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COME RENATO BARILLI ANALIZZA JEAN-PAUL SARTRE SCRITTORE

di Cesare Milanese

Non a caso il libro fondamentale di Sartre, L'essere e il nulla (1943), si completa con il titolo esplicativo di Saggio di ontologia fenomenologica. Mentre le opere letterarie, sartriane: La nausea (1938), Il muro (1939), Le mosche (1943), A porte chiuse (1944), L'età della ragione (1945), Il rinvio (Le Sursis) (1945), La morte nell'anima (1949), La puttana rispettosa (1946), Le mani sporche (1948), Il diavolo e il buon Dio (1951), Nekrassov (1955), I sequestrati di Altona (1959), Le parole (1964), L'idiota della famiglia (1971-72)..., sono considerate per lo più come premesse di quella forma di letteratura espressa dall'école du regard.

Jean-Paul Sartre: come a dire della filosofia e della letteratura. Sicché il quesito che si pone è questo: quale filosofia e quale letteratura. O meglio: come in Sartre si rapportano e si corrispondono unitariamente entrambe. L'esistenzialismo in entrambe, ma anche la fenomenologia in entrambe. Che è ciò che ne dice Renato Barilli con un intero capitolo del suo terzo volume dedicato ai grandi narratori della contemporaneità: I narratori della generazione di mezzo. Fitzgerald, Sartre, Camus, Gombrowicz, Moravia (2016). Libro che fa seguito a La narrativa europea in età contemporanea. Cechov, Joyce, Proust, Woolf, Musil (2014); e a La narrativa dei "capitani coraggiosi". Conrad, Malraux, Saint-Exupéry, Hemingway, Silone, Malaparte (2015). Tutti pubblicati da Mursia. Trilogia qui citata per intero per fornire un'idea complessiva sull'opera-operazione di Barilli in proposito.

Esistenzialismo e fenomenologia come punto d'inizio, si è detto. Allora, quale filosofia e quale letteratura in Sartre? Non a caso il libro fondamentale di Sartre, L'essere e il nulla (1943), si completa con il titolo esplicativo di Saggio di ontologia fenomenologica. Mentre le opere letterarie, sartriane: La nausea (1938), Il muro (1939), Le mosche (1943), A porte chiuse (1944), L'età della ragione (1945), Il rinvio (Le Sursis) (1945), La morte nell'anima (1949), La puttana rispettosa (1946), Le mani sporche (1948), Il diavolo e il buon Dio (1951), Nekrassov (1955), I sequestrati di Altona (1959), Le parole (1964), L'idiota della famiglia (1971-72)..., sono considerate per lo più come premesse di quella forma di letteratura espressa dall'école du regard. La forma di letteratura, in cui il punto di vista principale della percezione-rappresentazione degli eventi, sarà costituito proprio dall'approccio suggerito dalla fenomenologia, a impronta prevalentemente husserliana, mossa dall'intenzionalità della Lebenswelt come suo specifico fine.

Anche se Husserl parlava, in termini di una possibile soggettualità, di un io trascendentale e astratto, mentre Sartre pone a fondamento dell'esistenzialità coscienziale dell'umano, nella sua individualità, l'uomo concreto. Da qui la sua scelta delle letteratura come dimensione nella quale l'individualità trova nei personaggi la forma determinante di tale concretezza.

Così ne scrive Barilli: "Entro la compagine dei compagni di via che si insiste nel volergli attribuire egli è l'unico a coltivare veramente la filosofia, con impegno, profitto, intelligenza, grazie soprattutto a un fondamentale soggiorno in Germania in cui gli avviene di conoscere la dottrina fenomenologica di Edmund Husserl, con particolare riferimento alla nozione di intenzionalità, interpretata nel modo corretto, ovvero prendendo il termine nella sua origine, come del resto voleva il padre della fenomenologia. Husserl è uno di quei filosofi cosiddetti della 'crisi', mossi dal forte proposito di mandare all'aria i vari dogmi del pensiero 'positivo' di specie illuminista - razionalista, con finale confluenza nella stagione ottocentesca del positivismo. Gli sono stati compagni in finalità del genere anche Henri Bergson e William James, da me dichiarati quali padrini del romanzo sperimentale degli autori del primo Novecento, Proust e Joyce in primis, anche se nessuno di quei due filosofi aveva stabilito rapporti diretti col filosofo tedesco. Il fatto che in seguito Sartre sia venuto a proporlo, conferma una sua omogeneità e discendenza da quei due e dai loro rispettivi contesti filosofici di riferimento, ma nello stesso tempo in questa scelta personale sta anche il compiersi di un passo in più, o in meno. Come ho detto nella puntata precedente, attraverso il loro più o meno consapevole ossequio a James e a Bergson i due narratori, Joyce e Proust, fondavano il riversarsi del soggetto sulle circostanze esterne, cancellando la distanza, portandolo a una immedesimazione diretta. (...) Ma rivolgendosi all'intenzione husserliana Sartre vuole compiere un passo ulteriore, buttare via con fermezza lo sgabello in cui sembra stare seduta la nostra soggettività (il per-sé, NdR) portandoci invece ad abitare direttamente nel cuore delle cose (l'in-sé, NdR). E' questa la pista che poi, ampliata, lo indurrà a fare della coscienza un 'niente', un vuoto, ma proprio per tale sua inesistenza pronto ad aderire alle cose, a scavarvi un tunnel, o comunque a giungere a un impatto frontale contro il loro 'muro'."

Le due espressioni, l'in-sée il per-sé, già citate, fanno base per la comprensione essenziale dell'impostazione filosofica di Sartre: impostazione traslata, con gli stessi significati, anche nella soluzione letteraria. Tanto che si potrebbe parlare di una condizione d'omologia che si viene a stabilire tra ciò che Sartre dice con il discorso da filosofia da come lo dice con il discorso da letteratura.

Semplificando ma riassumendo: Sartre oppone due forme di essere, l'essere in sé e l'essere per sé. Il primo consiste nelle cose del mondo: tutto ciò che non è coscienza, ma che è oggetto di coscienza. L'essere in sé è simile all'essere di Parmenide: l'essere è l'essere, ossia ciò che è, un qualcosa di immobile che è percepito dalla coscienza. Con la coscienza, di per sé portatrice dell'umano, si è, invece, nella forma dell'essere per-sé. L'essere per-sé è appunto la coscienza, che tende e intende ("intenzionalmente") a mettersi in rapporto con il mondo degli oggetti e attribuisce a essi dei significati.

L'essere dell'umano (individuale o generale che sia), nella sua "coscienzialità" d'essere per-sé sarebbe orientato a porsi come essere in-sé, ma questo esito è ontologicamente impossibile. Sartre, infatti, chiama la coscienza "il nulla", giacché la coscienza si mette in relazione con le cose del mondo, dando loro un significato (umano), che toglie loro l'essere in-sé.Le cose alla luce della coscienza non avrebbero significato se non fosse essa stessa a darglielo. Detto qui rozzamente, per semplificare all'estremo, solo l'essere in-sé delle cose è essere, mentre l'essere per-sé coscienziale è nulla. Ed è per questo che Sartre definisce l'uomo "una passione inutile".

Sta tutta qui la grande drammaturgia dell'esistenza. E ciò spiega perché Sartre abbia avuto bisogno, per dire ciò col massimo d'evidenza, di far ricorso alla letteratura. La letteratura ha a che fare, se vuol essere tale, con la rappresentazione della soggettualità dell'umano che, infatti, proprio per dare la rilevanza più appropriata a tale drammaticità può esprimerla nelle forme che le sono proprie: il racconto, il dramma. Non a caso è stato detto, polemicamente, che l'esistenzialismo è il romanzo catastrofistico dell'esistenza. Ciò che Sartre indica come "il nulla", è ciò che altri filosofi esistenzialisti hanno chiamato, facendo ricorso alla metafora letteraria, "scacco" e "naufragio": insomma l'heideggeriano "essere per la morte".

Da aggiungere, inoltre, che Barilli nella sua lettura di Sartre, oltre a Husserl, Bergson, Proust e James, fa pieno riferimento, nella sua metodologia complessiva, a Maurice Merleau-Ponty, pensatore peraltro affine a Sartre anche politicamente (quasi), anche se solo per un certo aspetto: cofondatore, infatti, con lui della rivista caposaldo del secondo dopoguerra, "Les Temps Modernes", e non soltanto per la Francia.

Barilli, nel suo saggio, non tratta direttamente delle coincidenze, delle affinità e delle differenze tra Merleau-Ponty e Sartre, riguardo alla fenomenologia o altro, in modo particolare. Qui si fa presente il nome di Merleau-Ponty perché Barilli ne dichiara la centralità come rappresentante di quella rivoluzione epistemologica della modernità, di cui Barilli è aperto e conclamato propugnatore. Il suo metodo di lavoro si può, difatti, definire, in parte, come merlopontiano.

Peraltro, c'è da osservare che l'elaborazione complessiva del discorso fenomenologico avviato da Merleau-Ponty come forma di coscienza inglobante sia della soggettività e sia dell'oggettività, reciprocamente incluse (e ciò tra l'altro in piena rispondenza con la visione d'insieme di Bergson), è, di fatto, la stessa in cui vengono a trovarsi, in coincidenza, tutti gli autori, filosofi e scrittori, che possono essere denominati sia come esistenzialisti e sia come fenomenologi.

A tal proposito, Barilli così scrive: "Venendo al fronte narratologico, come qui si conviene, assai consistenti appaiono i meriti di Sartre, per la prelazione compiuta allora a favore dell''intenzionalità' di Husserl, rispetto ai procedimenti, pur in larga misura equipollenti, sostenuti da Bergson, e applicati a Proust. Quando, nel primo volume del presente trittico (si tratta della trilogia dedicata ai Narratori della Modernità, citata all'inizio del presente intervento, NdR), ho parlato dell'autore della Recherche, ho dovuto ammettere la sua presente inattualità, proprio per il ripescaggio della memoria profonda quale da lui praticato attraverso il pur meraviglioso fenomeno della madeleine e simili, si porta dietro troppi detriti emotivi, troppe compiacenze sentimentali, meglio allora l'azzeramento totale cui il figlio ribelle, Sartre, crede di poter addivenire preferendo appunto la lezione husserliana, e dunque predisponendosi a una perfetta, lucida, fredda dichiarazione che "les choses sont là", e così stabilendo un perfetto clima di 'littérature objectal', come poi avrebbe chiosato il migliore Roland Barthes, intervenendo a sostegno delle epifanie estese a macchia d'olio da un Robbe-Grillet ormai entrato in scena, subito al giro di boa della metà del secolo. In conclusione, nessuno meglio di 'quel' Sartre andato a lezione da Husserl senza remore a valicare il Reno funge davvero da intermediario per arrivare a comprendere colui che per me è sempre stato il numero uno dei 'nuovi romanzieri', di ogni parte del mondo occidentale. In tal modo davvero si può fare la saldatura con una traccia di percorso che avevo già impostato..."

Da Sartre a Robbe-Grillet sarebbe, allora, il passo che la letteratura ha compiuto nella contemporaneità (ovviamente nella sua forma più evoluta). Tanto più perché, come dice Barilli, Robbe-Grillet sarebbe "il primo e massimo beneficiario dell'azzeramento coscienziale predicato a suo tempo con tanta determinazione dall'autore della Nausea." Verrebbe da aggiungere, per completare, dell'autore del Muro e dei Sequestrati di Altona. Giacché in tutte e tre queste opere, eminentemente letterarie, sono presenti, le questioni filosofiche eminentemente sartriane: l'Essenza, l'Esistenza, la Coscienza. In realtà le opere letterarie di Sartre altro non sono che "apologhi" della fenomenologia della coscienza come essere per-sé, posto di fronte al "muro" dell'essere in-sé: l'essere stesso.

Il "muro", pertanto, come immagine delle cose stesse: l'in-sé delle cose, rispetto alle quali il vissuto del soggetto umano è costituito da una reazione di ripulsa e di repellenza implicante, oltre che l'esistenzialità, la stessa corporeità, da scontarsi con la "nausea", dovuta alla scoperta, nella coscienza, della gratuità delle cose e dell'assenza del loro significato. La definizione riassuntiva di tutto ciò è fornita dallo stesso Sartre: "La nausea è l'esistenza stessa che si svela."

E' Antoine Roquentin, il protagonista "intellettuale" del romanzo-diario intitolato La nausea, a dover fare esperienza conoscitiva di questa condizione. Così come, nel racconto Il muro (titolo anche di tutto un libro), spetta a Pablo Ibbieta, l'"uomo d'azione", svelare il senso da non-senso del significato del "muro" stesso: il muro delle cose che ci si trova di fronte. Muro al quale si viene addossati per esservi fucilati ("essere messi al muro" essendo la locuzione corrente a tal proposito). Comunque sia, la nausea del muro o del nulla, sia per il "pensatore" Roquentin e sia per il "rivoluzionario" Ibbieta. Sarebbe costui, l'uomo dell'"impegno".

Su ciò c'è una parola ricorrente in Sartre: una parola a estensione universale, sia per l'ontologia del singolo individuo e sia per l'insieme umano storicamente e perciò politicamente inteso. E' la parola "libertà": termine sinonimo di autodeterminazione di ogni soggettualità, individuale o generale che sia, rispetto all'essere, sia in-sé e sia per-sé. Una parola che dovrebbe rispondere alla necessità e volontàdell'umano di "liberarsi" dall'alienazione storica che ne impedisce la pienezza d'esistenza. Tale liberazione non potendo non porsi se non come azione in "situazione" storica effettiva, viene ad assumere naturalmente la denominazione di Rivoluzione.

Si tratta di un'azione a direzione duplice, quella individuale e quella generale, la direzione dell'eros e la direzione dell'epos. Per la direzione dell'epos, Sartre si richiama a Marx e per la direzione dell'eros si richiama a Freud; sia pure a modo tutto suo in entrambi i casi. Barilli, difatti, a proposito del ricorso a Freud da parte di Sartre, vi dedica, all'interno del suo saggio, tutto un paragrafo col titolo Una psicoanalisi gestita in proprio: a tal punto "in proprio" da poter apparire alquanto impropria sul piano dell'ortodossia freudiana.

Sta di fatto che Sartre fa uso della psicoanalisi freudiana prevalentemente più per avvalersene che per farla valere, come se gli fosse servita soprattutto per intensificare, nelle narrazioni, la tematica del sesso, come "situazione" primaria, ossessiva, tanto da libido quanto di "nausea". Il sesso esplicito è una tentazione costante, nella quale la letteratura, questa attività eminentemente implicita di per sé, si sente quasi costretta a incorrere. E Sartre, volendo fare della letteratura (nelle sue opere letterarie), lo fa in una forma anche troppo insistita: voluta più che sentita. Ma non è questo che conta. Conta che Sartre abbia voluto dar prova della sua filosofia cogliendola nelle "situazioni" da rappresentazioni reali, come soltanto saprebbe fare la letteratura.

E in materia di letteratura, su cui ci limitiamo con queste annotazioni, torniamo direttamente alla lettura di Barilli, il quale, se individua nella prospettiva di scrittura di Sartre ciò che comparirà in seguito con Robbe-Grillet, mette Sartre anche in rapporto con ciò che lo precede nella scrittura, nella letteratura, di Baudelaire. E prende lo spunto proprio da una precisazione su come il punto di vissuto, posto dalla psicoanalisi, dopo Freud, andrebbe correttamente impostato anche in letteratura.

Barilli così scrive: " Non è che l'andare a rovistare nelle pieghe di un vissuto, di un'esistenza singola, portandone alla luce le scelte, diciamolo pure col termine freudiano, sepolte nell'inconscio, sia opera inutile, al contrario se ne può riconoscere il valore, ma pur di non dargli una decisa preminenza. Ho parlato altre volte di questo problema, e credo di aver additato la soluzione corretta: le idiosincrasie e patologie individuali indubbiamente esistono, ma non sono loro a costituire il contenuto dei grandi fenomeni culturali, bensì agiscono al modo di quelle sostanze che agevolano il compiersi delle sintesi chimiche (ovvero dell'approdo alle soluzioni socio-culturali di vasto respiro), senza però entrare nelle sintesi stesse, e che prendono il nome di catalizzatori.

E' certamente utile andare a stanare tutte le ripulse e avversioni (le "nausee"? NdR)

Nutrite da Baudelaire dall'infanzia in su, senza di queste egli forse non sarebbe stato l'autore decisivo, per le sorti della letteratura europea di metà Ottocento, investito del ruolo che gli riconosciamo senza esitazione, ma conta che tali predisposizioni gli abbiano reso possibile confluire in un fiume generale, cui sono giunti altri scrittori, poeti, filosofi, operatori culturali in genere, avendo alle spalle storie personali, e relative anamnesi psicoanalitiche, del tutto diverse. Sartre, invece, spinto dalla sua opzione unilaterale per un'indagine cucita addosso a Baudelaire, manca pericolosamente l'avvistamento del suo fondamentale contribuire al compiersi di una svolta di questo tipo."

Letteratura perché, assieme alla filosofia? Perché la letteratura mette in campo il personaggio come esistente concreto: il miglior modo per rendere manifesto il suo stato ontologico dell'esserci. Esserci nella Situazione come campo d'accadimento del reale. Benché, se pensata soltanto filosoficamente, tale Situazione del reale, non può che indurre al rendersi conto, da parte del personaggio come raffigurazione dell'individualità esistente, del "nulla" del proprio stesso accadere. Se le cose, filosoficamente, stanno così, allora c'è da credere che il secondo Sartre, quello dialettico, si appiglierebbe invano alla dialettica (il ciò che fa accadere la realtà della Storia) (da lui, Sartre, "recuperata" in extremis) e che l'individualità del suo esistente possa attraverso l'azione, dialetticamente conseguente, dar luogo al suo mutamento-compimento d'essere: da essere "liberato".

Perché è così che Sartre, facendosi scrittore e "rivoluzionario", vorrebbe che fosse, fidente perciò nella potenza del proprio assioma esistenziale fondamentale: l'Esistenza precede l'Essenza. Anzi, la genera addirittura. Se poi, invece, la Situazione, qual che sia, altrettanto storica, per forza di cose, fa dell'uomo quell'essere che la filosofia dice di essere un "buttato là, allora, la "Critica della ragione dialettica, tenendo conto che comunque "L'esistenzialismo è un umanismo", a forze riunite, fornite dal "Materialismo e rivoluzione", con atto da volontà nicciana (anche se Sartre vorrebbe non doverlo ammettere), e se "l'uomo è ciò che egli fa" (o meglio ancora, se "l'uomo è ciò che rivoluzionarmente egli fa di ciò che situazionalmente lo si è reso", in modo da non esserlo più), allora sì che tale atto d'Esistenza si tramuta in Essenza.

Essenza perciò di un'Esistenza che pur essendo essere per-sé, sarebbe, al tempo stesso, anche essere in-sé, come lo sono le cose stesse. Ma qui siamo così nel pieno mito della letteratura di sempre: il che spiega perché il filosofo Sartre abbia tentato di farsi anche scrittore.