile, che ricostruisce e ripensa la concezione del corpo nella cultura occidentale, scorrendo in carrellata rapida passi dell'Iliade, le Olimpiche di Pindaro, «la colata verbale» di una valanga di ingiurie nel Persa plautino, i Carmina priapea di Catullo, e poi Orazio e Petronio, i testi sacri, il medioevo dei Carmina Burana e di Villon, poi Rabelais, il «corpo ateo» del divin marchese de Sade, la deformità del gobbo Quasimodo, il senso della colpa carnale in Hawthorne, la «declinazione perigliosa corpo-voluttà-sofferenza» dei nostri Scapigliati... fino al nano Oskar del capolavoro di Grass, per lamentare infine -ed è lamento politico- come l'oggi delle «cliniche della salute, delle diete omicide e del culturismo inebetente» abbia deciso di ignorare debolezza e deformità. Così, le armi della critica sono argomento di riflessione negli scritti dedicati a studiosi fini, impegnati e rigorosi come Marcello Carlino e Francesco Muzzioli, o ai libri su Céline di Stefano Lanuzza e di Piero Sanavio, che aprono prospettive ricche di stimoli.

Eppure il libro di Lunetta è in primo luogo una sdegnata protesta e in secondo un accorato richiamo civile. Certo Lunetta crede nella responsabilità del critico e nella «critica come destabilizzazione», e tuttavia più che raccogliere saggi letterari o teorici, compone un cahier de doléances, un'arrabbiata e sconfortata denuncia dell'appiattimento. Ma lo fa davvero da citoyen, cioè senza risolversi tutto nel lamento, ma con una speranza ancora, che se si continua «a parlare forte, senza gridare», e non si cede al silenzio, «qualche risultato verrà». Per questo, sembra di poter dire, Lunetta proprio non sa trattenersi, non riesce proprio a resistere al vizio: per lui l'esercizio critico è ciò che per Larbaud era la lettura, un vice impuni.