CORTO CIRCUITO

Risposta all'articolo di G. Moio su crisi della cultura e globalizzazione

ANCORA L’OMBRELLO

DA INVENTARE?

di Piero Sanavio

In campo letterario l'opposizione alle conseguenze di questo tipo d'economia, caro Moio, non si fa con marce, proteste, petizioni ma opponendo alla produzione corrente un altro tipo di produzione.

Solo la qualità e quantità di una produzione antagonista possono cambiare il mercato - fu la scommessa di Laughlin e Lindon.

E' da settant'anni che sento parlare di crisi della cultura; e di com'era bello cinquanta anni prima - eccezion fatta per il Ventennio, correntemente, però, in via di rivalutazione anche da parte di brandelli della sinistra. (Ma agli italiani proprio non importava la libertà? L'Africa era soltanto portarsi a letto una negretta e farle far cose che la moglie non faceva e si ignoravano persino nei sofisticati bordelli della costa romagnola? pare che le sapessero i nobili, però, i borghesi, se erano stati a Parigi, ma forse le sapeva anche la mamma - imparate dalle suore, magari.)

A me pare, parlo del nostro Paese, che il problema stia altrove. C'è stato un periodo (ci sono stati periodi) in cui l'"intellettuale", l' "artista", si identificavano con un partito e potevano anche essere "portati" da quel partito. O, comunque, il partito era un riferimento che ora non c'è più. Che sia un problema ricorrente? Machiavelli scriveva il Principe disperato perché senza più padrone, non poteva più servire, e cercava un posto. Castiglione, nella sua bella prosa, descriveva il mondo del "bel servire" ma anche per lui il "padrone", il signore di Montefeltro, non c'era più. Anche Casanova cercava disperatamente di servire e nel Casanova di Fellini, velleitario come la gran parte delle opere di questo autore crepuscolare, c'è una scena che mi sembra riassumere la condizione dell'"intellettuale" italiano. Di fronte all'occhio di un pesce (e cela l'occhio di un misterioso Reclutatore), Casanova, dopo alcuni atletismi da tavole di Giulio Romano, spiega di sapere anche scrivere, far di conto, filosofare, servire... se c'è un padrone che cerca un tuttofare.

Ricordo le voci che, da emigrato, mi raggiungevano oltre le Alpi e poi l'Atlantico, attraverso i giornali, i libri, perché in Italia non avevo amici, letterari o meno. Fugace come l'apparizione di un angelo l'incontro con Vittorini[1], che scendeva una scala dal corrimano d'ottone per dirmi, impervio al comico e le ironie, che ciò che scrivevo [nel caso: lo shock di una donna incinta che, dopo che un cavallo impazzito le aveva traversato la camera da letto, aspettava di partorire un puledrino e si preparava all'evento] non corrispondeva al "vero"; o l'incontro con un redattore di....Mondadori? Rizzoli? Einaudi? l'appuntamento, frettoloso, alla stazione ferroviaria di Milano, e mi spiegava che scrivere senza dialoghi, come facevo, era fuori tempo e mi rendeva impubblicabile, perciò. E intanto: i lamenti e la scoperta di saper parlare in prosa del giovanotto di Casarsa; le inanità del Padrone, feroce e senza volto, nella metropoli Torino-Milano; i pianti, i soliti pianti con occasionali risate di qualche Pulcinella dal profondo Sud. Ma Sciascia non piangeva, non chiedeva requie, non faceva sconti, non dava quartiere.

L'alienazione del lavoro industriale! (E di quello del lavoro nei campi, a padrone? e il caporalato?). A parlarne, non era chi lavorava in fabbrica, e la fabbrica magari l'aveva salvata dai tedeschi il 44, e chiedeva un aumento e maggiore libertà di associazione. Non ne parlava chi un lavoro in fabbrica non l'aveva o l'aveva perso, e lo cercava. Il prete bello, certo, e le ironie piccolo borghesi di Meneghello su quelli che recitavano avemarie storpiando il latino (nessuna ironia su chi il latino lo sapeva), e i risvolti dannunziani di Gadda (è nel dopoguerra che fu scritto il Priapo sicché c'è un po' del maramaldo in quei barocchismi, per non dire viltà[2]), e i cicalecci lombardi di Chissacchì e le sacrosante indignazioni contro l'industria culturale - la stessa che, anni dopo, a imitazione di ciò che, con più nerbo, era successo in Germania ma soprattutto in Francia [3] , avrebbe creato il club della neo-avanguardia. ("L'ombrello, l'ombrello, bisogna inventare l'ombrello." "Lo hanno già inventato i cinesi." "Che vuol dire? Da noi ancora non lo sa nessuno".) [4]

In Veneto, nel mio Veneto, quegli anni non si parlava di alienazione, si moriva ancora di fame, nelle campagne, così fino a metà anni 60, e se non c'era posto in fabbrica si emigrava. Non si cantava quanta "malincunia", se c'era, e c'era, ma "se'l mare fosse tocio\la nave de polenta\ahi Mama che tociade\de polenta e bacalà.\Perché non m'ami più". Malgrado i doppiosensi erotici, non era "la mia bela", come un secolo prima, la persona dalla quale l'emigrante non era amato più ma la Patria. Avevano combattuto, dal 15 al 18, e dal 43 al 45, dopo gli inganni del Ventennio, per quella Patria.

Giancarlo Buzzi, ospite a casa mia un Thanksgiving, Cambridge, Mass., e più tardi, ironicamente, mio allievo all'università, mi parlava delle difficoltà anche per chi apparteneva alla trafila burocratica a operare in una struttura dove il Potere era senza volto, il Padrone inaccessibile. Mi esaltava, a contrasto, un don Bosco che il problema lo aveva risolto, san Adriano Olivetti nella cui industria, come molti altri "intellettuali" poi diventasti celebri (san Gianni Agnelli, in altri casi, il Protettore), egli prestava opera. Olivetti era certamente una persona onorevole ma la musica sul lavoro, i seminari di studio ecc. (facevo notare a Buzzi) non risolvevano il problema della dipendenza e l'asservimento, e il dipendente era semmai asservito,alienato, con dolcezza. Gli ricordavo l'esperienza a doppio taglio di Henry Ford e che quando era venuto in America, Charles Dickens, che detestava tutto ciò che fosse americano, s'era stupito che le operaie tessili di Lowell, Mass., si facessero leggere Shakespeare durante il lavoro, per ovviare alla sua meccanicità. Avevano anche una partecipazione agli utili. Consigliai a Buzzi di leggersi due pièces di Thomas Heywood, 1500 e rotti, A Woman Killed with Kindness sui diversi usi della gentilezza, e A Maidenhead Well Lost su come vendere a profitto la propria verginità. Temo che non le abbia lette mai.

Roberto Sanesi, anche lui a casa mia, sempre a Cambridge, vedeva come positivo e ineluttabile l'ingresso degli "intellettuali" nella macchina burocratica della fabbrica (Pirelli, nel suo caso - pubblicità, ufficio del personale, come per Buzzi, immagino, senz'altro così per Giorgio Soavi che di Olivetti aveva sposato la figlia), medio alta borghesia che prevedeva sarebbe diventata alta e poi di più -- prospettive di cui era molto orgoglioso. Non pensava affatto che fosse un servire.

Forse eravamo fuori di testa ma non conosco o non ricordo nessuno della mia generazione o quella immediatamente precedente, a Cambridge, Mass., o luoghi analoghi che, profittando del boom del dopoguerra, cercasse di assicurarsi un posto stabile. L'importante era che, con tutte le sue contraddizioni, il boom, certo, ma la stessa tragedia del maccartismo, offrivano una libertà - creativa, naturalmente, non certo dal bisogno (ho temporaneamente fatto il tassinaro, a Boston, durante la crisi fine Anni Cinquanta, anche venduto aspirapolveri Kirby, anche fatto l'imbianchino; in Inghilterra, a Grantham, Notts., avevo lavorato nei campi -- non mi sono mai pensato un eroe, per ciò), ma era la libertà creativa che importava, fuori dai soliti parametri e dalle scuole - e non servivano, né c'erano, corsi di scrittura. Nel percorso ci furono anche molte tragedie, soprattutto tra i più anziani, più esposti di noi, anche molti suicidi, Berryman, poi Rahv, tra questi, e prima di loro Matthiessen, il più grande di tutti, l'unico a salvarsi Robert Lowell perché era pazzo, realmente pazzo, da istituto medico, soprattutto era un "brahmino" e ricco. L'importante, comunque, non era servire ma imparare. E imparare a scrivere, o dipingere, o fare musica come Bowles, capace, nell'isolamento di Tangeri, di fare assai di più di ciò che gli era commissionato. C'era anche allora la Grande Macchina Editoriale che dopo il successo di Gone with the Wind sfornava Anthony Adverse e A Rage to Live e Northwest Passage al suo meglio, e Exodus (anche The Group , per la buona coscienza di chi pensava di stare ancora a sinistra), ma c'erano anche micro editori che non si limitavano a stampare libri "difficili" ma li "promuovevano", ne facevano parlare - Laughlin di New Directions, tra questi, e stampava Pound quando era maledetto e Zukofsky e i poeti beat quando, maledetti anch'essi all'epoca, parevano significare qualcosa. Stampò anche un Vittorini, spinto da Hemingway che per Vittorini aveva un debito di riconoscenza. Negli anni Sessanta spuntò la Grove Press.

In Francia, la Francia dei molti governi, Paese di destra, lo è sempre stato, il che può spiegare le esitazioni del Cartel des gauches e il Front populaire, con un PC forse il più sclerotico dell'Occidente ( tra l'altro non voleva "Guernica" di Picasso, tanto meno il suo ritratto di Stalin), dove Gide e amici avevano la loro casa editrice, l'nrf, grazie ai soldi dei Schlumberger (petrolio, d'accordo, ma anche cercando relazioni aldifuori della loro cerchia e parlassero dell'operazione) e presto avrebbe imperato Jean-Paul Sartre con tutte le sue ambiguità (ma la letteratura, l'arte, non si fanno con l'ideologia, quella "falsa coscienza" Marx docet), Lindon riuscì a inserirsi, tra il carro armato Gallimard e i cattolici del Seuil, con la minuscola Editions de Minuit (nata alla macchia durante la Resistenza) sostenendo, quando nessuno li voleva, Beckett, Duras, l' école du régard ecc. e smuovendo i critici - non gli amici ma quelli che scrivevano sui giornali.

"Ma in Francia... La Francia è diversa." Anche l'America era ed è diversa e tutto è diverso. Anche il Giappone e la Cina e l'India. Ma nel senso che tutto questo (i fenomeni Lindon, Laughlin et similia) avveniva lontano dai partiti. Il che non significa che gli editori, gli autori, non avessero idee politiche e piuttosto che non c'erano mamme, ideologiche o meno, e accanto al fascista Pound poteva coesistere nella stessa scuderia il marxista Zukofsky e questo per l'eccellenza dello stile. Gallimard seguitò a stampare Céline malgrado le sue indegnità ed era scommettendo sullo stile. Per avere collaborato con il nemico, durante l'Occupazione, Brasillach era stato fucilato, l'industria Renaud e un paio di banche nazionalizzate. Drieu s'era suicidato... All'epoca di questi ultimi fatti non c'erano al governo, a Parigi, "comunisti" assetati di sangue ma Giovanna d'Arco - il Generale.

I "nuovi", lì, non "copiavano" da nessuno e nessuno tentò di re-inventare l'ombrello. Sarebbe il caso di chiedersi se, da noi perlomeno, non sia con la neoavanguardia che è nato il postmoderno. Ma come lo definiamo questo postmoderno? Parodia della parodia? Gioco goliardico pur dopo la disgregazione delle letture canoniche del "reale" di Dada e esprimevano, quelle, tra l'altro, una feroce coscienza antibellicista? (Nessun Hans Kastorp nell' ambito di Dada & C. che, zaino in spalla, andasse a battersi per il Kaiser.) Ingresso dei modi dell'avanguardia nell'uso corrente? Oppure dobbiamo leggerlo con il cinismo di Eco che proponeva un neoconservatoristico rappel à l'orde di sarfattiana memoria? Ma Eco, il Grande Regolatore, resta intoccabile e anche Malacoda ne ha fatto il panegirico, in ginocchio e cappello in mano. Il fascismo ("creato da noi agrari" mi diceva con orgoglio e un piede nella tomba Gino Finzi a Maisons Laffitte, "noi e le banche e per le banche, in prima linea, Toepliz e la Commerciale - gli industriali vennero dopo") era cominciato come rivendicazione degli esclusi e "anelito del nuovo" prima di rivelare la sua vera natura, una miscela di cemento fabbricato a Milano e benedetto a Roma.

Nel giornalismo, i più feroci contestatori del 68 sono finiti nei giornali borghesi e mentre al papa (radicali i suoi lavori su Agostino d'Ippona e il peccato come irresponsabilità sociale) si vieta l'accesso all'università, dove fu obbligato al silenzio anche il più serio dei nostri sindacalisti, Luciano Lama, si invitano a dar lezione Faranda e Toni Negri. Che voglia dire qualcosa? le sedi dell'Avanti! bruciate dagli squadristi attorno il 1921? Al tempo stesso si invocano (non si studiano e ristudiano perché non basta averli studiati sotto l'egida di un partito) Gramsci, Togliatti, il fragilissimo Berlinguer. [5] Osservava il vecchio Geymonat a. D. 1986 o 87, che "san Gramsci e san Togliatti non fanno più miracoli". Chissà cosa voleva dire.

Il romanzo "ideologico"! Ma c'è più politica nell' apparentemente fatuo Great Gatsby (un morto di fame che diventa ricco per sposare la sua ricchissima amata ed è proprio da ciò che ha conquistato che viene tradito - anche all'interno dei molti soldi c'è la lotta di classe!) e di cui impeccabile è lo stile, che nel patetico, miserabilistico, ottocentesco (da Rougons-Macquarts) Rocco e suoi fratelli, tentennante vieux jeu, poi, nello stile ma politicamente bene orientato. (Non cito romanzi per non offendere nessuno.)

Mi raccontava a Mosca il caporedattore di "Ogoniok", la rivista che sosteneva la perestroika, che quando spiegavano a Gorbaciov che, nel brusco passaggio da un'economia di Stato a un'economia di mercato, inevitabile è un periodo di profonda crisi, Gorbaciov si arrabbiava - non lo ammetteva. Quanti dei nostri "intellettuali" si posero il problema? E quando ci fu il cambiamento, quando iniziò, surrettizio, lento come una lumaca fino all'esplosione di quel neo-schema Ponzi (o Staviski, se si preferisce) che furono i titoli spazzatura e la crisi del 2008, quanti scrittori avevano seguitato con le loro ricerche di stile (in primo nome che mi viene è Mario Lunetta) piuttosto che adeguarsi (o tentarlo) al manifestarsi delle nuove tendenze pensando che...? Antica consuetudine, come candidamente ammetteva Arnold Bennett (Mr. Nixon): " 'I never mentioned a man but with the view\ Of selling my own work.' "


Tutto questo, idee e parole en vrac, per dire che non sono d'accordo in nulla con l'articolo di Giorgio Moio in Malacoda 2, 2017, il male non è la globalizzazione ma il suo uso. In maniera più o meno estesa la globalizzazione esiste perlomeno dal Concilio di Vienna, a non volere andare più lontano[6] - e via via Londra, Parigi, Vienna[7], Parigi, Berlino, Mosca, New York, Mosca, NEW YORK il polo attrattivo -- e che, nei nostri casi, l'errore va cercato anzitutto all'interno della république des lettres. L'economia segue la propria logica e perversa o no che sia non la si contrasta con le marce e gli slogan degli "intellettuali" (di marce e slogan se n'è visti troppi, ormai) .

Nel caso dell'economia e ripeto ovvietà: La tradizionale economia industrial-imprenditoriale è sostituita dall'avanzare di un'economia finanziaria dove la volatilità del mercato azionario rende necessari: 1. indifferenziazione della qualità dell'oggetto dell'investimento - fabbrica di scarpe, casa editrice, industria farmaceutica hanno lo stesso valore e perciò devono rendere con pari velocità; 2. cambiamento del valore e il ruolo del prestatore d'opera, sostituibile là dove ne si più basso il costo a pari capacità produttiva ( la prospettiva è che sempre meno importante è la specializzazione dell'operatore in quanto può essere sostituito dai robot che essi stessi sono specializzati); 3. cambiamento del valore qualitativo del prodotto il quale ultimo deve essere realizzato al più presto, non importa se a scapito della qualità, ed essere messo sul mercato e venduto ancora più in fretta in quanto un prodotto analogo, di ancora più scarse qualità ma minor costo produttivo, può soppiantarlo spostando gli investimenti azionari su di sé. Nota 1: i prodotti migliori (è notorio) sono bombe e strumenti di distruzione che per definizione devono distruggere e farsi distruggere e le cui qualità devono continuamente essere migliorate. Nota 2: E' scomparsa la burocrazia, al suo posto l'individualismo più sfrenato, come negli scontri tra galli o nel catch as catch can.

Già all'altezza del 1920 c'era chi s'era accorto delle ricadute di questa evoluzione dell'economia sulla produzione di "opere d'ingegno "e poteva scrivere. " The age demanded\chiefly a mould in plaster\ Made with no loss of time\A prose kinema, not, not assuredly, alabaster\ of the 'sculpture' of the rhyme."

Conclusione provvisoria. In campo letterario l'opposizione alle conseguenze di questo tipo d'economia, caro Moio, non si fa con marce, proteste, petizioni ma opponendo alla produzione corrente un altro tipo di produzione. Solo la qualità e quantità di una produzione antagonista possono cambiare il mercato - fu la scommessa di Laughlin e Lindon. E tuttavia non si può più, neanche in questo caso, né si sarebbe mai dovuto, sostenere che "Un posto di portinaio non si nega a nessuno" com'è stata e forse è ancora la logica assistenziale di molte centrali di potere. E non basta essere donna o transgender, o di origine extraeuropea, per essere capaci. La qualità è fondamentale ed è la quantità e qualità (associate) della produzione, non l'ideologia, che devono essere il criterio, e pro-pa-gan-da-te.

Dire, come spesso è detto, che è inutile "promuovere" un libro perché "Ormai comandano i librai" non significa nulla, è soltanto una descrizione. Comandano i librai. E allora? Come dire, "La ragazze non la danno più. " E allora? Forse è il caso di tentare di convincerle invece che seguitare con le aggressioni o ripiegare sulle pippe. E chiedersi se, magari, i vecchi metodi bullisti non fossero sbagliati - o no?

Affidarsi all'aleatorietà del web, per lanciare un libro, come pure è diventata consuetudine, per molti editori-stampatori, equivale a buttare in mare la fatidica bottiglia, è un gioco d'azzardo. Allora, azzardo per azzardo, meglio seguitare a produrre e non pubblicare, aspettare; forse, ed è lo stesso forse implicito nella bottiglia buttata a mare, di ciò che s'è fatto e scritto, rimestando nel deposito di qualche biblioteca o nei tiretti di una scrivania posta in vendita alle pulci, qualcuno un giorno troverà traccia, chissà.


[1] Presentato dal prof. Alfredo Rizzardi, un suo esimio collaboratore.

[2] Se Gadda ha un merito, e suppongo che l'abbia, mi pare che non risieda in quel polilinguismo che rapidamente diventa maniera ma nell'avere indicato, con il suo neo-dannunzianesimo, la vacuità della cultura dominante e il suo linguaggio.

[3] Dove il "nuovo" non era stato teleguidato, come in Germania. La "russa" Sarraute comincia i Tropismes nel 1932, Portrait d'un inconnu è del 1947, rifiutato da tutti anche se prefato da Sartre che ancora non era diventato Sartre. Gli altri ( l'agronomo Robbe-Grillet; il professor Butor, che nel suo secondo periodo vanamente si rifà a Dos Passos; l'oriunda Duras et al.) vennero dopo, molto dopo, tutti figliocci (forse anche Sarraute) di Paul Valéry. Erano tutti autonomi dai partiti, pure se con chiare idee politiche -- Sarraute comunista, Robbe-Grillet "moderato", Butor di sinistra... Tardivi, da noi, gli "sganciamenti" di Vittorini.

[4] Forse, ironicamente, il più avanguardista di tutti, da noi, fu il più acerrimo nemico della letteratura di ricerca, il Grande Catalogatore, e ripropose un ritorno all'ottocentesco feuilleton - in accordo con il cartello degli editori, incoraggiati dal Formentor e quando si accorsero che i premi avevano fatto il loro tempo. C'era stato lo scandalo de L'età del malessere, mi raccontava Gombrowicz.

[5] Fragilissimo? Ragazzi, l'impressione è che non controllasse il partito. Parlava di sganciarsi dalle teologie dell'URSS e intanto Cossutta andava a riscuotere sovvenzioni a Mosca. O si trattava di un'astuzia diplomatica? come quella del gatto di bronzo che, per giustificare il proprio immobilismo, citava Talete.

[6] Che dire dell'impero sul quale non tramontava il sole?

[7] Arriva tardi da noi il cubismo, l'influenza dominante per decenni è la Secessione,

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