Storia e Politica

DELLA RIVOLUZIONE D'OTTOBRE OGGI

di Luciana Castellina

Kazimir Malevich, Contadini, c. 1930. Olio su tela, 53 x 70 cm. Museo di Stato Russo, San Pietroburgo. Foto (c) 2016, Museo di Stato Russo, San Pietroburgo. Courtesy Royal Academy of Arts, Londra

Della rivoluzione russa del 1917 in questi ultimi decenni hanno parlato soprattutto quelli che avrebbero preferito non avesse avuto mai luogo, i peggiori anticomunisti, più recentemente accompagnati da molteplici abiuranti. Questa sì è colpa - e grave - dei comunisti. Perché se è pur vero che in ogni parte del mondo i processi reali avviati dai comunisti sono stati assai diversi da quelli dell'ottobre, e diversissimi anche fra loro, non si può negare che quell'esperienza di 100 anni fa ci riguarda in un modo o nell'altro tutti quanti, del resto non solo i comunisti ma anche ogni altro pezzo di sinistra che si è proposto di cambiare il mondo. Fra tutte le definizioni che della drammatica involuzione politica dell'Unione sovietica sono state date a me piace quella di Enrico Berlinguer, quando nel 1981, rompendo finalmente con colpevole ritardo il legame fra PCI e PCUS, disse che quella rivoluzione aveva "perduto la sua spinta propulsiva". Non, dunque, che sarebbe stato meglio non ci fosse stata, ma che l'onda storica che aveva innescato da tempo era ormai esaurita.

Quell'onda fu a lungo potente. Ovunque. Basti pensare alla liberazione del terzo mondo colonizzato, o, per dire del mio paese, al moto popolare che nell'immediato dopoguerra consentì al PCI di divenire quel grande partito di massa che a lungo è stato. All'origine non c'era solo la lotta antifascista condotta in Italia, ma anche l'idea che, diremo oggi riprendendo uno slogan dei Forum Sociali Mondiali nati all' inizio del nostro secolo attuale, "un altro mondo è possibile". Il nocciolo della controffensiva reazionaria è stato non a casoquello che in anglosassone è chiamato TINA: ThereIs No Alternative. Tutti chiusi nella gabbia del presente e perciò il passato dipinto solo come orrore, il futuro abolito.

L'esperienza reale dell'URSS, il suo modello di società, sono stati l'inevitabile conseguenza di quella rivoluzione, o era possibile un'altra evoluzione? Il comunismo come ideale cui ispirare l'ordine della società per cui si lotta è morto con il fallimento sovietico? È a questi interrogativi che oggi occorre rispondere.

Cominciando col ricordare - io credo - che Marx non si è mai sognato di disegnare un modello di società alternativa. (Il suo solo accenno c'è in realtà nell' "Ideologia tedesca", laddove per dire della libertà parla "di addobbare la casa, dipingere, far musica, cucinare buoni piatti". Un passaggio che molti anni dopo ha fatto scrivere a Herbert Marcuse che il contenuto utopico di questa visione di Marx era stato cancellato dai progressi tecnologici che avrebbero potuto ormai rendere realistico il progetto, ostacolato solo dai rapporti sociali di produzione dominanti.

Nel Manifesto del '48 a Marx preme in realtà solo dire che la società è divisa in classi, e che la lotta fra loro è il motore della storia.

Ricordo quando, nel 1972, incontrai a New York il nipotino di Roosevelt, giovane docente universitario della leva sessantottina che aveva spostato a sinistra una parte non indifferente della nova generazione americana. Mi disse che all'inizio della loro ricerca erano andati dal premio Nobel Samuelson, professore ad Harvard, e gli avevano chiesto: "Cosa c'è di interessante in Marx, cosa dobbiamo cercare?" E lui, conservatore ma assai intelligente, rispose:" la lotta di classe, questo è il nucleo decisivo del suo pensiero".

La Rivoluzione d'ottobre credo vada guardata così: non come foriera di uno specifico modello di società, ma come primo possente movimento reale impegnato a rimuovere lo stato delle cose presenti, dettato dal desiderio di annullare il privilegio di classe. E dunque la sua '"Aufhebung",il suo "toglimento""o "superamento". Per capire cosa una Aufhebung significhi oggi e qui per noi.

Qui sta tutta la nostra difficoltà, perché quella classe cui Marx si riferiva, è oggi molto diversa. Non solo perché è socialmente e culturalmente frantumata per via di cosa è oggi diventato il lavoro, ma anche perché non è più "il becchino" - naturale, inevitabile - del sistema che deve seppellire, prodotto dallo stesso sviluppo delle forze produttive. Che oggi non solo non producono più così facilmente becchini, ma il cui sviluppo ha cessato da tempo di avere una funzione progressiva, divenuta, anzi, largamente catastrofica. E' in questo quadro che ci tocca ripensare il comunismo, nel senso indicato dalla definizione che ne dà Marx, quando dice "il movimento reale che abolisce il presente." Sapendo che siamo assai più deboli: noi, nessuno di noi, a differenza di quando si poteva parlare del fantasma che si aggirava per il mondo, facciamo più paura.

So che su questo punto ci sono nella sinistra posizioni diverse. C'è chi ritiene che il "general intellect" possa determinare nuove prassi di liberazione omologhe sì da avviare, quasi per via virale, una rivoluzione anticapitalista. Che, insomma, l'attuale frantumata collettività dei precari possa dar corpo a una moltitudine in grado di rovesciare lo stato delle cose presenti.

Io credo invece che i processi di individualizzazione del lavoro abbiano prodotto anche valori, culture, fondate su un esasperato individualismo (l'"uberizzazione"non è solo patita ma anche scelta nell'illusione di essersi liberati dal padrone). La ricomposizione del corpo degli sfruttati è certo ancora possibile e occorre lavorare a questo obiettivo, e però a me pare processo assai meno spontaneo di un tempo, ancor più bisognosa di una mediazione politico/culturale alta che solo un progetto che diventa collettivo, realmente vissuto, può garantire. Una constatazione che ci riporta alla più complessa questione della soggettività, della costruzione del soggetto (tenendo ovviamente conto di tutto quanto Gramsci ci ha insegnato in proposito).

Celebrerò il centenario della Rivoluzione del '17. Nonostante i disastri dell'URSS penso che se non ci fosse stata il mondo sarebbe oggi assai peggiore. (E' vero per tutte le rivoluzioni, anche le più incompiute, perché aiutano a pensare il non ancora pensato, un esercizio che evita di diventare conservatori).In quell'ottobre, del resto, la scelta non era fra Olof Palme e Josif Stalin, ma fra il vecchio potere zarista e una rivolta disperata. I bolscevichi non operarono un colpo di stato, una forzatura per cancellare il governo provvisorio di Kerenski. A Pietroburgo e a Mosca gli operai e i soldati, fuggiti dal fronte nonostante Kerenski li esortasse a continuare a combattere per la patria, avevano già invaso le strade. Mentre Kerenski e i suoi ufficiali cantano inascoltati la "marsilinze" mascherandosi da leaders di una impossibile rivoluzione democratico-borghese. Quel che Lenin capisce ed è il suo merito è- per usare le parole di Hanna Arendt - che "la rivoluzione è la conseguenza del crollo del potere, non la sua causa". E che dunque bisognava cogliere quel momento per trasformare una jaquerie contadina e una rivolta spontanea già passata ai sabotaggi, altrimenti destinata a morire in un bagno di sangue, in una moderna rivoluzione che costruiva un'altra sovranità- la sola storicamente possibile - al posto del potere ormai svaporato.

La violenza non fu causata dai bolscevichi (nella presa del palazzo d'inverno morirono meno persone di quante rimasero vittime durante le riprese del film "Ottobre"). I costi umani furono conseguenza del terrore bianco scatenato dai generali reazionari, dalle dittature siberiane e dalla vandea cosacca. E, soprattutto, dall'invasione imperialista: 800.000 uomini ben armati e addestrati contro bande contadine - inglesi, francesi, americani, giapponesi, italiani, ecc. - mandati a servire l'ordine di Churchill:" uccidere la rivoluzione mentre era ancora nella culla".

Quando si leggono le cronache drammatiche degli anni '17-'18 viene da chiedersi se il destino dell'Urss avrebbe potuto essere diverso se il paese che i bolscevichi si accingevano a governare non fosse stato distrutto da quell'aggressione; e se proprio quella crociata non abbia pesantemente contribuito a creare il clima di stato d'assedio, le diffidenze, le misure poliziesche, poi degenerati nello stalinismo. Spero che nel celebrare l'ottobre venga raccontato anche questo a giovani che a malapena sanno che quella rivoluzione c'è stata. Anche se è bene ricordare il giudizio di Eric Hobsbawm, quando dice che l'ipotesi di una rivoluzione proletaria era più realistica di quella di una rivoluzione borghese. E però consapevoli che non avrebbe potuto trattarsi di una rivoluzione socialista, alla quale mancavano - e non poteva essere che così - i lunghi e profondi processi sociali, politici e culturali indispensabili a costruire un sistema qualitativamente superiore.

E tuttavia ha scritto bene Sartre: "se l'ipotesi comunista non è valida significa che l'umanità non è diversa dalle formiche". Credo avesse ragione.