Speciale 25° PREMIO FERONIA - CITTA' DI FIANO

Saggistica

CHIARA SARACENO

di Valentini

Continuo a provare, ogni volta che apro un nuovo libro di Chiara Saraceno, quel senso di sorpresa, di curiosità che aveva accompagnato la mia lettura, credo una trentina di anni fa, del suo saggio "Sociologia della famiglia". Dove improvvisamente avevo incontrato un'analisi asciutta e rigorosa sui modi di far famiglia in Europa e altrove, sui ruoli delle donne, sui rapporti fra sessi e generazioni. La fase alta del femminismo era finita da un pezzo in Italia, ma non c'era ancora una saggistica che avesse la voglia o la capacità di affrontare in un'ottica di ricerca sul campo i temi portati alla luce dal movimento delle donne. In quelle pagine, per la prima volta incontravo invece qualcosa di simile. Devono essere stati in tanti a pensarla nello stesso modo se "Sociologia della famiglia" da allora aveva avuto altre sette edizioni ed era stata tradotta in svariate lingue, compreso il portoghese.

Aiuta a capire l'importanza di Chiara Saraceno la sua stessa, originale storia professionale. Quando era arrivata all'università, all'inizio degli anni '60, la facoltà di sociologia ancora non esisteva. E infatti Saraceno era andata a prendersi una laurea in filosofia teoretica alla Cattolica di Milano, dove era rimasta per un paio d'anni, tranquilla e disciplinata assistente volontaria. Fino a quando era esplosa la contestazione, iniziata proprio alla Cattolica, teatro della prima occupazione. La giovane Saraceno era stata in prima fila nella protesta, attirandosi l'ostracismo delle autorità accademiche. In compenso un brillante docente dell'ateneo, Francesco Alberoni, chiamato nel frattempo a dirigere la facoltà di sociologia di Trento, le aveva chiesto di seguirlo assieme a un gruppo di studenti fra i più dotati.

Come la stessa Saraceno ha raccontato in un'intervista alla collega Manuela Naldini, a Trento aveva avuto inizio la sua passione per la sociologia, un sapere ancora in fieri. Ma non all'ombra di Alberoni. Il futuro autore di "Innamoramento e amore", il teorico della psico- sociologia non aveva attratto la Saraceno. Che aveva scelto invece come riferimento un altro docente dell'ateneo trentino, il meno famoso ma più rigoroso Agopik Manoukian, uno dei primi sociologi della famiglia in Italia. A suo fianco aveva scoperto sociologi poco frequentati da noi come gli americani William Goode e Peter Laslett, studioso di demografia storica, costruendosi le sue competenze anche attraverso gli studi e le ricerche sul campo.

A completare il back ground di Saraceno c'era stato l'incontro con il femminismo. La partecipazione al movimento delle donne l'aveva spinta a indagare con gli strumenti della sociologia sulla condizione femminile, tema allora poco frequentato anche dagli studiosi suoi coetanei, in buona parte maschi, più interessati ai conflitti di classe che a quelli di genere. Eppure in quegli anni le donne erano al centro di scontri politici violenti che scuotevano la società, dal divorzio alla contraccezione all'aborto. La carenza di dati e di materiali di studio era drammatica, ha ricordato Saraceno, che aveva vissuto con una passione speciale l'impegno a mettere a punto anche assieme ad altre studiose e studiosi gli strumenti necessari.

L'altro grande tema che sarà più tardi centrale nelle sue ricerche è quello della povertà. Chiamata nel 1985 a far parte della prima Commissione d'Indagine sulla povertà e l'emarginazione presieduta da Ermanno Gorrieri anche se non si era mai occupata dell'argomento ("Dovevo rappresentare il punto di vista delle donne, si stava cominciando a parlare a livello internazionale di femminilizzazione della povertà») Saraceno si era buttata a studiare la materia con le energie di una studentessa. Proprio il tema della povertà e delle politiche per contrastarla l'avrebbe proiettata in seguito sulla scena internazionale, dove ha fatto parte di un importante Osservatorio europeo, coordinato alcuni progetti ed è stata cooptata come membro straniero nella prestigiosa British Acadedemy. Questo spiega anche perché, una volta lasciata per limiti di età la sua cattedra di sociologia della famiglia a Torino, ha potuto permettersi di cambiare nazione, entrando come professore di ricerca al prestigioso Istituto di Ricerca Sociale di Berlino. Si può dire insomma che sia diventata in un certo senso più famosa all'estero che in Italia, dove non sempre le aveva giovato la sua fama di femminista, perdipiù di sinistra.

Quanto sia stato comunque importante e ricco di risultati il percorso della mancata filosofa Chiara Saraceno lo si misura bene oggi, a giudicare dai suoi tanti libri e ricerche, strumenti preziosi per interpretare, ma anche regolare e correggere ingiustizie vecchie e nuove. E lo si verifica spesso nei suoi puntuali commenti sul quotidiano "La Repubblica".

Fra i testi degli ultimi anni, presi in considerazione per l'assegnazione del premio Feronia per la saggistica, ricordiamo "Coppie e famiglie. Non è questione di natura" (Feltrinelli 2016), dove la famiglia viene vista come un campo sociale in continua ristrutturazione, un luogo denso di norme e di conflitti sui diritti e doveri che ne derivano per i suoi componenti. E dove anche nelle società democratiche (per non parlare di quelle autoritarie) capita spesso che ai desideri delle persone vengano contrapposti i veti e le pressioni delle tradizioni e delle religioni.

Una visione approfondita e aggiornata sui cambiamenti più recenti viene dall'ultimo polemico libro della Saraceno, "L'equivoco della famiglia" (Feltrinelli, 2017) , dove sono in primo piano le famiglie "nuove", "diverse" che reclamano diritti uguali a quelli delle famiglie tradizionali: come le coppie omosessuali recentemente riconosciute ma limitate nell'adozione e nel riconoscimento dei figli del partner. Come le coppie della fecondazione assistita e ancor di più dell'utero in affitto, sottoposte a varie restrizioni.

Anche alle figure in trasformazione dei genitori, in bilico fra stereotipi e cambiamento, Saraceno ha dedicato un libro significativo, "Mamma e papà. Gli esami non finiscono mai" (Il Mulino, 2016). Tratta invece dell'ingiustizia davanti alla legge, oltre che nella scuola e nel lavoro, "Cittadini a metà. Come hanno rubato i diritti degli italiani" (Rizzoli,2012) dove non solo le donne e i giovani ma anche gli anziani, gli omosessuali, i "diversi" di ogni genere devono subire le ingiustizie di un paese "fondato sulle disuguaglianze" da cui sta diventando sempre più difficile liberarsi.