SPECIALE GRAMSCI

CONTRO I «FRODATORI DELL’INTELLIGENZA»: GRAMSCI POLEMISTA

di Luigi Matt

Il modo di argomentare del giovane Gramsci è limpidamente improntato alla categoria di parresìa, evocata in modo molto chiaro, pur senza nominarla esplicitamente, in uno dei primi articoli; è interessante il fatto che il programma lì esposto - un vero e proprio piano di battaglia - venga reso in maniera volutamente molto colloquiale: «Questo compito di dire sul muso a tanta illustre gente dure ed amare verità, di sorpassare il coro delle voci plaudenti con la nostra, indicante senza tregua contraddizioni e sciocchezze, è generalmente grato al nostro spirito»

Le opere di Gramsci meritano di continuare ad essere lette non solo per l'enorme importanza delle riflessioni che contengono, ma anche per la grande qualità della scrittura, aspetto finora non sufficientemente valorizzato. La prosa dei Quaderni, delle lettere (comprese quelle precarcerarie) e degli articoli giornalistici va apprezzata senza metterne in secondo piano la grande efficacia e ricchezza dello stile. Nessun dubbio è possibile sulla forte attenzione che Gramsci ha sempre dedicato agli aspetti formali della scrittura politica, come d'altronde è naturale per chi ha impiegato tante energie a ragionare sulle implicazioni della secolare quistione della lingua.

Tra gli scritti gramsciani che vale la pena di riprendere in mano ponendo particolare attenzione agli aspetti stilistici ci sono certamente gli articoli giovanili (usciti nelle pagine dell'«Avanti» e del «Grido del Popolo», si possono leggere nella raccolta Cronache torinesi 1913-1917, curata nel 1980 da Sergio Caprioglio per Einaudi). Si tratta di testi caratterizzati da una vis polemica costantemente in azione, in cui le frequenti accensioni espressive sono sempre impiegate per accrescere l'incisività dei ragionamenti.

Il modo di argomentare del giovane Gramsci è limpidamente improntato alla categoria di parresìa, evocata in modo molto chiaro, pur senza nominarla esplicitamente, in uno dei primi articoli; è interessante il fatto che il programma lì esposto - un vero e proprio piano di battaglia - venga reso in maniera volutamente molto colloquiale: «Questo compito di dire sul muso a tanta illustre gente dure ed amare verità, di sorpassare il coro delle voci plaudenti con la nostra, indicante senza tregua contraddizioni e sciocchezze, è generalmente grato al nostro spirito» (p. 62). Il nemico, in particolare, è individuato nei tanti «volgari frodatori dell'intelligenza» (p. 33): una genia di cui in ogni epoca dell'umanità non è difficile trovare rappresentanti.

Non si può dire che il dissenso venga manifestato in modo ambiguo, o che i giudizi siano sottoposti a qualche forma di edulcorazione. È palese che la franchezza e pure, dove necessario, la brutalità delle valutazioni sono intese come strumento essenziale della lotta politica e rispondono anche ad una precisa scelta etica. Ecco qualche esempio significativo: «quattro proposizioni di una banalità sconcertante» (p. 2); «ponete a parlare di questo argomento un professore d'università, uno pseudo storico come il Ruffini; esso diventerà plumbeo, accademico, senatoriale, da vecchiardi» (p. 27); «tutti gli errori in cui vaneggia la facile dialettica del Missiroli» (p. 70); «certe iniziative di mera verbosità patriottica [...] per noi rimangono "mercati di parole" e null'altro» (p. 80); «sorprende poco la mancanza di senso ed intelligenza completa degli altri» (p. 99); «i semplicismi idioti, e le amenità filosofiche rabberciate di su i volumettini della Collezione Sonzogno a quattro soldi si impennavano in espressioni di un'ignoranza cosi pretenziosa che a parecchi studenti dell'Università veniva il rossore sulle guance» (p. 129).

Il Gramsci polemista adopera con larghezza e con sapienza le risorse della retorica, verso le quali, evidentemente, non c'è alcuna remora: alla cattiva retorica degli pseudointellettuali da lui avversati va contrapposta una buona retorica, non l'assenza di ogni retorica. Interessanti, tra i molti elementi che si potrebbero citare, alcuni usi tutt'altro che ovvi di immagini metaforiche che vengono piegate alla rappresentazione delle miserie degli avversari: «oratori di professione che portano in giro la loro tronfia corpulenza cerebrale per oscurare invece che illuminare» (p. 150); «egli stesso è ancora un bambino che ha bisogno di dande per reggersi sulle gambucce malferme, e per non commettere spropositi che potrebbero diminuire la sua buona fama» (p. 210); ma anche a rendere con vivida esattezza la complessità di una situazione: «Io non so immaginare un proletariato che sia come un meccanismo al quale nel mese di luglio sia stata data la corda con la chiavetta della neutralità assoluta e che non possa essere nel mese di ottobre fermato senza che abbia a spezzarsi» (p. 14).

Sono piuttosto frequenti i passi caratterizzati da un marcato espressivismo, in cui elementi lessicali non comuni, di diversa provenienza, vengono accumulati in girandole verbali che non hanno nulla da invidiare ai grandi interpreti otto-novecenteschi del plurilinguismo: «Che uomo meraviglioso Giovanni Papini! È bastato che con le sue bestemmie sulla diva Roma si attirasse le urlate e gli sberleffi del gaglioffo canagliume giornalistico ancor fresco di aver intonato con pifferi e cennamelle il classico taratantara tripolino, perché avvenisse nelle coscienze di coloro che ancora una scintilla d'intelligenza conservavano, in qualche riposta piega del loro cervello, una reazione contro l'incarognimento generale» (p. 6); «Uno scettico che parla di cattolicesimo con la gravità e la compostezza di un fratacchione intabaccato e inzuccherato di caramelle, non è spettacolo volgare, e merita di essere appuntato su una tavoletta come la farfalla del Madagascar, o il colibrì delle foreste ahimè non più vergini» (p. 29); «quando si legge una delle pappolate poetiche pascolineggianti di Saverio, è tanto il ribrezzo che destano in chi è sano di cervello e di corpo quelle Concette servette di curati intabaccati, che entra furiosamente nelle vene il desiderio di abbracciare una bella donna viva che non sia gelatinosa e clorotica come quelle che la fantasia dei solitari masturbatori del "Momento" offre alla libidine dei giovani della "Cesare Balbo"» (p. 120); «cosa sappiamo di questo follaiolo in maniche di lustrina che per reazione ai carielli e ai cessi inglesi tra i quali trascorre non troppo piacevolmente la vita, diventa, dopo bevuto il caffelatte serotino un feroce frasaiolo a pompamento continuo, di questo magnifico esemplare di scocciatore senza decoro che sbraita di anarchia e di lame insanguinate come un qualsiasi personaggio, non di Balzac, ma di Ulisse Barbieri o di Carolina Invernizio?» (p. 121).

Passi come questi mostrano nel modo più efficace cosa sia quel «sarcasmo appassionato» che Gramsci, in un passo dei Quaderni del carcere, indica come condizione necessaria per una polemistica all'altezza del compito di smascherare le menzogne dei «professionisti degli "immortali principii"», che spargono uno strato di «belletto umanitario» per non far avvertire «il puzzo di cadavere» di un «mondo "perituro"». Nella stessa pagina, si sottolinea l'importanza degli aspetti formali della scrittura, i quali in prospettiva politica sono niente di meno che decisivi, a differenza di quanto molti pensavano allora e pensano oggi, e viene apertamente indicato l'obiettivo di «creare un gusto stilistico nuovo, persino un linguaggio nuovo come mezzi di lotta intellettuale».