In Prosa e in Versi - Le parole fra noi

CRITTADIO

(Prova d’autore)

di Sandro Dell'Orco

In memoria di Mario Lunetta

Si trovava su una nave. Era in prossimità di un porto. Anzi era in fase di attracco. La nave si accostò al molo, vennero lanciate le gomene, furono assicurate ai piloni di ferro della banchina, e finalmente lo scafo cessò di vibrare e l'acqua del mare di ribollire sotto il tormento delle eliche. Tutto era calmo e silenzioso, nella nave e anche fuori, nel piazzale del porto, dove i radi passeggeri con i loro bagagli si dirigevano ognuno verso la propria meta. Arturo si attardò ancora un po' sul ponte, a guardare il nero vulcano che sovrastava l'isola e dalla cui sommità s'innalzava un sottile pennacchio di fumo bianco, e poi, messosi lo zaino in spalla, si avviò anche lui verso l'uscita. Entrò nel bar completamente vuoto, dietro le cui vetrine vide delle brioche e degli arancini di riso dall'aspetto un po' passato, e dopo aver superato, anzi scavalcato, perché aveva una sorta di barriera sulla soglia, una porta, cominciò a scendere le scale che portavano ai ponti inferiori. Queste con sua grande sorpresa erano piuttosto larghe e con una lieve pendenza e dopo un paio di rampe lo condussero davanti alla porta spalancata d'un vasto salone. Lì, accanto alla parete di sinistra, sotto una fila di oblò che rischiaravano d'una luce grigia l'ambiente, vide un gruppo di persone in piedi intorno a un piccolo tavolo. Avevano le spalle e il capo abbassati. Arturo ne osservò le schiene, e lì per lì quella compatta testuggine di dorsi ricurvi gli fece venire in mente uno sciame di scarafaggi attorno alla propria preda. Potevano star leggendo o valutando qualche testo sul tavolo, oppure confabulando in modo segreto, per non farsi udire da alcuno; ma quest'ultima eventualità era contraddetta dal fatto che nel salone, largo come l'intero ponte, non c'era nessun altro. Che doveva fare? Tornare indietro, oppure attraversare il salone ignorando quelle persone e raggiungere in fretta la porta di fronte? Non riusciva a decidersi, così rimase per qualche secondo sulla porta a fissare quello strano gruppo i cui membri erano pressoché immobili, come fossero assorti in un compito che richiedeva tutta la loro concentrazione. Alla fine si decise, e cercando di far meno rumore possibile si avviò con passo veloce nel salone, ma giunto all'altezza del gruppo si sentì chiamare. "Ehi, lei dove va?" disse qualcuno alla sua sinistra; e Arturo, voltandosi, vide davanti a sé un uomo alto dai capelli biondi e gli occhi chiari, evidentemente staccatosi dal gruppo, che lo guardava con un'aria affabile e gentile. Aveva un bel viso dall'ovale allungato e dai tratti fini e regolari e allo stesso tempo virili, da attore americano. "Sto uscendo dalla nave, mi sono attardato sul ponte superiore ed ora mi sto affrettando verso l'uscita, non vorrei che ripartisse e rimanessi a bordo," rispose Arturo, e notò sul volto dell'altro un lieve sorriso benevolmente ironico. "Non c'è questo pericolo, per la nave questa è l'ultima corsa, la società è in fallimento, e questo è il comitato dei liquidatori che ne verifica i libri contabili," disse l'altro accennando agli uomini che aveva accanto; e Arturo, guardando nel vuoto che l'uomo aveva lasciato nel gruppo, vide in effetti un tavolo pieno di registri e documenti che venivano compulsati dagli uomini che l'attorniavano. Questi per un po' continuarono nel loro reciproco indicarsi e passarsi le carte, ma poi, prima uno, poi man mano tutti gli altri, accorgendosi che Arturo li stava osservando si bloccarono e lo guardarono a loro volta. "Scusate, scusate il disturbo," disse loro Arturo e voltandosi riprese a camminare verso l'uscita, ma l'uomo biondo lo chiamò di nuovo: "Non di là, è chiuso, deve tornare indietro, rientrare nel bar e poi cercare il passaggio a sinistra del bancone, lì troverà la scaletta che porta all'uscita." Arturo lo ringraziò, e stava per girarsi e tornare indietro, quando l'altro, che evidentemente aveva voglia di chiacchierare, riprese: "Permette che mi presenti? Sono Enrico Hurt, presidente di Antalia Spa, la società di navigazione di questa nave, - si trattiene molto nell'isola?" "Non lo so ancora, dipende da molte cose, ma comunque sì, spero di rimanerci abbastanza, ho affrontato un lungo viaggio e molti disagi per venire qui." "E ha parenti, amici a cui appoggiarsi?" "No, qui non conosco nessuno, anzi, per la precisione adesso conosco lei, ammesso che lei sia di qui." "E di dove altro potrei essere," rispose Hurt scuotendo il capo e aprendo le braccia, come se Arturo avesse detto un'ingenuità. "In ogni caso, visto che ormai mi conosce, approfitti pure di me, lei non immagina nemmeno chi io sia e quanto sia stato fortunato ad incontrarmi." Arturo lo guardò con più attenzione, cercando di capire meglio dal volto e dall'abbigliamento chi poteva essere quell'uomo, ma dai tratti senza dubbio gradevoli e regolari, ma in fondo anche comuni e poco interessanti, e dal pullover un po' gualcito e slargato, da cui spuntava il colletto di una camicia bianca, non riuscì a farsi altro giudizio se non quello di un moderno imprenditore col vezzo di occultare il suo potere eliminandone i segni esteriori, cioè vestendosi e atteggiandosi come chi non ne ha affatto. "Perché vede," continuò Hurt, "lei sta parlando con uno degli uomini più ricchi e potenti di questo paese, le cui proprietà hanno un valore infinitamente superiore a quello di questa insignificante compagnia di navigazione, della quale (per un malinteso senso di colpa nei confronti delle maestranze) sto curando personalmente le sorti come un ragioniere qualsiasi, annoiandomi e stancandomi mortalmente. Eh già, annoiandomi e stancandomi, perché io non appartengo a quella categoria di imprenditori, che sono poi la stragrande maggioranza, abituati a sfiancarsi tutto il giorno dietro le loro fastidiose incombenze pratiche, ma alla crème, anzi, alla crème della crème degli imprenditori, a quell'élite per la quale la vita è completamente diversa e molto più comoda: pletore di dipendenti, eserciti, interi popoli lavorano infatti per lei, sono ai suoi ordini, pendono dalle sue labbra, e la sua attività si limita a muoverli dall'alto come pedine di un gioco in cui alla fine avrà più di quanto aveva all'inizio. E' tutto là, avere più che all'inizio, non c'è altro. E' un gioco emozionante, esaltante, puramente astratto, immateriale, e fondamentalmente spirituale, perché alla fine ciò che produce è la crescita del proprio spirito, della propria volontà, che come una forza invisibile ma realissima si è espansa ancor di più intorno a noi. Questo facciamo noi grandi imprenditori, anzi dovremmo fare, ma disgraziatamente anche noi, che siamo temprati alle peggiori nequizie, mi si passi il termine un po' antiquato, a volte, chissà perché, ci perdiamo in un bicchier d'acqua, e ci commuoviamo, come è capitato a me, per qualche famiglia gettata sul lastrico dalle nostre speculazioni. Perché ci vengono in mente proprio quelle famiglie, quando ne abbiamo impoverite a milioni in tutti gli angoli del globo? Perché ci siamo ritrovati insonni al pensiero dei marinai di una certa nave che non potranno più mandare a scuola i propri figli, quando abbiamo dormito beatamente per anni rendendo orfani e schiavi milioni di bambini? Non lo so, un senso di colpa ci sorge dentro, ci afferra dolorosamente il petto, corriamo allora in soccorso, ci diamo da fare, in verità poi con una carità piuttosto pelosa e calcolata, cioè che ci costi il meno possibile, finché pian piano il senso di colpa non scompare e possiamo tornare alla nostra solita vita. Ed è precisamente per questo improvviso senso di colpa che son venuto a stare fisicamente vicino al personale di questa nave da me licenziato: son venuto, ho regalato a tutti una grossa somma di denaro, ho seguito i lavori dei liquidatori della compagnia come un qualsiasi mediocre commercialista, e soprattutto ho scontato la mia colpa tediandomi a morte a star vicino all'altrui sofferenza, a vederla, a considerarla, ad alleviarla. Ed ero appunto al parossismo di questa noia mortale, quando è comparso lei. In quel momento ero nel gruppo dei liquidatori e fissavo senza vederle le carte e i registri che mi mostravano, ascoltavo le loro spiegazioni senza capirle, mentre una sorta di furia cieca mi si accresceva nel petto e nella testa, e credo che da lì a un momento avrei buttato il tavolino all'aria o sulle loro teste se non fosse arrivato lei a distrarmi. Sì, a distrarmi da tutta quella sofferenza, da quegli insulsi numeri, da tutte quelle banali ed orrende storie di miseria che evidentemente non posso sopportare se non a piccolissime dosi." Così parlando, Hurt aveva preso sottobraccio Arturo e, allontanandolo dai liquidatori (che da parte loro s'erano di nuovo ricompattati come un sol uomo intorno al tavolino), l'aveva condotto fino alla parete opposta della sala, sotto la fila di oblò che correva sopra le loro teste. Evidentemente non aveva voluto far sentire il suo discorso ai liquidatori, anche se il loro aspetto, più da automi che da esseri umani, escludeva che potessero interessarsi a qualcosa che non fossero i controlli cui erano adibiti. Sotto quegli oblò dunque, da cui entrava una luce ancora più fioca che da quelli della parete opposta, Hurt continuò: "Adesso però, caro signore, debbo scappare, andarmene via come il vento da qua, tornare alla mia bella libertà, in cui ci sono solo io e la mia volontà che si espande senza impacci e catene, senza miserie, dolori e pezzenti che cercano di tirarmi giù nella loro triste e mefitica melma. Ma prima di andarmene voglio spiegarle perché lei è stato fortunato ad incontrarmi: noi dell'élite non appariamo mai in pubblico, tranne che in quei rarissimi momenti di debolezza che le ho detto, e in quei momenti, a causa del senso di colpa che ci affligge, tendiamo ad esaudire qualsiasi richiesta ci venga fatta, anzi, è così impellente la nostra coazione alla beneficenza, che chiunque ci capiti fra i piedi lo benefichiamo senza che nemmeno ce lo chieda. Ora, io sono precisamente in questa disposizione d'animo: è vero che ho distribuito molti soldi ai miei lavoratori, che mi sono occupato dell'assistenza alle loro famiglie, che mi sono massacrato l'anima con le procedure di fallimento, ma avverto ancora il peso della colpa, e sento che se non faccio qui, immediatamente, a lei (che, non si offenda, a mio confronto è solo un miserabile), un'immediata elargizione, l'ombra di morte che mi è scesa sugli occhi e ammorba ogni cosa che guardo non se ne andrà. Dunque le chiedo: accetterebbe dei soldi da me?" E così dicendo si mise una mano in tasca e ne trasse un portafoglio pieno di banconote che tenne aperto davanti a Arturo. Questi lo guardò allibito. Doveva far la parte del mendicante? E che se ne faceva dei soldi? Non era per i soldi che era venuto lì. Piuttosto perché non farselo amico e usare in qualche modo il suo grande potere? In fondo lì era solo, non conosceva niente e nessuno, ed un'amicizia così influente poteva senz'altro tornargli utile prima o poi. Così pensato, ringraziandolo rifiutò il denaro e gli chiese se invece avrebbe potuto contare sul suo aiuto morale, visto che era così gentile, nel caso ne avesse avuto bisogno durante la sua permanenza nell'isola, essendo lui, come gli aveva già detto, assolutamente solo e sconosciuto in quel luogo. Hurt rimase evidentemente spiazzato da quella risposta, perché rimase immobile qualche istante a fissare le proprie mani che tenevano il portafogli, poi rimise quest'ultimo in tasca e restò a riflettere alquanto guardando a terra. Pareva in preda ad una grande tensione, come se dovesse decidere su cose di grande importanza. Alla fine sollevò la testa e fissando serio Arturo gli disse in tono deciso: "Le accordo senz'altro quello che mi chiede purché la mia promessa prenda una forma scritta, una sorta di scrittura privata in cui io mi impegno ad aiutarlo moralmente, in caso di bisogno, durante la sua permanenza nel Principato. Solo così infatti posso placare la mia ansia, mi conosco. Quando io sarò lontano da lei e il senso di colpa tornerà ad aggredirmi io tirerò fuori il documento scritto, me lo leggerò, e proverò a me stesso che se non l'ho beneficata materialmente, ciò è dipeso da lei, e che comunque mi sono ufficialmente impegnato ad aiutarla in altro modo nel futuro. Ufficialmente, certo, perché tale scrittura privata, avrà il crisma dell'ufficialità attraverso l'autenticazione del notaio, nella persona del comandante di questa nave, il signor Hunt. Capitano Hunt!" gridò a questo punto verso il gruppo intorno al tavolino. Dal gruppo si staccò allora un uomo in divisa blu da ufficiale di marina, senza cappello, che Arturo non aveva notato prima, il quale venne di fronte ad Hurt dicendo: "Dica pure signor armatore." "Avrei bisogno dell'autenticazione di una scrittura privata, immediatamente, è possibile?" Il capitano, un uomo alto, sulla quarantina, abbronzato, e con una lucente capigliatura nera, lo guardò imbarazzato aggrottando le sopracciglia e disse: " Mi spiace, siamo in porto, abbiamo attraccato, non ho più poteri di notaio, avrebbe dovuto dirmelo prima..." "Dunque non si può davvero fare nulla?" insistette Hurt. L'altro aprì le braccia e scosse la testa dimostrandosi indisponibile ad altre eventuali soluzioni. "Bene, mi scusi, vada pure, provvederò altrimenti," rispose Hurt, e invitò Arturo a seguirlo nella propria cabina, ch'era appena fuori il salone. Qui Hurt lo fece sedere, si sedette lui stesso ad una scrivania con le maniglie d'ottone in stile marinaro e preso un foglio di carta bianca vi cominciò a scrivere sopra. Arturo l'osservava. La scrittura procedeva lenta, con difficoltà. Hurt si fermava spesso, rifletteva, cancellava... A un certo punto lo vide come in debito d'ossigeno, perché più volte inspirò profondamente l'aria trattenendola e poi espirandola con forza. Era evidentemente in un tremendo attacco d'ansia che non solo gl'impediva di concentrarsi sul testo, ma che, come ora Arturo notò, gl'impediva materialmente di scrivere, facendogli tremare visibilmente la mano che impugnava la penna. Hurt cercava peraltro di resistere a quel tremore irrigidendo e appoggiando con forza la mano sul foglio, ma ciò peggiorava le cose, perché produceva una grafia incerta e infantile che, deprimendolo ulteriormente, gli faceva aumentare l'ansia e il tremore. A un certo punto il suo malessere si accrebbe al punto che posò la penna sul foglio e invitò Arturo ad uscire. "Se non sto solo non scriverò mai più questa benedetta dichiarazione," gli disse. Arturo capì e attese fuori della stanza che Hurt terminasse. Dopo un buon quarto d'ora o forse più, durante il quale Arturo divise la sua attenzione tra la monotona visione del salone con il crocchio grigio delle persone intorno al tavolo e quella altrettanto deprimente dello stretto e lungo corridoio senza finestre su cui dava la cabina di Hurt, quest'ultimo comparve sulla soglia e l'invitò ad entrare. Sulla scrivania c'erano due fogli scritti, Hurt invitò Arturo a leggerne e firmarne uno, che sarebbe rimasto a lui, e a prendersi l'altro. Arturo si avvicinò al tavolino e chinandosi su un foglio vi lesse:

Io sottoscritto, Enrico Hurt, residente a Crittadio, in via dei Platani 105, tel. 3456754328, mi impegno a fornire gratuitamente al Signor ... , su sua richiesta, ogni assistenza morale durante tutta la sua permanenza nel Principato di Crittadio.

In fede Enrico Hurt

Poi prese la penna dal tavolo, scrisse il suo nome e cognome nello spazio segnato dai puntini, e firmato in calce il foglio lo diede ad Hurt dicendo: "La ringrazio, ma non c'era bisogno di una dichiarazione scritta, bastava la sua parola, mi sarei fidato senz'altro." "Non è per lei, signor Arturo Poietes," disse l'altro leggendo il suo nome sul foglio, "ma è per me che sto facendo questa azione grottesca, per difendermi da un senso di colpa che quando mi prende non mi dà scampo. Questa dichiarazione, che conserverò gelosamente fra le mie carte più importanti, mi testimonierà, quando la mia memoria e la mia ragione saranno sconvolte dall'angoscia, che io sono stato nonostante tutto generoso e benevolo, e che non merito il dolore che mi procuro. Guarderò la dichiarazione, la sua firma, le vedrò concrete e reali e ciò allontanerà ─ come il sole gli incubi della notte ─ i fantasmi che mi dilaniano l'anima. D'altra parte questa è solo una speranza, un tentativo, un auspicio, perché non è affatto detto che funzioni, e che invece non debba di nuovo correre nelle strade alla ricerca di altri miserabili da beneficare per placare i miei attacchi d'angoscia. Ma adesso davvero la debbo lasciare, debbo chiudere i miei affari su questa nave e poi tornare a Crittadio dove altri impegni mi aspettano; lei non dimentichi di prendere il foglio sul tavolo, dove ci sono i recapiti presso cui potrà trovarmi in ogni momento: sono a sua disposizione." Arturo prese il foglio dal tavolo, lo ripiegò, se lo mise in tasca, e stringendo la mano che l'altro gli aveva teso, uscì dalla cabina e tornò nel salone. Poi, risalite le scale, rientrò nel bar deserto, passò davanti al bancone, dietro la cui vetrina i dolci e gli arancini erano adesso coperti di mosche, e discese varie rampe di ripide scalette, arrivò al ponte coperto dell'uscita.

Da lì si vedeva il porto illuminato dal sole come in fondo a un tunnel. Arturo, con la mano appoggiata alla ringhiera della scala ne osservò per un po' il piazzale deserto e il basso edificio sullo sfondo e poi s'incamminò verso l'uscita. Camminando sentiva il pavimento di metallo liscio sotto i piedi, e temendo di scivolarvi sopra, magari per qualche macchia d'olio lubrificante, moderò l'andatura e si tenne più vicino possibile alla fiancata sinistra, che percorsa dalle costole d'acciaio dello scafo e da ogni sorta di tubi e strutture metalliche, era un ottimo appiglio in caso di caduta. Raggiunta l'uscita passò sul ponte di ferro gettato sul molo e finalmente fu sull'isola. Come i suoi piedi la toccarono Arturo avvertì una strana sensazione, come se la terra che calpestava fosse viva, sensibile e avvertisse la sua presenza, ma non si soffermò più di tanto su tale sensazione, e si diresse decisamente verso il cancello aperto del porto, al lato del quale c'era un gabbiotto con dentro un militare. Questi non lo vide avvicinarsi perché teneva il viso abbassato, come se leggesse qualcosa, ma quando Arturo mise un piede fuori dal cancello, alzò la testa e aprendo uno sportellino nella vetrata del gabbiotto gli gridò bruscamente: "Ehi lei, dove va? Non ha notato lo stop e i cartelli di confine?" Arturo non aveva notato nulla, preso com'era dal tentativo di passare il cancello senza essere visto dalla guardia, e così, bloccandosi, rispose: "No, mi scusi, avevo fretta e non ci ho fatto caso." "Non ci ha fatto caso," disse la guardia con sarcasmo, battendo una mano sul tavolo e scuotendo la testa. "Bene, allora vediamo se tutto è a posto: mi favorisca il visto d'ingresso, la carta d'identità e posi lo zaino sulla panchina qui accanto." Così detto uscì dal gabbiotto, e facendo segno ad Arturo di attendere, tirò fuori un cellulare e comunicò ai suoi colleghi poliziotti che un uomo sceso dalla nave Antalia 2 aveva tentato di passare clandestinamente il confine e lui avrebbe proceduto ad un controllo. Poi, incrociate le braccia sul ventre prominente ─ era alto e imponente e indossava una divisa kaki e un chepì dello stesso colore che lo rendevano simile a una SA nazista ─ disse brusco ad Arturo: "Allora, questi documenti?" Arturo, che aveva ancora lo zaino in mano chiese, per prendere tempo, se poteva posarlo sulla panchina. L'altro si limitò a guardarlo severamente. Arturo allora andò lentamente alla panchina di pietra accanto al gabbiotto, vi posò lo zaino e tornato altrettanto lentamente davanti il militare allargò le braccia e in tono imbarazzato gli disse: "Mi spiace, ho solo la carta d'identità, non sapevo fosse necessario un visto d'ingresso." "Non lo sapeva? Come non lo sapeva? Tutti sanno che a Crittadio ci vuole il visto per entrare, e lei, tutto tranquillo, si presenta al posto di frontiera senza visto. Comunque peggio per lei, vuol dire che alloggerà per po' a spese del nostro Principato. Stia fermo lì," gli disse a questo punto puntandogli il dito contro, e ripreso il cellulare richiamò i suoi colleghi pregandoli di venire perché l'uomo di prima era senza visto. E non aveva ancora finito di parlare che quelli, come Arturo vide dietro le spalle del militare, già uscivano correndo dal capannone ─ il primo addirittura con il cellulare ancora all'orecchio ─ diretti verso di loro. Erano tutti giovani e aitanti e in un attimo si schierarono lungo la soglia del cancello rimanendo fermi sull'attenti, come in attesa di ordini. La guardia che li aveva chiamati, che evidentemente era un loro superiore, li ringraziò, e dopo avergli ordinato di rimanere dov'erano, si rivolse di nuovo ad Arturo. "Mi dia la sua carta di identità," gli disse seccamente accompagnando la richiesta con un gesto della mano. "La carta d'identità?" ripeté Arturo come se non avesse capito bene. "Certo, la carta d'identità, me la dia. E si sbrighi," soggiunse reiterando nervosamente il gesto della mano. Arturo prese allora il portafogli e cominciò a rovistarvi dentro, prima nella tasca grande e poi nei taschini laterali, ma sebbene ne cavasse ricevute, scontrini, biglietti da visita e altre scartoffie, che poi febbrilmente rimetteva dentro a caso, la carta d'identità non voleva saltar fuori. "Non capisco," disse infine con aria smarrita, tastandosi come in preda al panico le tasche dei pantaloni e del giubbotto, non capisco davvero..." "Cosa, non capisce,"disse l'altro scuotendo la testa. "Ce l'avevo fino a qualche minuto fa, lo so per certo perché ho pagato la colazione al bar della nave e ho visto nel portafogli la carta d'identità e la patente di guida che erano nella stessa custodia di plastica..." "Dunque ha smarrito pure la patente..." annuì la guardia sempre più sarcastica. Arturo allargò le braccia sconsolato dicendo che era proprio così. "Ma guarda un po', ci avrei scommesso, e visto che siamo in tema di scommesse, scommetto che lei non ha nemmeno una carta di credito, un bancomat, una tessera sanitaria o comunque un qualsiasi documento da cui si può ricavare la sua identità. E' così, non è vero?" "Mi dispiace," replicò Arturo mortificato, "avevo tutto, documenti e tessere in quella maledetta custodia: vedo che lei non mi crede, e questo per me è un doppio dispiacere, perché oltre al danno dello smarrimento o del furto mi tocca subire anche l'aggressività dell'autorità costituita, invece di ricevere il suo aiuto." "Ma certo, adesso è pure colpa nostra!" disse la guardia, e rivolgendosi ai commilitoni schierati sul cancello proseguì, "ha torto marcio, cerca di intrufolarsi nel nostro paese, e poi saremmo noi i cattivi perché non crediamo alle sue bugie!" A queste parole le guardie, pur rimanendo sull'attenti, scossero la testa con aria scandalizzata. Arturo a questo punto si sentì preso in un cerchio da cui non vedeva via d'uscita: tutto andava in direzione di un suo arresto e di una successiva espulsione; si trattava solo di vedere quanto tempo avrebbe preso la cosa e se avrebbe avuto l'occasione di organizzare una qualche contromisura. In ogni caso sul territorio di Crittadio già c'era, probabilmente da imminente detenuto, ma c'era, e ciò era già positivo. Mentre così pensava il capo delle guardie si era voltato verso di lui, e chinato il capo, con le mani sul cinturone di cuoio, sembrava riflettere sul da farsi. Tutto era avvolto nel silenzio, tacevano i soldati seri e concentrati sul cancello, taceva Arturo in attesa del previsto verdetto, e taceva in ogni via anche il piccolo porto, solo il rombo sordo del vulcano, eruttante chissà dove, si faceva ogni tanto sentire; lontano, contro lo sfondo delle sue pendici verdeggianti, un piccolo stormo di uccelli fendeva l'aria limpida e assolata del mattino.

"Arrestatelo!" gridò d'un tratto il militare alzando la testa, e Arturo vide che non guardava lui, ma aveva gli occhi persi nel vuoto, come fosse un automa condannato a quella battuta dal suo programma interno. Sembrava un essere preso da un altro luogo, da un'altra epoca, e portato lì a gridare quella battuta già gridata altre volte, come del resto la sua divisa da Sturmabteilung lasciava facilmente immaginare. Il suo viso grasso e tondo, il taglio sottile degli occhi e della bocca, e i baffi corti sotto il piccolo naso rincagnato parevano esprimere un sadismo congenito, da belva. A quel grido, secco e rabbioso come un latrato, i soldati scattarono in avanti e in un attimo due di essi afferrarono Arturo alle braccia mentre gli altri si disposero alle sue spalle, sull'attenti. "In camera di sicurezza, via!" ordinò poi il loro capo iniziando per primo a camminare, e mentre procedeva verso il basso e lungo edificio, il piccolo corteo di Arturo e delle guardie lo seguiva. Costeggiarono la costruzione per tutta la sua lunghezza finché non giunsero alla porta da cui prima erano uscite le guardie. Lì il loro capo si fermò a lato dell'uscio e dopo che tutti furono entrati entrò a sua volta richiudendosi dietro la porta. All'interno era tutto in penombra perché le persiane erano chiuse; dal corridoio in cui erano - un corridoio lungo e diritto su un lato del quale si aprivano le stanze dell'edificio - Arturo venne spinto nella stanza dirimpetto all'entrata e la porta fu chiusa alle sue spalle. Dentro c'era buio pesto e puzzo di muffa. Arturo a tentoni tornò indietro, cercò intorno alla porta l'interruttore della luce, lo trovò e l'accese. La stanza era priva di finestre, a sinistra c'era un letto in muratura che sembrava il basamento di una tomba, al centro un tavolo di legno con due sedie, e a destra un massiccio armadio stile fratino a più ante. Mentre così guardava, la porta alle sue spalle si aprì di nuovo e qualcuno gettò dentro il suo zaino richiudendo subito. Arturo lo raccolse e lo posò sul tavolo mettendosi a sedere. Udiva parlottare ancora nel corridoio, ma dopo un po' le voci si affievolirono finché non si spensero. Allora si alzò e andò alla porta per vedere se fosse chiusa: lo era, e probabilmente con un chiavistello visto che non aveva sentito giri di chiave. Poi si recò all'armadio, era alto fino quasi al soffitto e di legno massiccio, come valutò dal suono sordo che emise colpendolo con le nocche. Aprì la prima anta, sopra c'era un vano con l'asta appendiabiti completamente vuoto e sotto quattro cassetti; li aprì a fatica uno dopo l'altro e vide che erano vuoti, tranne l'ultimo, che conteneva una pagina di libro slabbrata e mezzo rosa dall'umidità. La prese in mano e si recò sotto la luce: era la pagina di un vocabolario di greco antico, ma molto vecchio, almeno dei primi anni del Novecento a giudicare dai caratteri e dalla carta ingiallita. La pagina era la 465 e la prima parola su cui gli cadde l'occhio fu κινδυνεύω, i cui significati, scritti accanto, erano: mettersi in pericolo, esporsi al pericolo, tentare con pericolo, osare, arrischiarsi. Arturo, che pure non era superstizioso, a quella lettura sentì un brivido corrergli per la schiena, ma non era un brivido di paura, bensì di gioia e di trionfo, perché quella lettura gli attestava che lo si seguiva, ci si accorgeva delle sue prime difficoltà in quel paese, e temendo una sua rinuncia gli si inviava un messaggio incoraggiante: vai avanti, osa, affronta il pericolo e rischia! Che altro infatti poteva significare quella assurda coincidenza tra la sua situazione presente e quella lisa pagina di libro piovuta lì da un altro secolo e da un altro mondo? Dunque, nonostante le attuali bassure, e nonostante la sua impresa, non appena cominciata, sembrasse avviata alla fine, doveva ritenersi più sicuro e protetto che mai: non era solo, anzi, lo era, e forse lo sarebbe stato anche nel futuro, ma il suo isolamento era il prezzo che si pretendeva da lui per garantirgli il raggiungimento dei suoi obbiettivi. Così pensando, un'ondata di entusiasmo lo invase, gli si gonfiarono gli occhi di lacrime e lanciò i pugni in aria più volte in segno di vittoria: no, non aveva sbagliato a sacrificare tutta la sua vita a quel progetto, e adesso, sia pure molto tardi, ne avrebbe raccolto i frutti! Qui emise un lungo sospiro, si calmò, e riposto il foglio nel cassetto continuò la perlustrazione dell'armadio. La parte centrale, la più ampia, conteneva, sopra, un materasso di lana arrotolato, e sotto dei cassetti con dentro lenzuola, coperte e cuscini. Tirò fuori parzialmente il materasso, e accortosi che era cosparso di schifose macchie marroni, lo rispinse dentro con disgusto, pulendosi poi le mani con un fazzoletto di carta. Evitò a quel punto di verificare lo stato delle lenzuola e delle coperte, e stava per aprire l'ultima anta, quando l'occhio gli cadde su un buco praticato nel fondo dell'armadio e parzialmente coperto dal materasso. Ne fu attratto a causa di un riflesso di luce che vi aveva baluginato. Prese allora altri due fazzolettini di carta e proteggendosi le mani con quelli gettò a terra il materasso: il foro era un rettangolo più lungo che largo tagliato rozzamente con un coltello o un seghetto da ferramenta, e al di là e in corrispondenza del foro c'era una finestrella chiusa da sbarre verticali. Dietro i vetri di quest'ultima non si scorgeva nulla, anche perché su di essi si rifletteva la luce della stanza di Arturo. Questi allora entrò nell'armadio e chiudendosi dietro, per quanto poté, le ante, scrutò attraverso la finestra. Ma anche così non vide nulla, evidentemente dall'altra parte non c'era luce, forse era un ripostiglio o qualcosa di simile. Uscì fuori e si andò a sedere al tavolo: il materasso completamente disteso sul pavimento gli si mostrava adesso in tutta la sua disgustosa sporcizia, e Arturo ne distolse lo sguardo per evitare di deprimersi: doveva pensare al suo obbiettivo, alla sua meta, non agli ostacoli che gli si ponevano sul cammino: avrebbe scalato montagne di quei materassi per arrivare dove voleva lui, ci si sarebbe rotolato per tutto il resto della sua vita se ciò fosse servito a raggiungere il suo obbiettivo! Prese lo zaino, lo aprì e ne verificò il contenuto: c'era tutto, le guardie non avevano toccato nulla; nemmeno la tasca interna chiusa con il lucchetto era stata forzata, eppure c'erano i due astucci rigidi degli occhiali che avrebbero potuto benissimo contenere un'arma: li avevano passati ai raggi X? Era probabile, in fondo quello era un posto di frontiera, e sebbene un po' malmesso e antiquato, non poteva non avere la strumentazione tipica dei chek-in. Qui avvertì, molto vicino, un lieve gorgogliare d'acqua in qualche condotto, e non riuscì a capire da dove provenisse, ma poi aguzzando le orecchie si accorse che veniva da sotto il tavolo, e precisamente da sotto lo spesso tappeto chiaro su cui il tavolo poggiava le gambe. Arturo allora s'inginocchiò, sollevò una gamba del tavolo e alzò un lembo del tappeto, e in quell'istante un grosso scarafaggio nero ne sgusciò via, spaventando a tal punto Arturo che, rialzatosi di scatto, mandò a gambe all'aria il tavolo che si capovolse a terra. "Vaffanculo maledetto!" gridò Arturo, e non sapeva bene se quell'insulto era rivolto allo scarafaggio o a se stesso, che del tutto volontariamente era andato a cacciarsi in quella penosa situazione. Poi raddrizzò il tavolo, e tenendo d'occhio lo scarafaggio ─ che si era accostato allo spigolo della parete come per controllarlo a sua volta e trovare il momento giusto di infilarsi sotto l'armadio ─ rialzò il tappeto e vi vide sotto un tombino di lamiera sigillato ai margini con il silicone. Vi avvicinò il naso e sentì odore di fogna. Bel posto, senza dubbio, il problema era quanto tempo doveva starci; tra l'altro mancava l'acqua e ogni tipo di servizi igienici. Certo, trattandosi di una camera di sicurezza, c'era da aspettarsi che non ce lo avrebbero lasciato per molto, ma chi lo poteva dire, lui non sapeva assolutamente niente delle leggi vigenti in quel paese. Qui alzò lo sguardo e vide che lo scarafaggio era sparito: approfittando del suo attimo di distrazione si era cacciato sotto l'armadio o dietro il basamento del letto. Deciso a scovarlo si alzò e fatti due passi avanti lo vide acquattato nell'angolo tra il letto e la parete. Lo fissò: era assolutamente immobile, solo le due lunghe antenne, che si muovevano lentissimamente e a turno, attestavano che fosse vivo. Arturo non voleva ammazzarlo, l'uccisione era per lui l'ultima ratio nei confronti del vivente. Era superstizione, lo sapeva, non avrebbe mai potuto vivere senza uccidere, come ogni essere umano del testo, e tuttavia riteneva che all'uccisione si dovesse ricorrere solo in stato di necessità, come quando si prende un antibiotico per uccidere i batteri, o quando si ha la casa invasa dalle formiche e le si stermina con l'insetticida, ─ così anche adesso avrebbe ucciso quello scarafaggio solo se ogni tentativo di cacciarlo o catturarlo si fosse rivelato impossibile. Prese tre fazzoletti di carta e con quelli in mano si avvicinò all'insetto, quello non si muoveva, ma quando chiuse la mano per afferrarlo ─ egli non seppe capire come ─ se lo ritrovò che gli correva sul braccio nudo. Allora cacciò un urlo e agitando il braccio come un forsennato fece cadere a terra la blatta, e prima che quella trovasse il tempo di tornare sottomuro gli fu sopra col piede e la schiacciò. Il rumore fu raccapricciante, come l'esplosione di una vescicola mista a un crepitio di cartilagini e, cosa oltremodo orrenda, a una specie di sottile stridio ─ se prodotto dalle elitre o dall'apparato boccale era impossibile dire ─, come se l'animale gridasse il suo dolore nell'attimo dello schiacciamento. Arturo non poté non avvertire quel grido - sia che l'avesse udito davvero, sia che fosse un prodotto della sua suggestione ─ come una maledizione dell'animale nei suoi confronti, e lì per lì ne fu addirittura spaventato, ma la cosa durò per un attimo, perché recuperò subito la sua durezza d'animo e si preoccupò soltanto di togliersi in fretta quello schifezza da sotto la scarpa. Ma come pulirsi? E soprattutto, dove buttare via quella roba, se era chiuso in quella stanza senza finestre e servizi igienici? Prenderla con la mano sia pure protetta dai fazzoletti era fuori discussione, troppo disgustoso. Andò così alla porta, e vicino ad essa, un po' battendo la scarpa al muro e un po' spingendolo via con una pallottola di carta che aveva fatto coi fazzoletti, fece cadere il grumo informe dell'insetto sul pavimento. Tornato poi al tavolo, e rimessovi sopra lo zaino che aveva preso da terra, vi si sedette rivolto all'armadio spalancato. Non aveva la forza né la motivazione sufficiente per rimettere a posto il materasso che giaceva a terra, tanto non ci si sarebbe mai disteso. Fissò a lungo l'interno dell'armadio senza vederlo, in una sorta di vuoto mentale, quando un punto di luce rossastra si accese nel finestrino. Cos'era? Aguzzando la vista vide che era la luce di una lampadina. Corse allora a chiudere la luce della sua stanza, per non essere visto da chi era nell'altra stanza, e nel buio andò all'armadio, si sedette sul suo ripiano e avvicinò il viso al finestrino fino a toccarne con la fronte le sbarre arrugginite. Il sentore acre della muffa lì era fortissimo, il legno dell'armadio doveva esserne completamente intriso. Arturo guardò. Vide una stanza uguale alla sua tranne che per il letto ─ che era dotato di materasso, lenzuola, coperte e cuscini - e per il tavolo, occupato da un cabarè con i resti di un pranzo. Alla crepuscolare luce della lampadina appesa a un filo Arturo per un po' non vide nessuno, ma d'un tratto comparve da destra un vecchio curvo e macilento che, strascicando i piedi avvolti in un paio di pantofole sfondate, si avvicinò al tavolo, vi si appoggiò con una mano, e presa con l'altra una sedia vi si sedette lentamente, come se patisse molto a piegar le gambe e la schiena. Quando si fu seduto, appoggiò cautamente le spalle allo schienale e finalmente sospirando parve rilassarsi. Ora fissava il cabarè, perso in chissà quali pensieri; aveva il viso emaciato e coperto dalla barba di qualche giorno; le gambe e le braccia gli spuntavano come stecchi dal pigiama troppo largo. Un vecchio solo in un ambiente così degradato? In una camera di sicurezza umida, senza finestre e senza servizi igienici? Arturo non riusciva a capire. Aspettò per un po' che accadesse qualcosa, ma poi vedendo che il vecchio non cessava di fissare le stoviglie sporche nel cabarè, decise che avrebbe bussato al finestrino per richiamarne l'attenzione. Così picchiettò piano con le punte delle dita sui vetri e attese che l'altro si voltasse, ma questo non avvenne, perché proprio allora il vecchio si stava addormentando, come era evidente dagli occhi semichiusi e dal capo che gli ricadeva continuamente sul petto nonostante i suoi sforzi per tenerlo sollevato. Alla fine il vecchio rimase fermo, con gli occhi chiusi, la bocca aperta e la testa reclinata sul petto, completamente addormentato. Arturo era stufo di star dietro a quella scena lenta, triste e sconfortante, ma capiva che era di estrema importanza carpire dal vecchio indicazioni utili: non c'era dunque altro da fare che cercare di svegliarlo con dei colpi molto più forti, a rischio di rompere i vetri. Si coprì la mano con i soliti fazzolettini di carta e picchiò forte, sempre più forte sui vetri sottili e traballanti della finestrina, finché questi, come aveva previsto, non si spaccarono con fracasso ricadendo nella stanza del vecchio, che, finalmente, girandosi lentamente guardò in direzione di Arturo. Aveva le sopracciglia bianche, gli occhi stretti da miope e il cranio quasi completamente calvo. "Mi scusi per il vetro," disse Arturo dalla finestrina, "ho provato a richiamare la sua attenzione, ma lei non mi sentiva, così ho bussato più forte e si è rotto il vetro; comunque non si preoccupi, son pronto a risarcirla immediatamente del danno." Il vecchio continuava a guardarlo con gli occhi sgranati, come se non avesse capito nulla di quanto detto da Arturo, ma poi strizzò gli occhi più volte, scosse la testa, e realizzando che ciò che vedeva ed udiva non era un'allucinazione, alzò nella sua direzione una mano nodosa dalle dita anchilosate, chiedendogli con voce afona e tremante chi fosse. Arturo gli disse il suo nome e cognome e gli spiegò, cercando di essere più chiaro e coinciso possibile, tutto quanto gli era accaduto con le guardie di frontiera. Il vecchio, mentre Arturo parlava, aveva spostato con una serie di piccoli e faticosi movimenti la sua sedia, ed ora, dalla posizione di profilo che aveva prima, gli si era posto di fronte guardandolo con due occhi così inebetiti che parevano in ogni istante sul punto di chiudersi. Poiché poi il silenzio del vecchio continuava, e Arturo temeva che da un momento all'altro si addormentasse di nuovo, decise di scuoterlo con una nuova domanda. "E lei chi è, cosa ci fa qui, in questa camera di sicurezza?" disse quasi gridando, per meglio farsi udire. Questi parve riprendersi, scosse la testa, sgranò gli occhi un paio di volte come per reagire alla sonnolenza, e poi rispose: "E' una vecchia storia. Venivo anch'io per la prima volta qui, quando fui fermato alla frontiera. Ero un commerciante di formaggi e speravo di fare affari nel paese, che mi avevano detto essere molto poco frequentato dagli stranieri. Ma giunto qui, esattamente come lei, non fui in grado né di esibire il visto né di dimostrare la mia identità e così venni incarcerato in questa postazione di confine dove, come vede, tuttora mi trovo." E così dicendo richiuse gli occhi e si abbandonò come uno straccio sulla sedia ansimando con la bocca aperta. Evidentemente faceva un grandissimo sforzo non solo a parlare, ma anche a mantenersi vigile e attento, come se combattesse continuamente contro una invincibile spossatezza e sonnolenza. "Mi scusi," disse allora Arturo, che avido di notizie com'era cercava di sfruttare il vecchio senza alcun riguardo. "Ma quanti anni fa le accadeva questo?" Il vecchio era esanime, solo l'impercettibile sollevarsi e abbassarsi del petto ne rivelava la flebile vita. "Mi sente? Mi sente?" gridò allora Arturo dal finestrino con quanto fiato aveva in gola. L'altro finalmente riaprì gli occhi e Arturo per la prima volta li notò. Erano straordinariamente limpidi e giovanili: in mezzo allo sfacelo generale del suo corpo pareva un miracolo che si fossero mantenuti tali. "La sento, la sento: vent'anni," rispose infine il vecchio con un filo di voce, "sono vent'anni che sono chiuso qua dentro," e richiuse gli occhi. "Vent'anni?" ripeté allibito Arturo, "come vent'anni? E per un reato così lieve?" Silenzio. Il vecchio restava ad occhi chiusi e non rispondeva, ma stavolta la sua condizione pareva più grave, perché ansimava più velocemente di prima e a bocca spalancata, come se rantolasse; e in più si lamentava scuotendo la testa a destra e a sinistra e scalciando scompostamente. Arturo, che aveva assistito a qualche agonia, ne riconobbe subito le caratteristiche e cominciò ad chiamare aiuto, prima istintivamente nel finestrino, e poi, uscito di corsa dall'armadio, contro la porta della sua stanza che tempestò di pugni. Sentì accorrere nel corridoio alcune persone che si fermarono davanti la sua porta urlando cosa stesse succedendo. Arturo gridò a sua volta che il vecchio della stanza accanto stava molto male, che stava per morire se non era già morto, e che quindi bisognava soccorrerlo immediatamente. Ma la risposta che ricevette lo sorprese: ci fu prima un attimo di silenzio, poi un parlottio indistinto frammisto a risolini e infine un rumore di passi che si allontanavano. A quel punto, infuriato, Arturo cominciò a prendere a calci e a pugni la porta lanciando dietro quegli uomini i peggiori insulti, e ciò parve ottenere qualche risultato perché li sentì tornare indietro e fermasi di nuovo di fronte al battente. Poi uno di loro gli disse, con una voce calma ma minacciosa, che se avesse continuato a gridare in quel modo l'avrebbero chiuso nella cella di contenzione. "Ci mancherebbe anche questa," protestò Arturo, ma con voce più bassa, chiaramente intimorito. "Ma lo volete capire che di là c'è un uomo che sta morendo e che ha bisogno del vostro aiuto?" "Chi? Hereafter? disse ridendo quello che aveva parlato prima, seguito dai risolini dei suoi compagni. "Ma quello campa cent'anni, ha quelle crisi da vent'anni e non gli è mai successo niente. Per questo l'abbiamo chiamato Hereafter, perché sembra sempre con un piede nell'aldilà e non si decide mai ad andarci. In ogni caso non si preoccupi, manderemo un'infermiera a verificare il suo stato, come facciamo ogni giorno del resto. Avvisa Helga di andare subito da Hereafter," disse a questo punto a qualcuno vicino a lui, e rivolto ad Arturo continuò: "Lei stia tranquillo e attenda, riceverà presto comunicazioni che la riguardano. I pasti le verranno portati in cella, i servizi igienici e la sua biancheria sono in una stanza qui accanto: le verranno date indicazioni su come usarli. E adesso andiamo," disse infine ai suoi commilitoni, e Arturo sentì il rumore dei loro passi allontanarsi e svanire. Era vero ciò che il capo delle guardie aveva detto del vecchio? Se lo era, quel vecchio era il più grande simulatore del mondo, perché era veramente difficile rappresentare un'agonia in modo convincente, soprattutto a chi come lui l'aveva vista nella realtà. Accese la luce e tornò ad affacciarsi dal finestrino che dava nella stanza accanto: la sedia su cui il vecchio giaceva e agonizzava era vuota, ed Arturo girando lo sguardo lo vide sdraiato sul letto che fumava una sigaretta guardando il soffitto, - e voluttuosamente la fumava, aspirando il fumo con tale forza che si vedeva la sigaretta accorciarsi ad ogni tirata. D'un tratto si sentì nel corridoio un ticchettio di scarpe femminili che superò la porta di Arturo e si fermò davanti quella del vecchio, contro la quale si sentì bussare con discrezione. Il vecchio, sollevando un poco la testa, con la sigaretta fumante in mano chiese chi fosse, e quando dall'altra parte una voce di giovane donna disse: "Helga", saltò giù dal letto con una insospettabile agilità, spense la sigaretta in un piatto del cabarè, si abbottonò e stirò il pigiama addosso, e ravviandosi i capelli sulle tempie andò ad aprire. Arturo a quel punto si ricordò della luce accesa nella sua stanza, e per non esser visto uscì dall'armadio, la spense e ritornò al suo posto d'osservazione. Ma quando guardò nella stanza accanto non vide più né il vecchio né la sua ospite. Dove si erano cacciati? L'unica possibilità, anzi le uniche due possibilità erano che si fossero nascosti dietro il letto o accanto alla porta, che era fuori della sua visuale. Ma perché nascosti? Per non farsi vedere da lui? Ma questa era un'ipotesi assurda, perché il vecchio avrebbe potuto tranquillamente chiedergli ─ nel caso avesse voluto appartarsi con l'infermiera ─ di ritirarsi dalla finestra, cosa che lui avrebbe naturalmente fatto. Mentre così pensava, obnubilato dalla funerea luce che spioveva sulla immobile scena, si sentì toccare a una caviglia, e sopraffatto dal terrore ritirò la gamba e gridò chi era; per tutta risposta la luce invase la sua stanza mostrandogli il vecchio sorridente davanti a lui, e vicino la porta Helga, la bionda infermiera, con la mano sull'interruttore che aveva appena premuto. Gli parvero così irreali in quel momento quelle due figure che per un istante pensò di sognare, ma a riportarlo alla realtà fu la voce del vecchio che sempre sorridendo gli disse: "Scommetto che è sorpreso di vedermi qua, con l'infermiera Helga." Arturo, che si vergognava di farsi vedere, alla sua età, rannicchiato dentro un armadio, ne sgusciò fuori rapidamente, e recuperata in qualche modo la sua dignità, rispose: "Vede signore, a dir la verità non è tanto il fatto che vi troviate qua che mi sorprende, perché questo può avere cause del tutto naturali: un particolare trattamento penitenziario, ad esempio, che le consente non solo di ricevere liberamente infermiere in cella, ma anche di anche di andarsene in giro con loro per i corridoi e le altre celle di questo edificio; piuttosto mi sorprende la sua incredibile e repentina trasformazione da vecchio agonizzante a vecchio arzillo e prestante com'è ora; e non mi venga a dire che prima fingeva: non sono un medico ma ho sufficiente esperienza di vita per dire che lei prima non fingeva, e che stava veramente per rendere l'anima a dio." "Non si sbagliava," rispose il vecchio scuotendo la testa e guardando a terra, "effettivamente io stesso avevo l'impressione di morire..." E dopo una lunga pausa, come se fosse indeciso se rivelargli o meno i suoi segreti, guardandolo negli occhi riprese: "Vede, io mi drogo, e quando non ho la droga a disposizione mi riduco in quelle condizioni. Lo faccio da moltissimi anni, da quando mi sbagliarono una operazione chirurgica e mi lasciarono delle dolorosissime aderenze nell'addome, per le quali l'unico rimedio è la morfina. Ecco spiegato l'arcano. Prima o poi ci rimetterò le penne, lo so, ma in fondo di qualcosa si deve morire ed io non intendo assolutamente sopportare il dolore fisico. Poco fa, quando lei ha rotto il finestrino della mia stanza, pensavo di aver finito la droga ed ero in preda a dolori insopportabili, ma poi mi son ricordato di averne ancora, l'ho presa, ed ora eccomi qua, in condizioni normali, naturalmente fino alla prossima crisi, ma ora non voglio pensare a queste cose tristi... Piuttosto lasci che le presenti la signorina Helga, infermiera all'Ospedale pubblico di Crittadio, che con grande professionalità mi assiste e conforta in ogni modo." L'infermiera si avvicinò ad Arturo tendendogli una mano che egli trovò morbida, affusolata e arrendevole. Sotto il camice bianco si indovinava un corpo femminile così sensuale e armonioso che ad Arturo venne in mente quello di una famosa diva del cinema. "La signorina è qui per assistere anche lei, nel senso che è adibita al servizio infermieristico dei detenuti di questo posto di frontiera," disse il vecchio, e qui la donna abbassò la testa, non si capì se per assentire o per evitare di assentire alle parole del vecchio. Arturo a quel punto sentì il bisogno di riprendere in mano la situazione. Gli strani avvenimenti che gli erano capitati da quando era arrivato stavano raggiungendo una massa critica, oltre la quale sarebbe andato in completa confusione, e questo non doveva assolutamente accadere. Era necessario mettere un punto fermo a quell'accavallarsi di eventi, riordinarli razionalmente, e poi con la testa lucida e determinata, proseguire. Con questa ferma intenzione disse al vecchio: "Ascolti, io non ho bisogno di nessuna infermiera, né credo di averne diritto, perché io non sono affatto detenuto qui, ovvero purtroppo lo sono, ma certamente non per vent'anni come lei, al massimo per qualche ora spero. Il tempo di dichiarare le mie generalità, dar modo alle autorità di verificarle nel mio paese, e poi di concedermi il visto o mandarmi via. In ogni caso qui non ci resto caro signore." "Come si illude sulla sua situazione!" rispose il vecchio scuotendo la testa e sorridendo all'infermiera, che abbassò gli occhi imbarazzata come volesse sfuggire allo suo sguardo. E rivolto ad Arturo proseguì: "Lei deve sapere che alle autorità di Crittadio non importa nulla delle sue dichiarazioni sulla sua identità e provenienza, loro chiedono solo il visto e la carta d'identità, se li ha entra nel paese, se non li ha non entra, stop, non c'è discorso che tenga. E siccome qui non si possono cacciar via gli stranieri, essi vengono lasciati perennemente nel posto di confine. Questo è tutto." "Come sarebbe questo è tutto, vuol dire che debbo rimanere qui per sempre?" "Non dico questo, dico solo che questa è la legge che vige per gli stranieri, e siccome è tuttora valida lascio a lei le logiche conclusioni." "Le mie conclusioni sono che tutto questo è semplicemente assurdo e inaudito, e quanto prima lo chiarirò con l'autorità. Anzi, visto che qui c'è un'infermiera," e qui si rivolse alla donna, "che come rappresentante della sanità pubblica, si potrebbe considerare un pubblico ufficiale nell'esercizio delle sue funzioni, vorrei chiedere a lei se quello che dice il suo paziente è vero." "A cosa si riferisce in particolare?" chiese la donna. "Al fatto che le autorità non tengano conto delle dichiarazioni dello straniero e guardino solo se possegga il visto e la carta d'identità." "E' vero, controllano solo i documenti, mentre le dichiarazioni sulle proprie generalità non vengono neppure ascoltate." "E perché?" "Perché sono considerate false a priori. E quindi senza bisogno di alcuna verifica. D'altronde è quanto stabilito dalla legge sugli stranieri che recita più o meno così: lo straniero mente necessariamente sulla sua identità e provenienza, pertanto ogni sua dichiarazione in proposito va assolutamente ignorata." "Lo straniero senza documenti, ovviamente," puntualizzò Arturo. "Certo, è implicito," disse l'infermiera, "quello con i documenti non può mentire. Anche se..." "Anche se?" Anche se, a dire il vero, a Crittadio non si è mai visto uno straniero con i documenti, cioè con il visto e la carta d'identità, ma solo stranieri senza documenti, come appunto siete voi due, il signor Alessandro Crea e lei." "Mai venuti stranieri regolari?" esclamò Arturo allibito. "No, mai venuti, da che esiste Crittadio, sembra incredibile ma è così," annuì pensosamente la donna. "Ma allora chi erano le persone che sono scese dalla mia nave? Io sono arrivato stamattina con il traghetto Antalia 2..." "Evidentemente cittadini di Crittadio, chi altro potevano essere?" Era vero, se lui era l'unico straniero senza documenti quella mattina, gli altri passeggeri dovevano necessariamente essere cittadini di Crittadio, visto che non esistevano stranieri regolari. Era la logica a dirlo. Ma la logica di un'infermiera e di un vecchio rimbambito, ai quali non era proprio il caso di affidarsi. No, lo stavano confondendo con astruse teorie e con un comportamento alquanto sordido e dubbio: come mai il vecchio aveva la licenza di girare, e per giunta con la propria bella infermiera, per i locali del posto di frontiera? E perché erano venuti a sorpresa proprio nella sua cella? Cosa si proponevano? Non lo sapeva, ma ciò che sapeva era che non doveva tener conto delle loro parole e rivolgersi direttamente al sottufficiale che lo aveva arrestato. A lui, ed eventualmente all'autorità giudiziaria a cui sicuramente sarebbe stato deferito, avrebbe declinato le sue generalità, che sarebbero state verificate nel suo paese, e poi, com'era ovvio e normale, sarebbe stato o cacciato o ammesso a Crittadio. Così pensato, rivolgendosi ai due, che nel frattempo si erano accostati e lo guardavano, disse: "Mi dispiace, ma non credo a una parola di quello che dite. Non so nulla delle leggi di questo paese, ma quelle che voi mi descrivete sono leggi insensate e inadatte a qualsiasi paese civile. Non voglio dire che mi stiate volontariamente ingannando, non arrivo a pensarlo, anche perché tanto la signora che lei mi sembrate persone assolutamente normali e cortesi, ma penso che siate vittime di una qualche teoria o visione mitologica della vostra società. E' una cosa che conosco per esperienza, esistono infinite sètte nel mio paese che interpretano il mondo secondo la propria fantasia piuttosto che secondo la realtà." "Le abbiamo riferito cose assolutamente vere," disse a questo punto il vecchio fissandolo dritto negli occhi, e Arturo vide in quello sguardo non il fanatismo, ma la limpidezza di una serena convinzione razionale, e ciò lo turbò, ma non più di tanto, perché scrollandosi di dosso il dubbio incipiente, rispose: "Vedremo, vedremo se sono vere, intanto voglio richiedere subito un colloquio con il capo delle guardie per ottenere un visto o andarmene: per cui scusatemi ma debbo chiedervi gentilmente di uscire." E così dicendo si avvicinò ai due, li prese delicatamente alla vita e li spinse all'uscita. I due vi si lasciarono condurre senza parlare. Giunti in corridoio, Crea prese per mano Helga, come fosse sua moglie o la sua amante, la tirò con sé nella sua stanza e richiuse la porta. Arturo osservò il lungo corridoio in penombra con la fuga delle porte alla sua destra e valutò se fosse il caso di bussare ad una di quelle oppure addirittura uscire e andare al posto di guardia dal maresciallo, ma un pensiero lo fermò. Era il pensiero di trovarsi in giro liberamente in quel posto, mentre gli era stato ordinato di attendere in cella le comunicazioni delle guardie. Come avrebbero reagito i militari a questa disobbedienza? Magari lo avrebbero accusato di essere evaso, di aver manomesso il chiavistello per uscire, mentre invece erano stati Crea e Helga ad aprirlo dal di fuori... Così riflettendo, dalla soglia indietreggiò nella sua stanza e ne richiuse piano la porta, rimandando a più tardi la realizzazione del suo progetto.

Dentro decise di fare un po' d'ordine, voleva per un attimo staccare la mente da tutti questi problemi facendo qualcosa di pratico e nello stesso tempo rendere meno indecente possibile quell'ambiente in cui, anche se non se lo augurava, doveva pur rimanere poco o tanto che fosse. Così prese ancora una volta dei fazzolettini di carta e proteggendosi le mani con quelli agguantò il materasso da terra e dopo alquanti sforzi - soffriva anche lui di mal di schiena come Crea ─ riuscì a portarlo su quella specie di catafalco in muratura che era il suo letto. Il materasso vi si adattava alla perfezione. Arturo tuttavia gli girò intorno tirandolo e spingendolo, e quando fu certo che coincideva al millimetro con il basamento, andò all'armadio per prendere le lenzuola. Aprì un cassetto, prese due lenzuoli che non erano piegati e stirati ma gettati lì alla rinfusa, ne lasciò uno nel vano superiore dell'armadio e andò a sistemare l'altro sul letto ripiegandolo sotto il materasso. Qui gli venne in mente che era meglio creare un isolamento più consistente tra sé e il materasso sporco, mettendo sotto tre lenzuoli invece che uno. E così fece. Mise infine il quarto lenzuolo ripiegandolo ai piedi e rimboccandolo alla testa e si allontanò di qualche passo per ammirare la sua impresa. Sì, adesso tutto era un po' meglio. Sembrava niente ma già aver rifatto il letto cambiava notevolmente l'aspetto della stanza. Anche perché le lenzuola erano bianche e pulite, sebbene, come ogni cosa lì dentro, puzzolenti di muffa. Adesso però si trattava di vedere il capitolo cuscini, quello forse più delicato, perché sui cuscini ci si metteva il viso, gli occhi, la bocca... Fu fortunato: nel cassetto sotto quello delle lenzuola trovò due cuscini nuovi, ancora incellofanati, e due federe pulite, sebbene anch'esse puzzolenti di muffa. Poteva ritenersi contento, se voleva stendersi ─ e per lui era essenziale stendersi ogni tanto, per via del mal di schiena ed anche perché, superata la sessantina, cominciava ad avvertire la stanchezza più spesso di prima ─ avrebbe potuto farlo in modo relativamente tranquillo, con l'unico cruccio che si sarebbe ancor di più intriso di quell'odore mefitico di muffa. Sistemati uno accanto all'altro i cuscini ben foderati sulla reversina delle lenzuola, Arturo si sedette sulla sponda del letto e guardò l'armadio. Ce l'aveva proprio di fronte quel massiccio mobile che occupava tutta la parete sino al soffitto. Il suo legno lucido e chiaro gli ricordava, chissà perché, quello delle bare. Era aperto per tre quarti, perché, solo adesso se ne ricordava, la quarta e ultima anta a destra, che al suo arrivo nella stanza stava per aprire, l'aveva poi lasciata chiusa, per dimenticanza o perché distolto da altro. Cosa c'era là dentro? I primi tre vani gli avevano riservato grandi sorprese, sarebbe stato così anche per il quarto? Si trattava solo di alzarsi e andare a vedere. Si trattava di fare tre passi, prendere quel pendente di metallo ondulato che fungeva da maniglia e tirarlo a sé. A meno che non fosse chiusa a chiave, l'anta. Infatti appena sotto la maniglia c'era il foro di ingresso di una chiave. Arturo si alzò e arrivato allo sportello ne prese la maniglia e la tirò a sé, ma quello resistette, ed era impossibile capire se fosse incastrato o chiuso a chiave, perché nonostante gli sforzi di Arturo, non si muoveva di un millimetro. Arturo pensò per un attimo di far perno con il piede sull'armadio per tirarlo, ma temendo di rompere la maniglia ci rinunciò. Forse era il caso di cercare in giro la chiave, poteva darsi che l'avessero messa in qualche cassetto. Cominciò a cercare nel primo vano dell'armadio, dove aveva già guardato, non vi trovò chiavi, ma si ritrovò in mano il foglio del vocabolario di greco antico, rilesse la parola che l'aveva tanto affascinato: κινδυνεύω. Sorrise. 'Certo, oso, oso,' disse fra sé, grato a chi ancora una volta gli metteva sotto gli occhi quell'incoraggiante incitamento. Poi riposò il foglio e dato uno sguardo ai rimanenti cassetti senza vedervi chiavi, passò al vano centrale. Anche qui nulla. Si fermò e guardò in giro per la stanza finché l'occhio non gli cadde al tavolino: aveva un cassetto! Vi si diresse, aprì il tiretto e sul fondo vide una chiave nella cui impugnatura era annodato un nastrino rosa. La chiave era dello stesso stile e dello stesso metallo delle maniglie dell'armadio. Arturo la prese, si recò all'armadio e stava per infilare la chiave nel buco dell'anta, quando il rumore di un tavolo trascinato sul pavimento e la voce baritonale di Crea gli colpirono gli orecchi. Provenivano dal finestrino al di là dell'armadio. Dirigendovi lo sguardo Arturo lo vide illuminato e non seppe giudicare da quanto tempo lo fosse. Il rumore del tavolo intanto si era fermato ma non la voce di Crea che, sebbene bassa e a volte quasi sussurrata, gli giungeva come un rimbombo continuo e indistinto. Che succedeva di là? Arturo si mise la chiave in tasca, si sedette di sbieco sul ripiano dell'armadio e avvicinò il viso al finestrino. La scena che vide aveva dell'incredibile: il cabarè con i resti della cena era stato posato sul letto, il tavolo era stato spostato al centro della stanza e sul tavolo era distesa supina e senza vestiti, tranne che per il reggipetto sollevato sui seni, Helga. Arturo la vedeva di fronte, teneva una gamba ripiegata sul tavolo e l'altra, divaricata, su una sedia, ai piedi aveva delle scarpe nere dai tacchi alti chiuse da un cinturino alle caviglie. Accanto a lei Crea la rimirava, allontanandosene e avvicinandosene come per apprezzarne meglio la bellezza al variare della distanza, e ogni tanto ne cambiava la posizione spostando ora questa ora quella parte del corpo. Helga era come una bambola, si lasciava muovere docilmente ad occhi chiusi e senza alcuna espressione, e sarebbe potuta sembrare dormiente se non fosse stato per i cenni di assenso del capo con cui rispondeva alle parole erotiche che Crea le farfugliava ogni tanto. A questo punto Arturo si ritirò dal finestrino e richiuse le ante centrali dell'armadio. Aveva visto abbastanza. Helga era l'amante del vecchio, su questo non c'erano dubbi, e anche se non riusciva a immaginare come ciò avrebbe influito sulla sua vita futura, certo era un altro tassello del puzzle che si andava componendo e che solo alla fine avrebbe mostrato il suo disegno.

Tirò fuori la chiave col nastrino rosa e stava per infilarla nella serratura dell'anta, quando la porta si aprì di colpo e sulla soglia comparve il maresciallo nella sua divisa kaki. "Buongiorno," disse questi sorridendo affabilmente, "si può entrare?". Arturo, mettendosi la chiave in tasca, rispose affermativamente. "Ma non sono solo, ho una persona con me, posso farla entrare?" continuò il maresciallo. Arturo disse che non c'era problema, e a queste parole il maresciallo si fece di lato facendo entrare un uomo alto e biondo che Arturo, dopo un attimo di incertezza, riconobbe essere Enrico Hurt, il presidente della Antalia Spa. "Come sta signor Poietes," gli disse Hurt venendogli incontro a braccia aperte con un'aria di preoccupata sollecitudine, e stringendo calorosamente con entrambi le mani la mano che Arturo gli porgeva, proseguì: "Ma che le va a capitare! E in così poco tempo! Pensi, ero appena sceso dalla nave e stavo entrando nell'auto che mi riportava a casa, quando vedo corrermi incontro il maresciallo Hayek qui presente che tutto trafelato mi dice dell'arresto di un clandestino sceso dalla mia nave. Io naturalmente gli rispondo che non è affar mio se un clandestino è sceso dalla mia nave, perché io sono il proprietario e non il capitano, e sto di nuovo per infilarmi in macchina, quando improvvisamente, chissà perché, mi viene in mente la folle idea che potesse essere lei il clandestino; chiedo allora qual è il nome del clandestino, ma il maresciallo non lo sa; gli chiedo allora di descrivermelo e quando me lo descrive capisco, con mia grande sorpresa, che è proprio lei; a quel punto dico al mio autista di spegnere il motore e mi precipito qui con il signor maresciallo. Naturalmente lungo il tragitto il signor Hayek mi ha messo al corrente di tutti i dettagli del suo arresto e in particolare della perdita dei suoi documenti nella nave o nel tratto dalla nave al posto di frontiera, così ho dato disposizioni telefoniche a tutto il personale di bordo di cercarli battendo palmo a palmo il traghetto e il piazzale del porto, e sto aspettando notizie in merito che non dovrebbero tardare molto. Ma lei come sta, sta bene? Chissà che trauma ha subito nel vedersi arrestato appena messo piede nel nostro paese!" "Niente di particolarmente grave, d'altra parte non mi è stata fatta nessuna violenza, tranne ovviamente la costrizione fisica delle guardie che mi hanno condotto qui, ma anche questa minima, perché si sono limitati a spingermi con il tocco delicato delle mani. No, devo esser sincero, nessun trauma, piuttosto un po' d'angoscia, anzi molta angoscia su quello che potrà accadermi ora: ho sentito dire cose talmente strane sul destino dei clandestini in questo paese..." "Chi gliel'ha dette, il signor Hayek?" disse Hurt indicando il maresciallo che gli era rimasto qualche passo indietro. "No, altri detenuti di questo edificio, il signor Crea e la sua infermiera Helga." "E cosa le hanno detto in particolare?" replicò Hurt invitando con la mano Hayek a farglisi accanto per ascoltare meglio. Arturo cominciò a raccontare quanto aveva appreso dai due poco prima, e mentre parlava le teste di Hurt e Hayek annuivano continuamente, ma non si capiva se facessero così perché seguivano con attenzione il suo discorso, o perché approvassero le cose che Arturo riferiva. Quando ebbe terminato di parlare, Hurt però gli disse: "Tutto vero, le hanno riferito l'esatta verità." Arturo rimase di sasso, e dopo un attimo di pausa, con la voce tremante dallo sdegno e dalla paura, disse: "Dunque siete d'accordo anche voi che non potrò più muovermi da questa cella... ma questo è così assurdo che mi sembra un incubo! Ma dio mio, come si può, in uno stato di diritto, condannare all'ergastolo una persona semplicemente perché è clandestino: in ogni paese civile lo si prende e dopo un breve processo, o anche senza, con una decisione amministrativa, lo si rimanda da dove è venuto oppure lo si accoglie! No, vi prego, ditemi che è uno scherzo, che mi state prendendo in giro, che avete organizzato questa commedia alle mie spalle, e che in realtà, dopo aver sistemato con l'autorità questa faccenda della mancanza del visto e dei documenti potrò andarmene via da qui! Sì, andarmene, e di corsa, perché a questo punto, furioso come sono, non ci rimarrei nemmeno se mi portassero il visto su un piatto d'argento!" "Purtroppo lei non potrà più andarsene da questo paese se non dopo morto," disse serio Hurt, mentre Hayek osservava quest'ultimo come si guarda un superiore. "Questa è la cosa fondamentale che le conviene accettare una volta per tutte. Tutto il resto è modificabile, in qualche modo, ma questo no. Per esempio il suo essere relegato in questa cella, può essere modificato, e anche il divieto di entrare in Crittadio può essere aggirato, muovendo le opportune leve, ma il fatto che ormai passerà il resto dei suoi giorni qui da noi non può essere assolutamente modificato. Vede, lei prima mi ha chiesto aiuto morale ed io, come ha notato, mi son precipitato a darglielo; ebbene, il più grande aiuto morale che possa darle in questo momento è farle capire che lei non potrà più lasciare questo paese. Quindi si rassegni e si disponga a vivere qui da noi, abbandonando una volta per tutte la sua vita passata."