CORTO CIRCUITO

AVANGUARDIA E RIVOLUZIONE, UTOPIA E AZIONE.

QUALCHE APPUNTO.

di Cesare Milanese

Intervento alla presentazione dell'Associazione "Elemento 115" (ideatori Vanni De Simone e Alessandro Denti: www.elemento115.com) durante un incontro sul tema "Metropoli, Capitalismo, Rivoluzione", svoltosi al Macro-Testaccio, il 20 maggio 2017.


Se la Rivoluzione è Avanguardia, l'Avanguardia è Rivoluzione. I militanti-agonisti, sia dell'una che dell'altra, lo sostengono, infatti. Perché è così che i rivoluzionari di professione e gli artisti se in Avanguardia intendono essere inscritti nei registri della Storia.

Suona bene l'unità dell'endiadi: tanto che si può dire che le definizioni dell'un versante possono valere anche per le definizioni dell'altro versante. Per esempio sul significato del termine Rivoluzione: originariamente dato come circumnavigazione astronomica dei corpi celesti, la quale, se intesa come interna alla cosmogonia di Nietzsche, si sarebbe portati a configurarla come eterno ritorno dell'identico. Ma, in questo caso, sarebbe tutt'altra cosa da come la Rivoluzione ci è data come rivolgimento prettamente politico: la Mutatio rerum, secondo Cicerone; il Cerchio delle Repubbliche, secondo Machiavelli; le Conversions, secondo Bodin; gli Changements, secondo Montaigne e così via. Tanto che per via ci si può imbattere in Jacques Turgot, economicista più che economista, il quale, benché dovesse morire prima che la Rivoluzione del suo Paese assumesse tale termine quale definizione categoriale per come universalmente è intesa, già nel 1750 ebbe a dire: "Le Rivoluzioni sono sempre le stesse."

Nel senso che le Rivoluzioni avvengono sempre come ciclicità ricorrenti, cioè come eventi che ripetendo se stesse, esse vanno intese non tanto come eventi di rottura, bensì di continuità: fattori di messa in ordine più che di disordine. Una considerazione che sembra quasi esse una specie di anticipazione della teoria delle catastrofi di René Thom. Teoria sulla quale varrebbe la penna di tornarci su, ma passiamo oltre.

Ovvero, fermiamoci su questo quesito: se ciò che si chiama evento da Rivoluzione è un fenomeno storico che accade una volta per sempre, dopo di che lo stato delle cose, dopo di essa, non è più lo stato delle cose, prima di essa, e per sempre, oppure se l'evento Rivoluzione va inteso come concatenazione di una sua reiterazione continua in una serie di Rivoluzioni successive.

E' un quesito che vale anche per le Avanguardie artistiche, il cui statuto denominante sarebbe quello di voler essere e di essere le Rivoluzioni attinenti e conseguenti: e perciò anche Rivoluzioni politiche; tanto più che esse avvengono nella Storia come rotture (rivolte) della Storia stessa.

Durante un incontro rievocativo da cinquantenario di uno dei Convegni del Gruppo 63, tenutosi l'anno scorso alla Spezia, la questione, casualmente, ma non a caso, venne a porsi proprio in questi termini.

Da una parte accadde che Renato Barilli teorizzasse l'affermazione delle Avanguardie artistiche come un processo, che, una volta accaduto, avrebbe continuato ad accadere come fattore di continuità anche nelle forme culturali e artistiche nei loro rinnovamenti successivi. Pertanto le Avanguardie non soltanto innovano ma si rinnovano. Insomma le Avanguardie continuano e si succedono: permangono ri-proponendosi e ripetendosi.

Da un'altra parte, invece, accadde che Fausto Curi insorgesse pronunciandosi in senso del tutto contrario. Per lui, Fausto Curi, forte di una presa di posizione forte, tipica della militanza d'Avanguardia per definizione, le Avanguardie segnano la Storia con la loro unicità. Il loro effetto di rottura è tale da rimanere tale una volta per sempre e che come tale non può e non deve essere ripetuta. Ciò che succede dopo, è comunque altro: dopo non sono né affiliazioni né eredità, che possano essere denominate come Avanguardie da continuità.

Già posta così la questione è tale da rivelarsi non risolvibile. Resta questione aperta. Succede, allora, che tale aspetto che rende intrigante la definizione, sia in termini d'essenza e sia in termini di durata, del fenomeno delle Avanguardie artistiche, sia anche quello che si ripropone a proposito dell'irrisolvibilità e dell'indecidibilità delle definizioni che riguardano le Rivoluzioni politiche. Se le cose stanno così, risulta che tale stato d'indecidibilità è un dato che incombe sia sulle Avanguardie Artistiche e sia sulle Rivoluzioni politiche, quali manifestazioni precipue della Modernità.

Il che significa che tutta la Modernità è posta in stato di dubitatatività a causa della sua inconcludenza proprio in questi due aspetti, che costituiscono, nel loro insieme, il fattore centralità intorno a cui ruota, come una giostra, la galassia della Modernità.

Ebbene, come chiamare tutto ciò? Si potrebbe essere tentati di associare questa costatazione da tramonto della Modernità alla ritornante profezia del tramonto dell'Occidente, giacché cronotopicamente Modernità e Occidentali tendono a coincidere.

Se questo è il punto-storia della Modernità, giunta al suo punto, allora, facendo ricorso al lessico simbolico di Victor Sklovskij, patrono delle "mosse a salto" delle Avanguardie, è il caso di dire che, particolarmente ora si è tenuti a dover costatare che si tratta di un punto-stallo, ma non di sospensione neutralizzante, sia come punto d'arrivo e sia come punto di partenza, bensì di un punto-stallo-scacco.

Quel tipo di stallo-scacco, che già gli autori di punta della Modernità, avevano siglato: Beckett in finale di partita, appunto, Kafka come processato e condannato, Céline al termine della sua notte e nessuno dimentichi il Nulla dell'Essere dell'Umano come indicato da Sartre. Un nulla che non è soltanto il nulla come dato di fatto storico, al quale lo stesso volontaristico Brecht, peraltro, non si sottrae.

Qui si cita Brecht perché Brecht è l'autore dell'Azione. L'Azione è il vanto della Modernità come tale. Non per niente l'Azione è il fattore centrale sia della Rivoluzione politica e sia dell'Avanguardia, che perciò stesso è politica. La trionfalità dell'Azione come culmine della Modernità incomincia, infatti, con la formulazione elaborato da Faust: "In principio è l'Azione!", come egli esclama, dando così l'avvio a ciò che avrebbe dovuto essere il superamento dello stallo-scacco del dubitativo Amleto: l'uomo di prima della Rivoluzione; l'uomo di prima dell'Avanguardia.

Così avrebbe dovuto essere, però sappiamo che non è andata così. Peraltro le opere stesse delle Avanguardie artistico-letterarie o no, altro non sono che i documenti che ciò comprovano.

L'Azione, si diceva, perciò il saper dare la risposta alla domanda Che fare?. Di conseguenza anche al Come fare? Questo in politica, mentre le Avanguardie, per conto loro, in parallelo, si ponevano la domanda analoga con il Che dire? E di conseguenza del Come dire?

Tutto così si pone come questione della centralità dell'Azione. L'Azione in sé. Letterariamente ne ha trattato Musil. La teoria dell'Azione parallela come condizione in cui l'umanità si colloca da sé in una Realtà fittizia, giacché essa non può accedere all'Azione reale: quest'ultima essendo il risultato e al tempo stesso l'origine di un insieme di specie di Azioni, immaginarie, simboliche, utopiche e irreali, che per l'enigmatica legge universale della eterogenesi dei fini, sono effetti secondari della vera Azione della Ratio della Storia. E' micidiale Musil. E si capisce perché: dietro di lui c'è Hegel.

Si è detto già di Sklovskij e del salto del cavallo: allora eccone un altro, approfittando del fatto che la scacchiera è data dal Paese di Sartre e della Rivoluzione originaria. C'è una celebre canzone partigiana che, a un certo punto, così dice: "Il y a des pays où les gens au creux des lits font de rêves. / Ici, nous, vois-tu, nous on marche et nous on tue, nous on creve. / Ici chacun sait c'est qu'il veut, ce qu'il fait quand il passe."

Una canzone che indubbiamente risuona sull'élan del Ca ira. Si è al cospetto della decisionalità: il fulcro del Principio-Azione della Rivoluzione, il cui individuo patronimico ha il nome di Maximilien Robespierre. Qui citato non tanto per apologia quanto per precisare che la vera idea di Rivoluzione di costui, se nominalmente s'ispira alle tre parole profetistiche (Liberté Fraternité Egalité), in essenza è tutt'altro. Ciò che la Rivoluzione moderna intende conseguire, quindi la Modernità stessa, come suo principio supremo, è l'Ascesa agli Estremi. E' in questo che Robespierre è geniale.

E non si tratta di Utopia. Si tratta dell'essenza della Modernità in se stessa. L'avventura in corso di dirompenza messa in atto dai Vortici e dai Codici della Tecno-Scienza, soprattutto nell'Attualità, né è la conferma come dato di fatto.

Ed è allora qui che s'innesta l'idea di Utopia (non più utopica nel senso d'irrealistica come comunemente la s'interpreta) nella sua funzione di Motore dell'ipoteticità della stessa Realtà, per come, per esempio Vanni De Simone la concepisce rivisitandone la funzione come proiezione nella futurità effettiva.

E qui qualche riflessione preliminare occorre. Bronislaw Baczko, storico della filosofia polacco, specialista della Rivoluzione francese e delle utopie, così esordisce su un suo trattato sul concetto e sulla storia della parola Utopia: "Verso la fine del 1516 apparve a Lovanio, in lingua latina, un libro che così si presentava nel frontespizio: 'Libretto veramente aureo e non meno utile che piacevole sull'ottima forma di Stato e sulla nuova isola di Utopia, composto dall'illustre signor Tommaso More, cittadino e sceriffo della nobile città di Londra, ora dato in luce per la prima volta, a cura di mastro Pietro Gilles di Anversa, nell'officina di Teodorico Matens, tipografo dell'alma Università di Lovanio'."

Veniamo così a sapere che l'Utopia, strumento della formulazione ipotetica della realizzazione dell'Ideale nel Reale, e come tale visione orientativa di ogni Azione d'Avanguardia e da Rivoluzione, principio dell'attività costitutiva della stessa Modernità sive Attualità, è scritta in lingua latina: non nelle lingue d'uso dell'effettività della Modernità. Eppure queste la derivano da quella: in latino come lingua da meta-lingua su tutte le lingue dell'uso, dove l'idea di Utopia preserva meglio la propria funzione d'ipostasi ideale superiore, verso cui ogni altra forma di Azione cerca di conformarsi per rendersi valida. Rendersi, di fatto, Azione in atto. Compiersi come dato di fatto. E in definitiva, farsi Epopea.

Compito questo che spetta principalmente alla funzione di fusione dell'Immaginario e del Reale per mezzo della codificazione del Simbolico, che, se espresso nei termini dell'estremizzazione, è funzione precipua di ciò che va sotto la denominazione di Avanguardia.