Acta Diurna - Malablogghe

Berlusconi non se n’è mai andato

di Aldo Pirone

"Silvio, torna l'impresentabile" così, ieri, "la Repubblica" titolava un articolo di Sebastiano Messina su Berlusconi. E' da un po' di tempo che, in crescendo, commentatori politici amici, fans, idolatri oppure detrattori, chi con gioia e chi con allarme, segnalano che "Lui" è "di nuovo" politicamente in campo.

Di nuovo? Ma perché, quando mai ne è stato fuori? Nel 2011, dopo la caduta del suo governo, partecipò alla maggioranza trasversale che sosteneva il governo "tecnico" di Monti imposto da Napolitano. Anzi fu lui che ne determinò la caduta, lasciando con il cerino in mano il povero Bersani che aveva dato la "sua parola" al capo dello Stato - così giustificò lo strenuo appoggio -, dimenticandosi di quella che aveva dato, ben prima, agli elettori di sinistra. Poi, dopo l'esito delle elezioni del 2013, non felice per FI ma piuttosto infelice per il PD, obliate all'istante le accuse ricorrenti di golpe verso il Presidente Napolitano, si acconciò subito, pur di non essere fuori dal tavolo, alle "larghe intese" attorno a Enrico Letta. Un accordo fortemente voluto dall'emerito Presidente appena rieletto quasi all'unanimità da gran parte dei parlamentari, tra cui molti miracolati dal "porcellum", che tutto volevano e a tutto sarebbero stati proni pur di non andare a casa con nuove elezioni. Poi sopravvenne l'incidente della condanna definitiva da parte della Cassazione per frode fiscale. Silvio prese cappello - anche a lui talvolta succede - e si mosse per mettere in crisi il governo perché né il volenteroso Napolitano né Letta volevano o potevano fornirgli quella salvaguardia da lui richiesta per evitare la pena dei servizi sociali in quel di Cesano Boscone decretata dai giudici. Berlusconi, abituato a comprare i giudici, non sa che cosa sia la divisione dei poteri nei paesi occidentali e crede - in verità non è il solo nel triste panorama dei politici attuali - che la politica possa aggiustare ogni cosa e aggirare anche la legge. Il pervicace tentativo di ricattare il governo con la minaccia di sottrargli il suo appoggio, invece di mettere in crisi il Letta nipote, incrinò il suo partito da cui si staccò il prode Alfano per garantire i voti necessari all'esecutivo. Alla fine della prova di forza il Cavaliere, isolato, vota anche lui in Senato la fiducia a Letta. Per dire della solidità dei suoi princìpi o, per meglio dire, della sua faccia tosta.

Era il 2 ottobre 2013. Il 27 novembre decade da senatore. Sembra politicamente finito. Ma quando mai! Passano poche settimane e viene richiamato in servizio attivo da Renzi che lo nomina addirittura padre costituente con il "patto del Nazareno". Insieme, sotto l'alta e vigile protezione di Napolitano, si mettono d'impegno a sfasciare la Costituzione e a fare una nuova legge elettorale, l' "italicum", incostituzionale come quella precedente. Però, di nuovo, Silvio si sente tradito dall'elezione a Presidente di Mattarella. Renzi probabilmente gli aveva promesso altro, ma anche lui si è dovuto arrendere alla vecchia cordata dei popolari, unita alla minoranza di sinistra ex DS. Berlusconi va in escandescenze e fa finta di dar fuoco alle polveri della rottura con Renzi. E' solo "ammuina". Ammaestrato dalla precedente amara esperienza dell'autunno 2013 con il governo Letta, lascia a presidiare i suoi interessi il fido Verdini che, infatti, fornirà ogni appoggio sopra e sotto banco al "rottamatore" di Rignano sull'Arno. Anzi, la nuova collocazione di formale opposizione consente pure al condannato Berlusconi, dopo averla partorita insieme alla Boschi, di prendere le distanze dalla riforma costituzionale e, alla fine, fiutato il vento contrario che tira nel paese, votare NO al referendum.

Ma l'entente cordiale con il PDR non finisce lì. Berlusconi sta a vedere, speranzoso, se Renzi si riprende il partito liberandosi dalla zavorra della sinistra, per altro assai malmessa di suo. Il rignanese supera la prova e con lui e Salvini l'ex cavaliere di Arcore ci fa la nuova legge elettorale fatta su misura per se medesimo. In base ai risultati, infatti, potrà scegliere se rifare la "larga intesa" con Renzi, come ardentemente spera quest'ultimo, oppure aderire a un "governo del Presidente", oppure ricapeggiare, un centrodestra unito ma con Salvini e Meloni sottoposti ai suoi voleri e, soprattutto, interessi anche senza essere candidato per il divieto della legge Severino. Sì perché la vera bussola del "grande imprenditore" è sempre stata questa. Sono gli altri che o non l'hanno capito oppure l'hanno nascosto anche a se stessi, oppure hanno pensato di poterlo giocare. E' una bussola che indica sempre una rotta: mai stare fuori dalla cerchia del potere. Per questo scopo adottare ogni geometria variabile, farsi concavo e convesso, almeno finché gli altri glielo consentono. Bipolarista e alternativo finché gli è convenuto, ora a Berlusconi conviene, nel tripolarismo, l'accordo con chiunque gli assicuri l'intangibilità della "roba".

Mentre i grandi columnist dell'establishment giornalistico, amici e avversari del signore di Arcore, si diffondevano sul suo "ritorno" manco fosse il redivivo Edmond Dantes conte di Montecristo, è uscito il dispositivo della sentenza di prescrizione della Corte di Appello di Napoli - l'ottava fra tutte quelle collezionate dall'ex cavaliere - sulla compravendita dei senatori, in particolare del reo confesso Sergio De Gregorio dell'Idv. L'acquisto, com'è noto, diede subito un colpo alla stabilità del governo Prodi uscito vittorioso, anche se di pochissimo, nelle elezioni politiche del 2006. Il dispositivo dice che "Berlusconi ha agito, pacificamente, come privato corruttore e non come parlamentare nell'esercizio delle sue funzioni". Nella sentenza di condanna per frode fiscale i giudici gli avevano già riconosciuto "una naturale capacità a delinquere". Vi fu poi la sentenza sul suo braccio destro Dell'Utri che sconta nelle patrie galere la condanna per "concorso esterno in associazione mafiosa", nella quale i giudici assodarono, scrivendolo, il rapporto di Berlusconi con la mafia fin dagli anni '70.

In altri paesi occidentali un personaggio così sarebbe già obliato da tempo. Espulso dalla politica per assoluta mancanza di etica. Qui da noi no. Perché gran parte della classe politica e dell'establishment manca di dirittura morale. Perciò continueranno a farci accordi sopra e sotto il tavolo. La giustificazione ce l'hanno già presentata nel 2013 e nel 2014: "Purtroppo prende i voti dagli italiani". Quel "purtroppo" ha scandito ogni opportunistico accomodamento, ogni vergognosa intesa, ogni immorale connubio. Ma anche quel finto rincrescimento ammantato dal solito finto "realismo politico" vedrete che cambierà. Il "grande corruttore", come lo giudica la magistratura, è già dimenticato. Torna a essere, per comodità, "il grande imprenditore" che in verità non è mai stato essendosi fatto strada con le armi del mercimonio e della corruzione.

Per chi si accinge, dopo le elezioni politiche, come il PDR e altri, a fare con Silvio nuovi affari politici, quel "purtroppo" si sta già tramutando in "per fortuna".