Speciale Mario Lunetta

Città senza sguardo

di Mario Lunetta

Questa e nessun'altra era la città, e sembrava ingoiare le orde di turisti che avanzavano daogni parte a stormi dispersi con imprevedibile disordine, storditi, esitanti, per vomitarle addosso ai pedoni disorientati con la consistenza di un muro mobile. Ne ingoiava i corpi e i pensieri che lui, l'uomo che teneva saldamente sottobraccio la sua donna, una domina alta e di gran tenuta dal volto scolpito che da tempo aveva cancellato in lui tutti gli altri volti, supponeva in preda a una confusione che nella maggior parte di loro impediva forse perfino qualche sprazzo di ammirata attenzione per il fascino imprevedibile, sfuggente e di una varietà incoerente eppure concentrata, di quella metropoli disfatta e continuamente ricomposta entro orizzonti di delirio, o da fine del mondo. Proprio come càpita in certi film in cui il plot sembra sciogliersi in vacua stoltezza per ricomporsi all'improvviso sul filo di un senso sinistro: lo pensava l'uomo che in tutti i modi anche obliqui della sua ironica affabilità avvertiva dentro lo sterno il pungolo esigente delle sue ossessioni, che funzionavano da sempre come la sua più vera compagnia.

Era la loro città, e loro due sentivano anche senza dirselo che in ogni istante che passava cessava di esistere qualcosa che aveva alimentato per tanto tempo la loro visione di essa e il suo forte sapore - proprio come se la città stessa avesse in qualche modo dismesso progressivamente il rispetto dovuto al suo ruolo e al ruolo di chi la abitava: ormai in grande quantità gente senza origine e senza confine preciso, di etnie le più disparate, italiche o foreigners, consuete o stranger troppo spesso incapaci di godere di uno scorcio repentino di sguincia bellezza architettonica o di un tratto di cielo ancora luminoso che ripeteva a capriccio un tramonto di Turner o lo sgorbio multicolore di un bambino nevrotico.

Sembrava a tratti, nelle loro aspettative, più sfuggente di un pesce appena alzato su dalla canna. Non se ne sentivano rifiutati ma ambiguamente beffati sì, certo, perché ora, percorrendola a piedi dopo un lungo tratto in macchina, ne scoprivano indifesi i mutamenti affastellati, qui un pub di ben appropriate caratteristiche, là una jeanseria dozzinale, là ancora una pattuglia di preti sportivamente agguerrita alla testa di un gruppetto di monachelle sgomente, qui un tratto di parete elegantemente riportata al suo splendore primevo, laggiù la tettoia pacchiana di un outlet gestito da cinesi silenziosi fasciati da musiche pop con un ritardo epocale...

C'erano tra la donna e l'uomo parole cautelose e parole senza nessuna cautela che talora li lasciavano reciprocamente interdetti, come di colpo sull'orlo di un piccolo baratro. La loro si rivelava ancora una volta un'intesa che non poteva permettersi di svanire semplicemente perché dentro lo scafandro dell'amore un poco dimagrito resisteva come per forza di natura un affetto o un'affinità tanto simile a un cactus che avrebbe continuato a conservarsi anche dopo la loro scomparsa. Lei, la donna, ormai in età matura, aveva trasformato la sua bellezza splendente con un viraggio insieme calcolato e fisiologico in un'imago lievemente appassita ma tuttavia di solidità indelebile. Il suo compagno, più anziano di lei di qualche anno, custodiva pazientemente quest'imago che nella sua donna sembrava non potesse rinunciare a intrecciarsi in grovigli di pensieri, di contraddizioni, di nostalgie, di ricordi anche crudeli soprattutto legati alla sua infanzia e alla sua adolescenza e prima giovinezza: enigmi e passioni che ripercorreva a folate repentine, perdendosi a volte in un'oscurità che la lasciava raggelata. L'uomo, che del suo passato più lontano ricordava senza troppo slancio gli sfilacci più casuali per impegnarsi quasi esclusivamente nel possibile presente (contraddizioni, affermazioni, delusioni, varie atrocità e pressoché nessuna speranza), era costretto ad amare in lei anche ciò che non li univa spontaneamente, muovendo le proprie pedine e almeno alcune di quelle della compagna su zone della scacchiera il meno possibile ostili. Impresa mica troppo facile, si diceva lui certe volte, indossando mentalmente una cotta di maglia o qualcosa di analogo per far fronte allo scoppio di una possibile crisi provocata dagli improvvisi sbalzi di umore della donna, se non da certi suoi dinieghi privi di giustificazione.

Ora eccoli, dopo qualche affanno per il parcheggio, all'interno della Galleria che ospitava la mostra di Correggio e Parmigianino. La donna aveva un approccio istintuale alla pittura, pure non privo di penetrazione: qualcosa di misteriosamente infallibile. L'uomo, ben più di lei coltivato nella valutazione di ciò che si definisce arte visiva, usava nei confronti delle opere un filtro certo più complesso che finiva quasi sempre - con soddisfazione sua e della sua compagna - per combaciare col giudizio di lei. Gustarono la mostra dei due strepitosi pre-manieristi lentamente, come se quel trattamento folle e perfido del colore e quegli strappi di luce e di tenebra fossero un mix delizioso e crudele di gelato al pistacchio e di champagne Mum - con un brivido di inquietudine e una strana gioia infantile. Di tanto in tanto, di fronte a un olio particolarmente alimentato da quell'indicibile febbre cromatica involuta e insieme rarefatta, o a un disegno di prodigiosa velocità che a un tratto svaniva in un fiato trasparente di nulla, si scambiavano un sorriso d'intesa, un gesto, lei gli si accostava per scomparire subito dopo, lui restava lì, davanti all'opera, come per adempiere un dovere che ora gli pareva contenesse anche il profumo della sua donna. Rispetto e ammirazione per il Correggio, resa incondizionata davanti alle opere del Parmigianino che "Capisci, cara? E' morto a soli trentasette anni, carico di debiti e con un bel periodo di prigione sulle spalle, impicciato nelle sue ossessioni alchimistiche, smarrito e disperato..."

Un particolare che l'aveva appenata: perché s'era forse illusa, in un getto di solidarietà puerile, che a un artista tanto lancinante nella sua impeccabile eleganza la vita e gli uomini avrebbero dovuto soltanto riverente gratitudine, ammirazione, nostalgia - e ora invece quell'informazione del suo compagno che con i propri strazi personali e collettivi aveva sempre mantenuto la forza e il generoso cinismo di confrontarsi senza maschera, a viso aperto e parola franca, depositava di colpo sulle sue fragilità un dono ambiguo di malinconia vagamente simile a un senso di colpa. Ormai la luce del tramonto aveva preso a venir meno, e l'illuminazione elettrica delle sale esaltava il volto di lei in modi equivoci, quasi prestandogli un tantum dell'enigma insondabile che era a suo modo il timbro definitivo di certi ritratti di Correggio e in modo particolare del Parmigianino. Ritratti maschili e femminili, senza differenza, davanti ai quali la donna sembrava perdere parte della sua certezza di sé, come invasa da incontrollabili spiriti folletti, e ora ecco, cercando con gli occhi il suo compagno che era rimasto fermo a guardarla, nello stesso modo in cui l'aveva guardata contemplando smarrito e ferito quel capolavoro di appena velato erotismo che è la Madonna dal collo lungo degli Uffizi, senza dire una parola.

Teneva gli occhi fissi su di lui come a chiedere chissà mai quale aiuto, posandoli a tratti, incerta o - chissà - angosciata, sul Ritratto di uomo con libro che proveniva dalla York Art Gallery e gettava addosso allo spettatore la mano destra del protagonista la quale anziché un volume pareva maneggiasse un'arma, mentre gli occhi scuri e cupi infossati in orbite profonde sembravano, più che quelli di un lettore appassionato, quelli di un assassino. Quando l'uomo si avvicinò e la prese per mano, la sua compagna sorrise, ma più che un sorriso liberatorio lui ci vide una piccola smorfia di raccapriccio.

La donna scoteva la testa un po' confusa, un po' in attesa di un chiarimento che lui evitò di fornirle, per discrezione affettuosa e riguardo ad entrare nelle inquietudini di lei. Gli parve uno scotto da pagare al suo amore e, guarda un po', una specie di risarcimento per l'esperienza stringente che certe opere del Parmigianino gli avevano regalato tra stordimento e ansia, in quel pomeriggio romano prossimo a estinguersi. Ora, dopo la visita alla mostra, sentiva la presenza della sua donna più vicina alle mura fortificate della sua coscienza e insieme a tratti più discosta, quasi estranea. Il fantasma dell'amore si compiace anche dei suoi nascondimenti e delle sue trappole, lui lo sapeva: e sapeva come lo sapesse anche lei. Niente di allarmante, bastava sciogliere il subdolo grumo in un bicchiere di succo di mirtillo, quello che presero nel bar dove sedettero per una sosta di riposo dopo il percorso tra le sale e le scalee della galleria, e ora l'uomo si disse per l'ennesima volta che lei, anche senza essere sua moglie, era incontestabilmente la sua metà: sì, proprio la mia metà. E la mia metafora.

"Il mirtillo fa bene agli occhi" osservò lei, che aveva nozioni mediche ben più che dilettantesche e aveva sempre detto di essere vissuta con una passione divisa in parti uguali: per la medicina e per la sua professione, che era quella dell'attrice. L'uomo, che si divertiva talora ad assumere pose da bambino ritardato, ribatté: "Bisogna vedere se gli occhi fanno bene al mirtillo..."

"Beh sì, quando vuoi sai essere particolarmente stronzo" rispose lei, molto neutrale.

"Guarda e taci" ribatté l'uomo in un sorriso, trascinandola per mano davanti all'enorme vetrata che si apriva su un panorama di Roma più che cinematografico, irreale per i suoi cambi improvvisi di luce, le sue parziali sparizioni, le sue riapparizioni inverosimili tra cupole, campanili, terrazze, torri e palazzi monumentali: un grande poema epico recitato da un cantore muto in preda alle sue allucinazioni mutevoli. Lei scorreva abbagliata quello scenario miracoloso che certo portava nella memoria fin da bambina, ma non negli occhi abbacinati come ora le stava capitando - ed era proprio una sorpresa tanto simile a un regalo. Un regalo di lui, il suo stupido compagno che ora lei guardò con un sorriso che tanto somigliava a un grazie.

Si allontanarono con rammarico dalla vetrata, scesero a piedi trascurando l'ascensore, fecero i centocinquanta metri in discesa che li separavano da piazza Trevi e di colpo, appena davanti a loro apparve la scenografia grandiosa della fontana, la donna dette in un'esclamazione stupefatta: "Ma non è possibile... E' finta..."

"Forse sì" concordò lui, arreso, senza capacitarsi fino in fondo. Tutto il magnifico ricamo di marmo e travertino che scendeva dal palazzo per finire nella grande vasca era di un biancore spaventosamente bianco, bianco come neve verniciata di bianco. Uno splendore di pietra calcinata che sembrava aver liberato dal proprio interno lo spettro candido di una luce invisibile soffocata per secoli, per esibirla in un éclat di tutta la sua irreale bianchezza per i turisti trasognati che lo assediavano increduli, dentro uno spettacolo accecante che esaltava contraddicendoli in una cancellazione raggelata tutti gli spettacoli che la città offriva in uno scialo senza risparmio, tra sfoggio e ostentazione spudorata...

Staccarono gli occhi da quel gran trucco immacolato, e lui si stupì del fatto che la donna avesse assunto all'improvviso un'espressione ipnotica, lo sguardo fisso su quel gruppetto di marinai in divisa biancoazzurra impegnati nei soliti stupidi selfie accanto all'uomo in costume barocco che mostrava loro un libro nero che emetteva bagliori di luce dorata. I marinai ridevano come fuori di testa ma a un tratto la donna guardò fisso il compagno alzando il capo come a segnalargli qualcosa di strano, di anomalo, di allarmante - e quest'ultimo capì in un brivido il motivo del turbamento di lei guardando con attenzione quel tipo in costume che sembrava sceso dal Ritratto di uomo con libro ammirato mezz'ora prima in galleria, stesso volto barbuto, stessi occhi da assassino, stesso berretto a falde larghe sulle ventitré, stesso volume imbracciato come un'arma, stessa mano destra con un anello di rubino all'indice, con in più un solo particolare sgradevole: l'occhiata malevola e irritata che il travestito buttò addosso all'uomo quasi come un avvertimento o una minaccia. L'uomo guardò la sua compagna, si fissarono come in una stretta amorosa, lui staccò dopo pochi istanti interrogativi gli occhi per cercare scampo nel cielo che li sovrastava, e ora tornando su di lei vide che la testa della sua donna faceva no, no, no silenziosamente. I marinai erano scomparsi. Del tipo in costume non c'era più traccia.

Ora guardava la compagna con moderata partecipazione, come temendo di averle inferto involontariamente una sorpresa crudele, ma lei uscì a un tratto dall'incantamento di quella leukopatìa a suo modo mostruosa con uno scoppio di risa quasi vendicativo, come a negare uno statuto di veridicità al biancore iperbolico che aveva liquidato brutalmente tutti i guasti climatici, le modifiche organiche, gli oltraggi dei vandali, le sottrazione di frammenti ad opera di un'infinità di stolti convinti di regalare alla donna o all'uomo del cuore il souvenir più prezioso della Città Eterna...

Il pomeriggio svaniva pacatamente, come depositando dentro di loro il desiderio di riaccenderlo. Ora, neanche troppo stranamente, nell'uomo questo desiderio era intriso di una sorta di liquido denso in cui nuotavano frammenti di pensiero come pesciolini in un acquario da dentista, e lui, che non cessava un istante di fare i conti, parlando o tacendo, con la ratio che lo assillava o lo rendeva felice, tenendo stretto il braccio della sua donna rimuginava sulla formula di Spinoza, Deus sive natura (che certo conteneva in sé un già forte tasso di materialismo), e il Materialismo Storico di Marx, dicendosi inoltre che l'uomo del Tractatus, a sua maggior gloria, era stato ai suoi tempi uno dei rarissimi estimatori di Machiavelli, considerandolo contro una turba di teologi e di moralisti travestiti da politologi, un difensore della libertà: "e tanto basta per occupare nel mio scaffale di scrittore del ventunesimo secolo un posto privilegiato".

Lontanissima da certi pensieri e da certe fantasie di cui pure era curiosa quando lui gliene accennava, ora la donna, percorrendo svagata via Nazionale e sicuramente dimentica della visione di cui il suo compagno conservava forse una traccia di grottesco e di comico assolutamente effimero, niente più che una doppia suggestione, insomma - non appena giunti all'altezza di via Genova si fermò e, indicandogli la famosa pizzeria là in fondo, sussurrò "Scusami, ma lascia che mi abbandoni a una botta di nostalgia. E' come un tuffo nel mio passato più lontano, quando mamma e papà mi portavano là un paio di volte al mese a mangiare la pizza napoletana, e io ero felice, appagata... Mamma e papà, sì. Solo con loro, qui. Anche in seguito, mai con un'amica o un amico, un fidanzato. Buffo, no?"

Lui la fissò con tenera attenzione. In fondo non c'era niente da spiegare, per cui alzò le spalle e fece, perentorio: "Bene, allora tesoro questa è la prima volta che ci mangerai una pizza con l'uomo per cui provi un sentimento non proprio filiale". Lei ebbe un attimo di incertezza, ma cedette subito dopo, quando lui la spinse a imboccare via Genova. Sorrise con un filo di affettuosa riconoscenza per la capacità del suo compagno di entrare senza sforzo nei suoi pensieri, fantasie, frenesie, desideri,: e questo a lui bastò e avanzò per il momento presente e per ciò che gli psicologi chiamano nostomanìa, come dire una sensazione di ritorno, di nostalgia, di memoria remota.

"Tu ricordi la pizzeria perché legata alla tua infanzia, io la ricordo perché legata alla mia adolescenza. Ci venivo con gli amici e le prime amiche... Facevamo discussioni che andavano dal pettegolezzo al teatro, dal calcio alle ragazze con le nostre verdi avventure e disavventure d'amore, dalle malignità ai colpi di narcisismo gonfiati a balle, frottole, fanfaluche, dal cinema alla letteratura alla politica, quando il mitico '68 con tutti i suoi bluff e il femminismo rampante erano ancora di là da venire..."

Lei ascoltava, soddisfatta di avere in comune con il compagno certi ricordi metagenerazionali, e nel momento in cui lui decise "Quindi dài anima mia, compiamo il rito del nòstos sul luogo dei nostri indulgenti delitti... Scegli tu il tavolo", negli occhi della donna brillò una scintilla di avidità, si sentì come un cercatore d'oro che abbia messo le mani su una pepita...

Ecco, questa era la gioia: qualcosa in più della serenità, qualcosa in meno dell'esaltazione isterica. L'uomo si godette anche la gioia che scopriva nell'accensione delle pupille di lei, si fece avvolgere per un attimo di gradevolissimo abbandono dal calore di un soffice, bianco batuffolo di lana dimenticandosi di indossare solo il suo bel golf di cashmere avana. La vide sedersi a un tavolo esterno dando le spalle alla palazzina in laterizi che ospitava a piano terra un club dall'aria sofisticata, e fu felice come tutte le volte che aveva la certezza di regalare alla sua donna qualcosa di gradito, che in lei si manifestava col dissiparsi degli aloni di cupezza che rendevano la sua vita così complicata e nei momenti più critici sembravano quasi sottrargliela.

Si accostò un giovane cameriere e lei, che era fisionomista e aveva il gusto spericolato di attaccar bottone con chiunque, se ne uscì affabile e familiare: "In questo locale ci venivo da bambina coi miei genitori, e ho notato la sua somiglianza con chi lo gestiva allora..."

"Beh, si tratta di mio nonno, defunto da tanto tempo" rispose il cameriere buttando gli occhi sugli altri avventori in attesa. La donna pronunciò una frase di circostanza, il giovane depose il menù accanto ai coperti e tornò ad appoggiarsi allo stipite della porta d'ingresso. L'uomo, che fino allora aveva taciuto, dopo qualche minuto chiese alla compagna se si fosse orientata nella scelta dei cibi. Lei lo fissò con occhi stupiti, poi scoppiò in una risata: "Ma caro, ero orientata dal momento che abbiamo messo piede qui... E ovviamente per la pizza! La leggendaria pizza napoletana della mia infanzia... Ti pare tanto strano?"

"Nessuna stranezza per quanto riguarda me, tesoro mio. Ma il cameriere non può esserne al corrente, anche a causa della sua anagrafe..."

"Bene, allora decido io" proclamò lei con un tono di voce scherzosamente perentorio.

"Agli ordini" corrispose l'uomo. Fece segno al giovane che, spalle appoggiate allo stipite della porta, seguiva il volo dei rondoni.

"Due napoli, per favore. Mezzo litro di vino bianco della casa e una bottiglia di Acqua di Nepi".

Il giovane accennò un mezzo inchino e rientrò a comunicare l'ordinazione. La donna aveva un'aria da bimba in volo sulla sua giostra, sfiorava il compagno con lo sguardo mentre lui seguiva senza parere il diagramma dell'umore di lei che si era assestato su una fase di calma appena appena eccitata da quella novità di tenue spessore ma che per la sua mente sempre affollata di dinamiche fantastiche, ora farfalle ora pipistrelli, forse rappresentava uno scrigno in cui erano racchiuse matasse di ricordi che le pizze colorite e fragranti servite poco dopo contribuirono fortemente a riempire di calore. Ed ecco allora accendersi la sua parola, per il piacere del suo uomo: racconti, aneddoti, battute in romanesco e in abruzzese dei personaggi chiamati di volta in volta sul proscenio...

Era nata a Roma, ma la sua famiglia, originaria della provincia di Chieti, nelle estati della sua infanzia e prima adolescenza si trasferiva nel paesino di Ari, ragion per cui il suo compagno, patito per tutto quello che era gioco di parole, calembour, limerick, senso equivoco, simulazione verbale e via discorrendo, chiamava Ariani gli abitanti del paese...

Lei mangiava di gusto senza cessare di lamentarsi per le sue curve lievemente appesantite, ora chiamando in causa il suo appetito che frustrava qualsiasi dieta ora la perfidia del suo metabolismo anarchico. Il suo compagno assorbiva con pazienza affettuosa quelle litanìe continuamente interrotte e sviate da altre considerazioni e divagazioni, digressioni, sprezzature improvvise (memorie di spettacoli di cui era stata protagonista, film amati, personaggi interessanti appena sfiorati, viaggi, piccole disavventure, aneddoti bislacchi: il tutto compresso e stracciato da una moviola manovrata a ghiribizzo), per poi tornare sul binario delle reminiscenze e delle rievocazioni, con al centro i suoi anni di bambina bella e un po' triste senza tregua sgualcita dalle infinite beghe dei coinquilini e dei compaesani, incomprensioni, invidie, dispetti, litigi, corna - ma con dentro, come circonfuso di un'aureola intramontabile, il grande, disperato amore di un'amica di famiglia quarantenne di nome Miriam per un commerciante incrollabilmente sposato, durato un gran seguito di anni fino alla morte di lei, che aveva resistito come una martire pazza, accontentandosi delle briciole in un rapporto ammanettato, brevi incontri furtivi nel retrobottega del negozio, domeniche mattina strappate per qualche ora al morso della solitudine...

"Qualcosa di tremendo, credimi...": e la voce le si era improvvisamente rotta. "Qualcosa che sì, sembrerà pure impossibile, ma ogni volta che mi torna in mente quando sono sola mi fa versare fiumi di lacrime..."

L'uomo ascoltava i memoranda di lei come il resoconto a brandelli di un epos popolare a cui la voce d'oro della compagna desse un colore ramato o ferrigno o anche di quieta disperazione partecipata dopo decenni. Ascoltava intervenendo di quando in quando per chiarimenti e messa in luce di tratti un po' opachi, cercando senza sforzo le somiglianze tra l'infanzia di lei e la sua personale adolescenza in un riscontro di situazioni e di climi storici defunti che ora, come per magìa, sembravano essersi depositati dalle labbra della sua amata alla sua propria sensibilità connivente.

"Pausa, ora" tagliò corto a un tratto, e lei lo fissò come avesse dato di matto.

"Ti prego, tesoro" insisté lui. "Ho da capire una cosa": e girò gli occhi dal viso della donna seguendo un angolo di sessanta gradi, li spalancò, fece di no con la testa silenziosamente, mormorò Macché, niente di niente. Traveggole dell'età, amore mio..., mentre lei s'era all'improvviso allarmata, chiese spiegazioni ma lui rispose che se ne stesse tranquilla, la vita è una collezione di apparizioni che vanno e vengono, ombre che diventano corpi e corpi che non sono più neppure ombre, "per cui tesoro mio, béviti questo dito di bianco anche se sei quasi astemia, e ordiniamo un contorno di verdura, cicoria ripassata in padella o ancora meglio quei carciofi alla romana che ti vanno tanto a genio, no?"

"Va bene" lei fece a bassa voce, ma senza troppa convinzione.

Vennero i carciofi, ma intanto la donna s'era voltata una, due volte, inquieta; quindi una volta ancora dopo aver mangiato il suo carciofo senza il gusto consueto: un ping pong oculare tra ciò che si poteva vedere o immaginare alle sue spalle e la faccia del suo uomo che non la convinceva mica troppo... Poi mentre quest'ultimo la invitava a prendere ancora un sorbetto al limone o al pistacchio, lei sussurrò come per non essere udita da nessuno, non solo dai commensali lì accanto ma proprio da nessuno al mondo, quasi che le sue parole chiaramente pronunciate potessero scatenare qualcosa di spaventoso, "Ma no, non è possibile. Bisogna chiamare qualcuno, che so, un cameriere, una guardia...": e in quel momento scoprì negli occhi del compagno un lampo di angoscia.

"Hai visto anche tu?" lei gli chiese. E lui:

"Ho visto, ma non capisco perché. Anzi, non capisco più nulla".

"Là dietro, poco fa, c'era seduto l'uomo del libro fosforescente" disse lei a voce alta, "sai, quello dei ritratto del Parmigianino... Vestito come lui... Con la sua faccia da assassino... Insomma, proprio LUI... Identico. Spiccicato... Il libro era accanto al suo piatto vuoto. E lui, coi suoi occhi da assassino, fissava te. L'ho visto bene. Ti fissava con quegli occhi terribili... E a un tratto il libro ha emesso un bagliore".

Al suo compagno le parole della donna arrivavano come una sillabazione caotica il cui senso pure non gli sfuggiva anche nel folto di altri fantasmi, immagini, suggestioni, ossessioni, increspature sommosse della coscienza: ed erano un tratto delle Variazioni Goldberg di Bach eseguite da Glenn Gould... Il piccolo busto di ceramica rosso-oro di San Gennaro regalatogli chissà quanti anni fa da un'amica napoletana... La riproduzione in miniscala della Pedrera di Gaudì comprata a Barcellona in uno dei suoi vecchi viaggi in Spagna... Il guardingo leopardo di terracotta - altra memoria di un amore finito male - che lui usava come smemorato fermacarte... Il timbro con su impressa la dicitura RACCOMANDATA che ora gli suonò particolarmente rischiosa... Il ritratto in cartolina di un Baudelaire fortemente stempiato, amarissimo, il naso robusto stretto fra gli occhi terribilmente severi eppure carichi di sarcasmo e la bocca larga e serrata, lì, dietro il soldatino di piombo della Guardia Reale britannica con la giubba rossa e l'enorme chepì nero che gli affogava la testa...

Non c'era niente da dire, e difatti lui non disse niente. Fissò con infinita tenerezza e molta pena il volto della sua donna, alzò il capo, guardò senza espressione verso la figura in costume barocco a dieci metri da loro scomparsa di colpo dopo che il libro aveva emesso un bagliore, poi sorrise alla compagna, portò la mano sinistra sul cuore, ebbe un sussulto e la testa con gli occhi sbarrati nel vuoto gli ricadde col mento sul petto.

La donna gettò un urlo di raccapriccio, si alzò rovesciando la sedia, gli prese il capo tra le mani, lo carezzò sulla fronte, chiamò aiuto gridando con la sua bella voce strozzata, qualcuno degli avventori intervenne senza sapere che fare, uno disse "Un medico, un medico subito", il giovane cameriere provò a chiamare la farmacia di fiducia di via Nazionale che lo mise in contatto con un dottore. La donna, stravolta, sosteneva inutilmente la testa del compagno. Si fece largo un mezz'età deciso, tastò la giugulare, sentì il polso, provò il battito cardiaco, fece di no scotendo la testa in silenzio. La donna perse i sensi scivolando a terra. In attesa del medico, il cameriere e un avventore la portarono per i piedi e le spalle all'interno della trattoria, certo per stenderla su un divanetto. Fu avvertita la Questura di San Vitale, vennero un ispettore e due militi. Si provvide alle operazioni di rito, chiuse col trasporto della salma all'obitorio. Anche la donna, appena ripresasi dal mancamento, fu accompagnata all'ospedale per accertamenti. Serata tragica. Città senza sguardo.

La mostra di Correggio e del Parmigianino alle Scuderie del Quirinale si sarebbe chiusa tra una settimana. La donna, sconvolta nella sua repentina vedovanza, fu come spinta irresistibilmente a fare una verifica. Si recò in galleria immersa in una sensazione di solitudine atroce, salì lentamente le agevoli rampe che immettono al primo piano, come cieca passò in rassegna le opere dei due artisti, si fermò davanti al tratto di parete dove ricordava fosse esposto il Ritratto di uomo con libro e incontrò il vuoto. Al posto del dipinto c'era un'avvertenza: L'opera del Parmigianino è stata restituita per restauro alla York Art Gallery. Ci scusiamo con i gentili visitatori.

Maggio 2016