LEGGERE IL NOVECENTO

In ricordo di Anna Malfaiera

ANNA DI SEMPRE

di Maria Jatosti

Aver conosciuto Anna, averla apprezzata, ammirata, amata, mi impone oggi l'obbligo morale di andare oltre l'emozione e il dolore della sua perdita e di considerare il suo lavoro con attenzione lucida e onesta. Io ci provo da giorni, e continuo a provarci.

Stimolata dall'imminenza di questo evento, ho riletto tutti i suoi libri, da Fermo davanzale, del '61, a Il più considerevole del '93, più altre cose sparse in antologie e raccolte varie: un'avventura dello spirito. Provare a tenere a freno l'emozione non è stato facile. Era come riviverla, risentire la sua voce, il suo modo di leggere i suoi versi, così peculiare, con quella musica monotona, bassa, senza enfasi, senza picchi, fioriture, coloriture, effetti, che rispecchiava fedelmente la concezione stessa della sua poesia.

No, non è stato facile. Non è facile. La mente impone ma il cuore si nega, sfugge, si allaga, cerca conforto nella seduzione dei ricordi. Lampi, squarci, memorie di altri giorni, altre storie, altre esistenze. Immagini come fotogrammi fiottano e premono dal buco nero della dimenticanza: chiara nel buio, Anna è con me, persistente. Mi parla, piega la testa un po' di lato e mi sorride complice, ironica, segreta. Un flash: noi due in giro per qualcuno di quei fastidiosi riti pubblici che la ingombravano e la chiudevano a riccio, isolate e unite in pensieri e umori. Venezia 1988, Palazzo Grassi, i Futuristi. Amava la pittura, Anna, e se ne dilettava con un certo talento. Il ponte dell'Accademia, Giorgione: la zingara col pupo al seno, il soldato che la guarda indolente, entrambi noncuranti della tempesta annunciata dal fulmine che taglia la tela del cielo. Le nostre speculazioni sull'aria distaccata dei due, sulla incomunicabilità degli uomini... Su e giù per ponticelli, canali e campielli abboffati di truppe trasandate, fino all'alloggio estraneo. Amava la musica, Anna, il jazz. Dove saranno finiti i vinili di via San Quintino che tirava fuori come un giocoliere dal cilindro: i suoi preziosi Coltrane, Davies, Parker...

Rileggere Anna è stata una conferma ma anche per certi versi una rivelazione, una scoperta. Alcuni testi mi stavano scolpiti nella memoria in tutta la loro potenza e sono tra i miei preferiti, come "Non ho mai saputo perché mi ostino a scrivere" o "Leggero persistente mi piace il segno" versi esemplari che, soprattutto il secondo, evidenziano come una definitiva dichiarazione, la poetica di Anna. Per anni mi sono concentrata su questi e altri che riguardano ugualmente la scrittura: la "cosa pensata scritta", "le pagine argomentate", la parola immessa nel vuoto "prima che si renda inservibile", "l'urgenza del dire che non ha mai fine", cito a memoria. In qualche modo li consideravo chiave di lettura per una poesia essenziale, concentrata, concettuale, compatta, determinata, ostica, dura, così spoglia di metafore, furbizie, artifici, seduzioni, schemi e regole. Così piena di domande, esigente di risposte. Una poesia, come disse una volta Alfredo Giuliani in un intervento pubblico del 20011, non bella. "Bello è il pensiero che rende possibile una poesia così implacabile con se stessa e con gli altri.".

Ma oltre la testa c'è dell'altro. C'è la solitudine. Il potere della luce che dopo la pioggia si spande sulle cose, sugli oggetti, ma non su di lei... L'illusione strappata "che una porta o una finestra resti/ aperta" per lei... La solitudine che può anche diventare sollievo se "ripara dall'intreccio/ degli eventi che si propagano come malefico/ contagio.".

C'è il rapporto con il proprio corpo: corpo impaccio, ingombro, sofferenza, estraneità, "proprietà non sempre garantita", sdoppiamento, "contemplazione negata" - "la smorfia del viso raggrinzito (che) s'incunea taglia la simmetria del composto consueto..." il sangue che ristagna, e che "compresso non sobbalza."...

C'è l'amore come assenza, come bisogno acuto, ferita sanguinante, "vuoto compiaciuto", nostalgia di "immagini dei desideri/ che empivano i miei giorni grano a grano", come manque considerevole dolente, come "Resistenza inamovibile", il poemetto che sigilla (quasi) la raccolta E intanto dire curata da Mario Lunetta2.

E c'è Anna, tutta. Che mi manca. La sua intransigenza, il suo sguardo implacabile, la sua valutazione lucida e critica degli avvenimenti, la sua impossibilità di adattamento, lo sdegno, lo spavento di fronte alle minacce, agli agguati di un mondo fatuo, triviale, liquido, "beffardo anonimo salato". Come sarebbe oggi? Come vivrebbe, con quale spregio e amarezza, con quale disagio rabbioso questa universale miserevole spregevole stagione? Troverebbe ancora la fierezza della sua scrittura civile, "impegnata", per usare un termine avvilito?

La sua verità, che mi manca, così ostinatamente ricercata. Il suo "istinto ingordo", la sua "rabbia non più trattenuta", la "determinazione a decidere libera", l'indignazione furente consapevole di Anna soggetta ma mai rassegnata, mai sopraffatta poiché "contro potere e utilità come monete valide di scambio, contro "valori illusori decorativi alibi di azioni/ impacciate..." "Si dispera esaurita la natura/ dell'uomo non corrotto quella che s'investe/ responsabile, che s'infiamma e non fonde.", come si legge in un nobile testo presente in una antologia di Filippo Bettini3. La sua tensione morale, l'urlo di certi testi prossimi all'invettiva come questo che chiude l'ultima raccolta di Anna4

Siamo al grado zero di valenze perdute

un inventario di complicità casuali e no

di assurdità credibili. Campionario.

Furbi cretini porci scemi: E l'orco?

e gli sciacalli? e i coglioni? Ahi!

Faccia a faccia insultandoci corpo

a corpo scontrandoci persiste accanita

la volontà irriducibile del sopraffarci.

Anna amore indignazione pensiero riflessione combattimento confronto e tenerezza: tutto si fonde, là "dove convive alleata la spina con la rosa"5, in una forma, un tutt'uno compatto coerente che è lei, il suo corpo, il suo aspetto, la sua voce, la sua presenza scolpita, il suo "passo pesante pietra/ che andando qualcuno rimuove"...

Mi manca la sua dialettica, la sua severità di giudizio, che era consapevolezza e orgoglio della propria scrittura così personale e innovativa con quella forma imponente a blocchi granitici e pure sonori, teatrali, in odio di fiati, interpunzioni, abbellimenti, cosa che la accomuna a Gertrude Stein, la scrittrice americana ritratta da Picasso che tanto le assomiglia, alla quale Anna ha dedicato un testo,6 di cui ho curato una mise en scene che probabilmente non le sarebbe piaciuta e non avrebbe esitato a dirmelo esplodendo in una delle sue impennate, per ripagarmi subito dopo con riflessiva e amorosa generosità riflesso di una fragilità e di uno stupore (termine ricorrente nei suoi versi) che la rendevano così umana. Ma non ha potuto. Se n'era già tornata al suo paese "pigro dentro i monti", "che pare che muore ed è già morto". "Gli uccelli ruotano a vuoto... gli uomini vanno cauti a concludere un rito".

E io concludo la mia chiacchierata che non è un rito come non è un rito questa riunione commossa e tesa, e per farlo, se l'emozione non mi tradirà, ho scelto di leggervi il testo che inaugura la sezione finale, intitolata "La porta in faccia", dell'ultima raccolta di Anna7

C'è aria di rinuncia c'è aria di chiusura

c'è aria di aldilà. Mi è negata la speranza

di esiti favorevoli i progetti da sempre

si ritraggono chiudendomi la porta in faccia.

L'avvenire di schiena in direzione opposta

conferma il negativo prodotto dai contrasti

ostacoli urti tensioni un tutto assommato

in cui impigliata non ho trovato scampo.

Sgobba non indugiare affrettati provvedi

sarà piuttosto duro tocca a te sei forte tu.

Ed io a mostrare zelo voglia di predisporre

pensavo per il meglio. Dedizioni sacrifici

comprensione rabbia l'avventura no per difetto

di capacità cognizioni competenze attitudini.

Carichi fardelli affanni prove di forza

mai a riprendere fiato. Energie sprecate.

In un angolo finalmente arresa mi avvolge

l'eco - Molla tutto. Ormai resti d'impaccio.

-----------------------------

1.Intervento di A.G. nell'ambito di "Cara Poeta 2001", Roma. Rassegna Annuale di Poesia delle Donne, a cura di Maria Jatosti.

2.E intanto dire, Il Ventaglio, 1991. Collana "La Camera Rossa" diretta da Mario Lunetta. Postfazione di Giulia Niccolai.

3.Poeti contro la mafia, a cura di Filippo Bettini, La Luna 1994

4.Il più considerevole, Anterem edizioni, 1993, a cura di Ranieri Teti. Nota critica di Giuliano Gramigna

5.Mario Lunetta, Acrostico per Anna Malfaiera

6.27, rue de Fleurus, Il Ventaglio 1992, con una nota di Mario Lunetta

7. Il più considerevole, op.cit

.....................

ANNA MALFAIERA

Nasce a Fabriano nel 1926. Si laurea a Urbino. Nel 1961 si trasferisce a Roma dove lavora al Ministero della Pubblica Istruzione.

La sua attività letteraria si è espressa principalmente in poesia. Ha collaborato a diverse riviste letterarie, tra cui: "Letteratura", "Galleria", "Fiera letteraria", "Cervo volante", "Il cavallo di Troia".

Sue poesie sono apparse su molte antologie, tra cui Poesia italiana oggi, a cura di da Mario Lunetta, Newton Compton Editori 1981. Stille d'acqua in un braciere, 1989; Cara Poeta 1997, a cura di Maria Jatosti, Poeti contro la mafia, a cura di Filippo Bettini, La Luna 1994, etc.

Per il teatro ha scritto il monologo più volte rappresentato "La nuova Carmen", 1989 e 27, rue de Fleurus, Il Ventaglio, 1992.

Sue opere sono: Fermo davanzale, Rebellato, Padova 1961; Il vantaggio privato, Sciascia, Caltanissetta1967, 1970; Lo stato d'emergenza, a cura di E. Villa, con disegni di Valerio Trubbiani, La nuova foglio, Macerata 1971; Verso l'imperfetto, a cura di Adriano Spatola, Tam tam, Mulino di Bazzano 1984; E intanto dire, a cura di Mario. Lunetta, Il Ventaglio, La Camera Rossa, Roma 1991; Il più considerevole, con una nota critica di Giuliano Gramigna, Anterem Edizioni, Verona 1993; E intanto dire, raccolta antologica dalle opere, a cura di Alfredo Giuliani, Ed. Edimond, Città di Castello 1999.

Muore a Fabriano nel 1996.