Le parole fra noi

CINQUE ODI DI ORAZIO

Traduzione di Fulvio Pauselli

I, 9
Vides ut alta stet nive candidum
Soracte, nec iam sustineant onus
Silvae laborantes, geluque
Flumina constiterint acuto.

Dissolve frigus ligna super foco
Large reponens atque benignius
Deprome quadrimum Sabina,
O Thaliarche, merum diota.

Permitte divis cetera; qui simul
Stravere ventos aequore fervido
Deproeliantis, nec cupressi
Nec veteres agitantur orni.

Quid sit futurum cras, fuge quaerere et
Quem fors dierum cumque dabit lucro
Adpone, nec dulcis amores
Sperne puer neque tu choreas,

Donec virenti canities abest
Morosa. Nunc et campus et areae
Lenesque sub noctem susurri
Composita repetantur hora;

Nunc et latentis proditor intimo
Gratus puellae risus ab angulo
Pignusque dereptum lacertis
Aut digito male pertinaci.

I, 9
Guarda il Soratte coperto di neve
Candida e spessa, le foreste oppresse
Da un carico gravoso, i fiumi resi
Immobili dal gelo penetrante.

Combatti il freddo alimentando il fuoco,
Taliarco mio, con legna in abbondanza,
Versa il vino dall'anfora sabina
Senza risparmio, vecchio di quattro anni.

A tutto il resto pensino gli dèi,
Grazie ai quali, placata la violenza
Dei venti sopra il mare tempestoso,
Più non tremano frassini e cipressi.

Dell'avvenire non curarti: i giorni
Concessi dalla sorte sono un dono;
Le danze e i dolci amori non sdegnare,
Ragazzo, sino a quando il tuo vigore

Risparmierà la vecchiaia tediosa.
Ora è il tempo del campo e delle piazze,
Dei teneri sussuri nella notte
All'ora convenuta, dell'amabile

Riso che ti rivela una ragazza
Nascosta in un angolo appartato;
Del pegno a lei sottratto dalle braccia
O dal dito, che poca forza oppone.

***

I, 11
Tu ne quaesieris - scire nefas -, quem mihi, quem tibi
Finem di dederint, Leuconoë, nec babylonios
Temptaris numeros! Ut melius, quidquid erit, pati,
Seu pluris hiemes seu tribuit Iuppiter ultimam,
Quae nunc oppositis debilitat pumicibus mare
Tyrrhenum: sapias! Vina liques et spatio brevi
Spem longam reseces! Dum loquimur, fugerit invida
Aetas: carpe diem, quam minimum credula postero.

I, 11

Non chiedere Leucònoe (porta male)
Quale fine ci serbano i celesti;
Lascia stare gli oracoli caldei.
Serenamente accetta l'avvenire
Sia che ti accordi Giove molti inverni
O che l'ultimo sia questo che ora
Strema il tirreno contro gli scogli.
Pensa bene: sia limpido il tuo vino
E moderata sia la tua speranza.
Mentre parliamo fugge il tempo infame;
Non pensare al domani: vivi adesso.

***

II, 14
Eheu fugaces, Postume, Postume,
Labuntur anni, nec pietas moram
Rugis et instanti senectae
Afferet indomitaeque morti,

Non si trecenis quotquot eunt dies,
Amice, places illacrimabilem
Plutona tauris, qui ter amplum
Geryonen Tityonque tristi

Compescit unda, scilicet omnibus
Quicumque terrae munere vescimur
Enaviganda, sive reges
Sive inopes erimus coloni.

Frustra cruento marte carebimus
Fractisque rauci fluctibus hadriae,
Frustra per autumnos nocentem
Corporibus metuemus austrum:

Visendus ater flumine languido
Cocytos errans et danai genus
Infame damnatusque longi
Sisyphus aeolides laboris.

Linquenda tellus et domus et placens
Uxor, neque harum quas colis arborum
Te praeter invisas cupressos
Ulla brevem dominum sequetur.

Absumet heres caecuba dignior
Servata centum clavibus et mero
Tinget pavimentum superbo,
Pontificum potiore cenis.

II, 14
Ahi quanto veloci, Postumo, Postumo,
Corrono gli anni: non c'è devozione
Che possa ritardare la vecchiaia
E le rughe o la morte inesorabile.

Nemmeno con trecento tori al giorno
Si potrebbe placare l'inflessibile
Plutone che Tizio e Gerione, mostro
Tre volte, imprigiona dentro i confini

Della mesta palude che da tutti
Noi, nutriti dei frutti della terra,
Sovrani o contadini miserabili,
Dovrà essere un giorno attraversata.

Invano scamperemo dalla guerra
O dalle tempeste dell'Adriatico;
D'autunno invano ci proteggeremo
Dal vento maligno del meridione.

Tutti vedremo la pigra corrente
Del tetro Cocito, la stirpe infame
Delle Danaidi, l'Eolide Sìsifo
All'eterna fatica condannato.

Dovremo tutti abbandonare il mondo,
La casa e la sposa; soltanto i cipressi
Lugubri, fra le piante che coltivi,
Seguiranno l'effimero padrone.

E il Cècubo tenuto sotto chiave
Sarà gustato da un più degno erede
Che spargerà sul pavimento un vino
Più pregiato di quello dei pontefici.

***

III, 13
O fons Bandusiae splendidior vitro,
Dulci digne mero non sine floribus,
Cras donaberis haedo,
Cui frons turgida cornibus

Primis et venerem et proelia destinat.
Frustra: nam gelidos inficiet tibi
Rubro sanguine rivos
Lascivi suboles gregis.

Tu flagrantis atrox hora Caniculae
Nescit tangere, tu frigus amabile
Fessis vomere tauris
Praebes et pecori vago.

Fies nobilium tu quoque fontium
Me dicere cavis impositam ilicem
Saxis, unde loquaces
Lymphae desiliunt tuae.

III,13
Fonte Bandusia, più tersa del vetro,
Degna d'omaggio di vino e di fiori,
Domani immolerò per te un capretto
Cui sono appena spuntate le corna,

Vano preludio alle guerre d'amore;
Difatti le tue gelide correnti
Diventeranno rosse per il sangue
Del nuovo nato del gregge lascivo.

Quando più ardente brucia la canicola
Con grato inalterato refrigerio
Ristori i bovi stremati dal vomere
E le pecore stanche del cammino.

Sarai tu pure una sorgente illustre
Grazie alle mie parole che ricordano
Il leccio che copre l'antro da cui
Zampillano le tue garrule acque.

***

III, 30
Exegi monumentum aere perennius
Regalique situ pyramidum altius,
Quod non imber edax, non aquilo impotens
Possit diruere aut innumerabilis

Annorum series et fuga temporum.
Non omnis moriar multaque pars mei
Vitabit Libitinam; usque ego postera
Crescam laude recens, dum Capitolium

Scandet cum tacita virgine pontifex.
Dicar, qua violens obstrepit Aufidus
Et qua pauper aquae Daunus agrestium
Regnavit populorum, ex humili potens,

Princeps Aeolium carmen ad Italos
Deduxisse modos. Sume superbiam
Quaesitam meritis et mihi Delphica
Lauro cinge volens, Melpomene, comam.

III, 30
Un monumento eterno più del bronzo
Ho eretto, grande più delle piramidi,
Immune dalla pioggia che corrode,
Dalla furia dei venti e dalla fuga

Del tempo senza fine. Non morrò
Del tutto, in parte scamperò alla morte
E crescerà nel tempo la mia gloria
Sin quando il Campidoglio ascenderà

Con la tacita vergine il pontefice.
Si dirà che, da umile famoso,
Dove l'Ofanto scroscia e, privo d'acqua,
Dauno regnò su genti agresti, primo

Ho modulato i canti dell'Eolia
Nell'italico idioma. Quest'onore
Riconosci al mio merito, Melpomene,
E corona la mia fronte d'alloro.