PER LA CRITICA

DANILO LACCETTI, IMBRIANIANA (da UNICO VIAGGIO)

nota di Luigi Matt

UNICO VIAGGIO. Sinfonia di racconti, prose e divagazioni per voce sola (stampato in 50 copie) prende opportunamente le distanze dalla facile leggibilità ad ogni costo (la prosa "che trasmette al lettore e non lo scavalca è ipocrita difesa dell'esistente"), e rivendica apertamente il lato oscuro e ambiguo della letteratura...

Unico viaggio di Danilo Laccetti è un libro che rischia di non vedere la luce; se invece ci riuscirà, non sarà certo grazie all'interessamento di una grande casa editrice. Troppi i difetti di un testo che punta tutto, imperdonabilmente, sulla letterarietà: nessuna concessione a trame e personaggi credibili, totale mancanza di riferimenti a problemi sociali, rifiuto di qualsiasi elemento utile a sollecitare emozioni viscerali. I testi di Laccetti non vibrano di ardore o indignazione, si limitano a tentare di essere letteratura: come si può tollerare una cosa simile?

Proverò qui a fare l'avvocato del diavolo (confidando nel fatto che tale ruolo appare ben coerente con la linea di «Malacoda»), offrendo qualche elemento generale a sostegno dell'interesse di Unico viaggio. Il giudizio sulla qualità della scrittura si lascia ai lettori, che potranno formularlo in base a un corposo brano dell'opera: da parte mia, mi limiterò a notare come l'autore dimostri, in tutti i testi raccolti nel libro, un saldo possesso dei mezzi stilistici indispensabili per un prosatore; colpisce positivamente, in particolare, la capacità di guardare alle risorse della tradizione senza cadere nelle trappole delle buone cose di pessimo gusto tipiche di tanti prodotti midcult.

Il libro è strutturato come una partitura musicale, con i suoi movimenti identificati da etichette formali, come Arioso con lentezza o Allegro, ma non troppo: è naturalmente un modo di segnalare sin dall'indice che il principio guida a cui il lettore è invitato ad attenersi nell'avvicinare il testo - se vuole comprendere il senso dell'operazione - è di natura stilistica, non contenutistica. Ciò di per sé può ben disporre chi guarda con poco entusiasmo all'invasione dei romanzi di puro intrattenimento o alle inchieste giornalistiche travestite da letteratura.

Le idee dell'autore riguardo alla natura della scrittura letteraria vengono esplicitate nella proemiale Guida all'ascolto. È sempre consolante rilevare che ci sono ancora scrittori pronti a giocare le proprie carte migliori sul tavolo della lingua, come dovrebbe essere normale e purtroppo non è affatto. Laccetti prende opportunamente le distanze dalla facile leggibilità ad ogni costo (la prosa «che trasmette al lettore e non lo scavalca è ipocrita difesa dell'esistente»), e rivendica apertamente il lato oscuro e ambiguo della letteratura, la quale nell'accettazione consapevole dei limiti del linguaggio può trovare la propria ragione di esistere, inserendosi nell'intercapedine tra parola e senso: il contrario di quanto imposto dall'ideologia prevalente, che si concretizza nella «schiavitù che ci condanna ad usarla come strumento dotato di chissà quale potere di "verità"».

Il testo che qui si presenta, Imbrianiana, appartiene ad una sezione di falsi, variazioni e studi: una celebrazione della facoltà della letteratura di generarsi a partire dal proprio stesso organismo. Poche categorie sono più invise alla vulgata critica di oggi della metaletterarietà; infinite volte è stata ripetuta una precisa sentenza: la letteratura deve parlare del mondo, non di sé stessa. Si tratta di una visione profondamente antistorica: al contrario di quanto molti sembrano ritenere, quella di cui si tratta non è una pratica inventata dal postmoderno; la letteratura si nutre delle scritture precedenti sin dall'antichità, come qualsiasi liceale dovrebbe sapere. Anche dal punto di vista logico la condanna dei procedimenti metaletterari è fallace: è sin troppo ovvio notare che se ogni aspetto dell'esperienza umana può essere tematizzato in letteratura, non si vede perché debba costituire un'eccezione la letteratura stessa, che dell'esperienza umana, fino a prova contraria, fa parte a pieno titolo.

Imbrianiana

Liberamente (e piacevolmente) da Eudossia conseguita e Per questo Cristo ebbi a farmi turco di Vittorio Imbriani.

I

Amore vocalico

Dico basta, basta, strabasta! di tutta quest'asfissia, melensaggine resinosa di racconti, romanzucoli e consimile ciarpame raggruzzolato, tutta una malaticcia congrega di bellezze da osteria, callose turpitudini letterarie senza grazia alcuna, che m'arcistufano.

Potrei anch'io - né alcuno al pari tuo si impulpiterebbe additando la vergogna mia - fregiarmi pavonescamente, come certe gazze e merli letterati fanno, di piume artistiche che non sono mie, ma io già in nota e a titolo spianato t'addito il libro, ove raccolsi pensieri, frasette e meditazioncelle che ne seguono. Guarda, poi, amico caro, che scartoffiare tra altrui credenze è cosa faticosa, lo sai? L'erudizione, quando pure non ti fa genio, ti ingentilisce comunque.

Se poi la mescita summentovata proprio non ti garba e dispregerai questo mio esercizio laborioso, il mio novellare ignaeroterracqueo, non me ne farò, credimi, oltremodo cruc


cio della tua dabbenaggine, che, bestsellereggiando o romanzeggiando giovanili concerie raffazzonate, mi augurerai breve vita, ma molto più infinito onore ne ricaverò da te, una volta respinto.

Tornando a me, e a quanti la compiacenza avranno di seguire i passi miei, questa è fra i miei eroi di carta l'eroina che per prima ti presento: o, come talvolta è preferibile dire, una delle protagoniste. Che di eroi, spesso male in arnese, ne è pieno questo nostro Paese, più di quanto non abbondi di eroismo. Un po' come definire protagonisti del nostro tempo certi attorazzi della durevole farsaccia parlamentare italiana, che primadonneggiano senza medaglia alcuna.

L'aspetto suo? Fa' un poco te, come più t'aggarba: bassa, grassa, slanciata, claudicante, pudica, invereconda, l'unica cosa certa è che il nome suo Nina origina da Gaetanina e che dei Colonna, della ben nota famiglia romana, era discendente.

Certo un nome così da cotanto lignaggio...e che caspita, una Eucleria, Priscilla oppure Ludovica Maria Concetta, ma, domineddio, Gaetanina! Come che sia, detta Nina, Gaetanina o da Gaetanella l'aferizzata Nella, si trovò, appena andata sposa, bella e ingravidata e con una gran voglia, per nulla sciapitasi, di gavazzare, pur in quello stato avanzato nel quale si trovava. Capitò che in un qualche ballo in maschera, travestita com'era da vestale condannata alla vivisepoltura, tra convegni e danze, costumatissimi e meno costumati abbracci, la tensione dei nervi, i sensi tutti furon tali che, cinta pure da due onorevoli danzanti, un capitano e uno scultore in veste di mammana e nutrice, posticce le trecce bionde e morbide, tutte codeste cose adunate assieme favorirono al fine lo sgravio. Il quale parto, nomato in seguito Petronilla, avvenne nella casa di un tal marchese Eustachio d'Aguglione di Mercugliano. Era costui da poco tempo divenuto padre del decimoquinto figlio, un bel maschietto di nome Gaudenzio, che la mogliera, la marchesa Eustochia Nauclerio, sfornò assieme a cinque femmine e altri nove maschietti. Che dire, il povero marchese, altri meriti non riuscendo a espiscare, oltre il casato e il nome di Mercugliano, che gli veniva da un ignobile feudo irpino acquistato a prezzo di un tracollo, trovò che era cosa degna della più grande meraviglia e di estremo rispetto l'aver rinvenuto tanto nel nome quanto nel cognome di famiglia, così come nel luogo di Mercugliano, la presenza di tutte quante le vocali. Al che, quando qualcuno stroppiando se ne usciva in Mercogliano, a lui pareva d'aver ricevuta un'offesa infamissima. Ah, quanto, quanto avrebbe voluto fregiare il suo già perfetto nome aggiungendovi Vesuviano: EUstAchIO d'AgUglIOnE marchese di MErcUglIAnO VEsUvIAnO! Si mise in corpo, e per un bel pezzo, d'espatriare nelle Americhe, dove si sarebbe potuto dire anche PErUvIAnO, ma qualche amico gli fece notare che avrebbe cessato d'essere d'Aguglione per divenire, magari, De Agullon e tale sorte sarebbe giunta, quand'anche avesse preso dimora nell'Egitto, in Pelusio, per dirsi PElUsIOtA, che l'avrebbero arabicizzato o copticizzato in chissà qual'altra corbelleria. In compenso a tutti i figlioli e figliole suoi, con ogni dovizia, non sparagnando notti insonni e la più accurata spremitura del martirologio e dei libri onomastici, a tutti e quindici riuscì a affibbiare un nome, dove di nessuna vocale vi fosse carestia. Due ripresero il nome del babbo e della mamma e gli altri furono: EUfrOsIA EUtrOpIA EUnOmIA EUdOssIA le femminucce, e i maschietti AUrElIO EUstAzIO GUAltIErO PUdEnzIAnO EUrIAlO GUArnIErO EscUlApIO EUlAlIO e, giustappunto, l'ultimo arrivato, il piccolo GAUdEnzIO .

La sorte volle che la mogliera sua, la marchesa EUstOchIA NAUclErIO, al decimoquinto sgravio mettesse punto, che, diversamente, il povero marchese non si sarebbe dato pace, notte e giorno, altri nomi investigando, tutti per intero vocalici. Anzi, anzi: reputava primo suo dovere di progenitore assegnare alla prole nomi siffatti, piuttosto soffocarli con le proprie mani che pitoccare le vocali e partorire certi nomiciattoli come Carlo, Adele, Valerio, schifosissime geniture onomastiche con, sì e no, due o tre vocali insieme. La servitù stessa, in ragione delle sante e venerabili vocali, fu rinominata: la cameriera consentì, un poco contraggenio, a divenire LUcrEzIOnA, da smilza alicetta quale era, e la nutrice di Gaudenzio, pur chiattoncella, si fece VErOnIcUzzA e, via, a seguire, il cocchiere, un marcantonio come pochi ce ne erano, si fece UbAldinEttO e lo sguattero, cugino della Veronica, pur di acconciarsi in casa d'Aguglione, accettò di farsi SAmUElInO.

Senza tirare in lungo, addiveniamo al busillo: il piccol Gaudenzio, nato in casa d'Aguglione, allattato dalla summentovata Veronicuzza, si trovò a condividere, a cagione dello sgravio della Petronilla che fece amicare le due famiglie, il medesimo latte e la medesima pappa, e, poiché sovente le due metà di un androgino stesso, il femminile e il maschile, risultano sparigliate per il mondo e talvolta è cosa ardua, se non impossibile a darsi, far combaciare le due metà perfette - e ti capita perciò di veder accompagnati una scarpaccia a una bella ciabatta o un lindo stivale a uno tutto zaccheroso - il tal Gaudenzio e la tal Petronilla, fratelli di latte, finirono per non dover trovare troppo lontano quello che avevano davanti e, bambini e adolescenti dipoi, ribollirono in cuor loro di un amoruccio talmente ardente che in ogni passeggiata, sul Pincio o in piazza Santi Apostoli, ovunque al loro passaggio, anche nel mese di gennaio s'innalzavano le temperature e fiorivano garofani e rose nei vasi loro. Iscuffiatisi in tal guisa, il fatto non tardò a rivelarsi ai loro padri, che proprio in quel periodo, per certi affari, s'erano un poco appiccicati. Ma a questo s'aggiunse un ben più profondo e bruciante oltraggio che molestò l'animo del marchese Eustachio. Il figliolo suo si era invaghito di una che portava un simile nome, che più plebeo e sozzo non ci poteva essere: Petronilla! Non vi fu verso di smuovere il marchese e, quand'anche il povero Gaudenzio, pittimando come non mai, minacciasse perfino di rinominarsi in Clemente o Paolo, se non gli fosse concessa la Petronilla sua, fu vietato ai due giovani di incontrarsi o di farsi cenno alcuno dalla finestra. Fin quando, una notte, s'appiccò un furentissimo incendio nella casa dei Colonna che pareva essersi disvelato un cratere sul colle del Quirinale e, mentre servitù, padre e fratello ammonticchiavano roba su roba, ed era un via vai di quadri e arazzi, onde evitare la flogosi magna stimolata dalla pinacoteca, nessuno s'avvide o rimembrò che la disgraziatissima Petronilla stava chiusa nel suo stanzino. Nessuno tranne il suo Gaudenzio, che in spregio di ogni pericolo la raggiunse, la liberò e ammainando coperte e lenzuola scivolò col suo amoroso fagottello nel giardino, e di lì oltre le mura per uno stretto vico e, saltando sopra una botticella (ovvero uno di quei barrocci che scarrozzano pregiatissime botti di vino), s'avviarono per una delle strade consolari che menano lontano dall'Urbe.

Intanto, finito che fu tutto quel trambusto, tra macerie e ruderi le famiglie s'avvidero della sparizione dei due giovani e qualcuno del servidorame disse che sì, proprio così, il povero Gaudenzio tentò di salvare la Petronilla sua, ma più non tornò indietro dall'eroico gesto. S'ordinarono, dunque, solenni funerali e messe in suffragio, e già stava pronta in San Giovanni in Laterano un'epigrafe che dicesse del loro amore sfortunato e i padri, tutti intristiti, s'erano fatti piccoli piccoli e dichiaravano pubblica penitenza dei loro vani alterchi, quand'ecco t'appaiono i due, salvi e sani, sposati, annunciano, da un fratonzolo di campagna, con un pargolo in arrivo per di più, che se fosse stato femminuccia s'avrebbe nominato Barbara e, se maschietto, di sicuro Probo o Ignazio.

Tanto bastò a Eustachio d'Aguglione, marchese di Mercugliano, che, avutosi uno di quei battisoffia che crepano il cuore, finì dritto dritto nella tomba che aveva già bella e pronta per il suo figliolo, con sopra questo più che motivato epitaffio:

Tanto ebbe in amor le vocali che le avrebbe dotate di ali,

sì da condurle seco in Paradiso, lui che per loro si sarebbe ucciso.

II

Numeri alla turca

L'altrieri m'accadde d'ascoltare una di quelle espressioncelle, che il volgo sovente adusa senza conoscerne a fondo l'origine.

M'ero messo a far da paciere fra due novelli sposi e, quando che ebbero ascoltato per intero il pistolotto mio e giunti che fummo a firmare i patti e gli impegni e m'arrischiai, dinanzi al santo sacramento del matrimonio e al crocifisso, a includere nella venerabile greppia puranco la suocera, il maritonzolo, nonché genero, saltò su, scalmanò come un ossesso e concluse proferendo la suddetta frase: «Per questo Cristo ebbi a farmi turco!».

Quanto s'adattasse tal detto alla presente situazione, lo lasciò intendere a chi lo voglia; a me resta d'esplicare l'eziologia che dietro vi sta.

Molti, molti anni addietro, nel napoletano, o meglio, nel territorio di Agropoli, vi era uno di quei semicamorristi, mascalzoni e furfanti che tali ne nascono non molti in un secolo. Già poco più che guaglione, costui d'ogni dove spargeva il seme delle sue malvivenze, conduceva coram populo le proprie mani nelle tasche altrui, everteva, estorceva ogni bene che gli capitasse a tiro e, gravido di vino, era anche capace di scassinare una casa d'orfanelli o il ricetto d'una povera vedova. Accompagnato da altri galantuomini, al pari suo vilipendenti ogni virtù, finì che una sera, in una tal osteriaccia affumicata, si trovò nella circostanza di sistemare nello stomaco di un altro disgraziato come lui una di quelle coltellate che, anche volendo, proprio non possono essere restituite. Per disgravarsi da una certa gragnuola di sassi che i parenti del defunto gli apparecchiavano, assieme al catalogo di tutte le nequizie sue esposte ai bargelli ivi accorsi, assunse il proposito di inussorarsi con Dio, dopo aver divorziato da ogni bontà, e, inchiostratosi in un convento nel cuore di Napoli, prese il nome di frate Stefano. Ma se è pur vero che uno il coraggio se non ce l'ha non se lo può dare, allo stesso modo uno certe prodezze, anche stretto in un saio, non riesce proprio a frenarle. Così alla faccia del padre guardiano, dell'arcivescovo e del Viceré, nel suo nuovo abito scandolezzava e raccapricciava maestrine, bottegai, mariuoli e biscazzieri, arrubbava elemosine e carità altrui concesse, s'incapricciava d'ogni più lurida sgualdrinella e non poche volte lo si trovò ubriaco a russare sugli scalini della chiesa. Tale la sua fama percorreva i vicoli e le piazze, che quando passava, non per rispetto o devozione ma più per timore, bambini e vecchiette si crocesignavano. Eppure, per quanto riuscisse a scroccare, raggranellare, sgraffignare, i desideri suoi sopravanzavano, e di gran lunga, i mezzi e non riusciva mai a tener testa alle frenesie ultronee che ogni bettola, femminella o vino forestiero gli faceva sortire in corpo.

Capitò che in quel periodo a Napoli il volgo andasse pazzo per il giuoco della beneficiata, altrimenti chiamato il lotto. Frate Stefano fantasticava: una cinquina, maledizione, una cinquina sola, ma anche una quaterna o pigliare un terno secco e sì che se la sarebbe potuta scialare per molto tempo. Il sogno si fece mania, quotidiana fissazione, fisima assai furiosa: predicava giorno e notte che se il suo Dio non gli avesse mandato quei numeri l'avrebbe oltraggiato e abbandonato per sempre. Di proposito ogni sera, intrippatosi a dovere e ingozzato il suo bell'oltre di vino, si disponeva al sogno, ma al mattino più livido e grifagno tornava alle faccende sue; fin quando, una tal sera, mentre incignava l'ultima botticella di vin santo e alleggeriva con l'altra mano una statuina sacra degli inutili corredi suoi, d'avorio e d'argento, vide il crocifisso sopra l'altare volgergli la parola, per giunta chiamandolo per nome. Frate Stefano, per nulla incantesimato, l'aggredì a male parole: non era cosa da bene che un povero disgraziato come lui non potesse gozzovigliare, far festini e garrire in tutte le bettole che più gli aggradavano! Se c'era giustizia a questo mondo, doveva avere quei numeri. Il crocefisso rispose che Dio era appunto lì per garantire il bene a chiunque e perciò senza fallo questi erano i numeri da giocare: 6 66 22 28 67. Ridestatosi come da un sogno, frate Stefano corse ad annotarseli, già pregustando in cuor suo, non più immeschinito dalle tristi necessità, tutti i carcioffoli, le Peppinelle e i vini siciliani di cui briacarsi senza ritegno alcuno, in mezzo a mille altri gaglioffi suoi compari.

Nei giorni precedenti l'estrazione s'ingegnò a raggruzzolare quanti più soldi poteva per giocarseli all'uopo: bussò, mendicò, arraffò, brigò e già nella mente sua intravedeva il feudo che si sarebbe comprato e il palazzo, la servitù, le feste, i vini, tutte le donnicciuole che avrebbero frignato pur di dividersi il letto suo, e le cene, ah, che cene immaginava: reggimenti di arrosti, plotoni di pastasciutte, spiluccando una porzione di abbacchio e un bacio ardente.

Insuperbitosi in tal guisa, giunse il dì dell'estrazione.

Sul terrazzino, sotto una folla vociante, ogni squillo di tromba annunciava l'estrazione e, da basso, la plebe rispondeva con un coro assordante e dava un nome al numero, facendo eco al banditore stesso.

Seguirono a breve distanza:

La disgrazia! A' tiracciola

Volpe con gallina Le maruzze!

e in ultimo:

So' belle e rose!

Tutta l'allegra brigata sfollò a piano a piano e intanto sul balcone stavano esposti cinque cartelli, sfacciatissimi:

23 7 29 68 65

Nemmeno uno, nemmeno un numero! Bella consolazione sapere, però, che di ciascuno aveva sbagliato per un punto soltanto.

Così sciarrato, stracciati gli scontrini delle sue fantastiche giocate, furibondo e nero in volto, tirò fuori una tal girandola di male parole da quella boccaccia che già peccato sarebbe solo immaginarsele. Se ne andò verso il porto, laddove sapeva esserci ancorata una nave moresca e, saltato su, gettato saio e cordone, si propose loro come compagno di ventura, rinnegando Cristo. Te lo circoncisero lì per lì, chiamandolo Alì, pirata in breve temutissimo.

In pochi anni Alì, fu padre Stefano, cogli altri maomettani compagni suoi corsareggiò per tutto il Mediterraneo e tanto ammucchiò, ammazzò, scippò, ogni sua voglia abbracciando, che ottenne un tal guadampio dalle sue fellonesche arditezze sì da costruirsi in Algeri un palazzo fiabesco, con fontane, cortili e cento servi, ancelle a piacimento, orge e feste a ogni ora. Senza tema di alcunché le sue vele percorrevano il mare; ma, dal momento che ogni buona sorte, per quanto buona, a lungo non dura, Alì t'incappò in una di quelle pugne che soverchiarono le sue forze, la nave conquistata e lui ferito, irreparabilmente. Convocato che fu un cappellano, costui s'arrabattò in ogni modo a ripigliare per la coda l'anima del morente Alì, fu padre Stefano, per ricondurlo verso il ravvedimento e la riconquistata pace cristiana. Tutta l'opulenza della sua facondia sciorinò e le delizie che in paradiso l'attendevano e i castighi, invece, apparecchiati dal diavolo con le tribolazioni infernali più truci. Non riscotendo successo tali bruttezze prefigurate, passò a mostrargli la madre sua, poveretta, che molto ancora soffriva le sue scelleratezze; Alì quasi quasi si commosse, lacrimando un poco, e quello aggiunse con più fervore, già credendo di stringere fra le mani il lustro di cotanta conversione: «Torna alla religione vera, fallo per tua madre, fallo per tuo padre, fallo per questo Cristo qui crocifisso» e, mostrandogli quello che gli penzolava dal collo, glielo scosse davanti al viso.

Ma il ribaldo Alì, fu padre Stefano, disposto un ultimo, disperato moto d'energia, gli occhi aprì, sollevò il capo e rabbioso sibilò: «Ah no! Proprio per questo Cristo ebbi a farmi turco!».

E, rimbalzando sulla tolda, il suo capoccione mandò un estremo toc! che consegnò per sempre Alì all'abbraccio di Messer Satanasso, il cappellano, rimasto a bocca asciutta, alla più fiera e cocente delusione e il genero, che all'inizio menzionammo, nella tormentatissima briga di riprender mogliera e suocera assieme o piuttosto in cuor suo votarsi islamitico e godere del più barbaresco dei ginecei.