Speciale Mario Lunetta

Civiltà, letteratura, merce

di Mario Lunetta

L'universo nel quale viviamo e operiamo sembra aver chiuso i suoi millenari conti con la letteratura. Per secoli, la nozione di letteratura ha espresso un atteggiamento di lettura e di indagine rappresentativa del reale (concreto o fantastico) al cui interno vibrava comunque un asse di consapevolezza critica nei confronti dell'esistente. Tutte le opere letterarie dotate di qualche spessore hanno marcato - talvolta anche, paradossalmente, a dispetto dell'ideologia dell'autore - l'urgenza di una dinamica impellente dentro gli assetti dell'esistere, qualcosa che poteva significare catastrofe o ipotesi di salvezza. La letteratura, insomma, lavorava sul filo di lama che separa la possibilità di un mondo diverso e l'annientamento. Era una materia piuttosto intrattabile, un liquido infiammabile, quindi pericoloso. Non aveva - per sua intrinseca e, direi, diabolica natura - niente a che vedere con qualsiasi forma di neutralismo intellettuale. La letteratura prendeva in tutti i casi partito, perché lacerava i veli delle convenzioni, derubricava i rituali dell'ipocrisia sociale reinscrivendoli bruscamente nel registro della verifica dei poteri che li avevano generati ed imposti, e a cui si erano surrettiziamente sottratti. Nella letteratura avveniva, è avvenuto per millenni, lo scoronamento dell'eroe, cioè la reductio ad verum dei miti più equivoci. Inestricabilmente connessa con la sfera del sociale e del politico, la letteratura è sempre stata un terreno di conflitto, non un luogo, il luogo per eccellenza della pacificazione dove tutte le contraddizioni mondane troverebbero perfetta e definitiva sublimazione fur ewig. Il principio del sublime contrapposto a quello realistico-mimetico ha segnato con forza non di rado virulenta la curva del diagramma della letteratura, in parallelo con tutto ciò che nella riflessione filosofica di fondo spiritualistico-idealistico costituiva l'enorme rimosso della cultura occidentale, cioè il materialismo.

Si sa come ogni genere di potere - dal religioso all'economico-politico - si sia preoccupato fino a tempi piuttosto recenti di regolare, sedurre o reprimere gli animal spirits di quella bestia insana che ha nome letteratura. E si sa anche come di tempo in tempo, all'interno delle varie mappe, gli stessi produttori abbiano fatto vivere, stimolandola, rigenerandola, perfino rinnegandola, appunto la letteratura. La vicenda della sua ricchissima e indominabile fenomenologia è fatta di adesioni, di accostamenti, di contaminazioni e di scontri: insomma, di strategie a loro modo "militari"; né è certo un caso che a lungo si sia parlato, nei secoli XIX e XX, di "avanguardia", di "letteratura di punta", di "critica militante". E' stata, la letteratura, dall'antichità all'ormai lungo tratto del Moderno, la forma di comunicazione ideologica e la formalizzazione fantastica meno costrittibile, inquantoché capace di liberare, ai più diversi livelli, i propri enzimi metamorfici. La sua è stata una funzione almeno doppia: 1) quella di disegnare un profilo il più possibilmente riconoscibile di civiltà, quindi di appartenenza, all'interno di un immenso magazzino di memoria attiva; 2) quella di imprimere all'immaginazione, qui e ora, catene di stimoli sempre nuovi e non preventivabili.

Nella postmodernità questa funzione è entrata in eclisse. L'ideologia del postmoderno non nasce dal nulla, è invece la copertura culturale neutralizzante e qualunquistica che la visione del mercato capitalistico globale dà a tutte le testualità estetiche etichettandole immediatamente come merce senza aggettivi. Non ha più bisogno di sublimare; non ha più bisogno di mediazioni o di censure brutali. Tutto è merce, senza più nessuna gerarchia di nobiltà. La sola nobiltà è data a qualsiasi manufatto dall'essere assunto nel mercato. Ecco quindi che anche il manufatto letterario (come quello pittorico, musicale, cinematografico, sartoriale) non ha alcun pregio se non riesce a equipararsi a tutti gli altri manufatti della sterminata filiera dove tutto, anche i pensieri, anche la mente e le sue attività, sono mercanzia o non sono. Rien ne va plus.

Di recente (9 luglio 2015), intervistato sul Fatto quotidiano da Nanni Delbecchi, un critico attento e informato come Andrea Cortellessa afferma che oggi da noi la poesia "resta fuori dalla melassa mediatica, in quanto priva di un tornaconto commerciale. Questo la rende il genere più vitale della nostra letteratura, ma è anche la sua parte maledetta, nel bene e nel male". Cortellessa si dice convinto che "Anche oggi i nostri maggiori poeti avrebbero molto da dire sulla società contemporanea, ma non hanno accesso ai media. Nel 2010 Valerio Magrelli ha scritto la poesia intitolata Le ceneri di Mike, in cui ricordava i funerali di Stato per Mike Buongiorno ma non a Edoardo Sanguineti. Ecco un segno dei tempi".

E già nel 2012, in un libro che si può considerare un brillante manuale "militante" (L'analisi del testo letterario, Empiria), Francesco Muzzioli - con un'inclinazione gramsciana molto netta - contrapponeva la figura del lettore-consumatore a quella del lettore cittadino: "Un lettore-cittadino non dovrebbe più essere un consumatore inconsapevole, dovrebbe essere sempre un critico, se pure in piccolo. E, del resto, un critico in piccolo è persino il lettore più ingenuo che, nel dire anche soltanto 'mi piace' / 'non mi piace', segue per forza di cose, lo sappia o no, lo voglia o no, dei criteri ricevuti e accettati attraverso il 'senso comune'".

A questo punto, i giochi sembrerebbero chiusi, il destino della letteratura segnato. L'universo dell'immagine mercificata possiede una tale forza d'impatto che la letteratura parrebbe ridursi, al confronto, a puro residuo archeologico di età defunte, o a pratica omeopatica per scribi attardati, risibilmente gelosi della loro maniacale coazione a ripetere. Ma l'immagine, infinitamente più della parola, si presta all'iterazione narcisistica o pubblicitaria, rischia di contenere in sé la propria futilità, il proprio effimero choc. E funziona assai più facilmente come medium di massa programmato per indurre in tentazione di consumo, o per addormentare le coscienze, o per far deflagrare visceralmente e secondo modalità intransitive, le pulsioni di chi la fruisce. Se la spiritosa formula di Giorgio Manganelli parla di "letteratura come menzogna", dà per scontato che - per paradosso - essa non mente mai, ma - nei casi giusti - opera giochi stranianti, realizza depistaggi, segue cioè il diagramma di destino di chi se ne serve a fini non strumentali: per piacere, per necessità di intelligenza, magari per gusto perverso. In essa è il caos, in essa è la precisione. La buona letteratura, fatta di scritture complesse, è labirintica; l'immagine che ci assedia come veicolo reclamistico è frontale. Se la parola organizzata in scrittura letteraria è piena e polisensa, l'immagine pubblicitaria è vuota ed univoca. Ecco allora che la letteratura (dotata di armi leggère), a prima vista sbaragliata nel confronto con l'immagine (dotata di armi pesanti e ipertecnologiche), trova nella persistenza la propria forza e la propria necessità.

Auden ha parlato una volta del valore di epifania del Nomi Propri, non riconoscendo alcun gusto letterario nè alcuna facoltà poetica a chi non sappia trarre piacere dal catalogo delle navi omerico o dalle genealogie bibliche. La fiducia del poeta inglese (innaturale come è innaturale l'intera letteratura) nella qualità esorcistica, magica, cerimoniale, insomma fondata su una logica autre, della parola, riafferma che la scrittura letteraria, al suo meglio, è semplicemente ineluttabile. Il libro ne è, da tempi immemorabili, lo scrigno. Giustamente, così, Michele Serra ("la Repubblica", 16 gennaio 2002), definisce il libro il più evoluto, avveniristico medium fin qui concepito dall'uomo: "L'inferiority complex del vecchio libro di carta e inchiostro, nel mezzo dell'assedio dei contenitori elettronici, andrebbe parecchio sdrammatizzato. Se non ribaltato. L'atto di mettere un libro in valigia, o nella tasca del giaccone, è modernissimo. E i pro e i contro della lettura (...) dipendono solamente da noi, perché il gomitolo della scrittura può essere srotolato solamente dalla mente del lettore - non da altro".

Ecco, appunto. La letteratura, si sa, presuppone la lettura. Un popolo di non-lettori come il nostro non rappresenta certo, ohimè, un capitale cospicuo per una possibile rivitalizzazione della povera defunta o, a esser caritatevoli, della povera agonizzante: più che mai oggi che le generazioni più giovani hanno difficoltà a convivere con il libro, sedotte perdutamente dall'incantamento dell'i-pad e del tablet. Ma la persistenza è la virtù della goccia che scava la pietra, e la letteratura resta comunque una goccia nel mondo, che - pure se non riesce a scavarlo - può aiutare a scalfirlo: come dire, a renderlo meno sicuro di sé, della propria arroganza, magari della propria superba cecità. Non stiamo parlando da letterati, ma da persone che si sforzano ancora, ancora, testardamente, di vedere quali sono, nella scacchiera caotica del nostro presente vilissimo, i riquadri tuttavia praticabili da quella particolarissima forma di pensiero figurato che è la letteratura. Stiamo parlando da piccoli strateghi. Già, perché - non si faccia pudicamente finta di dimenticarlo - la letteratura, se ha ancora una virtù e un potere, sono quelli di non essere portatrice di indifferenza: quindi, quelli di modificare. Se un testo letterario sposta il punto di vista sulla realtà anche di una sola persona, ha assolto il proprio compito, che è appunto quello di non lasciare mai le cose come stanno.

L'Italia possiede una delle letterature fondamentali del mondo, e si comporta come se fosse titolare di un'eredità miseranda. Non solo gli italiani non amano la loro letteratura, ma non sanno che essa è lì, e aspetta di scorrere nel sangue dei loro pensieri e della loro immaginazione. Se altrove la letteratura è forma imprescindibile dell'identità di un popolo, da noi è al massimo - e, da certe inquietanti avvisaglie, è ipotizzabile lo sia sempre meno - una noiosa materia di studio liceale. E' superfluo riproporre qui gli arcinoti cahiers de doléances in merito o il tabulato aggiornato dell'indifferenza dei pubblici poteri nei confronti della questione: basti scorrere l'impegno di spesa che le nostre micragnose finanziarie riservano alla cultura e alla ricerca, e - cosa altrettanto grave - le voci (flebilissime o inesistenti) che i programmi delle varie forze politiche - non escluse quelle che di denominano "progressiste" e "riformiste" - dedicano al tema, per cadere in preda alla depressione o al disgusto. Ancora oggi, o non si capisce che quello della cultura è un terreno di crescita e di liberazione collettiva, o non si è interessati a capirlo, perché - alla fine - conta solo ciò che è immediatamente funzionale alla conquista del consenso.

C'è da rabbrividire a mettere l'occhio sul quadro nel quale si muovono le varie situazioni culturali di altri paesi del continente (dalla Francia all'Olanda, dalla Germania alla Spagna all'Inghilterra, etc.). Il confronto di quello italiano con queste realtà è insostenibile. Scuola, Università, biblioteche, musei, istituti di cultura, condizioni professionali dei docenti e degli autori, difesa e garanzia del loro lavoro e della loro dignità, valorizzazione della lingua: il panorama nazionale continua ad essere deprimente. Al di là di queste crude carenze, comunque, viviamo una situazione occidentale - ma certo, tendenzialmente planetaria - di fastidio per ogni manifestazione di cultura che dia segno di non rinunciare alla propria funzione di resa non conformizzata della realtà. Tutto ciò che appare disobbediente rispetto alla programmazione tacitamente omologata (ma violentemente sostenuta dal contesto generale del sistema mediatico-pubblicitario) deve essere neutralizzato. L'universo dell'uniformità del consumo espunge da sé i prodotti non convenientemente liofilizzati. E' l'era della clonazione culturale. L'era del pensiero unico. Fernand Braudel non si è stancato di insistere sul valore delle diversità. Un'umanità e una cultura omogeneizzate (secondo la volontà e gli interessi dei gruppi dominanti, particolare da non dimenticare) sono, oltre che una follia che non contempla l'intervallo e la contraddizione (dati tuttavia dispettosamente almeno in qualche misura ineliminabili), un progetto reazionario e schiavistico. "L'avvenire non è una strada unica" dice il grande storico france.se. "Dunque: rinunciare al lineare. Né credere che una civiltà, perché originale, costituisca un mondo chiuso, indipendente, come se ciascuna di esse fosse un'isola in mezzo a un oceano, mentre le loro convergenze, i loro dialoghi sono essenziali e, sempre, esse condividono, tutte o quasi, un ricco fondo comune (...) Esiste, e le si dia l'etichetta che si preferisce, una civiltà francese, tedesca, italiana, inglese, ciascuna con le sue tinte e le sue interne contraddizioni. Studiarle tutte sotto il termine generale di civiltà occidentale mi sembra troppo semplice".

Non sono parole sciamàniche né cautele di un moralista sospettoso verso tutto ciò che solo qualche anno fa indossava la livrea scintillante del Nuovo Che Avanza, e ormai mostra una facies catastroficamente arcaica, incapace di uscire dalla sua logica, che è liberistica e illiberale. Sono le resultanze di una lunga, profonda esperienza esercitata sul concreto, nei tempi lunghi e nei tempi brevi, da uno straordinario analista che temeva, più di ogni altra cosa, la riduzione a marmellata delle diversità del mondo, l'appiattimento delle differenze, l'indistinto senza più profilo che non fosse quello imposto dal vincitore di turno, in un'economia ridotta a pura speculazione finanziaria.

Il processo che si definisce di globalizzazione investe oggi anche la cultura e le sue forme specifiche. La prima avvisaglia del blob indiscriminato che avrebbe interessato anche i linguaggi creativi la si ebbe, già più di un ventennio fa, con la diffusione del postmoderno: con l'addomesticamento, cioè, del conflitto e della contraddizione all'interno dei territori dell'estetico. Oggi si lavora, nelle centrali del consenso espressivo, alla creazione di condizioni (imposte) che omogeneizzino i connotati delle culture entro una sorta di macro-esperanto neutrale, privo di punte, di creste, di lacerazioni. Cultura, letteratura apologetiche dell'esistente. Riduzione a-problematica selle questioni a quiz. Impoverimento della complessità. Nelle arti visive, nel cinema, nel teatro e nella musica la tendenza è visibilmente massiccia. Della TV è superfluo parlare. Più truccata si presenta in letteratura, anche perché in questo comparto il business è di proporzioni assai più esigue, e molto più ridotta la sua capacità di diffusione e di impatto. Fatto sta che l'espropriazione avviene non soltanto a livello di proprietà materiali, ma anche a livello di lingua, di capacità espressiva, di possibilità di dire. Le "lingue tagliate" sono oggi nel mondo sempre più numerose. Per certi linguisti forse neanche esageratamente apocalittici, c'è il fondato rischio che entro un paio di secoli lingue nazionali importanti (tra le quali l'italiano) non vengano più parlate, in favore di mega-koiné di matrice yankee o ispanica. Non dimentichiamo che gli scrittori sono la lingua nella quale scrivono, non possono perciò avere solo una funzione di testimonianza, ma anche di opposizione a ciò che va onestamente considerato un vero e proprio massacro dell'espressività. La lotta contro l'oppressione e l'espropriazione passa anche attraverso la letteratura. I suoi mezzi reali sono deboli, i suoi mezzi simbolici possono essere fortissimi. E' su questa linea, credo, che la parola e la scrittura possono contribuire a creare coscienza critica e libertà dell'immaginario, quindi consapevolezza al tempo stesso estetica e civile.

Di qui, l'impellenza di un'azione a vasto raggio (nazionale e internazionale) di proposta, di progetto, di orizzonte aperto, guardando allo specifico letteratura non come a un settore autosufficiente e in sé concluso, ma come a un elemento propulsivo esteso ad altre esperienze di creatività e di linguaggi. Il sapere e l'immaginazione non possono essere sic et simpliciter merce, altrimenti si riduce a merce anche l'uomo che non li possiede. La cultura e l'arte non possono essere considerate nient'altro che merce, pure se sono anch'esse manifestazioni del lavoro e dell'intelligenza dell'uomo, quindi della sua produttività anche economica. Le forze che spingono in questa direzione di impoverimento e di asservimento si regolano in base a un progetto strategico che non si pone certo scrupoli o obiezioni di civiltà. Il loro è un puro calcolo di costi e ricavi, entro un'orbita di azzeramento ideologico. E' in quest'impasse drammatica e oscura che dobbiamo operare: in favore delle differenze, delle specificità, della ricchezza delle risorse conoscitive e espressive non codificate. Perché la terra non muoia, visto che si nutre anche di fantasia e di invenzione. Perché l'uomo, che così malamente la abita e la gestisce, possa tornare a sentirvisi ancora, come forse è stato in qualche remota età dell'oro, non un invasore ma un inquilino della propria casa.

2007