PER LA CRITICA

ANGELA RAPIO,

SCRITTURE STRAPPATE

di Massimo Bignardi

La metafora della materia, il suo offrirsi unicamente alla mente, è stato il deterrente che ha spinto Angela Rapio a porsi la domanda riguardo un possibile destino tridimensionale, dunque plastico, da dare alle sue composizioni: voglio dire che i coni in ceramica e poi in vetroresina, finanche in cemento, esposti nelle diverse dimensioni in occasione della personale titolata Radici@radice, tenutasi al Museo dell'Orto Botanico dell'Università di Siena nel 2014, erano risposte oggettuali, scultoree alle perlustrazioni in superficie che ella ha fatto sui suoi precedenti lavori.

Tra i due momenti c'è stato certamente il movimento di una frana che in termini esistenziali l'ha spinta al silenzio: ma è vero anche che in quei momenti il corpo, la materia la loro assenza o presenza si fa dato essenziale, necessità. È dunque lecito che le mani agguantino l'argilla e la pieghino al proprio volere; che il colore non sia quello dell'occhio bensì affidato al destino del fuoco, agli spessori "cristallini" delle resine, al loro volubile "linguaggio"; che la forma, nella dimensione oggettuale, sia preponderante.

Il passo verso queste carte fossili, come l'artista ha voluto titolare il ciclo di lavori che ha realizzato tra il 2015 e il 2016, è stato breve. Non perché abbia esemplificato e ridotto a forma-sagoma gli spessori delle tridimensionali radici, tanto meno per il facile tentativo di dare risposta all'idea di materia e di costruzione attraverso una pratica che richiama nella sua sostanza il collage.

Angela si è posta una domanda sulla genesi di queste geografie dell'emozione, vale a dire sul personale abbecedario di segni con i quali traccia, consapevolmente o accogliendo l'inarrestabile fluire del destino, giorno dopo giorno la sua mappa esistenziale, la sua storia nelle storie dell'universo, con la fermezza che lei (il suo occhio) è lì pronta a testimoniare il presente.

Frammenti di carte, discontinue sia per i colori, sia per le forme, sia per gli spessori dei supporti, dalle veline a quelli più grezzi e ruvidi delle carte per acquerello, costituiscono questo attuale repertorio. Il risultato è sotto i nostri occhi: pagine di una estrema delicatezza ove l'occhio trova difficoltà a seguire l'inquieta trascrizione di segni e di scritture, ove il segno a volte si sfuma fino a disperdersi nell'acquosità delle tinte, nelle gocce che scivolano dando luogo a grovigli, a siepi, ad alghe che agitano la superficie, trattenendo quel sapore di vissuto che è proprio del frammento di carta. Per esse svolge il lessico del caso, attingendo alle prime esperienze surrealiste di Ernst, nelle quali l'artista tedesco sperimentava la capacità del dripping, poi captato e reso linguaggio da Pollock; come anche la misura della trasparenza pensando alle carte di Matisse, oppure di Joan Mirò, di Richard Hamilton, fino a quelle di Maria Lai.

L'artista presenta queste opere sospese alla parete nella loro nudità, come di chi allinea al filo che corre nel cielo i lini, le lenzuola che l'hanno accolta ed avvolta nel transito del sonno: lascia che l'impronta del tempo sia libera da qualsiasi volontà di ordinare la narrazione, da un prima e da un dopo, e conservi, come una sindone, luoghi e territori della propria esistenziale identità.

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