PER LA CRITICA

BAUDELAIRE TRADOTTO DA MUZZIOLI

di Valerio Magrelli

Esce per Lithos − Ardesie una preziosa antologia di Charles Baudelaire, DISARMONIE DIABOLICHEDA I FIORI DEL MALE E LO SPLEEN DI PARIGI, scelta e traduzione di Francesco Muzzioli.

Innanzitutto, una precisazione indispensabile: Francesco Muzzioli non è un traduttore professionista, bensì un docente di teoria della letteratura all'Università di Roma "La Sapienza". Tale ruolo fa sì che le sue versioni da Baudelaire richiedano qualche chiarimento - non fosse che per dissipare il sospetto di un'attività, se non amatoriale, almeno deontologicamente secondaria. Nulla di tutto ciò, in quanto, come vedremo, l'impegno di Muzzioli scaturisce da un preciso progetto critico. Per cercare di ricostruirlo, può essere utile ricordare un suo recente saggio, Di traverso il Novecento, uscito l'anno scorso da Fermenti editore. Il libro spiega bene l'atteggiamento, la postura dello studioso nei riguardi dell'oggetto indagato.

Già il titolo parla chiaro: come ha notato Massimo Castiglioni, la formula impiegata allude a un profondo senso di disturbo, quel "mettersi di traverso" o "andare di traverso" proprio dei cibi che invece di scivolare per l'esofago finiscono nella laringe... Ma in che senso delle "innocenti" traduzioni dei Fiori del Male potrebbero in qualche modo provocare un simile disagio? La risposta sta tutta in una parola che ha conosciuto, negli ultimi decenni, scarsa fortuna: la rima. Facciamo un passo indietro.

Con l'espressione Crise de vers, Mallarmé indicò quell'autentico sisma che, intorno al 1860, attraversò la letteratura europea, e francese in particolare. Nello stesso periodo in cui la Russia promulgava l'abolizione della servitù della gleba (19 febbraio 1861 o 3 marzo, secondo il nuovo calendario) e l'America lottava per la liberazione degli schiavi neri nella Guerra di secessione (iniziata il 12 aprile 1861), a Parigi e dintorni un manipolo di poeti lavorava alla lenta erosione del verso principe, ossia l'alessandrino e insieme davano vita al "verso libero", o "verso liberato". Con Hugo, Rimbaud, Verlaine, Gautier e alcuni altri, veniva alla luce, almeno sul piano formale, quella che ormai siamo abituati a considerare la poesia moderna tout court, slegata cioè da qualsiasi obbligo nei confronti del metro. Ebbene, a quella stessa mallarmeana "Crisi" si deve anche il graduale estinguersi della rima, o meglio, del suo impiego sistematico e strutturale.

E qui torniamo al problema delle traduzioni: allineandosi al gusto dell'epoca, anche il lavoro di transito linguistico ha prediletto, in tutto il corso del XX secolo, la scelta del verso libero, "liberando" così dalla gabbia metrica e rimica le versioni di testi formalmente organizzati come appunto Les Fleurs du Mal. Da qui una serie di risultati dal taglio più o meno prosastico, su su fino all'esperimento di Giorgio Caproni, che giunse addirittura a rinunciare al verso. Non è questa la sede per ripercorrere le proposte più o meno riuscite di Attilio Bertolucci (che pure volle firmarsi A. B.), Cosimo Ortesta o Giovanni Raboni. Basti ricordare che solo pochi tentarono il ritorno al metro (Luigi De Nardis o, da ultimo, Antonio Prete). Quanto alla sfida lanciata dalla rima, l'unico ad accettarla integralmente fu Gesualdo Bufalino, autore di un vero e proprio tour de force di cui testimonia una celebre e felicissima nota del traduttore. Ebbene, in certo senso, Muzzioli si pone appunto nel solco di questo isolato pioniere.

Scrivere versi senza rima "è come giocare a tennis senza rete", oppure "è come giocare a tennis con la rete abbassata". Non si è mai capito bene dove e come Robert Frost pronunciasse questo celebre apoftegma. Certo è che, nel tradurre, la contrainte della rima si fa ancora più cogente che nella composizione propriamente detta, poiché non si tratta di scegliere o meno una pratica, bensì di rispondere, in un'altra lingua, a chi quella pratica scelse espressamente. Tuttavia, ancor prima dell'analisi testuale, si impone una premessa. Muzzioli ci propone un'antologia delle Fleurs offrendoci una serie di testi, cito dalla sua postfazione, "improntata al contrasto, alla diversione dei valori costituiti, alla rappresentazione non edulcorante e al rovesciamento di qualsiasi alone lirico o sentimentale".

Il libro è cioè suddiviso in quattro sezioni, che illustrano rispettivamente "il Baudelaire diabolico" (Benvenuti nell'inferno del reale), "il Baudelaire che prende coscienza della perdita di valore della poesia nella società borghese" (Ritratto del poeta come merce scomoda e indecente), "il Baudelaire di eros e crudeltà perversa" (I morsi dell'amore), e infine "le torsioni dell'immaginazione per opera dello spirito critico" (Figure del bizzarro). Ebbene, in tutte e quattro queste parti si impone immediatamente l'uso, o meglio il rispetto, della funzione-rima.

Nell'alternativa tra il suono e il senso, Muzzioli sostiene infatti di aver portato "la barra il più possibile dalla parte del suono", attraverso una particolare attenzione esercitata su due livelli metrici: "La misura del verso e la posizione delle rime". In tal modo, "sottoposto alla contrainte del testo originale, è arrivato sulla pagina un autore sperimentale, ironico per quanto riguarda l'uso del linguaggio, crudele dislocatore della sintassi per anastrofe".

D'altronde, dalla capricciosa scherma ("éscrime") della rima ("rime") - due termini non a caso messi in rima da Baudelaire -, fino al nietzscheano "ritorno" del fonema, poeti e critici non hanno cessato di interrogarsi su un tale stupefacente effetto verbale, in cui senso e suono si legano in modo tanto indissolubile quanto arbitrario. Quest'ultimo aggettivo si trova idealmente al centro di An Evening of Russian Poetry, un poemetto di Nabokov dedicata appunto alla rima come impronta digitale, inconfondibile marca identitaria di una lingua, emblema dell'intraducibilità. Sullo sfondo dell'antica credenza che Platone assegnò al personaggio di Cratilo (persuaso che fra una cosa e il suo nome esistesse una parentela necessaria e originaria, smarritasi nel corso dell'evoluzione storico-linguistica), ascoltiamo la strofa in questione:

La rima è il compleanno del verso, si sa,

e da qui certi abituali gemelli

in Russo come in altre lingue. Ad esempio,

amore rima automaticamente con sangue,

natura con libertà, tristezza con distanza,

umano con perenne, principe con fango,

luna con una multitudine di parole, ma sole

e canto e vento e vita e morte con nessuna[1]

Che nel mirabile inglese del nostro russo suona:

The rhyme is the line's birthday, as you know,

and there certain customary twins

in Russian as in other tongues. For instance,

love automatically rhymes with blood,

nature with liberty, sadness with distance,

humane with everlasting, prince with mud,

moon with a multitude of words, but sun

and song and wind and life and death with none[2].

Senza allargare i confini del discorso, basti rilevare l'importanza di questo evento fonico all'interno del processo traduttivo. Al di là di polemiche ormai secolari, rimane il fatto che, in alcuni casi, "l'uso della rima avrebbe ragioni tanto vitali nell'economia del testo da doversi imporre anche nella traduzione"[3]. Questo giudizio di Giuseppe Bevilacqua, relativa ad alcune versioni da Gottfried Benn, può essere integrato da un'altra sua notazione: "Se la rima [...] ha [...] una funzione essenziale e non accessoria, allora il traduttore deve sapere che, rinunciando a riprodurla, priva il testo di una componente necessaria a mediarne non puramente la forma, ma lo stesso significato"[4].

Certo, precisa il germanista, il suo mantenimento non è un dogma della traduzione poetica; al contrario, esso si impone soltanto in taluni casi specifici. In ogni caso, una volta stabilito, esso deve essere rispettato, anche a costo di qualche inevitabile compromesso sia in ordine alla letteralità della traduzione, sia al metro: "Il compromesso in ordine alla fedeltà al testo ha un limite alquanto soggettivo perché si modula sull'interpretazione. Uno scostamento dal nucleo denotativo dell'espressione originale può essere legittimo solo se si configura quella che chiamerei «una variante non d'autore», ossia se rispetta ed esplicita l'alone connotativo che avvolge quel nucleo"[5]. È appunto sulla base di tali presupposti che si colloca il lavoro di Muzzioli su Baudelaire.


Dal libro

AU LECTEUR

La sottise, l'erreur, le péché, la lésine,
Occupent nos esprits et travaillent nos corps,
Et nous alimentons nos aimables remords,
Comme les mendiants nourrissent leur vermine.

Nos péchés sont têtus, nos repentirs sont lâches;
Nous nous faisons payer grassement nos aveux,
Et nous rentrons gaiement dans le chemin bourbeux,
Croyant par de vils pleurs laver toutes nos taches.

Sur l'oreiller du mal c'est Satan Trismégiste
Qui berce longuement notre esprit enchanté,
Et le riche métal de notre volonté
Est tout vaporisé par ce savant chimiste.

C'est le Diable qui tient les fils qui nous remuent!
Aux objets répugnants nous trouvons des appas;
Chaque jour vers l'Enfer nous descendons d'un pas,
Sans horreur, à travers des ténèbres qui puent.

Ainsi qu'un débauché pauvre qui baise et mange
Le sein martyrisé d'une antique catin,
Nous volons au passage un plaisir clandestin
Que nous pressons bien fort comme une vieille orange.

Serré, fourmillant, comme un million d'helminthes,
Dans nos cerveaux ribote un peuple de Démons,
Et, quand nous respirons, la Mort dans nos poumons
Descend, fleuve invisible, avec de sourdes plaintes.

Si le viol, le poison, le poignard, l'incendie,
N'ont pas encor brodé de leurs plaisants dessins
Le canevas banal de nos piteux destins,
C'est que notre âme, hélas! n'est pas assez hardie.

Mais parmi les chacals, les panthères, les lices,
Les singes, les scorpions, les vautours, les serpents,
Les monstres glapissants, hurlants, grognants, rampants,
Dans la ménagerie infâme de nos vices,

II en est un plus laid, plus méchant, plus immonde!
Quoiqu'il ne pousse ni grands gestes ni grands cris,
Il ferait volontiers de la terre un débris
Et dans un bâillement avalerait le monde;

C'est l'Ennui! L'œil chargé d'un pleur involontaire,
Il rêve d'échafauds en fumant son houka.
Tu le connais, lecteur, ce monstre délicat,
- Hypocrite lecteur, - mon semblable, - mon frère!

AL LETTORE

Le demenze e gli sbagli, le censure e i difetti

ci assediano la mente e al corpo danno morsi

e noi da tutti i pori essudiamo i rimorsi

così come i pezzenti sono pieni d'insetti.

La caduta è frequente, il recupero lento

le nostre ammissioni le diamo a caro prezzo

poi torniamo allegri sulla via del ribrezzo

credendo che la macchiasi lavi col lamento.

Sul cuscino del male Trismegisto Satàna

addorme nella culla lo spirito incantato

finché, sapiente chimica, non è evaporato

tutto il metallo della sua volontà sovrana.

Fili di marionette e il Diavolo li tiene!

A oggetti ripugnanti diam nome di richiamo.

Ogni giorno all'Inferno di un passo in più scendiamo

senza orrore, attraverso maleolenti tenebre.

Pensa a un corrotto bruto ridotto a dar di becco

sul seno assai sciupato di una vecchia sgualdrina:

così acchiappiamo al volo l'euforia clandestina

la spremiamo ben bene come un arancio secco.

Chiusi nel tuo cervello un milione di germi

formicolanti fan baldoria - son Demòni;

e quando respiriamo discende nei polmoni

la Morte, rio invisibile, con i suoi sordi gemiti.

E se stupro, omicidio, ricatto o brigantaggio

non hanno ricamato con fregi criminali

delle vite sfigate le trame assai banali

è soltanto che all'anima non le bastò il coraggio.

Ma in mezzo a sciacalli, a pantere, a iene,

a scimmie ed a scorpioni, tra avvoltoi e serpenti,

tra mostruosi stridi, urli, ringhi furenti,

nell'infame serraglio che i vizi ci contiene,

ce n'è uno più sporco, più perfido, più immondo,

sebbene non ecceda con grida o gesti fieri,

la terra ridurrebbe in pezzi volentieri

e con uno sbadiglio inghiottirebbe il mondo:

è la Noia; l'occhio da solo ha lacrimato

lei sogna forche e fuma un distratto spinello.

Tu lo conosci bene quel mostro delicato,

se pur fingi di no, lettore, mio fratello!

L'irrémédiable

I
Une Idée, une Forme, un Être
Parti de l'azur et tombé
Dans un Styx bourbeux et plombé
Où nul œil du Ciel ne pénètre;Un Ange, imprudent voyageur
Qu'a tenté l'amour du difforme,
Au fond d'un cauchemar énorme
Se débattant comme un nageur,Et luttant, angoisses funèbres !
Contre un gigantesque remous
Qui va chantant comme les fous
Et pirouettant dans les ténèbres;Un malheureux ensorcelé
Dans ses tâtonnements futiles,
Pour fuir d'un lieu plein de reptiles,
Cherchant la lumière et la clé;Un damné descendant sans lampe,
Au bord d'un gouffre dont l'odeur
Trahit l'humide profondeur,
D'éternels escaliers sans rampe,Où veillent des monstres visqueux
Dont les larges yeux de phosphore
Font une nuit plus noire encore
Et ne rendent visibles qu'eux;Un navire pris dans le pôle,
Comme en un piège de cristal,
Cherchant par quel détroit fatal
Il est tombé dans cette geôle;- Emblèmes nets, tableau parfait
D'une fortune irrémédiable,
Qui donne à penser que le Diable
Fait toujours bien tout ce qu'il fait !

II
Tête-à-tête sombre et limpide
Qu'un cœur devenu son miroir !
Puits de Vérité, clair et noir,
Où tremble une étoile livide,Un phare ironique, infernal,
Flambeau des grâces sataniques,
Soulagement et gloire uniques
- La conscience dans le Mal !

L'IRRIMEDIABILE

I

Un'idea, una forma un essere

giù dall'azzurro a strapiombo

in uno Stige color piombo

dove occhio di cielo non resse;

un angelo, esploratore audace

tentato dall'amore del difforme,

che in fondo ad un incubo enorme

si sbraccia di nuoto incapace,

e si dibatte - che ansie funebri! -

contro un tremendo vortice

che cantando come i balordi

gira e rigira nel buio illune;

la vittima d'un maleficio

che con vani brancolamenti

per uscir da un covo di serpenti

cerca la chiave e la luce;

un dannato che va senza lume

rasente un pozzo da cui promana

odor di profondità umida

d'eterne scale senza corrimano,

dove in agguato vischiosi mostri

con i grandi occhi di fosfòro

fanno la notte più d'inchiostro

visibili essendo solo loro;

una nave incastrata nel ghiaccio

come in tagliola di cristallo

che si chiede per quale fallo

sia caduta in questo impaccio;

- Perfetto ritratto, chiaro emblema

di un destino irrimediabile

è la conferma che il diavolo

quel che fa fa sempre bene!

II

Non c'è testa-a-testa vivo e nero

quant'un cuore in sé specchiantesi

chiaro e opaco pozzo del Vero

una stella vi si riflette tremolante.

un faro ironico, infernale,

fiaccola della satanica vittoria,

unica consolazione e gloria,

- la coscienza lucida del Male.


Le Confiteor de l'Artiste

Que les fins de journées d'automne sont pénétrantes ! Ah ! pénétrantes jusqu'à la douleur ! car il est de certaines sensations délicieuses dont le vague n'exclut pas l'intensité; et il n'est pas de pointe plus acérée que celle de l'Infini.
Grand délice que celui de noyer son regard dans l'immensité du ciel et de la mer ! Solitude, silence, incomparable chasteté de l'azur ! Une petite voile frissonnante à l'horizon, et qui par sa petitesse et son isolement imite mon irrémédiable existence, mélodie monotone de la houle, toutes ces choses pensent par moi, ou je pense par elles (car dans la grandeur de la rêverie, le moi se perd vite !) ; elles pensent, dis-je, mais musicalement et pittoresquement, sans arguties, sans syllogismes, sans déductions.
Toutefois, ces pensées, qu'elles sortent de moi ou s'élancent des choses, deviennent bientôt trop intenses. L'énergie dans la volupté crée un malaise et une souffrance positive. Mes nerfs trop tendus ne donnent plus que des vibrations criardes et douloureuses.
Et maintenant la profondeur du ciel me consterne; sa limpidité m'exaspère. L'insensibilité de la mer, l'immuabilité du spectacle me révoltent... Ah ! faut-il éternellement souffrir, ou fuir éternellement le beau ? Nature, enchanteresse sans pitié, rivale toujours victorieuse, laisse-moi ! Cesse de tenter mes désirs et mon orgueil ! L'étude du beau est un duel où l'artiste crie de frayeur avant d'être vaincu.


LA PREGHIERA DELL'ARTISTA

Come sono penetranti le giornate d'autunno! Sì, proprio penetranti, fino a far male!

Perché ci sono delle sensazioni deliziose la cui indeterminatezza non esclude affatto l'intensità; e non vi è punta più acuta di quella dell'infinito.

Ecco, non c'è piacere più grande che di affondare lo sguardo nell'immensità del cielo e del mare! Solitudine, silenzio, incomparabile purezza dell'azzurro! Una piccola vela incerta all'orizzonte che con la sua piccolezza e il suo isolamento rappresenta la mia irrimediabile esistenza, poi la melodia monotona della risacca, tutte queste cose pensano per me oppure sono io che penso per loro (perché nell'ampiezza del fantasticare l'io si perde subito); pensano, io dico, ma come fanno la musica e la pittura, cioè senza ambiguità, sillogismi o deduzioni.

Tuttavia questi pensieri, sia che escano da me o che arrivino dalle cose, diventano ben presto troppo intensi. L'energia del piacere crea malessere e una vera sofferenza. I miei nervi troppo tesi non danno più che vibrazioni stridenti e dolorose.

E adesso sono costernato dalla profondità del cielo; la sua limpidezza mi esaspera. L'insensibilità del mare, l'immutabilità del suo spettacolo, mi sembrano ributtanti... Ah, bisogna soffrire in eterno, o fuggire per sempre la bellezza? Natura, incantatrice priva di pietà, mia rivale che alla fine risulti sempre vittoriosa, lasciami stare! Smettila di sfidare i miei desideri e il mio orgoglio!

Lo studio del bello è un conflitto in cui l'artista grida dallo spavento prima di soccombere.


[1]V. Nabokov, Poesie, trad. di A. Pescetto e E. Siciliano, Milano, Il Saggiatore, 1962, p. 91.

[2]Ibid.

[3] G. Bevilacqua, Premessa a G. Benn, Poesie, Rovigo, Il Ponte del Sale, 2008, p. 11.

[4] G. Bevilacqua, Il problema della rima in Benn, in G. Benn, Op. cit., p. 109.

[5]Ibid., pp. 114-115.

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