PER LA CRITICA

18 maggio-1 giugno 2017 - Plus Arte Puls

 Viale Mazzini, 1, Roma

CARLO FRISARDI, NEL SILENZIO DELLA PITTURA

di Ida Mitrano

Nel silenzio della pittura, personale di Carlo Frisardi a cura di Ida Mitrano e Rita Pedonesi. In esposizione oltre quindici dipinti, per lo più su tavola e di ampio formato, facenti parte di un ciclo pittorico che l'artista ha maturato e sviluppato dal 2014 ad oggi, dedicato ad una realtà tristemente attuale: l'esodo dei migranti.

La realtà cui Frisardi dà vita, più che rappresentarla, esprime da un lato la perdita di senso delle cose e dall'altro, l'attesa che qualcosa accadrà. Una tensione che connota le figure, i loro volti, i loro corpi, le loro emozioni. Non migranti come "categoria umana" ma uomini, donne, bambini con una loro storia che l'artista non racconta, ma quella storia vive nel silenzio della pittura. In queste opere c'è il dramma di ieri, il dramma di oggi, il dramma di sempre. Il dramma di un'umanità ferita e del suo carnefice che è l'uomo stesso. Questo è il grande dolore di cui Frisardi è testimone e che rende le sue figure fantasmi, ombre. Non hanno più passato, né futuro, né tanto meno un presente. In quel limbo di terra, in quel luogo non luogo, in un tempo fuori dal tempo, sono intrappolate nel nulla, tra la vita e la morte. Presenti e, al tempo stesso, assenti. Reali e, al tempo stesso, irreali, accettano il loro destino. E continuano a credere nella vita. Ma dov'è la vita? Forse in quegli abbracci, nello stringere a sé quei bambini? Forse nell'urlo soffocato davanti al filo spinato, o nelle mani protese verso l'ignoto? Forse sì, perché è la vita che cerca di cogliere l'artista, anche quando c'è la morte. Quei gesti, quegli abbracci, perfino quel cielo stellato non sono escamotage per creare pathos. Sono la vita.

Questa pittura è tutt'altro che cronaca. E non c'è nessun pietismo. C'è altro. Qualcosa di cui quelle figure sono espressione. La dignità. Una dignità che è intoccabile. Una dignità che resiste a ogni negazione dell'essere. Frisardi vive di silenzi, di ascolti. Questo rivela la sua pittura, anch'essa silenziosa. Pittura, dove la vita non fa rumore, ma è. L'artista guarda dentro e oltre. Guarda all'essere. Ogni figura è cercata e amata. Rispettata. E c'è un muto dolore nel dare forma a quei corpi privati d'identità e resi merce umana dall'uomo stesso. Ma, anche se oppressioni, soprusi, violenze hanno sempre caratterizzato la storia, ciò non legittima tali azioni. Quelle figure, dunque, con la loro presenza affermano il loro diritto a esistere nonostante tutto. Sono i testimoni 'scomodi' dell'onnipotenza dell'uomo sull'uomo, che Frisardi pone là, davanti ai nostri occhi, perché avverte un dramma ancora più grande. Ne percepisce i sintomi. Sono i sintomi di un mondo mutato nei suoi fondamenti primari, dove tutto coesiste, dove vita e morte non hanno più alcun valore, dove non c'è più una condivisione collettiva dell'esistenza nella sua complessità. Di fronte all'incalzare frenetico della quotidianità, la complessità appare un fardello inutile, una zavorra che rallenta lo scorrere pragmatico della vita, così come quei testimoni, che sono sì i testimoni di un dramma che si compie ogni giorno, ma sono soprattutto i testimoni del senso dell'umano e della sua resilienza. Il senso della vita. Il senso del "viaggio".