Corto circuito

ARTE E DITTATURE

di Piero Sanavio

"...Nessuna forma d'arte può essere prodotta sotto una dittatura, anche se vi sono state eccezioni come Pound e Céline". Come dire che l'arte è soltanto un prodotto della democrazia. e' stata la conclusione di un recente dibattito televisivo, notevole per la superficialità delle affermazioni. Certamente, nulla di meglio della democrazia, ricordando però che fu la democratica Atene a condannare a morte Socrate per "empietà"; che Lady Chatterley, stampata in Italia da tipografi che presumibilmente conoscevano poco (se lo conoscevano) l'inglese, fu a lungo proibita nei paesi della libertà d'opinione, e Ulysses di Joyce fu per anni messo al bando nel Regno Unito e le Americhe. Quanto a Pound e Céline, la loro produzione artistica non nacque sotto dittature - Pound comincia a scrivere ed evolve nel cuore di tre democrazie, quella americana, quella britannica e quella francese. Quando approda nell'Italia dell' "infausto ventennio" la sua opera è già formata, nulla di nuovo, né in senso ideologico né in senso formale, nella produzione che seguirà. Dal canto suo, Céline scrive i suoi testi più importanti, il Voyage e Mort à Crédit ,e conosce i primi successi, nel periodo del Front-populaire.

Un idiota politico, pure se uno dei più grandi poeti del XX secolo, Pound si muove tra diverse ipotesi populiste e approda al fascismo italiano cercandovi un'esemplificazione pratica alle sue idee sul Buon Governo , e tragicamente patetico, in questo. Le sue "intuizioni" economiche, nascono da letture fatte en vrac - Jefferson, Sant'Anselmo, Confucio, il Levitico, il maggiore Douglas, Alexander Del Mar, le ipotesi della rivista britannica "New Age", includendo le sperimentazioni di Silvio Gesell -- senza approdare a nessun effettiva, concreta "griglia" economica che vada oltre talvolta infantili utopie. Esemplari i suoi attacchi al New Deal e la politica economica di F. D. Roosevelt, cieco al fatto che proprio quel presidente aveva appoggiato il bipartisan Steagall-Glass Bill, che vietava alla banche di deposito di giocare in borsa. La legge fu revocata da Bill Clinton alla fine della sua presidenza, scatenando la crisi dalla quale il mondo non è ancora uscito.

Quanto a Céline: che, ignorandone i testi, c'è ancora chi cerca di sottovalutarne l'antisemitismo e contrabbandare lo scrittore come politicamente "de noantri" - a supporre che la valutazione di un'opera d'arte su basi politiche abbia un senso, qualunque possano essere le affiliazioni dell'artista. ( Da tenere a mente, in questo contesto, l'articolo sul Voyage di un giovanissimo Lévi-Strauss in un foglio socialista dove, pur esprimendo entusiasmo per la scrittura, osservava, contro l'opinione di molti recensori, che l'autore non apparteneva alla sua parte politica.) La scelta anti-umanistica (non trovo altro termine) di Céline nasce dalla sua invenzione letteraria, la radicale frantumazione dei nessi linguistici e della parola, alla ricerca di un veicolo espressivo che superi le rigidità sintattiche e grammaticali di quelli che, con approssimazione, possiamo definire i "codici di Port-Royal", identificati da lui come la lingua del Potere. (Ho tentato di spiegarlo in maniera articolata nel volumetto Ancora Céline, di qualche anno fa). Non si tratta, tuttavia, di una filiazione "inevitabile"delle sue ricerche formali, e in effetti il filone di scrittura populista dei Carco, i Dabit, i Barbusse, ai quali egli si agganciava ha tutt'altre alleanze. Ma, come scrisse a un amico, per distinguersi egli doveva "faîre le pitre", esagerare, fare il buffone, spostare l'asse politico. Un Céline vittima di se stesso? Non proprio. Da notare, comunque, che la Destra, quella vera, quella di Brasillach e Je suis partout , e a lungo lo aveva ignorato, non condividendo la sua violenza linguistica (un'eccezione l'irregolare Daudet ma Drieu la Rochelle, per Céline, provava soltanto disprezzo ), cominciò a prenderlo sul serio, ed esaltarne la prosa, soltanto dopo i primi pamphlet antisemiti. Tutto questo per suggerire che il problema "politica-creazione artistica " sta altrove. L'artista può essere umiliato e tacitato, anche ridotto all'afasia, da qualsiasi potere politico . Scriveva l'irreprensibile Thoreau, di cui ricorre quest'anno il secondo centenario della nascita, parlando del rapporto tra sé e il potere - "My thoughts are murder to the State."

Per la qualità della produzione artistica messa in circolo in questo primo quasi-ventennio del nuovo secolo, e la soffocazione di ogni "scrittura antagonista" (letteraria o altro che sia, e però la sola con dignità d'arte), l'attuale, "democratico", pensiero unico dell'Occidente e il potere delle cosiddette leggi del mercato, appaiono altrettanto nefasti delle "fatwa" di qualche islamista o le repressioni di Mao o Joe Stalin.