PER LA CRITICA

Scomparso nel 1986, a trent'anni

ANNIBALE RUCCELLO: LA NUOVA DRAMMATURGIA NAPOLETANA

di Maurizio Barletta

...La scrittura di Ruccello, era invece piuttosto la conseguenza di una vocazione irriducibilmente mediterranea, che andava oltre i limiti della tradizione, sconfinando e scoprendo sintonie nei punti cruciali di quella che è stata la civiltà letteraria e teatrale europea.

Nato nel cinquantasei, Annibale Ruccello, perse la vita in un incidente automobilistico nell''ottantasei, quando aveva soltanto trent'anni. Erano trascorsi soltanto due anni dalla scomparsa di Eduardo, ma già Ruccello si era imposto come l'autore, l'attore, il regista e, infine, come il riferimento più significativo di una nuova drammaturgia napoletana portatrice di indirizzi radicalmente innovativi nel contesto appunto dell'affermata tradizione scenica partenopea.

E tuttavia, se Ruccello è stato il più sintomatico autore del cosiddetto "dopo Eduardo", sarebbe erroneo leggerlo come un effettivo eversore nei confronti di certi presupposti che hanno connotato la miglior tradizione del teatro napoletano. Al punto che, se si presta attenzione alla controversa e sempre aperta questione del linguaggio, si può osservare che il timbro dialettale, che nel teatro di Eduardo si affievolisce nella successione dei testi, (tanto da coincidere con il parlato della piccola borghesia napoletana del secondo dopoguerra), nel Ruccello delle giovanili "Favole campane" pervade il campo narrativo con una famelica energia, come un ritmo assolutamente ineludibile, che del resto accompagnerà la scrittura anche nei successivi sviluppi della sua drammaturgia, prendendo talvolta l'aspetto di un sottotesto.

Se poi davvero si vuole rinvenire il segno più duraturo e inconfondibile lasciato da Ruccello nella scrittura per il teatro degli ultimi anni del secolo scorso, è sulla duttilità della sua poetica che occorre concentrare l'attenzione. Perché, in definitiva, tanta critica teatrale, per una volta raccolta nel segno positivo dell'unanimità, concordò nel riscontrare in questo autore non ancora trentenne un punto di svolta, un'alternativa non estetizzante, ma anzi ricca di un'identità appunto compiutamente poetica? Forse perché infine la critica teatrale di quegli anni (quando cioè ancora essa operava nella residua fiducia di essere parte di un sistema), ma ormai propensa allo scetticismo per gli esiti più recenti, dove gli autori di volta in volta confermavano la loro subalternità rincorrendo il dilagante minimalismo o il più rassicurante e decrepito tradizionalismo che attanagliava gran parte della regia nostrana, si trovò unanime a scoprire nel ventiquattrenne Annibale Ruccello un'autonomia creativa profonda, sincera, sorprendentemente matura e originale nei suoi intendimenti. E queste preliminari riflessioni rendono più doloroso, quando sono trascorsi trent'anni, il ricordo della sua scomparsa.

Il testo che indicò Ruccello all'attenzione della critica, e che fu accolto calorosamente dal pubblico, consisteva in un atto unico intitolato "Le cinque rose di Jennifer". Un particolare che fu sottolineato molto energicamente dalla critica. Infatti era proprio il riferimento alla misura della pièce che meglio offriva la possibilità di cogliere quell'intensità di rifrazioni drammaturgiche, apparentemente spropositate nella dimensione dell'atto unico, che il giovanissimo Ruccello invece padroneggiava nell'unità di una scrittura che, quanto più dimostrava tangibilmente di avere il suo riferimento nell'oggettività dei mutamenti antropologici che investivano l'ambiente di riferimento, tanto più liberava la trama da asservimenti dilatori, descrittivi, assorbendo l'atmosfera appunto nell'incalzante incisività della parola, in un fervore comunicativo che il teatro italiano non intercettava da tempo. Era come se questo giovane autore riuscisse a far passare nella cruna di un ago lo spessore di una tela tenebrosamente figurativa. E Jennifer, nel suo travestitismo, era il filo conduttore incalzante, tra uno squillo di telefono e l'altro, tra un disco e l'altro di Mina, di Raffaella Carrà, di Gabriella Ferri, di una storia che evolveva in una connotazione antropologica, tanto forte ma mai didascalica, della mutazione che aveva investito la città di Jennifer e di Ruccello. La qualità più sorprendente del testo consisteva nell'essere un atto unico che aveva lo spessore, l'intensità spiazzante, il ritmo coinvolgente di una commedia in più atti. Un testo che rivelava un autore non soltanto precoce, ma in più colto, efficacissimo nel debellare ogni escamotage intellettualizzante.

Annibale Ruccello, dunque. "Un po' voyeur un po' poeta", come osserva acutamente Enrico Fiore nella sua convincente introduzione a un volume che raccoglie i sei testi, da "Le cinque rose di Jennifer" a "Ferdinando ", del 1984, che il giovane autore napoletano ha lasciato. E Fiore, appunto partendo dal testo che segnò l'esordio del giovane drammaturgo, scrive. " E Jennifer, dunque, si faceva simbolo di una pratica di scrittura drammaturgica che non parlava di Napoli,ma, puramente e semplicemente, era Napoli, una scrittura che assumeva Napoli in quanto corpo storico, visto e sentito (anche nel senso di patito) lungo il suo divenire e trasformarsi senza alcuna preclusione ideologica e, ciò che più conta, senza il timore di sporcarsi con le sue contraddizioni... Annibale Ruccello, in sintesi, metteva in scena la Napoli effettiva ormai dedita a un'autorappresentazione".

Certo è che il voyeurismo sottolineato da Fiore si manifestava tra gli altri aspetti che circolavano nella poetica di Ruccello, manifestandosi con la forza di una strepitosa energia. Perché egli continuava a vedere con un equilibrio sentimentale e soprattutto culturale del tutto originale, la sua città di riferimento come appunto una città regina, ancora segnata dalla sua antica vocazione di Capitale mediterranea. E quindi depositaria, nella manifestazione delle sue contraddizioni esistenziali, di una sintomaticità che altrove non assumeva lo stesso spessore fenomenico. Nella precoce agilità creativa di Ruccello, nella sua abilità che gli consentiva di non inciampare in qualcuna delle trappole che sono sempre sottese, come abbiamo già osservato, nella struttura stessa dell'atto unico, era tuttavia già presente, per così dire, una superiore e tangibile attrezzatura culturale e, più precisamente, la fisionomia di un intellettuale moderno: complesso e non schematicamente periodizzabile.

Trascorsero tre anni dalla messa in scena di Jennifer al debutto del suo atteso secondo testo: " Notturno di donna con ospiti". Una gestazione più tormentata. Rispetto a "Le cinque rose di Jennifer", che aveva due personaggi, e altrettante voci fuori campo, e che in certe sue fasi addirittura si caratterizzava ritmicamente come un coinvolgente monologo, il "Notturno di donna con ospiti", nella sua prima stesura era stato previsto con sette personaggi. Anzi, nell'ottantadue, nella sua prima scrittura, il testo fu registrato alla SIAE con un diverso titolo:"Una tranquilla notte d'estate". Sottoposto a successivi rimaneggiamenti formali, il numero dei personaggi fu ridotto a cinque.

E comunque, probabilmente, "Notturno di donna con ospiti" è il testo che più di ogni altro introduce a una riflessione sulle ascendenze culturali di Annibale Ruccello. Già a proposito delle "Cinque rose di Jennifer" erano stati richiamati i nomi di Pinter e di Genet. Riferimenti peraltro inevitabili che sono stati argomentati in termini piuttosto convincenti anche per un altro autore propositivo, appartenente alla stessa generazione di Ruccello e attivo anch'egli nell'area campana e tra i protagonisti del dopo Eduardo: Enzo Moscato. E qualche altro nome di autore italiano rivelatosi nello stesso periodo si potrebbe aggiungere: penso per esempio al messinese Spiro Scimone e alle atmosfere pinteriane e post-beckettiane ricorrenti nei suoi testi.

Ma come dopo Pirandello abbiamo dovuto registrare un Eduardo segnato dalla lezione del maestro siciliano per un certo lasso di tempo, così il dopo Beckett e il dopo Pinter hanno influenzato in larga misura l'ultima e più interessante generazione di autori europei. Va però detto che il pinterismo innegabilmente circolante nell'impianto drammaturgico, per quanto riguarda Ruccello in testi come appunto il richiamato "Notturno di donna con ospiti"o in"Week-end" andrebbe meglio definito come una citazione ovviamente ricorrente, ma transitoria in poetiche che hanno individuato essenzialmente riferimenti simbolici comuni: la devianza, il sotterfugio che nel corso del racconto si trasforma con radicalità in violenza, cioè i segni più ricorrenti che hanno accompagnato la fine di un millennio.

La scrittura di Ruccello, era invece piuttosto la conseguenza di una vocazione irriducibilmente mediterranea, che andava oltre i limiti della tradizione, sconfinando e scoprendo sintonie nei punti cruciali di quella che è stata la civiltà letteraria e teatrale europea. Come confermò nel suo ultimo testo: quel "Ferdinando" che ottenne il Premio Idi dell'ottantacinque. Dove appunto la vocazione drammaturgica si raccordava coerentemente con un intelligenza di specie letteraria davvero non occasionale.

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