Malablogghe - Acta Diurna

COAZIONE A RIPETERE

di Aldo Pirone

Ieri l'altro i rappresentanti di Mdp e quelli di "Campo progressista" di Giuliano Pisapia si sono incontrati per dirimere le pesanti divergenze affiorate durante l'estate. Erano in 18, fra cui una donna, per sottolineare modernità e rappresentanza di genere della nuova sinistra in fieri.

Stando alle cronache dei giornali la riunione durata quattro ore potrebbe essere scambiata per una rimpatriata di avvinazzati. Sul caso siciliano, che poi è quello che ha messo in evidenza, se ce ne fosse stato ancora bisogno, l'inconsistente vacuità politica del cosiddetto progetto unitario, non c'è stato ripensamento da parte di "Giuliano l'apostata".

L'unica cosa che Bersani e compagni pare abbiano ottenuto è che il "campetto" pisapiano non darà appoggio al candidato di Renzi e Alfano. Ci saranno solo pronunciamenti a titolo personale dei compagni di strada ex dc dell'ex sindaco di Milano. Una bella vittoria politica non c'è che dire.

Inoltre sembra che Pisapia abbia finalmente acceduto, o riacceduto perché sembrava lo avesse già fatto nel luglio scorso prima di cadere nelle braccia della Boschi, all'idea che il nuovo soggetto politico dovrà essere alternativo alle politiche del PD. Tanto è bastato a Bersani per dire che Pisapia sarà - "assolutamente sì" - il leader del nuovo raggruppamento cui dovrebbero aderire anche altre forze come SI, Possibile e i comitati di Montanari e Falcone. A chi ha tentato di dire che forse la cosa, per contenuti indefiniti e modalità verticistiche e non partecipative, sa di ancien régime, di vecchia e strafallita sinistra, di piccolo e autoreferenziale ceto politico, si è subito levato contro Massimiliano Smeriglio ex rifondazione, ex Sel, ex sinistra in genere, oggi addetto a fare da guardia pretoriana di Pisapia con l'obiettivo, sommamente personale, di rifare alle prossime elezioni amministrative regionali nel Lazio un centrosinistra a trazione zingarettiana che non lo lasci disoccupato. A chi adombrava un qualche passaggio democratico, tipo le primarie, per scegliere la leadership, lo Smeriglio ha detto che non se ne parla neanche. Giusto, che diamine: il re è per grazia divina, se fosse elettivo, sarebbe un presidente e la sinistra per essere moderna deve lasciarsi alle spalle simili populismi democratici. Sempre che le primarie siano - e per me non lo sono - un metodo congruo per un modo di essere a sinistra e per selezionare una leadership e anche una classe dirigente.

Che cosa c'entri tutto questo con la necessità di rimettere insieme una sinistra frantumata e dispersa e di rimetterla insieme su contenuti chiari e definiti con metodo democratico e partecipativo non si sa. Anzi si sa benissimo: assolutamente nulla.

Pare che i magnifici reduci di una sconfitta storica, di cui ancora, evidentemente, non si rendono conto visto l'impegno con cui si dedicano a ripeterne gli errori, concederanno al popolo di avere in autunno, presumibilmente dopo le elezioni siciliane, un momento di cosiddetta partecipazione popolare. Ovvero una qualche kermesse dove il politburo bersanian-pisapiano comunicherà le sue decisioni ai convenuti.

Non sono mancate, pare, durante la riunione le punture di spillo fra i vari partecipanti e, alla fine, neanche le inconsapevoli spiritosaggini sulla volontà di includere in uno schema già deciso a tavolino da 18 geni, anche tutti gli altri che non hanno avuto modo di partecipare. Potranno aggiungersi al carrettino. Non pare che saranno in molti. Sicuramente non avranno il consenso di chi si aspettava tutt'altra musica.

Regista di questa ritrovata concordia, fino alla prossima rottura, è sempre Pierluigi Bersani. Una brava persona, ma sul piano politico un vero disastro. E' stato un buon amministratore e anche un discreto ministro quando il contesto politico, il PCI prima e il centrosinistra prodiano poi, glielo hanno consentito. Ma quando si è misurato con la leadership nazionale i risultati sono stati del tutto negativi. E' diventato segretario del PD per rimettere il partito, da poco creato, su binari più solidi e meno evanescenti di quelli veltroniani e non ci è riuscito. L'ha portato a suicidarsi dentro il governo tecnico di Monti e a chi gli chiedeva dopo alcuni mesi di rompere con quel connubio per andare alle elezioni rispondeva che lui aveva dato la sua parola a Monti, come se quella data ben prima al proprio elettorato e ai lavoratori non contasse. E, infatti, riuscì a farsi lasciare per strada da Berlusconi. Arrivato alle elezioni, invece di "smacchiare il giaguaro" fu smacchiato, facendo una campagna elettorale insulsa e priva di ogni appeal, chiusa a Roma dentro un teatro, l'Ambra Jovinelli, con qualche centinaio di persone mentre fuori i grillini occupavano a decine di migliaia piazza San Giovanni. Non per niente è passato alla storia come quello che ha sbagliato un calcio di rigore a porta vuota. Ma forse l'espressione non è del tutto esatta: la porta era vuota prima di Monti, dopo, al momento delle elezioni, era già stata riempita non da uno ma da qualche decina di portieri. Durante la sua segreteria sono esplosi i populismi all'esterno e all'interno del partito: fuori con Grillo e il M5s e dentro con Renzi. Alla fine ha dovuto cedere la "ditta" al rottamatore. Nella madre di tutte le battaglie renziane, quella sulla riforma costituzionale, è stato incerto fino all'ultimo, aggrappandosi alla legge elettorale per dire di NO. Ha avuto anche il tempo di dire che quella riforma in sé era un bel passo avanti per l'Italia. Nella battaglia interna che è seguita alla sconfitta dello statista di Rignano ha puntato tutte le sue carte sulla data del congresso e, alla fine, è stato costretto ad andarsene. Con troppo ritardo e su questioni tutte interne ai meccanismi di partito poco comprensibili alla gente comune e anche alle persone normalmente di sinistra. Mentre non ha rotto sulle questioni ben più corpose delle politiche economiche e sociali del governo renziano. Insomma non ne ha azzeccata una.

E, con Pisapia, continua a non azzecarla.