STORIA & POLITICA

Seminario di Futura Umanità

Facoltà di Filosofia della Sapienza

"100° Rivoluzione d'Ottobre" - 28/29 settembre 2017

BERLINGUER E LA TERZA FASE DEL MOVIMENTO OPERAIO. PRESUPPOSTI E CONDIZIONI DI UN NUOVO SOCIALISMO

di Paolo Ciofi

«Nell'Europa occidentale c'è ancora il capitalismo: il Pci vuole sempre liquidare il capitalismo?», domanda Eugenio Scalfari in un'intervista del 2 agosto 1978. «La risposta è sì», afferma Enrico Berlinguer. «Noi vogliamo arrivare a realizzare qui, nell'Occidente europeo, un assetto economico, sociale, statale non più capitalistico, ma che non ricalchi alcun modello e non ripeta alcune delle esperienze socialiste finora realizzate e che, al tempo stesso, non si riduca a riesumare esperimenti di tipo socialdemocratico, i quali si sono limitati alla gestione del capitalismo. Noi siamo per la terza soluzione, la quale è richiesta proprio dalla impossibilità di acquietarsi nella situazione mondiale odierna». Prosegue il direttore di Repubblica:«Volete liquidare il capitalismo. E la democrazia?». «Proprio per salvare la democrazia, per renderla più ampia, più forte, più ordinata possibile bisogna superare il capitalismo». «Essere coerentemente anticapitalisti vuol dire anche essere coerentemente democratici», risponde il segretario del Pci[1].

In queste poche battute vi è la sostanza di una visione strategica che, al di là di passaggi tattici talora discutibili, ha segnato con coerenza l'impegno politico di Enrico Berlinguer. Senza dubbio una delle personalità politiche più rilevanti del suo tempo: proprio per aver posto nel cuore del capitalismo avanzato, in Italia e in Europa, non in termini di ricerca specialistica o di un angoscioso "sogno" emozionale, ma di lotta sociale e politica che ha coinvolto milioni di donne e di uomini, il tema di una civiltà più avanzata oltre le colonne d'Ercole del sistema capitalista.Oggi considerate invalicabili pressoché dalla totalità dei partiti che in Europa si dichiarano di sinistra.

Di Berlinguer si ricordano soprattutto la denuncia della questione morale e la proposta del compromesso storico, ma la questione centrale che tutte le altre ricomprende, e che lo ha fatto emergere come un rivoluzionario moderno e innovatore sulle orme di Gramsci e di Togliatti, è l'assunzione del principio della trasformabilità del sistema come guida per l'azione. E dunque la ricerca delle condizioni, materiali e politiche, sociali e culturali, della trasformazione del capitalismo in una civiltà superiore nel mondo di fine Novecento. Berlinguer era un comunista che lottava per l'affermazione di un nuovo socialismo. In questo sta la sua diversità e la «principale diversità» del Pci rispetto agli altri partiti: in quanto i comunisti italiani, come egli stesso afferma, non rinunciano a lottare per il superamento del «meccanismo capitalistico».

«Si vorrebbero partiti di sinistra che di fatto si accontentano di limitare la loro azione a introdurre qualche correzione marginale all'assetto sociale esistente». Invece i comunisti italiani, secondo «due antiche e sempre vere espressioni di Marx», precisa il segretario del Pci, non rinunciano a costruire una società «di liberi e uguali» e a impegnarsi nella lotta degli uomini e delle donne per la «produzione delle condizioni della loro vita»[2]. In altri termini, Berlinguer, in una situazione storico-politica completamente diversa e prospettando soluzioni altrettanto diverse, affrontò lo stesso problema che prese di petto Lenin nel 1917 in uno dei Pesi più arretrati e più complicati del mondo: la costruzione di una società diversa da quella capitalistica.

In questo senso si può dire che sia stato un continuatore dell'opera del grande rivoluzionario russo sulla strada aperta dalla Rivoluzione d'Ottobre: proprio perché si è impegnato a fondo nella ricerca di un un'altra via e di un'altra idea di socialismo, corrispondenti alle condizioni storiche del suo tempo. Non si trattava di rinnegare Lenin e la rivoluzione d'ottobre, come chiedevano con insistenza Bettino Craxi, lo stesso Scalfari e compagnia, cancellando un evento che per la prima volta nella storia ha visto i subalterni rovesciare il potere del capitale e spezzare la catena dell'imperialismo con conseguenze epocali negli assetti del mondo.La storia - sottolinea polemicamente il segretario del Pci - «non si rinnega», «né la propria, né quella degli altri. Si cerca di capirla, di superarla, di crescere, di rinnovarsi nella continuità»[3].

Lenin, come ricorda ancora Berlinguer, contribuì a liquidare l'inconcludente settarismo dottrinario bordighista del nascente Pci, che, per usare la parole di Togliatti, stava trasformando il partito «in una setta rinsecchita di talmudisti, tagliati fuori da qualsiasi sviluppo degli avvenimenti». «Secondo una visione formalistica e giuridica della realtà», che da Hegel e da Marx tornava indietro a Kant e al kantismo. Come Lenin sviluppò e rinnovò Marx, osserva ancora Berlinguer, «così fecero Gramsci e Togliatti con Lenin; e così ci sforziamo di seguitare a fare noi»[4].

Un'opera continua di aggiornamento e di rinnovamento - aggiunge il segretario del Pci - da portare avanti «non rompendo con il proprio peculiare passato, non separandoci dal nostro retroterra, non recidendo le nostre radici, non facendo il vuoto alle nostre spalle», ma sviluppando il grande patrimonio accumulato dai «movimenti rivoluzionari nati col Manifesto del partito comunista» e cercando di «esprimere, nei tempi nuovi, il meglio delle nostre tradizioni culturali e conquiste civili. Diceva Machiavelli: 'Se le Repubbliche e le sette (cioè i partiti odierni) non si rinnovano, non durano. E il modo di rinnovarle è di ricondurle verso i principi loro'»[5].

Assumendo dunque da Gramsci la visione della rivoluzione non come «atto taumaturgico», bensì come «processo dialettico di sviluppo storico», e sviluppando il progetto della «democrazia progressiva» con il quale Togliatti aveva superato la contrapposizione storica tra riforme e rivoluzione, le innovazioni introdotte da Berlinguer ruotano intorno a due idee-forza che caratterizzano tutta la sua ricerca teorica e la sua azione pratica. La riaffermazione, innanzitutto, che non vi può essere «un modello di società socialista unico e valido per tutte le situazioni», giacché i processi rivoluzionari si manifestano sempre in condizioni storicamente determinate e irripetibili. In secondo luogo, la convinzione che in Italia la società socialista sarà diversa «da ogni altro modello esistente», e avrà come riferimento ineludibile i principi e i diritti della Costituzione antifascista del 1948, la vetta più alta raggiunta dagli italiani nella contrastata lotta per la libertà e l'uguaglianza.

Il nesso tra democrazia e socialismo in questa visione diventa sempre più stringente. «La via democratica al socialismo, chiarisce il segretario comunista, è una trasformazione progressiva - che in Italia si può realizzare nell'ambito della Costituzione antifascista - dell'intera struttura economica e sociale, dei valori e delle idee guida della nazione, del sistema di potere e del blocco delle forze sociali in cui esso si esprime»[6]. Da qui, muovendo dal riferimento esplicito alla nostra Carta fondamentale, all'affermazione della democrazia come «valore storicamente universale sul quale fondare un'originale società socialista», il passo è breve. E Berlinguer lo compie a Mosca in occasione del 60° anniversario della Rivoluzione[7].

Nella sua visione la democrazia non è solo la via del socialismo, ma un suo imprescindibile fattore costitutivo. Si tratta di un avanzamento rilevante rispetto all'impostazione di Togliatti, che teorizzava la possibilità di diverse vie al socialismo, e quindi la particolarità della via italiana. Nell'impostazione di Berlinguer si sostiene invece che il socialismo è connaturato alla democrazia: un principio generale, pur nella diversità delle forme democratiche, che il segretario del Pci riteneva si dovesse affermare soprattutto nei Paesi di capitalismo avanzato dell'Europa, secondo gli indirizzi della breve stagione dell'eurocomunismo.

Il 15 dicembre 1981, in seguito ai fatti di Polonia e in un quadro di evidente stagnazione e difficoltà del sistema sovietico, in particolare dopo l'intervento militare in Afghanistan, Berlinguer afferma che è venuta esaurendosi «la spinta propulsiva di rinnovamento» delle società dell'Est europeo. Da qui trae la conclusione che, «superata tutta una fase del movimento del socialismo scaturita dalla Rivoluzione d'Ottobre», ora «si tratta di aprirne un'altra e di aprirla, prima di tutto nell'occidente capitalistico»[8].

Una presa di distanza molto netta dal cosiddetto «socialismo realizzato», ma non un accomodamento nell'area della socialdemocrazia, che peraltro invece di un accomodamento sarebbe stato un suicidio, poiché anche la fase socialdemocratica del movimento operaio, secondo Berlinguer, era venuta esaurendosi. C'era dunque bisogno di una terza soluzione, di una terza fase. O di una terza via «rispetto alle vie tradizionali della socialdemocrazia e rispetto ai modelli dell'Est europeo»[9]. Di conseguenza «il compito essenziale oggi, per noi, - precisava - sta nel portare avanti il processo rivoluzionario nell'Occidente, su vie che tengano conto e facciano tesoro dell'esperienza delle due precedenti fasi e della riflessione critica su di esse, per inaugurare la terza fase di avanzata al socialismo (...) in ogni parte del mondo»[10].Tale era lo scenario nel quale giorno dopo giorno lottava il segretario del Pci.

La situazione richiedeva: una visione nuova dell'internazionalismo, non ristretto al campo socialista e alla classe operaia ma esteso a tutti i soggetti e a tutti i Paesi offesi dallo sfruttamento del capitale; un rapporto diverso tra Nord e Sud del mondo, volto a rovesciare lo scambio ineguale e la disuguaglianza nello sviluppo; l'abbandono definitivo dello schema del partito guida e l'affermazione piena della pari dignità e della completa autonomia nei rapporti tra i partiti comunisti. Tutti terreni sui quali il segretario del Pci dispiegò la sua azione, sorretto da un forte e riconosciuto prestigio personale.

Il superamento dell'ordinamento del capitale verso una civiltà superiore scaturiva, nella sua analisi, non da precostituiti schemi ideologici bensì dallo stato del sistema dominante, scosso a suo giudizio da una crisi «strutturale e di fondo». Se, da una parte, annota Berlinguer, sostenere che «il comunismo è e rimarrà uguale dappertutto è una delle più grandi castronerie che siano state dette», funzionale peraltro all'affermazione che la stagnazione e la crisi dell'Urss decretano la fine di qualsiasi alternativa al capitale, d'altra parte è sotto gli occhi di tutti che nessuno degli esperimenti socialdemocratici ha portato al superamento del capitalismo. Tanto è vero che anche nei Paesi governati dalla socialdemocrazia «vi sono tutti i segni tipici della crisi di fondo delle società 'neocapitalistiche'»[11]. Le politiche socialdemocratiche, presentate come "realistiche" e "concrete", in realtà hanno finito per consolidare il sistema di sfruttamento del capitale.

Eppure la crisi nei punti alti del capitalismo si presenta come una vera e propria crisi di civiltà, una crisi di «tipo nuovo», poiché produce non solo i tradizionali e crescenti disagi materiali derivanti dai bassi salari e dalla disoccupazione, ma uno stato di generale malessere, di insicurezza e di precarietà. Come dice Berlinguer, «le ansie, le angosce, le frustrazioni, le spinte alla disperazione, le chiusure individualistiche, le illusorie evasioni». Insomma, l'infelicità delle donne e degli uomini del nostro tempo[12].

Viene in discussione il senso stesso della vita. E quindi lo scopo del lavorare e del produrre, perché e per chi produrre. Non basta a questo punto redistribuire la ricchezza secondo i canoni keynesiani, è indispensabile intervenire nel processo di accumulazione e di produzione delle risorse. E poiché «la piramide di tutto il complesso della divisione, dell'oppressione e dello sfruttamento - tra classi e interi Paesi - ha per base i rapporti proprietari e di produzione capitalistici», è necessario - chiarisce il segretario del Pci - «un intervento innovatore nell'assetto proprietario», tale da spingere la struttura dell'economia verso il soddisfacimento dei grandi bisogni della collettività[13].

In definitiva, «una soluzione socialista». Più precisamente, «un nuovo socialismo» perché - sono sue parole - i comunisti italiani, in Italia e in Europa, lottano per realizzare una società socialista, «che garantisca tutte le libertà personali e collettive, civili e religiose, il carattere non ideologico dello Stato, la possibilità dell'esistenza di diversi partiti, il pluralismo nella vita sociale, culturale e ideale»[14]. Con «l'obiettivo del superamento di ogni forma di sfruttamento e di oppressione dell'uomo sull'uomo, di una classe sulle altre, (...) del sesso maschile su quello femminile, di una nazione su altre nazioni». Garantendo in pari tempo «la pace fra i popoli, il progressivo avvicinamento tra governanti e governati, la fine di ogni discriminazione nell'accesso al sapere e alla cultura»[15]

Ciò implica la liquidazione della sovranità totalitaria del mercato, ma non la sua soppressione e la statizzazione totalitaria dei mezzi di produzione come è avvenuto in Urss. Bensì il governo democratico e l'uso del mercato medesimo come misuratore di efficienza nell'ambito di una pianificazione strategica flessibile, volta ad assicurare con un'alta capacità produttiva l'elevamento del benessere generale. Dunque, un rivoluzionamento dell'intero assetto economico e sociale, incardinato su diverse forme di proprietà. La questione proprietaria è forse il vero dato maggiormente caratterizzante di un nuovo socialismo.

È evidente allora, o così dovrebbe essere, che la lotta per l'attuazione della Costituzione, la quale sancisce il pluralismo delle forme proprietarie, diventa il passaggio decisivo sulla via del socialismo. Il rilievo della questione proprietaria nella Carta del 1948 è perfettamente in linea con un disegno che a fondamento della Repubblica democratica pone il lavoro e non il capitale, progettando per i lavoratori il ruolo di classe dirigente e ridefinendo in tal modo i fondamenti della libertà e dell'uguaglianza. Come fa notare Gianni Ferrara nel suo ultimo libro[16], la democrazia costituzionale innova ben oltre il perimetro liberale delle regole, pur importanti, e si riempie di contenuti sociali allorché con l'articolo 3 assume il concetto di uguaglianza sostanziale, una novità assoluta che non si trova in nessuna delle Costituzioni europee.

Proprio per rendere concreti i diritti sociali, che attengono al pieno sviluppo della persona umana e senza i quali democrazia e libertà vengono più che dimezzate, la Costituzione affronta in modo nuovo, peraltro oggi fortemente contrastato dalla destra liberale e non solo, il tema della proprietà, ponendo un limite alla proprietà privata «allo scopo di assicurarne la funzione sociale». Inoltre sancisce diverse forme di proprietà, che può essere «pubblica o privata», e prevede anche che «a comunità di lavoratori o di utenti» possano essere «riservate o trasferite» imprese o categorie di imprese che si riferiscano a servizi essenziali, a fonti di energia o «a situazioni di monopolio ed abbiano carattere di preminente interesse generale» (artt. 42 e 43).Soprattutto nel titolo III della Carta è chiaramente delineato un progetto di nuova società, che per essere attuato ha bisogno della intelligenza e della forza dei lavoratori organizzati in partito politico, come prevede l'articolo 49. E della costruzione di un blocco sociale e politico ampio, il qualesi riconosca nei principi della Costituzione e li faccia propri.

Una condizione che non si è realizzata. Come si è visto con il fallimento del disegno del compromesso storico delineato da Berlinguer, che supponeva di mettere in campo per l'attuazione della Costituzione, pur nell'alternanza dei governi, la medesima convergenza tra le diverse forze politiche che la Costituzione avevano scritto. Hanno prevalso invece le forze del capitale, per effetto dello spostamento della Dc e del Psi di Craxi su posizioni conservatici e centriste nel pieno dell'offensiva liberista condotta su scala globale da Ronald Reagan e Margaret Thatcher. Ciò conferma che per l'attuazione della Carta del 1948 decisivo è il rapporto di forza nel conflitto di classe tra capitale e lavoro. Un conflitto che la Costituzione non cancella, ma trasferisce sul terreno democratico come fattore costitutivo del patto tra gli italiani.

La presenza in Costituzione di alcuni principi di portata universale riguardanti la pace, l'uguaglianza sostanziale, i diritti sociali, ha consentito a Berlinguer, in sintonia con l'affermazione che la democrazia è un valore universale del socialismo, di sviluppare una forte iniziativa in campo europeo, volta alla costruzione della «Europa dei popoli e dei lavoratori», «l'unica Europa possibile» come egli sosteneva. «Al movimento operaio dell'Europa spetta il compito storico (...) di farsi forza propulsiva e dirigente della costruzione di un'Europa comunitaria democratica, progressista e pacifica, che muove in direzione del socialismo»[17].

Si trattava, nella sua visione, di una componente essenziale della terza fase del movimento operaio. In un mondo caratterizzato dalla sostanziale unificazione della vicenda umana nei Paesi ad alto sviluppo e in quelli del "terzo" e "quarto" mondo; da una rivoluzione scientifica e tecnologica in cammino verso il 2000 che cambiava i modi di lavorare e di vivere; dal mutato carattere della guerra, che «porterebbe alla distruzione dell'intera civiltà umana», Berlinguer sostiene che c'è bisogno «di un grande rinnovamento del socialismo». «Generale è l'esigenza di approfondire la comprensione dei tempi attuali e di ridare vita a quella creatività che è la linfa di ogni teoria e prassi rivoluzionaria»[18].

Un'esigenza che oggi, in un'altra epoca storica, si ripropone in modo diverso, più drammatico e stringente. Berlinguer, fino agli inizi degli anni 80 del secolo passato, diede il suo rilevante contributo su temi decisivi come la rivoluzione delle donne, il rinnovamento della politica e il ruolo dei partiti, la questione ambientale, la rivoluzione elettronica nei suoi risvolti politici e sociali: tema, questo, rimasto sepolto nelle pagine di un'intervista del 1983, ancora di grande attualità dopo tanti anni[19].

Ma la morte lo ha colpito in modo drammatico e improvviso, e noi non possiamo sapere quale sarebbe stato l'esito della battaglia a viso aperto che aveva deciso di intraprendere contro le posizioni cosiddette miglioriste, largamente presenti nel gruppo dirigente del Pci. Un orientamento, quello migliorista, che in nome di un riformismo "ragionevole" e "concreto" in realtà rifiuta il principio della trasformabilità del sistema e si attesta sulla trincea della governabilità, acconciandosi a gestire il capitalismo invece di rinnovare il socialismo.

Resta il fatto che i problemi e i conflitti di quel mondo che Berlinguer con la sua lotta intendeva cambiare non sono stati cancellati. Al contrario, per molti versi si sono aggravati. Come dimostrano le migrazioni massicce di popolazioni che fuggono dalle guerre, dalla fame, dalla desertificazione di interi territori. Nel tempo della rivoluzione digitale e della precarietà del lavoro, della robotica e della disoccupazione massiccia, dell'intelligenza artificiale e della distruzione della terra si richiedono analisi e forme di lotta del tutto nuove. Oggi, un sistema di sfruttamento feroce e violento mette a rischio la vita stessa degli esseri umani e dell'intero pianeta: una realtà che non si può cancellare nonostante gli sforzi della comunicazione mainstream. Questo sistema si chiama capitalismo, e l'esigenza di un suo superamento sta nelle cose, sebbene non sia maturata nella coscienza collettiva delle masse sfruttate. Il contrasto tra forze produttive e rapporti di proprietà, come direbbe il vecchio Marx, ha raggiunto un livello ormai insostenibile, ma non trova una soluzione politica.

Berlinguer la sua parte l'ha fatta e da lui bisognerebbe riprendere il cammino. Oggi tocca a chi, assumendo l'obiettivo dell'attuazione della Costituzione, non rinuncia a lottare per una civiltà superiore. Con una differenza non da poco tra le tante rispetto al passato: che occorre in pari tempo costruire il soggetto politico del cambiamento adatto allo scopo, nella dimensione nazionale ed europea. Questa, io credo, è la priorità del momento. La situazione non è semplice, ma bisognerebbe affrontarla con la consapevolezza che, muovendo dalla rottura storica del 1917, il pensiero e la pratica politica di Berlinguer sono - se così si può dire - una finestra spalancata sui travagli dell'Europa di oggi. Sul nostro presente e sul nostro futuro.


[1]Enrico Berlinguer, Leninismo e «legittimazione democratica» del Pci in Un'altra idea del mondo Antologia 1969-1984 a cura di P. Ciofi e G. Liguori, Editori Riuniti, Roma 2014, pp. 185,186

[2] Enrico Berlinguer, Le diversità del Pci, Antologia, cit., p. 226

[3] E. B., Leninismo e «legittimazione democratica» del Pci, Antologia, cit., p. 178

[4] Ivi, pp. 174, 175

[5] Ivi, p., 178

[6] E. B., Riflessioni sull'Italia dopo i fatti del Cile, Antologia, cit. p. 106

[7] E. B., Democrazia, valore universale, Antologia, cit., p. 170

[8] E. B., Si è esaurita la spinta propulsiva, Antologia, cit., p. 279

[9] Ivi, p. 274

[10] E. B., La terza fase della lotta per il socialismo, Antologia, cit., p. 207

[11] E. B., Le nuove vie per superare il capitalismo in Occidente, Antologia, cit., pp. 130, 131

[12] Ivi, p. 130

[13] E. B., Il compromesso nella fase attuale, Antologia, cit., p. 201

[14] E. B., Democrazia, valore universale, cit., Antologia, pp. 170,171

[15] E. B., Verso il Duemila,Antologia, cit., p. 306

[16] Gianni Ferrara, I comunisti italiani e la democrazia, Editori Riuniti, Roma 2017

[17] E. B., Relazione al XV congresso del Pci, Editori Riuniti, Roma 1979, p. 36

[18] E. B., Relazione al XVI congresso del Pci, Editori Riuniti, Roma 1983, p. 32

[19] E. B., Verso il Duemila, cit., Antologia, p.293