Speciale Mario Lunetta

Catalogo degli scommettitori morti

Robin Edizioni 2013

di Mario Quattrucci

Un "romanzo teatrale" o una "tragicommedia" in cui, neppure questa volta, "la cifra plurale di un narratore come Lunetta" - uno dei grandi della nostra narrativa - "viene meno alla propria coerenza".

"... Non credeva che la materia e il corpo stesso dell'uomo avessero una reale consistenza. Pensava che la morte fosse una parola senza senso... Beh, io al contrario continuo a credere che la realtà esista, nel senso che tutto è realtà, anche i sogni, anche le idee: perché la materia assume continuamente nuove forme-sostanze, massicce o sottili.".Questo pensiero di stampo leopardiano (e wittgensteiniano, logicamente) è il pensiero di uno degli scommettitori morti: il filosofo della scienza Lucio d. M., di cui il protagonista del romanzo piange laicamente e a ciglia asciutte, ma con immensa sofferenza, la scomparsa.

Di lui vivo, ovviamente, e nel pieno della sua capacità di pensiero ma di lui a un passo, a un attimo da quella mutazione determinante della materia che chiamiamo morte. Ed ecco, dunque, quasi all'inizio di questo suo nuovo romanzo, ecco Lunetta riprendere quel dialogo con la morte che si può dire da sempre - ma specialmente da Montefolle - va conducendo, sempre più serrato, con la sua rara penetrante acribia di impenitente goloso amante e collezionista della vita.

In realtà, infatti, il catalogo di cui al titolo è molto di più e di diverso che un ricordo dolente di amici scomparsi (insieme a Lucio d. M. filosofo della scienza, Alfio V. scrittore ed artista e Tarcisio D. medico e scienziato) - i quali, iuxta il geniale Hammett, proprio in quanto scommettitori posti o saliti sul treno della notte non hanno più amici - ma un repertorio appassionato, un catalogo accoratamente ragionato e vissuto di tutto ciò, o di molto di ciò che appartiene alla vita, che fa parte della vita, che dà senso alla realtà della vita: materiale, o immateriale che sia.

Ciò che Lunetta scandaglia in questa sua nuova narrazione/ricerca del reale non è dunque la morte - della quale, sembra dirci, in fondo non si può scoprire un bel niente se non che è assenza e privazione (assenza di chi va, privazione del mondo) - ma la presenza di essa in ogni attimo dell'esistenza. Una presenza avvertita o no, ignorata per rimozione o, a volte, così sentita e attraente da essere corteggiata e addirittura volontariamente cercata, e che ti coglie perciò non al termine consacrato del tempo ma all'improvviso, a tradimento, nel mezzo del cammino, quando ancora molto, forse tutto, doveva essere fatto.

Il protagonista, narrato e narrante allo stesso tempo (e si comprenderà pagina dopo pagina la ragione di questa dinamica stilistica di forma e contenuto), è un attore e regista teatrale di grande talento e di vigorosa razionalità creativa. Messo davanti all'improvvisa e quasi contemporanea scomparsa dei suoi tre amici più consentanei e dialogici - l'artista, il filosofo, lo scienziato (allegorie di quelle tre forme del pensiero e della vita sociale?) - egli, Bobo Stracciavento, incalzato anche da una stravagante e mortuale (anch'essa) amica/amante dei tre, ci narra in un diario infuocato di una stagione (ma una stagione in cui sembra riassumersi e trovare risonanza compiuta la sostanza stessa della sua propria esistenza, e della propria consustanziale riflessione sul mondo) la sua personale scommessa: comprendere, resistere, vivere fin che il fiato della vita lo scaldi, porre nel fare l'unica speranza possibile.

La caduta, il disfarsi degli esseri, atomi della composizione generale della vita e del mondo - caduta e disfarsi che è nella natura materiale dell'essere - fa da contrappunto alla caduta, al disfarsi, de lo bel pianeta che d'amar conforta (e che Stracciavento-Lunetta ama di inconfortabile amore) e della miseranda Forma dell'Italia (todavia) - che sono invece, caduta e disfarsi, prodotti dell'uomo.

Il tono generale di questo racconto-diario, senza nemmeno una bava di elegia, è quello di un ironico rimpianto, o piuttosto di un lungo compianto conviviale intriso di joie de vivre (o almeno del gusto e della capacità di assaporare quanto la vita può dare al piacere: cibo e amore e sesso, e colori e aria e paesaggi, e memorie, e splendide prospettive di città e d'opere uscite dalle mani e dalla mente dell'uomo...) ma anche di rabbia. Una rabbia piegata, però, non alla disperazione ma alla volontà; al pessimismo della ragione, sì, ma rispondendo ad esso con l'ottimismo della volontà: con il fare.

E come il primo compito è comprendre - le ragioni di quelle scommesse, e insieme Der Stand der Dinge, lo stato delle cose - così l'artista Stracciavento (e, per interposta persona, il multimediale e polisemico Lunetta) applicano a questo compito lo strumento più acuminato eilluminante che hanno: la loro arte.

L'arte è (sia ricordato sulle ali dell'estetica di Della Volpe) forma di conoscenza del reale quanto lo è la scienza, da essa differenziandosi solo tecnicamente. L'arte è costruzione razionale, e non ineffabile creatura dell'ispirazione sentimentale. Con l'arte, dunque - nella fattispecie la creazione teatrale - agendo razionalmente nella fantasia e non portati dalla fantasia, si potrà forse dare un volto, anzi una rappresentazione possibile della realtà del presente. E Bobo Stracciavento-Lunetta (in questa costruzione giunto ad un punto tra i più architettati ed alti della sua narrativa) si dedica anima e corpo alla costruzione di uno spettacolo che per forma e contenuto possa dare risposta a quella esigenza di conoscenza: di anamnesi, di diagnosi e prognosi.

"Questo voglio da voi" - commette alla compagnia riunita, in un appello da Enrico V ad Azincourt o, piuttosto, da Cid davanti ai Mori - in una exhortatio che rimarrà nella nostra memoria per sempre - "perché lo voglio da me. Da me stesso. Sì, perché con questo spettacolo spettrale noi diamo un giudizio sul mondo, sulla sua malattia, sulla sua catastrofe cui sembra votato... E al tempo stesso sulla sua bellezza continuamente deturpata e offesa, in un gioco truccato di falsificazione, contraffazione, menzogna. Io voglio che voi portiate sulla spiaggia libera di Ostia il sentimento bruciante di questa catastrofe delittuosa."

E come la storia è un susseguirsi e intrecciarsi di tragedia e farsa, di farsa che quasi sempre volge in tragedia, di grandezze e miserie, di allegorie e derisioni, di sofferenze distribuite all'ingrosso e al minuto senza badare a spese, temperate per fortuna, quando avviene, dal sorriso delle buone cose; e come la vita è inestricabile insieme di pianto e riso, di voluttà e passione, di dolore e quiete, di miele e fiele... così lo spettacolo che Bobo-Mario monta in un crescendo spettacolare di invenzioni materiali e formali è l'invenzione di un impasto spericolato e geniale di due opere del grande Corneille: il dramma Le Cid, appunto, e la impasticciata commedia imperfetta e tragicommedia de L'illusion comique.

Bisogna leggerle, le pagine in cui Lunetta mette sul foglio la genesi e il farsi di quest'opera unica: bisogna leggerle, per intendere appieno di che passione artistica e di quale penetrante finezza stilistica sia fatta la maturità creativa di questo poligrafo materialista, espressionista, illuminato, durissimo e tenero indagatore della realtà sociale, storica, umana... Ma non il farsi di un testo teatrale - scene, battute, didascalie - Lunetta racconta, bensì, come in una spiegazione brechtiana fuori campo, il pensiero organizzante, l'intento razionale di dar vita - da una materia artistica e da un'opera d'arte, anzi due, che vale come tale anche ora e qui, in un tempo e in un luogo in cui "i suoi condizionamenti storici sono scomparsi" proprio in quanto capace di dirci qualcosa... la verità, o un frammento almeno di verità... sul mondo e sulla humana conditio - l'intento razionale di dar vita a una cosa totalmente nuova, a un'opera d'arte creata ex novo. La quale proprio per questo può dire oggi a noi, e potrà dire al mondo domani, la verità, o almeno un frammento di verità, sul farsi e disfarsi dell'esistenza. E sulle sue oblique, storiche e strutturali ragioni.

Vita essa stessa, però. Sulla quale incombe perciò catastrofe e morte.

La morte data, stavolta, nella sua forma più brutale e moderna: i colpi senza scampo della mafia che, privando lo spettacolo e il mondo di due magnifici attori naturali ed uomini rari, fanno calare un sipario di silenzio e di notte sulla gran mise en scène.

"Lo spettacolo più pieno di vita di qualsiasi altro", ed ora il più maledetto, è concluso. Amaramente il regista ne registra la fine, e la fine di sé come artista... peut-être.

Di sé collezionista di scommettitori morti, certamente. Perché "Ecco, comunque è finita. È finita. E il catalogo è questo".

Si chiude (forse) con queste parole, la scena del "romanzo teatrale" che è (forse) la più recente creatura di Mario Lunetta. Una nuova prova di altissima fattura, un testo d'audace complessa architettura, pensato da un ingegno sopraffino e fatto di materia vibrante o spessa, ora oscura e tenebrosa ora luminosa come i versi di Corneille, e di una forma che con tale materia s'immedesima fino a farne tutt'uno.

Un "romanzo teatrale" o una "tragicommedia" in cui, neppure questa volta, "la cifra plurale di un narratore come Lunetta" - uno dei grandi della nostra narrativa - "viene meno alla propria coerenza".