LEGGERE IL NOVECENTO

CÉLINE E L’ANTISEMITISMO

di Marco Fagioli

Il limite del libro sta nel fatto che all'ampiezza della documentazione non risulta unita l'indispensabile 'veduta da lontano' che Lev Tolstoj poneva quale prerogativa della decrizione letteraria-storica. In nome della "vérité historique" i due autori finiscono per interpretare i documenti partendo da un presupposto ideologico che finisce per non cogliere la specificità della scrittura céliniana.

Céline, la race, le Juif. Légende littéraire et vérité historique (Fayard, Paris, 2017) di Annick Duraffour e Pierre-André Taguieff è senza dubbio un libro tra i più 'monumentali' dedicato dalla critica al rapporto tra la scrittura e l'ideologia di Louis-Ferdinand Céline.

Con le sue settecentosessantotto pagine di saggio e le sue trecentottantasei pagine di apparati, note al testo, bibliografia e indici, per un totale di millecentosessantacinque pagine esclusa la table des matières, dovrebbe costituire la prova definitiva su quella complessa questione del rapporto tra ideologia e opera letteraria dello scrittore più controverso dell'Europa del Novecento, una sorta di anamnesi, diagnosi e impossibile prognosi di quel grande e terribile malato antisemita che Céline sembra essere stato.

Eppure, senza anticipare le conclusioni di una lettura attenta di questo libro, è proprio il suo aspetto monumentale che fa sorgere un primo dubbio: se il carattere fortemente antisemita dell'opera di Céline, le sue responsabilità ideologiche, culturali e politiche, oltre quelle primariamente etiche, è una vérité historique così incontrovertibile, per quale ragione occorre un numero così spropositato di pagine per dimostrarne la validità? Si potrebbe fare un paragone con altre biografie monumentali dedicate a degli scrittori moderni, come quella di Richard Ellmann su James Joyce (1959), o quella di George D. Painter su Marcel Proust (1959), ma il paragone sarebbe scorretto non solo perché questo Céline, la race, le Juif non intende essere quella che si chiama una biografia letteraria, ma perché la struttura del libro pare ben più ambiziosa, ed è quella di costituire un disegno completo dell'antisemitismo francese dalla fine dell'Ottocento alla Seconda Guerra mondiale.

Nella struttura del libro si avverte, e ciò di per se non sarebbe negativo, la presenza di temi e analisi già esperiti da Pierre-André Taguieff in altri suoi libri, quali La Coluleur et le Sang. Doctrines racistes à la française (1988) e in particolare L'Antisémitisme de plume 1940-1944 (1999), nei quali erano stati messi a fuoco alcuni elementi del pensiero antisemita che tornano in questo Céline, la race, le juif. E se una larga parte di questo libro si occupa - ed è giusto - del rapporto tra il pensiero antisemita di Céline e la tradizione dell'antisemitismo francese, dal padre storico Édouard Drumont a quello dei fratelli Tharaud, il loro L'Ombre de la Croix fu pubblicato nel 1917, anno della morte di Drumont, e poi delle "propaggini" letterarie antisemite di Charles Maurras, Léon Daudet, Marcel Jouhandeau, Henri Béraud, per delineare quanto Celine abbia in comune con questa "cultura", dall'altra non si afferra come tale cultura in modo minore o più velato contaminò anche scrittori di sinistra e antinazisti.

Successivamente a questo antisemitismo tardo ottocentesco Céline viene posto in rapporto con l'antisemitismo dei suoi contemporanei, Paul Morand, Henry de Montherlant e i collaborazionisti Robert Brasillach e Pierre Drieu La Rochelle. Rispetto a tutti questi autori antisemiti il giudizio di Duraffour e Taguieff è categorico: "Avec Bagatelles et L'École de cadavres, qui dépassent en violence les écrits antijuifs de Charles Maurras et de Léon Daudet, voire ceux de Marcel Jouhaudeau ou d'Henri Bérard, Celine fait un pas décisif en direction des professionnels de lapropagande antijuive, étrangers au monde des litterateurs et des écrivains. Il se rapproche des folliculaires qui, tels Jean Drault, Lucien Pemjean, Urban Gohier ou Henry Coston, se présentent le plus souvent comme des disceples ou des héritiers d'Édouard Drumont" (Céline, la race, le Juifs, cit., p. 91).

Ora, volendo correttamente esaminare il problema dell'antisemitismo nella cultura francese dall'affaire Dreyfus (scoppiato il 6 ottobre 1894) al socialismo nazionale e antisemita di Drumont, sino alla caduta finale del governo di Vichy, si dovrebbe prendere in esame anche il rapporto che questa cultura antisemita ebbe con la storia economica della Francia dalla metà dell'Ottocento, con la critica sindacale della democrazia, con la depressione economica degli anni 1884-1898, con il peso delle gerarchie burocratiche sociali e istituzionali, infine con la tendenza illiberale del 'cesarismo', aspetti tutti questi che influirono fortemente sul costituirsi dell'antisemitismo di massa.

L'opera di Duraffour-Tagoieff, tutta concentrata com'è sulla storia della cultura de plume sembra dimenticare queste connessioni, che poi sono alla base di uno degli elementi centrali dell'antisemitismo di Céline, l'identificazione degli ebrei con la plutocrazia economica internazionale, l'idea dello stretto rapporto tra ebrei e potere finanziario, e quindi con la borghesia ricca. Idee queste, si dirà, tutte tipiche anche dell'antisemitismo nazista e del populismo fascista, ma che pure avevano attecchito in alcuni settori della sinistra e in ampi strati della classi lavoratrici. Altrimenti non si spiegherebbero le basi di massa del nazismo in Germania e del fascismo in Italia.

Nella cospicua bibliografia del volume pare assente un libro del 1995 che pure ha trattato la questione dell'antisemitismo da un punto di vista storico-economico, L'ordine della Gerarchia. I contributi reazionari e progressisti alle crisi della democrazia in Francia. 1789-1914 di Michele Battini. Ma se non si afferra questo nodo genetico, che l'antisemitismo del Novecento in Francia affonda le sue radici nella crisi economica e culturale della democrazia così come era stata fino agli inizi del secolo, non si può capire la complessità del fenomenoo antisemita e si finisce per vedere i deliri delle Bagatelles céliniane come il prodotto non della crisi profonda di una cultura democratica e sociale, ma come il frutto malato di un razzismo congenito dello scrittore, con il risultato di confondere la letteratura e la storia culturale cono uno schema ideologico, con una scelta politica che anticipa ed è pregiudiziale all'analisi dei testi.

Alla ferma condanna etica e politica dell'antisemitismo bisogna unire un'attenzione seria alle sue basi di massa e ai meccanismi culturali, intesi in senso storico-antropologico, che ne hanno permesso la diffusione e il suo ripresentarsi in più fasi della storia moderna. Un passo, questo, che i cosiddetti 'revisionisti' della storia del nazismo e del fascismo hanno compiuto, come George L. Mosse, Ernst Nolte o Renzo De Felice, autori tutti stranamente assenti nella trattazione di Duraffour e Taguieff. Il limite rilevante del loro libro sta nel fatto che all'ampiezza della documentazione non risulta unita quell'indispensabile 'veduta da lontano' che Lev Tolstoj poneva quale prerogativa della decrizione letteraria-storica. In nome dela "vérité historique" i due autori finiscono per interpretare i documenti partendo da un presupposto ideologico che finisce per non cogliere la specificità della scrittura céliniana. Se è certo valido il principio, esposto nelle prime pagine del libro, di prendere giustamente le distanze da quella "frénésie apologétique" che ha pervaso "l'estrême gauche célinophile" e "l'extrême droite céliniste", tuttavia gli autori incappano loro stessi in una sorta di frenesia ideologica anticéliniana: "La publication des deux pamphlets antijuifs de Céline, Bagatelles pour un massacre et L'École des cadavres, marque une nette rupture avec l'antisémiteisme de salon des antijuifs mesurés, de bon ton ou 'de bonne compagnie': celui des frères Tharaud ou de Paul Morand, mais aussi celui, feutré, d'André Gide, de Paul Claudel, de Paul Léautaud, de Georges Duhamel, de Paul Valéry ou de Jean Giraudoux. La virulence célinienne, dans les pamphlets de 1937 et 1938, fait apparaître comme mesurés ou modérés les écrits antisémites de George Bernanos, de Pierre Drieu la Rochelle ou de Robert Brasillach dans les années 1930" (Céline, la race, le Juif, cit., pag. 90)... Qui Céline non è dunque soltanto uno scrittore antisemita, ma una sorta di demone dell'antisemitismo, un 'genio del male' che avrebbe spinto l'antisemitismo serpeggiante nella letteratura francese tra le due guerre verso una "virulence" che oltrepassava quella di altri scrittori precedenti o contemporanei. E allora l'intera opera céliniana nasconderebbe, dietro il finto artificio dello "style", la spazzatura ideologica razzista che anima il pensiero di Céline, la sua vita e dunque la sua scrittura.

I due autori sono espliciti in questa damnatio che dal Céline dei libelli antisemiti dilagherebbe nel resto della sua opera: "On est par ailleurs conduit, si l'on ose braver le conformisme idéologique et le snobisme culturel solidement installés en France, à voir l'oeuvre du dernier Céline, celui des années 1944-1960, dans ses procédés et ses ficelles - les rafales de points de suspension et d'exclamation -, qu'il est difficile de ne pas rapporter à la roublardise du personnage, déserté par l'inspiration, come voué à se répéter, voire à se caricaturer. Comment, en dépit de quelques moments poétiques, ne pas se lasser des cavalcades de Guignol's band? Comment ne pas sentir, souvent, le surplace répétitif et l'épuisement narratif de Féerie pour une autre fois ou de Rigodon? Oublions bien sûr L'Église (1927), 'oeuvre ratée' disait Malraux, confirmant ce que Céline lui-même pensait. Comment ne pas percevoir l'écho du vide derrière les trucs, les tics, les coquetteries argotiques, le relâchement syntatique affecté, les lâchers d'onomatopées et les grognements apprêtés des oeuvres tardives, faisant à certains égards écho aux pamphlets?

La posture de l''homme-du-peuple-en-colère', qui séduisait tant la gauche et l'extrême gauche entre 1932 e 1936, n'a pas seulement perdu toute crédibilité, elle est devenue ridicule. On sait trop de quelle manière Céline percevait le 'peuple', et combien il haïssait et méprisait la démocratie. La victoire électorale du Front populaire a provoqué chez lui une radicalisation antidémocratique. Simple rappel de ses réactions en 1937, dans Bagatelles pour un massacre: 'Le peuple? Jamais tant de loisirs, jamais tant picolé... [...] Le peuple souverain?... Mais depuis 93 il souveraine dans un alambic! Il en est jamais sorti! Il n'en sortira jamais!... [...] O le gouvernement du peuple pour le peuple, par la vinasse!' Céline résume ainsi dans Bagatelles sa vision du peuple, expressément contre-révolutionnaire: 'Les peuples toujours idolâtrent la merde [...]. L'imposture est la déesse des foules. [...] Je sais moi, ce qu'il a besoin le peuple, c'est d'une Révolution, c'est pas de dix Révolutions... Ce qu'il a besoin, c'est qu'on le foute pendant dix ans au silence et à l'eau! qu'il dégorge tout le trop d'alcool qu'il a bu depuis 93 et les mots qu'il a entendus... Tel quel il est irrémédiable! [...] Le peuple il exige du loisir et de la vinasse! avant tout" (Céline, la race, le Juif, cit., p. 27).

La lunghezza della citazione serve a capire il metodo critico degli autori: dal giudizio ideologico si passa alla valutazione della prosa di Celine e la si legge come modellata nei suoi caratteri negativi - "les trucs, les tics, les coquetteries argotiques, le relâchement syntatique affecté, les lâchers d'onomatopées" - che sono in ultima istanza il prodotto del suo antisemitismo, così come il successivo giudizio sul popolo - "Les peuples toujours idolâtrent la merde" è prodotto dal suo disprezzo verso la democrazia, reazione alla vittoria del Front populaire. Tuttavia, proprio qui si avverte la debolezza di un'analisi che parte dalla contestualizzazione politica per arrivare a definire i caratteri della scrittura di Céline: prima vengono le sue idee filonaziste e reazionarie, il suo delirante antisemitismo, e da questi discenderebbe poi il suo stile letterario. È una concezione, questa, del rapporto di subordinazione della scrittura letteraria alla visione politica di un autore, caratteristico di una critica falso-marxiana, che ha trovato il suo momento di fulgore proprio nella Russia di Stalin e dei paesi satelliti del comunismo reale. Una concezione che non riconosce all'operazione artistica la sua autonomia, che toglie alla scrittura il valore di linguaggio trascendente la condizione reale, le idee politiche, le virtù e i vizi, il corpo e i bisogni dello scrittore, una concezione abbandonata da tutta la critica moderna la quale ha affermato un metodo opposto: partire dal testo, dalla sua struttura, dai suoi caratteri espressivi opposti al codice rappresentativo del reale, dai condizionamenti della società e della cultura dominante. In modo che il significato profondo della letteratura non sia la sua capacità di aderire al reale, di descriverlo, di essere coerentemente legata alle regole che ogni cultura cerca d'imporre all'individuo, ma divenga invece un atto di libertà assoluta. Valutare la scrittura di Céline, dal Voyage a Rigodon, come il prodotto delle sue idee politiche sarebbe come valutare la scrittura di De Sade partendo dalla morale cattolica oppure valutare lo stile di Balzac muovendo dalle sue idee di monarchico legittimista.

In realtà, gran parte della narrativa novecentesca rappresenta una caduta rispetto ai valori morali e politici del proprio tempo, e questo non vale solo per Céline ma anche per altri autori, quali Jean Genet, Antonin Artaud, Georges Bataille fino a Michel Houellebecq; e, in Italia, per Pierpaolo Pasolini. Apparirebbe, questa, come una 'letteratura del Male'; ma essa è pari tempo una letteratura che denuncia il 'male in sé' presente.

Non si vuole, qui, riproporre la vexata quaestio del rapporto tra l'uomo e lo scrittore, del legame tra le sue idee, del suo modo di vivere nella società del suo tempo, che ha caratterizzato dei momenti della critica ottocentesca. Già nel Contro Sainte-Beuve Proust si opponeva a spiegare l'opera di uno scrittore partendo dalla sua biografia e in Italia la polemica sul rapporto tra struttura ideologica e poesia nella Commedia di Dante trovò motivo di riflessione in Benedetto Croce e nei Quaderni dal carcere di Antonio Gramsci.

Ma tutta la critica recente, dalla filologia storica di Erich Auerbach in Mimesis (1953) alla Scuola formalista russa, al Circolo di Praga, fino allo strutturalismo e al decostruzionismo, ha affermato la priorità del testo rispetto alla biografia e allo stesso contesto storico. Si tratta, insomma, di partire dalla specifica scrittura per arrivare alle idee, e non viceversa.

La letteratura si costituisce prima di tutto come scrittura e non come ideologia: che tale strada non sia stata quella intrapresa dagli autori di Céline, la race, le Juif appare lampante nelle pagine del loro libro e nei giudizi ivi espressi. Simile intreccio tra valutazioni ideologico-politiche e critica letteraria conduce al risultato per il quale anche se il libro raggiunge il fine di documentare e dimostrare in modo inconfutabile che Céline fu non solo un delirante antisemita, ma anche uno spregevole collaborazionista e perfino uno zelante delatore responsabile d'assassinio, l'analisi e il giudizio sulla sua opera letterararia non ne riporterebbe alcun risultato.

Non si può spiegare o definire il carattere della scrittura di un autore, chiunque egli sia, riducendone l'opera a un semplice prodotto ideologico: perché così facendo s'ignorerebbe il fondamento di ogni critica letteraria e artistica, secondo cui un testo si costituisce nella sua struttura ed espressione come atto autonomo rispetto alle convinzioni d'un autore e chiede di essere analizzato secondo criteri testuali e non certo politici. Vi può essere scrittura potentemente espressiva e di grande valore artistico perfino se l'autore esalta il supplizio, la tortura e l'assassinio: il valore artistico di un testo non dipende dalle idee e dai contenuti espressi, o perlomeno non solo, bensì da quanto il linguaggio letterario adoperato sappia raggiungere nella forma scritta il proprio fine espressivo.

Invece il libro di Duraffour-Taguieff confonde sistematicamente i due livelli di giudizio, quello etico-politico e quello letterario-artistico; e tale confusione diviene esemplare nel modo in cui viene collocato il rapporto tra due opere pubblicate da Céline nello stesso anno (1936), cioè Mea culpa e Mort à crédit: "À cela s'ajoutent des circostances biographiques: Céline parle à ses correspondants de l'effort atroce qu'a représenté l'écriture de Mort à crédit. Il n'est pas prêt à recommencer, d'autant que les critiques ne sont pas à la mesure du travail fourni ni du sentiment qu'il a d'una véritable réussite littéraire, d'autant aussi qu'il a exploité l'essentiel de sa matière narrative. Le lancement du livre, le 12 mai 1936, est tombé au plus mal: on est en pleines élections, la politique emporte tout. Il mène aussi un combat de réhabilitation et cherche à sortir de l'enlisement dans la 'grossièreté' et la 'pornographie' que produit la réception de Mort à crédit. Après ce long travail d'écriture, il pense à des 'petits boulots': il trouvera le pamphlet.Avec Mea culpa, paru en décembre 1936, Céline assume publiquement sa ruptureavec la gauche et se moque de son idéologie, de ses idéaux, de ses partisans. Après la sortie de l'ouvrage, si Céline se déclare libéré, c'est bien que le non-dit lui pesait. Il avait jusque-là ménagé tout le monde, entretenu l'ambiguïté autour de son personnage pour se faire accepter dans le monde littéraire. Mea culpa est un premier pas dans l'aveu. La dénonciation du tolitarisme, rapide, ne cache pas le rejet radical de tout progressisme. L'auteur se dérabasse de Bardamu, son double trompeur, sans renoncer toutefois en préambule à l'exécution des patrons et des privilégiés des bourgeois de 93 qui pillent le château et de leurs intellectuels 'bafouilleux'. Couplet propitiatoire, mi-joué mi-sincère. Tout en conservant le ton peuple et la posture antibourgeoise découverts dans l'écriture romanesque, Céline renoue le fil qui l'a conduit des lettres au père de 1916 aux testes sur les assurances sociales et la gestion de la santé publique de 1928, textes qui révélaient l'homme d'ordre aux convictions réactionnaires" (Céline, la race, le Juif, cit., p.650-651).

Da questa pagina appare evidente il meccanismo critico che i due autori hanno disposto relativamente alla scrittura di Céline: di Mea culpa interessa agli autori solo il carattere di "rupture avec la gauche et se moque de son idéologie, de ses idéaux, de ses partisans", mentre la "dénonciation du totalitarisme", che anticipa cronologicamente tutte quelle successive di Gide e di Köestler, viene vista solo come una maschera che copre "le rejet radical de tout progressisme". Così come la "posture antibourgeoise découverts dans l'écrit romanesque" maschera in sostanza "l'homme d'ordre aux convinctions réactionnaires" (ivi). Ora va detto con chiarezza che la scrittura céliniana non è mai finalizzata ad una ideologia, ad un compito politico, prezzolato col denaro dei nazisti o meno, ma è una scrittura che pone al proprio centro sempre - per usare una categoria istituita da Sartre nella sua Réflexions sur la question juive (1946) - l'"être en situation", posizione necessaria per pensare la condizione dell'ebreo e dunque anche del soggetto Céline considerato nella "sa situation sur lui" (J.-P. Sartre, op. cit., pp.64-65).

Paradossalmente, per criticare Céline come feroce antisemita si finisce per usare categorie di pensiero e di cultura, queste stesse medesime di natura 'diversamente razzista'. Estendere allora alla critica letteraria delle posizioni o degli assunti legati a personali punti di vista ideologici e solo a questi, significa negare alla scrittura il valore di "autonomia ed eteronimia" (per usare una formula di Luciano Anceschi) che la scrittura letteraria ha.

Noncuranti di tale rischio che percorre tutto il loro libro, i due autori finiscono per subordinare ogni loro giudizio sulla scrittura al loro presupposto ideologico: essere la scrittura di Celine il prodotto della sua ideologia reazionaria e antisemita: un errore, questo, mai compiuto dalla critica letteraria marxista seria e ancorata a un corretto metodo filologico. Per esempio, nessuno si sognerebbe, infatti, di analizzare i testi di un Kierkegaard, ideologicamente legati al suo essere "contro ogni ufficialità", come determinanti per il valore della scrittura dello stesso, quanto invece, seguendo un'illuminante indicazione di Lukács, come condizione interna al suo scrivere: "L'odio di Kiekegaard contro ogni 'ufficialità' (le istituzioni ecclesiastiche) rappresenta il necessario - europeo-occidentale - polo opposto al Cattolicesio: liberare la salvezza dall'individualità (casuale)" (György Lukács, Dostoevskij, SE, Milano, 2012, p. 45).

E dunque se non si può negare alla scrittura di Dostoevskij o di Kiekegaard il loro "être en situation", non si capisce perché lo si dovrebbe fare con Céline. Cosicché alla fine l'acribia, la ricerca scrupolosa, la precisione che sembra animare un libro come Céline, la race, le Juif, si trasforma in una sorta di dilagante, ossessiva acrimonia verso lo scrittore invalidandone il giudizio sull'opera.

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