PER LA CRITICA

CONSIDERAZIONI (POLITICHE) SUL GIALLO DI UN GIALLISTA POLITICO.

CONTRA DETRACTORES

di Mario Quattrucci

...Anche un giallo può dire qualcosa "di sinistra" e fare qualcosa:servire in qualche modo alla cultura e al movimento che vuole "abolire lo stato di cose presente". Chandler non ha certo provocato la rivoluzione socialista americana, ma ha contribuito ad una tendenza democratica contro il potere del capitale finanziario che negli USA esiste ancora e si fa sentire e combatte a contrasto.



Noi deduciamo la nostra estetica,

come pure la nostra moralità, dai bisogni della nostra lotta.

Bertolt Brecht[1]


[1] B. Brecht: Sul teatro.

"Trattasi di canzonette", ricordava Jannacci ai baldi giovanotti di quei tempi che credevano di dire il mondo, e addirittura di cambiarlo, con le loro chitarre o ai cabaret, con le loro ballate e romanze e, appunto, canzonette. E così dei romanzi. Trattasi di romanzi: scritti per divertire e intrattenere e poco più, e quando sono buoni (nel senso di ben scritti)e orientati giustamente (come una volta si diceva) vanno nel mondo e fanno ciò che sanno. E ciò che possono, s'intende: in questo mondo in cui la parola scritta, specialmente se contro, conta tanto poco. E possono poco, in verità, e incidono ancor meno.

Ma non solo i gialli, sembra a me. Ha determinato forse qualche moto rivoluzionario Saramago, o John Coetzee, o a suo tempo Kafka (che bei gialli e noir, quelli del praghese!) o Canetti, o Dos Passos, o Faulkner, o addirittura Celine (il fascista Celine), o il Mann democratico (Thomas) e il Mann comunista (Einrich)? O tanti altri realisti o dadaisti o espressionisti o surrealisti o astrattisti o patafisici o di qualsiasi scuola si voglia parlare? O, andando in là nel tempo, hanno fatto qualcosa di più che dirci del reale ─ quello squadernato avanti a noi nella strutturata società (e sempre travisato nascosto rovesciato dalle fottute ideologie ─ false coscienze, se male non ricordo ─ e dalle infamie del potere), o quello ascoso nel profondo dell'animo umano (che poi, tu m'insegni (e m'insegni con Marx e Antonio Gramsci, anche se a citarli rischio un sovrappiù di derisione) sempre essere sociale ci diventa) ─ hanno fatto e ottenuto di più Emile Zola e Victor Hugo coi loro potentissimi romanzi storici e realisti (e coi loro eroi positivi in lotta contro le nefandezze dei potenti e del potere), o Balzac (il reazionario Balzac) con la sua sarcastica amara descrizione della società borghese post-rivoluzionaria e della comedie humaine del suo tempo (e del nostro)? E Dostoevskij? O, addirittura, quegli splendenti noir di Guglielmo Crollalanza detto Shakespeare? E Cervantes? E Dante il reazionario? E il giallista Eschilo? E lo scrittore d'avventure detto Omero?

Ma lasciamo stare: se non poterono quelli, figuriamoci dei poveri giallisti...! E italiani per giunta.

Ma io credo invece, e mi sento di affermare, che malgrado tutto qualcosa fecero quei tali. Qualcosa di più che giocattoli preziosi (e senza, sia ben chiaro, nessunissima pretesa di accostare ed equiparare a quei loro splendidi gioielli i nostri pezzi di buon artigianato...!), qualcosa per la civiltà e per il progresso, per la verità ─ o magari soltanto per una qualche verità ─ e dunque perché un passo, fosse anche breve e accidentato, verso un mondo più libero e più giusto il loro tempo lo compisse.

Anche Brecht, per dire, scriveva e agiva per la scena (sulla quale "innanzitutto divertire", ammoniva sé stesso e i suoi colleghi), ma vuoi mettere? Ci avrebbe dato lo stesso divertimento (allegorico anzichenò) se "L'opera da tre soldi" o "Il Signor Puntila..." o "L'anima buona di Sezuan" o "Madre Coraggio" e altre indimenticabili piecesnon fossero state, così smaccatamente politichee così spudoratamente propagandistiche, quel divertimento? Se quel personaggio non avesse detto (cito a memoria) "è gran delitto sfondare una banca ma quanto più grande è fondarla"? Credo proprio di no! Anche se immediatamente aggiungo che la grandezza e la godibilità di quei preziosi giocattoli non è certo nell'assunto politico, nel contenuto propagandistico, ma nella rivoluzionaria forma teatrale e poetica con cui quell'assunto fu rappresentato. O, come mi sembra più giusto (anche a rischio d'inciampare ancora in Giorgio Lukàcs), nel perfetto movimento tra forma e contenuto.

E non vale pressappoco l'istesso ─ con le dovute differenze ─ per quel popolare (e realista)scrittore che risponde al britannico nome di Graham Greene? Libri di avventure, i suoi, storie di guerre e di spionaggi, certo... Ma quanta differenza tra l'eroe borghese e imperialista James Bond e il greeniano dolentissimo Scobie...! Quanta distanza dai moderni e postmoderni Casino Royal e Codici e Diavoli di quella buia vicenda del "Terzo uomo" (ancorché con finale catarsi e punizione) e di quel suo "Prima o poi dobbiamo prendere posizione se vogliamo continuare a chiamarci esseri umani... Stare dalla parte delle vittime"...!

Ma i detrattori, i gialloscettici,hanno ragione: veramente oggigiorno il giallo italiano è un gran mare di cacca. Migliaia, milioni di pagine che fanno un immenso bla bla di fregnacce. E non solo perché corrivi all'analfabetismo e all'incultura cultural televisiva delle classi dirigenti e del popolo coatto (lo ricordate quel verso del Belli: "Je piace eminentissimo la merda? / E quello fece sì più d'una volta"?) ma perché sono scritti da cani. O, per dirla ancora con Brecht, gastronomia (precotta).

Quando però siano scritti? Be', certo: nemmeno a paragonarli coi capolavori italiani del XX secolo (ma forse se ne dovrebbe fare un elenco, darne in qualche modo ragione...) e tuttavia in arte e in letteratura, come in ogni epoca, non ci sono soltanto i capolavori assoluti ma anche le oneste opere d'artigianato ─ a volte però di grande artigianato, si sa ─ le quali svolgono anch'esse una loro meritoria funzione sociale, che non è solamente di divertire ma anche di educare e insegnare qualcosa. Per esempio a essere contro e che si deve lottare.

"Romanzi popolari", sissignore, ma proprio per quello utili assai. Ché intrattengono e divertono il popolo e, se vanno nella giusta direzione, gli trasmettono, e a volte svelano, una visione della realtà non rovesciata o mistificata dal potere e dai suoi scherani teleservi e pennivendoli associati.

Basta non esagerare, naturalmente. Basta non attribuirsi la missione ─ che qualcuno sembra attribuire a tutta la genia dei giallisti e specialmente a quelli politici ─ di provocare con i romanzi di genere giallo una rivoluzione politica e culturale, o una culturale e morale renovatio. Ci vuole altro per quelle, non bastano i romanzi: ci vuole il Partito e ci vuole la lotta. Ma basta allora sapere di poter dare una mano, di fare, con competenza e mestiere, un serio lavoro, un'opera decente e preziosa. Poiché, come dice un poeta, "la speranza è nell'opera": e anche questa piccola opera d'artigiano scrittore può servire alla causa.

Io, per dire, mi sono messo a scrivere gialli perché mi ero auto-rottamato ma volevo ancora dire qualcosa (di politico e di sinistra, naturalmente)..., magari divertendomi un po' e se possibile divertendo quei miei cento lettori appassionati di gialli. E anche perché di scrivere il gran romanzo proprio non mi sentivo all'altezza. Ma a scrivere disimpegnato... manco p'a capa, non ci pensavo nemmeno. Ero già in là con la vita (diversamente giovane, diciamo) e, guarda un po', ancora credevo nell'engagement. Fascino e potenza della cultura francese del secondo dopoguerra...! E di quella italiana, s'il vous plaît... Ancora credevo, come credo, non solo nel romanzo ma, addirittura, nella poesia politica.

Del resto, sempre si parva licet,non aveva detto il grande Gadda "...sono tentato verso il genere giallo-psicologico. Il giallo psicologico mi permetterebbe (se ostacoli esterni non impediscono questo) di esprimere certo sarcasmo nei confronti della società moderna, che io non approvo"? Lo aveva detto, il Gran Lombardo: e allora perché, coi modesti mezzi a disposizione, non seguirne l'esempio?

Se poi le mie storie private tinte di giallo e di nero (delitti compiuti, magari, non a Bergamo Alta ma a Roma nel cuore del sistema), i misteri familiari che venivo inventando si svolgevano nel contesto della Storia con l'esse maiuscola; se nel romanzetto popolare e di genere che m'usciva dalla penna (pardon: dalla tastiera) le storie inventate s'intrecciavano con le verità rivelate dalle Commissioni d'Inchiesta e dai tanti benemeriti scrittori di realtà effettuale (i Boato, i Lucarelli, i Gomez e Travaglio, i Giannuli, i Codegà, gli Imposimato, i Flamigni, gli Zupo, i Deaglio, i Tescaroli, i Gratteri e moltissimi altri) sui misteri e le infamie d'Italia, alle quali quindi davo eco e che riproponevo in forma letteraria (sia pure soltanto a quei pochi appassionati di gialli) facevo opera di inganno e, consolando, addirittura opera reazionaria?

Già: Mandel... Ha ragione Mandel (di cui però andrebbe soprattutto ricordato il suo gran saggio sopra il fascismo): "i detective classici sono dei reazionari" e "Maigret è un emissario dell'ideologia borghese". Un reazionario, no: poiché in lui è troppo grande la pietà per i vinti, la compassione per i poveri cristi travolti dalla vita; troppo acuta l'indagine sulle ragioni umane (e anche sociali) del delitto, ma borghese, e per di più agnostico e qualunquista e dunque arciutile al potere e alle classi dominanti, sì. Simenon scrive i romanzi con Maigret in un arco storico che vede il primo dopoguerra, il fascismo, il nazismo, la seconda guerra mondiale, la capitolazione e l'abominio della Francia, la ricostruzione e la grande ondata democratica culturale del secondo dopoguerra, la disfatta in Indocina, la perdita dell'impero e delle colonie, Algeri, De Gaulle, lo stalinismo, l'Ungheria, la crisi della cultura francese (e mondiale) di sinistra, la Cecoslovacchia, Berlino..., e di tutto ciò nei suoi romanzi non è la minima traccia.

E ha ragione Manchette su Poirot perché "non risolve mai il delitto generale del mondo", e perché, aggiungo io, è toto corde schierato con il potere costituito e con la parte più conservatrice delle classi dominanti.

Ma se invece un detective (non classico) è un uomo o una donna che ha un pensiero e un impegno politico antifascista, resistenziale, sindacalizzato; se è un tenace assertore dello stato di diritto e della Costituzione Repubblicana, oppositore dell'abuso poliziesco e delle malversazioni politiche, alla ricerca della verità occultata, in lotta contro le deviazioni degli ordini pubblici, se pratica la "virtù della decenza" ─ se è, in sostanza, la figura di carta dei tanti, troppi, poliziotti e carabinieri e magistrati e giornalisti che hanno pagato con la vita o con l'emarginazione (colpiti da loro colleghi e dalle strategie statuali-mafiose, va da sé) quella virtù e la fedeltà alla Repubblica e il loro magari non esplicito "impegno politico", allora è anche lui un reazionario fottuto o anche solo un mistificatore che porta acqua al mulino del potere? Ma chi è che lo dice? Ma ancora dobbiamo sentirci ripetere, oggi, dopo tutto quello che è stato, per dirla con Lenin (absit iniuria verbis) "le frasi scarlatte sulla rivoluzione che portarono (certo non da sole) alla rovina la rivoluzione"?

Anche un giallo dunque, per me, può dire qualcosa "di sinistra" e fare qualcosa:servire in qualche modo alla cultura e al movimento che vuole "abolire lo stato di cose presente".

Come Chandler, per esempio. Poiché il Chandler di tanti eccellenti romanzi (gialli ma letteratura tout court, se mi è consentito), e che da certi detrattori viene posto addirittura all'origine dell'inganno, non ha certo provocato la rivoluzione socialista americana, ma si deve certamente anche a lui se una tendenza democratica contro il potere del capitale finanziario ─ e il dominio dei media, e l'"infamia dei governi" ─ in USA esiste ancora e si fa sentire e combatte a contrasto. Non è molto, ma è pur sempre qualcosa.[1]

Del resto nemmeno il libro di Lenin "Stato e rivoluzione", sul passo lungo della storia sembra sia servito a granché. Né, a quanto pare (e non certo per colpa di Lenin...), la rivoluzione d'ottobre. Ma Lenin, che pure quella rivoluzione l'ha fatta (e la storia futura dirà se davvero non è servita a granché), e l'ha fatta partendo dall'analisi concreta della situazione concreta, e cioè dalla comprensione della realtà, scrisse un giorno (sempre citando a memoria) che aveva "imparato sul capitalismo russo più dai romanzi di Tolstoi che da tutti i saggi degli Amici del pololo". E, guarda un po', stimava così tanto il romanzo di Nikolaj Černyševskij "Che fare?" da dare il medesimo titolo all'opera con cui tracciava la sua teoria del partito rivoluzionario e cioè della volontà creatrice e rivoluzionaria come, nella traduzione di Gramsci, "elemento maschile fecondatore della storia".

Ma dai gialli? Be', per me anche dai gialli si può capire a volte di più che dai saggi. A volte. Dai Dünremmat, per esempio; dai Fruttero & Lucentini, dagli Sciascia, da Dibdin, dagli Ellroy, dai Gadda... O, per citare di più contemporaneo, dal De Cataldo del Romanzo criminale o ancor più del Nelle mani giuste, dal Perelli della Piovra, dall'ultimo Lucarelli di Intrigo italiano, o dal Robecchi del delizioso racconto La gita in Brianza, o dallo Zandel di essere Bob Lang, o dal Verde del Vangelo del boia. E mi fermo qui per non far torto ad altri noti.

Ah, ma c'è la questione del realismo! Ed è vero: un giallo, perfino il più fantastico, deve affondare la sua vicenda nella realtà. Ma cos'è il realismo, alla fine? E c'è forse un solo realismo? O, dio non voglia, neo neo-realismo? Sanguineti, in poesia, cosa è se non un realista materialista e, dichiaratamente, marxista? E Pagliarani? E Lunetta, in poesia e in narrativa? E "Lo scialo" di Pratolini (che ci ha fatto capire del fascismo più di tutti i saggi di tutti gli antifascisti) è forse un cattivo romanzo perché è un romanzo realista? E "Le mosche del capitale" di Paolo Volponi non è forse un romanzo, e un romanzo realista? No, la questione non è del realismo, e nemmeno del genere: non è dell'indagine e della rappresentazione della realtà, ma del modo in cui la realtà ─ in un romanzo (senza aggettivi) o in un giallo ─ viene indagata e descritta. Il problema è cioè di cosa e di come si scrive! Il problema è della qualità della scrittura, e dunque di quale realismo, semmai,lo scrittore si serve. Parliamo, ad esempio, di un realismo espressionistico, o di un realismo congetturale, o di una scrittura che si rifà all'illuminismo, o di uno sperimentalismo plurilinguistico che pratichi e combini stilemi diversi..., o, insomma, di una scrittura (contenuto e forma) che l'indagine (e magari lo svelamento) della realtà ─ immediata e storica e filosofica... ─ la conduca per via e in forma di allegoria... Magari fantastica.

"Il mondo delle cosiddette verità, filosofò, non è che un contesto di favole: di brutti sogni. Talché soltanto la fumea dei sogni e delle favole può aver nome di verità. Ed è, su delle povere foglie, la carezza di luce". Sic Gaddus. E se a ciò..., lontani mille anni dalla sua grandezza..., se a ciò tendiamo anche noi bistrattati giallisti non faremo qualcosa che ci assomigli, anche noi, a minimi zoluzzi se non di Lombardia almeno de Roma?

Mario Quattrucci

PS. Traggo da malacoda n. 3 A III un bel saggio di Gualberto Alvino dedicato a Nino Borsellino e al suo preziosissimo Critica e storia. Rendiconti per il 2000. Invito a rileggere sia il libro che il saggio. Intanto, se è consentito al povero mortale giallista che sottoscrive queste note, eccone, pro domo sua, questa pagina.

«La tesi centrale del libro - costruito, come tutti i prodotti del critico calabrese, con straordinaria capacità di sintesi, nitore espositivo, spiccato senso storico, rara competenza comparativistica, sterminata cultura linguistico-filologica - è che critica e storia non solo si alimentano a vicenda in una osmosi continua e irrinunciabile, ma formano un binomio inscindibile il cui valore sopravanza di gran lunga la somma degli addendi; sicché, se è inammissibile la posizione di chi sostiene la signoria del testo sul contesto, del significante sul significato, e si dica pure il trionfo del funzionalismo descrittivo sull'istanza interpretativa, reputando l'arte una monade autosufficiente, totalmente autonoma rispetto alla storicità, ossia staccata dal contesto socio-culturale che la produce (si allude alla corrente strutturalistico-semiologica francese, non già a quella italiana, saldamente legata alla tradizione e assai meno dogmatica e razionalizzante); è altrettanto inaccettabile, oltreché deleterio,concepire l'oggetto estetico come puro riflesso del reale o espressione di una data ideologia. Determinante, nell'evoluzione della critica del ventesimo secolo, la terza via indicata dal De Sanctis: l'arte non può essere né chiusa monade né mero specchio del sociale: cómpito dell'esegeta è sviscerare la complessa relazione delle singole forme con l'universo storico che ha generato la personalità, essa pure storica, dell'artista

Del resto, come ha dichiarato più volte, il mortale sottoscritto giallista politico (o politico giallista...?) è un brechtiano non pentito. Trovando anche, però, in Galvano Della Volpe adeguato sostegno. Giovane comunista che, fin da piccolo, cioè dal fatidico '56, fui antistalinista e antizdanoviano, andavo ad ascoltare le lezioni di Galvano all'Istituto Gramsci, allora in Via Sicilia. E dalla sua voce, poi naturalmente da "Critica del gusto", che è del Sessanta, appresi alcune tesi alle quali sono rimasto affezionato. Dopo la critica dell'estetica romantica, ne Il verosimile filmico ed altri scritti di estetica (1954), Della Volpe era approdato a due importanti risultati. Uno: non hanno alcuna legittimità le gerarchie di valori fra le arti; due: l'opera d'arte ha pieno valore conoscitivo, distinguibile dal valore conoscitivo della scienza solo tecnicamente. Con la Critica del gusto egli pone tale principio (e cioè la nozione dell'arte come conoscenza) alla base del più importante e fecondo tentativo di «fondare un'estetica materialistico-storica», una teoria organica della letteratura nell'ambito dell'estetica materialistica e marxista. La quale teoria, come sottolinea Francesco Sasso, ripudiata l'estetica romantica − della poesia come ineffabilità, difetto che vede anche in Lukács, considerato ancora legato alla concezione romantico-intuizionistica − afferma il carattere razionale, e non sentimentale, dell'opera d'arte, carattere che è unità, coerenza, armonia. Per concludere, infine, «che non si tratta di cercare un inesistente rapporto speculare tra arte e storia o società, quanto di cogliere il carattere specifico di tale interdipendenza. Come pure la specificità per cui "l'opera d'arte può valere come tale anche quando i suoi diretti condizionamenti storici sono scomparsi". I termini della scienza sono univoci mentre i termini del discorso poetico sono polisensi; fra i due è situata l'equivocità dei termini del linguaggio comune. Quindi l'arte non si distingue dalla conoscenza scientifica giacché entrambe si caratterizzano in unità del concetto. La differenza tra scienza e arte, invece, si rivela nella loro natura semantico-espressiva. Il linguaggio scientifico è univoco, aperto, onnicontestuale e universale; mentre il linguaggio poetico è polisenso, autonomo, plurale, chiuso».


[1] Ha scritto Chandler nel "Lungo addio", ad esempio: "Il nostro ordinamento politico (a parlare è Harlan Potter, un magnate di Los Angeles proprietario di giornali e gran finanziere manipolatore politico eccetera) viene definito democratico e dovrebbe dipendere dalla maggioranza. Un ideale magnifico, se si potesse applicarlo. Il popolo elegge i candidati, ma sono gli apparati dei partiti che li nominano, e per essere efficienti gli apparati dei partiti devono spendere somme enormi di denaro. Qualcuno deve pur versare queste somme e questo qualcuno, si tratti di individui, di gruppi finanziari, di organizzazioni sindacali o di quello che preferite, pretende in cambio una certa considerazione. Io e le persone come me pretendiamo di vivere in un decente isolamento. Sono il proprietario di parecchi giornali, ma non mi piacciono. Li considero una costante minaccia a quel po' di indipendenza che ci è rimasta. Le loro incessanti vociferazioni sulla libertà di stampa significano, tranne poche onorevoli eccezioni, la libertà di speculare sui delitti, sul sesso, sul sensazionale, sull'odio, sulla diffamazione, la libertà di fare propaganda a scopi politici e finanziari. Un giornale è un'impresa finanziaria che si propone di guadagnar denaro mediante il reddito degli annunci pubblicitari. Ciò dipende dalla tiratura, e voi sapete bene da che cosa dipenda a sua volta la tiratura" ............

"Sta bene signor Potter. E con questo?" [E' Marlowe che interloquisce]

......"Il denaro ha una sua particolare caratteristica" continuò. "In quantità enormi, tende ad avere una vita propria, addirittura una propria coscienza. E diviene molto difficile tenere sotto controllo la potenza della ricchezza. L'uomo è sempre stato un animale venale. L'aumento delle popolazioni, l'enorme costo delle guerre, la pressione incessante di una fiscalità esosa, tutto ciò contribuisce a rendere l'uomo sempre più venale. L'uomo medio è stanco e spaventato, e un individuo stanco e spaventato non può permettersi il lusso di avere ideali. Deve procurare il cibo alla propria famiglia. Nei nostri tempi abbiamo assistito a un declino spaventoso della moralità, sia di quella pubblica, sia di quella privata. Non si possono pretendere buone qualità da persone le cui esistenze sono soggette a una carenza di valori morali. Non si può ottenere l'alta qualità con la produzione in serie. E non la si desidera neppure perché dura troppo a lungo. E di conseguenza viene sostituita con la cosiddetta stilizzazione, che è una truffa commerciale intesa a ottenere un artificioso superamento dei prodotti. La produzione in serie non riuscirebbe a piazzare i prodotti l'anno prossimo se non facesse in modo che quelli piazzati attualmente sembrino fuori moda e superati di qui a un anno. Abbiamo le più candide cucine e le più smaglianti stanze da bagno del mondo. Ma nella bella cucina, la media massaia americana non riesce a preparare un pasto mangiabile, e la meravigliosa e smagliante stanza da bagno è più che altro un ricettacolo di deodoranti, di lassativi, di sonniferi e dei prodotti di quella truffa in grande stile che ha nome industria dei cosmetici. Produciamo le più belle confezioni del mondo, signor Marlowe. Ma le merci che contengono sono per la massima parte robaccia di scarto".

E ancora: "Non esiste alcun sistema pulito per accumulare cento milioni di dollari," disse Ohls (un poliziotto puito). "Forse chi comanda crede di avere le mani pulite [ma questo non accade quasi mai, o almeno non accade più da un bel pezzo, n.d.r.], ma c'è sempre qualcuno che viene messo con le spalle al muro, e piccole imprese redditizie si sentono franare la terra sotto i piedi e allora devono essere cedute per quattro soldi. Brave persone perdono l'impiego, le quotazioni di borsa vengono manipolate, gli agenti di borsa comprati come polvere d'oro e i famosi studi legali incassano parcelle di centomila dollari per aver impedito l'applicazione di leggi desiderate dai poveri, ma indesiderate dai ricchi perché incidono sui loro profitti. [la sottolineatura è mia: ma che si parli dell'Italia di oggi?...]. La ricchezza è forza, e la forza viene usata a fini ingiusti. Questo è il nostro sistema politico. Forse è il migliore che possiamo avere, ma non per questo è il mio ideale."

"Vi esprimete come un comunista," dissi tanto per pungolarlo.

"Non saprei," rispose in tono sprezzante. "Ancora non sono stato sottoposto a un'inchiesta

Reclamare i vostri diritti, appellarvi alla legge. Fin dove può arrivare l'ingenuità, Marlowe? Un uomo come voi, che dovrebbe sapere il fatto suo! La legge non è la giustizia. Si tratta di un meccanismo molto imperfetto. Se premete proprio i bottoni giusti e siete anche fortunato, potete ottenere giustizia. La legge non è mai stata altro, non ha mai voluto essere altro che un meccanismo.