Speciale Mario Lunetta

Da un “complice”… un saluto

per Mario Lunetta

di Antonino Contiliano

The time is out of joint; O cursed spite, /

Tha ever I was born to set it right!

Shakespeare (Amleto)


Questo è un saluto, il saluto d'addio (di un complice di campagna) per Mario Lunetta. Mario Lunetta è andato via dal pianeta il 6 luglio 2017. Todavìa, Mario,come eri solito dire e scrivere, chapeau! da un "amicocompagno" della "Siciglia" in umile (la mia) "affettuosità complice" (la tua dedica nella lingua di "Depistaggi- fra teoria e critica", 2010).

Chapeau a te e ai lasciti della tua mano-operaia poetica e critica. Un pensiero-azione da operaio po(i)etico plurivocato e indigesto alla "lingua dei vincitori", i poetesi di turno e i critici decervellati, quelli propri cioè al mercato delle "lettere", i chierici della rimodernizzazione dell'immateriale capitalistico neoliberistico.

Ya basta però con la mens mentula di questa "Confraternita dei puttanieri / Alla taverna della Minchia / ... / Credete solo voi di avere un cazzo?" ("Quasi un immenso covile", in Depistaggi, pp.149-150).

Ora è il tempo del risveglio e del riso nel saluto pas oubliant, assoluto, per l'amico morto non morto! Un saluto per un militante poetico d'assalto e attacco. Un attacco, la sua creatività a frequenze quantistiche sovrapposte e neghentropiche, che investe acido e virulento la realtà, il presente e la storia "aconflittuale" degli equilibrismi italiotici dell'"Ytaglia" (Emilio Villa), il mondo caro ai soggetti individualistici e collettivistici della neo-colonizzazione "prosumer" e, ça va sans dire, come "mens mentula" e/o avversi ai versi dei poeti e dei soggetti del "sogno di una cosa".

Il sogno di un mondo, questa anarcorebeldía dell'antagonismo, e alternativo a quello delle contraddizioni del dominio del potere di classe, la lingua dei vincitori. Il vincitore che pensa e finisce - come beckttianamente annotasti (Mario Lunetta) - per credersi un predestinato divino. Il prescelto che manifesta "la propria assolutezza secondo un principio che lavora ad ecludendum. Un principio tribale, non un principio aperto alla dimensione collettiva" (Mario Lunetta, Le lingue dei vinti, in Depistaggi-fra critica e teoria/2010).

Nella tua poesia e nella tua teoria critica la politicità dell'arte e della letteratura, caro amico non morto (la tua "Lettera morta"), è l'attacco al debolismo dei tempi postmoderni e ai riflussi della passività amministrata. È il risveglio che - presente anche nelle dediche ("a..., resuscitatore di "cadaveri", da un cadavere stanco- con affetto"), richiamando lo spettro del vecchio di Treviri (randagio che si ri-aggira per l'Europa) e la parola del "manque" di Blanchot - parla la lingua del "sogno di una cosa". Il vento pazzo - la follia delle ragioni della ragione (le sue fantastiche e utopiche illusioni temporali) che ovunque gira e nessuno acchiappa per castrarla o imprigionarla - che non smette di presentarsi, todavìa, come " Poema da compiere" ("Forma mentis- Poema da compiere, todavìa" e "La forma dell'Italia- Poema da compiere, 2009).

Così da "Forma mentis- Poema da compiere, todavìa" (Pergamena A, 5, p. 25), in eredità ci scrivi:

[...]

in quest'Italia maltagliata ridotta un pastone da suini /

avanziamo a tentoni ma ad occhi aperti sapendo anche

che tra l'altro - non ultima delle colpe - il vizio della poesia

è di non smettere mai il vestito della domenica - invidiosa

del canto degli uccelli che alle cinque del mattino todavia

ci svegliano coi loro concerti nevrotici secchi violentissimi

lasciando nell'aria una scia luttuosa un manque crudele

anche nella mia stazione eretta il mio corpo la mia testa ferita.

Il mondo possiede da tempo il sogno di una cosa,

di cui deve solo possedere coscienza per possederla

realmente, ha detto qualcuno. E la parola, ha aggiunto

qualcun altro, nel linguaggio autentico n'est pas

l'expression d'une chose, mais l'absence de cette dose...

Le mot fait disparaitre les choses et nous impose

le sentiment d'un manque universel et même

de son propre manque - mentre qui la pioggia

è riapparsa dopo giorni e giorni di tempo splendido

come si dice / e ci sono amici cari che stanno giocando

l'ultima partita a briscola con la Comare / persa a priori:

dentro un rumore assordito un silenzio che assorda.

[...]

Ma l'attacco è visibile e percorribile attraverso tutte le altre scritture di economia e di critica dell'economia della letteratura in corso d'opera del nostro Mario Lunetta.

Qui ci basta citare solo i titoli di alcune opere di critica e saggistica. Così è per "Et Dona Ferentes" Edizioni Del Girasole, 1996; "Invasioni di campo- Proposte, rifiuti, utopie" Lithos, 2002; "Cani Abbandonati", Odradek, 2003; "Liber Veritatis", Quasar, 2007; "Depistaggi- fra critica e teoria" - Onix Editrice, 2010; "Il vizio impunito", Campanotto Editore, 2011).

Per la poesia ci riferiamo sia all'ontologia semiotico-politica de "La poesia materiale della contraddizione" (Newton Compton, 1989) -, l'antologia poetica a tua cura e di Franco Cavallo, sia alle tue scritture poetiche. Il pegno di un'eredità testamentale di impegno letterario-artistico creativo e continuo della contraddizione e del contra-dire (non gradito ai molti italioti asserviti; lo sappiamo amici, compagni et alia) come "responsabilità infinita" e un "Poema da compiere"....

Per inciso non dimentichiamo la sua adesione e partecipazione ai testi collettivo-anonimi del soggetto collettivo "Noi rebeldía" ("We are winning wing"/ 2010-2012"e "L'ora zero"/ 2014).

Così, conflittuali e antagonisti, e a mirino di fuoco "non amico", i testi di poesia scaraventati contro il presente di una realtà da demistificare, mirano a sabotare lo stato di cose ma non ad arrestare il movimento del risveglio de "il sogno di una cosa" (lettera di Marx a Ruge, 1843). Così sono, per esempio, "Lettera morta" (Fermenti, 2000), "La forma dell'Italia- Poema da compiere" (Manni, 2009) e "Forma mentis- Poema da compiere, todavìa" (Tracce, 2009). Così il peso del tuo lascito di certo non è leggero, amico-compagno.

Insieme è tendenzioso e contagioso fino al riso che non ti ha mai abbandonato e che hai rovesciato addosso ai benpensanti della malora!

Una piega indolore per nessuno, specie lì dove la ratio ironica e sarcastica dei tuoi versi e della tua critica ha aggredito la "Forma Italia" e i servi del "Significate Padrone" neocapitalistico, in corso di rimodernizzazione permanentemente classista e tutt'altro che morente!.

Ma in questo mondo, devastato dal degrado dei nuovi-vecchi padroni di classe, chi ride è padrone sia degli altri sia della morte. Il mondo della storia che del resto tu hai riletto e testato (i tuoi stessi testi di poesia, di critica ...) è quello dell'icasticità benjaminiana, il "teschio di un morto". La storia che, fuori il bordello dello storicismo, "in tutto quanto ha fin dall'inizio di inopportuno, di doloroso, di sbagliato, si configura in un volto - anzi: nel teschio di un morto" (W. Benjamin, Dramma barocco tedesco).

Certo, di questo mio saluto non puoi sentire né la voce, né leggere la fonia e la polisemia della parola scritta. Ma la parola contiene sia il saluto che la salvezza. La salvezza di chi è sciolto al/dal mondo. Una de-solazione che non è una "consolazione". I morti non possono essere consolati. Non hanno perso un mondo. Il mondo li ha persi. La tua è stata una perdita che avrei voluto allontanare, come un trattenere ancora in azione il tuo pensiero e la tua azione politico-poetica di taglieggiatore di teste assuefatte.

La tua sferza critico-artistico-politica non manca di lapidare furbi e cinici!

Hai lasciato "eredità d'affetti" per chi, ai nostri giorni, "Tra passato e presente" (Hannah Arendt), non vuole fuggire dal mondo "verso un'interiorità alla quale nessuno può accedere" e brechtianamente, in un mondo "non attrezzato per la felicità (Majakovskij, In morte di Esenin), per combattere menzogna e ignoranza e scrivere e dipingere la verità ("Le lingue dei vinti", in Depistaggi, pp. 40-44)

deve superare almeno cinque difficoltà. Deve avere il coraggio di scrivere e dipingere la verità, benché essa venga soffocata; l'accortezza di riconoscerla, benché venga travisata; l'arte di renderla maneggevole come un'arma; l'avvedutezza di saper scegliere coloro nelle cui mani essa diventa efficace; l'astuzia di divulgarla fra questi ultimi.

Così, amico-compagno morto non morto (Mario Lunetta) con la tua morte, a passo di lupo, felpato, il nostro sorriso che, certa-mente, complice nelle turbolenze politiche e nella "sorte" di "questo tempo fuori di sesto", non ti dimentica! Il tuo lascito ci impegna con responsabilità infinita.

Marsala, 23 luglio 2017