CULTURA E DIRITTI

ANTEPRIMA DI UN INEDITO. “PAROLE A PERDERE”:

Conversazione del commissario col professor Aproda

e la professoressa Recanati intorno alle cause

di un delitto gelido e oscuro

S'era fatta quell'ora, fecero portare panini e Vermentino. Mangiarono in silenzio..., come tutti e tre nei pensieri. Ma poi il commissario chiese ancora: − Se è così, se questo delitto è un paradigma o un'allegoria del nostro tempo, come è potuto accadere?

− Veda, commissario: questa società è un habitat piuttosto difficile per l'Uomo di oggi. Purtroppo è vero: dopo tante speranze illusioni e utopie siamo caduti nel dominio di questa sorta di Pensiero Unico.

Il quale, badi, non è il Liberismo che abbiamo storicamente conosciuto, ma una sua forma degenerata, una sua malefica mutazione genetica. Un liberismo che ha completamente perso di vista i valori fondativi ed è totalmente autoreferenziale...: un liberismo che ha come unica prospettiva il continuo rafforzamento della ricchezza e del denaro in quanto tali, senza alcuna preoccupazione di ordine sociale.

− E ciò si riflette sulle persone? Sul loro stato e...

− E sul loro essere sociale, e sulla loro humana conditio: sì. È impressionante come le persone non concepiscano questo sistema magari come il migliore tra i vari mondi possibili, ovvero come una ideologia dominante tra le altre, oppure magari come un modello più efficiente rispetto a quelli concorrenti e in contrasto, ma lo considerino invece, rassegnatamente, quale vera e propria nota fondativa della società in cui viviamo: come una sua fisiologica cifra di fondo, e in quanto tale definitiva e immodificabile.

− E qual è il risultato di questo... possiamo chiamarlo asservimento?

− Può dirlo, sì. Asservimento. L'essere umano alla mercé degli animal spirits del capitalismo postmoderno... Sì... Perché l'altra peculiare caratteristica della realtà dei nostri giorni è appunto l'estremo individualismo che segna l'Uomo Contemporaneo... Ognuno concentrato esclusivamente sul suo particolare, attento solo a quanto riguarda la sua sfera privata e quella dei suoi famigliari più stretti, nel più completo disinteresse per ciò che concerne la vita pubblica, la dimensione collettiva, l'ambito sociale, con un atteggiamento di dichiarata ostilità verso tutto quello che ha a che fare con lo Stato e con la collettività. La Thatcher ha vinto, mio caro Emme: la società non esiste. E l'idea di Reagan spopola: quando è in discussione la libertà, lo Stato non è la soluzione, lo Stato è il problema... Ed eccolo qui, l'Uomo Contemporaneo: completamente solo, privato anche di quel conforto che fino a non molti anni addietro gli poteva venire dall'appartenenza ad un qualche organismo di carattere collettivo..., in crisi le grandi strutture verticali che hanno caratterizzato il Novecento: la Religione, lo Stato, il Partito, il Sindacato. E l'esistenza di questi persi nella vita affidata come sembra a nuove forme di collegamento ad impianto orizzontale..., Internet o i vari Social..., che però sono del tutto inadeguati a supplire alla scomparsa di quelle tradizionali forme di socializzazione e a sottrarre le persone ad una innaturale solitudine.



− Tuttavia, professore, non vede anche lei un forte bisogno ed anche una ricerca di socialità. Volontariato, aggregazioni civili e culturali, partecipazione a molti grandi momenti di vita civile...

− Parla del concertone del Primo Maggio?

− Anche quello, sì. E le dico di più: certi grandi raduni, rock, rap, o anche piccoli incontri attorno a una band di jazz, a uno spettacolo dal vivo che non sia pura gastronomia, a me sembrano ancora forme o almeno bisogno di essere insieme..., di dire insieme qualcosa di non asservito a quel pensiero che dice lei: unico, ma incapace di dare risposta al bisogno di profondità e umanità, di solidarietà reciproca e..., non voglio essere patetico, ma lo dico: di amore. E poi c'è dell'altro, che non è solo concerti e teatro. Le manifestazioni contro le mafie, le masse che si riuniscono attorno alle parole del Papa, le manifestazioni per il lavoro e per la pace...

Emme combatteva in quel modo, o tentava, la sua disperazione, il suo senso di colpa e l'angoscia dei rimorsi e delle sconfitte... Il professore rispose.

− Sì, ci sono. Ma non sono quelle a segnare la vita sociale e, soprattutto, a divenire società politica e Stato.

Emme capitolò. O parve.

− Già... − disse. − Temo che sia come lei dice. E lo vedo anche io..., sì..., vedo anche io che la grande maggioranza delle persone, parlo di quelle laboriose e sostanzialmente oneste, si rifugiano nel privato, cercano un modo di sopravvivere nei loro affetti e di ottenere e difendere..., in qualche modo..., ciò a cui hanno pieno diritto: una casa, una famiglia, le vacanze, l'automobile, il computer, un cinema, una pizza, l'assistenza per loro e per i vecchi, un futuro per i figli e i nipoti... Lo so..., lo so... (e ai due professori la voce del commissario parve incrinarsi, rompersi, farsi roca)... si rifugiano nel privato e non sanno che quegli onesti averi, quelle cose che gli appartengono per dovere sociale..., e quegli stessi affetti..., sono legati alla storia, e dipendono dalla giustizia o meno con cui è tenuta la società... E che è da ciò che deriva se non possono sposarsi e fare figli, se debbono scappare all'estero, se undici milioni..., in Italia, non in Nigeria..., non riescono più a curarsi, se un bambino su tre..., in Italia, non in Ruanda..., non ha giochi né cure... Ma che altro possono fare se nessuno li chiama, se nessuno li rappresenta? E così quegli altri..., e sono molti, lo dico ancora..., quelli che invece s'impegnano, che cercano e danno solidarietà, che cercano di confederarsi e dare aita..., per dirla col poeta..., come lei dice non contano quasi niente... Ma c'è forse qualcuno, un soggetto politico e morale che sappia raccogliere quel bisogno di solidarietà e socialità?

− Lei, caro Emme, vuol dire di socialismo... − interruppe sorridendo la Vanna. − Allora è vero che lei è un comunista.

− Veramente no, infatti non sono ancora stato messo sotto inchiesta...

− Come quel tale di Chandler? − sempre ridendo la professoressa Recanati.

− Appunto... Ma sì, voglio dire proprio quello. Del resto lo sanno tutti che io ho seguito mio padre e fui e sono di Giustizia e Libertà... La rivoluzione liberale di Gobetti, il socialismo di Rosselli e di Parri..., e di Ernesto Rossi e di tutti quegli intellettuali e lavoratori e servitori dello Stato che segnarono la Resistenza e poi, anche dopo il diluvio dei tempi nòvi hanno continuato a servire l'idea e le leggi che avevano fondato.

− Ah, certo! Certo!... − disse il Professore. − Ma lei..., mi consenta un'impertinenza..., è uomo del secolo scorso e quindi sa connettere ancora passato e presente. Invece l'altra caratteristica peculiare di questa società in cui viviamo è proprio il suo schiacciamento su una sorta di presente assoluto. Oggi l'interesse per il passato è scarsissimo, la conoscenza di ciò che è accaduto nella storia, delle eredità lasciateci dalle generazioni precedenti non interessa quasi nessuno. E parimenti pochissimo spazio ha il Futuro, la progettualità per un mondo diverso, la speranza di un domani migliore... Tutto quello che conta è il presente, l'attimo attuale, il frangente quotidiano, il risultato percepibile ed incassabile ad horas.

− Mi pare, carissimo Emme, che Aproda abbia ragione..., purtroppo. Ne faccio quotidiana esperienza anche io nell'insegnamento e nel rpporto con studenti e insegnanti.

− Anche lei?

− Sì, anche io. Ed è allarmante la estrema superficialità che contraddistingue i processi cognitivi..., non solo le singole persone ma i giornali, i libri, le trasmissioni tivù..., l'imperversante banalizzazione di ogni genere di contenuto. Oggi è difficile assai..., vero Aproda?..., fare un ragionamento complesso, sviluppare un pensiero articolato: tutto deve essere semplice, veloce, fruibile con facilità e rapidamente.

− Per essere poi dimenticato..., o meglio: messo da parte..., altrettanto rapidamente quando non serve..., come dice lei commissario...? quando non serve a far berci.

− Ma come è potuto accadere?... − fece Emme incupito. Straziato, anzi.

− Probabilmente − proseguì la psichiatra − vi è anche una inconscia componente difensiva: ogni giorno ognuno di noi è travolto da un oceano di notizie e di dati, una distesa sterminata e indistinta di informazioni che ci soverchia in qualsiasi momento della giornata come mai era capitato ai nostri simili nella storia millenaria dell'umanità... Per di più frammentarie, sommarie, fuori contesto, e due terzi di esse, specialmente quelle politiche e pubblicitarie, distorte, adulterate o apertamente mendaci. E allora, questo prudente attestarsi dell'Uomo sulla semplicità e sulla banalità, forse, è una sua tattica di autotutela, per evitare di essere travolto dal flusso dei dati ed andare in mille pezzi.

− Ricordate l'uomo blasè di Simmel?[1] − si riprese il pallino il professore. − L'essere umano, a contatto con una quantità di stimoli per lui sconosciuta, derivanti dalla nuova dimensione urbana della metropoli, si difende assumendo un atteggiamento di generale indifferenza, rendendosi catafratto a tutti gli impulsi esterni... Be' oggi, al cosiddetto inizio del cosiddetto terzo Millennio, forse siamo in presenza di un nuovo atteggiamento blasè: l'Uomo dei nostri giorni, chiuso nella sua solitudine e costretto ad un innaturale individualismo, alle prese con oceaniche ed ingestibili masse informi di informazioni e notizie, si difende restando sulla superficie delle cose, ignorandone la complessità, non interrogandosi sui contenuti più veri e profondi.

Emme era grigio, pesto: imparpagliato, come avrebbe detto sua madre. Aveva perso la parola. Vanna cercò di consolarlo.

− Ma non disperiamo..., non disperiamo. Ogni contraddizione produce la sua negazione..., e forse il bisogno di socialismo, come lei lo chiama, è davvero una reale necessità..., se perfino in America, tout malgré..., e perfino in questa pallida Europa impantanata negli spred e allucinata dalle nuove migrazioni barbariche..., e a modo suo perfino un papa, lo ripropongono e chiamano. Del resto non è lei che ricorda sempre il nec spe, nec metu di Cicerone e Caravaggio? E lo sperare contro ogni speranza di San Paolo?

− Sì... − disse Emme. E celava in quel modo la sua intima verità, il suo approdo segreto all'ultimo freddo cinfiteor del berlinese... − Sì..., ma io dico anche che la speranza è nell'opera. Ed oggi... chi è all'opera oggi? Chi sta mettendo la scure alla base dell'albero...? Ma nemmeno ci pensano!

− Qualcuno c'è, come lei sa e sperimenta ogni giorno. La sua stessa ricerca è opera e vale.

− Davvero? A me invece sembra proprio quell'inane sforzo...

− No, non è vana. Anche soltanto trovare la verità su un delitto fa fare un passo avanti alla ragione.

− Ma come è possibile, allora, che le persone migliori sprofondino anch'esse nelle disragioni della tenebra?

− È proprio sicuro che siano tenebra e disragioni?

− Sì. Ne sono sicuro.

− Vede, commissario, tutto ciò che abbiamo detto non è una fola, è realtà. E dunque, se nel tremolio dello Stato non s'intravvedono più, o sono anch'esse macerie, quelle famose casematte della società civile, proprio le persone migliori e più coerenti sono indotte a cercare... la via diretta. Non c'è più giustizia? Me la faccio da solo.

− Ma questa è la sconfitta! La nostra sconfitta!... Ed è terribile e inospportabile..

− Terribile, ma da tutti i lati.

− Sì − disse ora il professore: − è perfino orrendo che una persona..., non un ossesso dalla gelosia o dal narcisismo, un forsennato sacerdote di quell'io assoluto..., ma una persona civile sociale progressista, possa ritenere che si sia tornati all'Antico Testamento, al dente per dente occhio per occhio, al tempo anteriore alle tavole bronzee quando il fratello diceva all'altro fratello andiamo ai campi..., ma orrendo ancor più che delitti i quali gridano giustizia, delitti non solo contro persone ma contro la Persona, contro la vita, contro la dignità umana e la natura, non solo rimangano impuniti ma siano strumento e forma del potere, sostanza della società politica−civile sempre più criminale. Ed orrendo soprattutto che gente per bene, gente che vuole il bene e fa il bene in tanti modi, non veda altro modo di combattere il male.

Tacquero lungamente tutti e tre. Poi, infine, Emme disse: − Dunque non mi sono sbagliato.

− Credo proprio di no, caro amico − rispose la psichiatra. − Anche in questo caso non si è sbagliato. E adesso si ritrova con un bel problema etico a cui dare risposta. Non vorrei esserle manco camicia, diceva mia madre..., perché, come lei stesso ci ha riferito, ha solo parole.



[1] Georg Simmel, La metropoli e la vita dello spirito. 1903.