UTOPIE PRATICABILI - PAGINE SAI

APPUNTI

SULL’EMERGENZA-CULTURA

di Francesco Muzzioli

La cultura può essere salvata solo se si inverte la rotta... Intanto, però, misure minime, ma che siamo misure simboliche, vale a dire segnali di quello che andrebbe fatto nella direzione di "utopie praticabili". Per esempio, ne esemplifico una sperando che ad altri vengano idee migliori: la detraibilità delle spese culturali.

La produttività della cultura

L'avvicinamento di produzione e comunicazione è ormai un fatto risaputo: merci e massaggi non possono stare le une senza gli altri. Economia e semiotica sono intrecciate in molti sensi, non solo per quello specifico legame che è dato dalla pubblicità. Se questa è la variante sistemica da cui sono partite le analisi della postmodernità, presso di noi (di noi europei, di noi italiani) la questione assume anche un ulteriore aspetto vitale: infatti, la delocalizzazione industriale, indotta da un calcolo rozzamente elementare (meglio produrre là dove i costi della forza lavoro sono minori, nonché i diritti), alla quale il liberismo non ha i mezzi per opporsi, sembra ridurre le nostre chances alla produzione culturale. Tanto più che l'Europa, e il nostro paese in essa, può vantare un ragguardevole capitale culturale. Puntare su di esso sembrerebbe una direzione obbligata, purtroppo non ancora riconosciuta che in minima parte.

E però non si tratta soltanto di conservazione: monumenti, musei, tradizioni e quant'altro. L'importanza produttiva della cultura possiede un altro lato fondamentale che è quello dell'immaginario collettivo. Qui siamo molto indietro, sostanzialmente colonizzati (i nostri ragazzi crescono mezzi americani e mezzi giapponesi...). Ed è evidente l'importanza che riveste, nella riproduzione sociale, la produzione di identità, potremmo dire semplicemente la produzione del soggetto. Che è un campo tirato da interessi diversi: il mercato (produzione di consumatori) vorrebbe rivolgersi a un soggetto da eterodirigere a piacere; la politica spettacolo (produzione di elettori) pure - quando non preferisca acquistarli direttamente su piazza, a 50 € l'uno a quanto pare -; la democrazia, invece, avrebbe bisogno, per essere tale, di soggetti consapevoli capaci di discernere nelle diverse proposte e di impegnarsi in esse (produzione di cittadini). Che oggi prevalga una cultura con la "c" minuscola è l'effetto dell'egemonia che si è instaurata, a danno della democrazia, appunto, che versa in stato problematico come si vede (potere legislativo ormai soggiogato all'esecutivo: ma di questo altra volta). Con un corollario, tuttavia: che l'abbassamento culturale, poi, quelle che chiamerei le conseguenze delle deficienze, va poi a danno del sistema stesso, servito da accoliti incapaci, non in grado di competere nell'innovazione tecnologica, abbandonato in mano al malaffare e alla corruzione. E quindi?

Il buco nero della scuola

Quando si parla della crisi della cultura, gira e rigira, si finisce sempre per parlare della scuola. La scuola dovrebbe essere il punto centrale della produzione di cittadini e di Cultura con la "C" maiuscola e dovrebbe fornire il "codice" (l'alfabetizzazione) per comprendere e valorizzare il patrimonio culturale di cui si diceva. Capire l'arte, capire la poesia, capirne le evoluzioni moderne, ecc. È il luogo, esterno al mercato, che dovrebbe alzare il livello dei consumatori di cultura, in modo da costringere le scelte mercantili a migliorare i loro standard. Che questi invece stiano procedendo verso il basso, significa che le cose non vanno come dovrebbero andare. La scuola è strangolata dalla burocratizzazione, sottoposta a valutazioni con discutibili criteri, sembrerebbe abbandonata a se stessa, invece di allargare la sua prospettiva, diventando un punto di riferimento e di organizzazione dei giovani (corsi pomeridiani, gruppi di studio autogestiti, ecc.). Invece, depauperazione, degrado, disinvestimento. Sospetta attesa di privatizzazione: eh, già, perché questo luogo di potenziali utenti, così fuori-mercato? Già noto, sui muri del mio luogo di lavoro, una Facoltà Umanistica, apparire dei manifesti pubblicitari. Che nessun muro vada sprecato!

La rimozione della critica

Il campo di cui mi occupo è la letteratura. Ora, la logica del mercato ha ridotto lo spazio letterario, che da sempre possedeva diverse varietà, all'unico ambito del romanzo, anzi sarebbe meglio dire della fiction, tanto il romanzo è reso irriconoscibile non dico rispetto alle sperimentazioni novecentesche, ma anche rispetto alla tradizione. Direi: la forma di fiction: basata sull'invito al lettore di lasciarsi catturare nella trama fino all'immersione e all'assorbimento. Romanzo-sceneggiatura, fatto di scrittura scorrevole (niente particolarità stilistiche, per carità), standard riconoscibili e produzione di generi più che di testi, proprio per la consumabilità senza fine che un genere (noir e fantasy i più gettonati) possiede rispetto alle singolarità autoriali.

In questo restringimento di opzioni scompare non solo la poesia, ma ancora prima la saggistica. La crisi della la critica letteraria si è sentita spesso lamentare, ma è chiaro che il mercato non ha bisogno di critica, solo di pubblicità... Quando si aprono delle polemiche è precisamente per creare tempeste in un bicchier d'acqua a fini giornalistici. La critica sopravvive in rete? Certo, se ne fa molta ed è aperta a tutti, ma si tratta il più delle volte di meri giudizi contrapposti (mi piace/non mi piace), virulenti quanto si vuole, ma privi di motivazioni e di approfondimenti. E poi, ancora più in generale, una certa politica "carismatica" non ha bisogno di destinatari critici.

Il problema è che senza la criticità, lo spirito critico, il dibattito teorico e il confronto delle tendenze, la stessa creatività regredisce, si fa inconsapevole e ricade nel senso comune. Vengono meno le spinte innovative e gli scrittori giovani nascono vecchi, nel senso che, aspirando ad entrare nel sistema della narrativa di consumo, capiscono bene che, per superare l'agguerrita concorrenza, devono creare il caso eclatante, mantenendo la loro scrittura in parametri sempre più limitanti e poveri.

Riequilibrare il mercato

Di fronte all'esito del mercato - che è la riduzione della biodiversità culturale - che cosa si può fare? È giusto chiedere qualche forma di assistenzialismo? O non piuttosto è giusto chiedere il dovuto (il diritto d'autore) e magari, con le dovute "coperture", delle misure strutturali tendenzialmente rivolte al riequilibrio del mercato? Si tratta solo di mettere i piccoli soggetti (i piccoli editori) in grado di concorrere con i giganti del monopolio editoriale. Già sono pari, se non superiori, per qualità del prodotto (qualità di carta, grafica, ecc. e indubbiamente per contenuti); occorrerebbe intervenire sul "tappo" della distribuzione, oltre che - ovviamente - sull'immenso divario degli accessi alla promozione sui mass media, dove ormai si pubblicizzano essenzialmente i libri dei personaggi già noti al pubblico televisivo, con grande scialo del termine "scrittore" attribuito a degli "scriventi"...

In attesa del decollo di nuovi canali su internet, ci possono essere strade di agevolazioni fiscali o anche, semplicemente, della apertura di spazi espositivi periodici, sul tipo della fiera romana Più libri più liberi, che ha sempre grande successo, ma ha il difetto di essere troppo dispendiosa per i piccoli.

Misure simboliche di utopie praticabili

Perché è chiaro che non si tratta di palliativi, ma la cultura può essere salvata solo se si inverte la rotta... Mi hai detto niente! - questo è il problema (cioè: la rivoluzione, se posso pronunciare questa parola-tabù)... Intanto, però, misure minime, ma che siamo misure simboliche, vale a dire segnali di quello che andrebbe fatto nella direzione di "utopie praticabili". Per esempio, ne esemplifico una sperando che ad altri vengano idee migliori: la detraibilità delle spese culturali. Si potrebbero trattare alla stregua delle spese sanitarie o di quelle per gli animali domestici... Viste le statistiche sulla lettura, questa misura non costerebbe molto e dimostrerebbe l'importanza o quanto meno l'avvertimento dell'esistenza del problema della produzione culturale.