Per la critica

PLAUSI & BOTTE

Francese, Consolo, Lanuzza

di Gualberto Alvino

Storico della lingua e della letteratura, critico militante antagonista, fondatore e direttore di riviste passate in leggenda, comparatista agguerritissimo, Stefano Lanuzza dà fuori per Fermenti, in collaborazione con la Fondazione Marino Piazzolla, '900 out. Scrittori italiani irregolari, una guida alla civiltà letteraria del secolo breve non meno alternativa che indispensabile in una temperie culturale, come la nostra, carente di memoria e di discernimento, oltreché generalmente digiuna d'estetica. Per ciascuno degli autori presi in esame - da Campana a Savinio, da Malaparte a Vittorini, da Landolfi a D'Arrigo, da Contini a Baldacci, da Grasso a Consolo, da Lunetta a Cacciatore, da Masini a Quattrucci - Lanuzza ha una parola illuminante e definitiva, spesso non priva di sapidi succhi polemici. Su Campana: «Ma perché Campana non incontra, in genere, i gusti di alcuni letterati? Semplicemente perché - pur informato e colto, lui, al contrario di quanto spacciato da una certa facile 'agiografia del naïf', frequentatore delle letterature e delle lingue straniere, francese tedesca inglese, sensibile all'idea nietzschiana d'una fusione tra anima tedesca e tradizione mediterranea, tra apollineo e dionisiaco - è l'opposto d'un letterato di ruolo; e perché il suo modulo poetico non è suggerito da tendenze letterarie, bensì da un personale recupero della parola originaria: una parola creaturale, non per questo ingenua bensì profondamente sentita nel suo mistero, non bisognevole di gratificazioni e non certo conculcabile dall'opinione dei Grandi Intellettuali alla Fortini». Su Landolfi: «oltre che uno dei meno etichettabili scrittori novecenteschi, sottovalutato e sopravvalutato al contempo, resta, nel bene e nel male come nella sua fatica esistenziale, uno tra i pochi toccati dalla vocazione di scrivere e, col suo solitario individualismo messo a nudo nei libri, prossimo a un Leopardi e distante da quel D'Annunzio cui verrebbe paragonato: ché ben altro egli è da tale rampante, iperbolico cicisbeo da salotto e alcova, parvenu incantatore di amanti consolatrici e muse prigioniere. E quanta distanza tra le divinizzazioni estatico-sensuali di D'Annunzio e l'umbratilità del tratto landolfiano, emergente, per esempio, nel verso Sei partita, Maledetta, con la maiuscola dell'aggettivo a fare della protagonista della poesia un'immagine capace d'affrancarsi dalla propria fenomenologica mediocrità». Su Cacciatore: «È nel suo complesso un'opera, quella di Cacciatore, il cui dato saliente resta la 'chiusura': confermata chiusura in cui si vorrebbe 'comprendere' un 'Incomprensibile' che non vuole assumere risvolti metafisici (le assidue maiuscole vengono usate dal poeta non per una denotazione metafisica ma, al contrario, per un'oggettivazione fermamente emblematica) e non è altro, poi, se non la metamorfica e spesso dispersa realtà. Una realtà [...] come alterazione permanente, nebulosa entropia, confusione assunta nella sua essenza materialistica non statica ma sfuggente, carica di mobili contraddizioni. Realtà del divenire, dunque; presso cui la parola, rappresentando la continuità fra rivolgimenti del reale e manifestazioni del pensiero che dal reale prende forma, si fa, senza assoggettarsi al calco pedissequo e didascalico della cosa, esperienza di una logocentrica 'mente poetante' che nella poesia italiana ha il noto antefatto di Leopardi e, quale controcanto variato del nostro Novecento, solo un poeta come Cacciatore, pure lontano da ogni epigonismo».

Un solo rilievo: non si può non deplorare la mancanza di un indice dei nomi in un'opera che di nomi ne annovera decine e decine.

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In Vincenzo Consolo. Gli anni de «l'Unità» (1992-2012), ovvero la poetica della colpa-espiazione (Firenze University Press, 2015), l'italianista italo-americano Joseph Francese, ordinario di Letteratura italiana alla Michigan State University e direttore responsabile di «Italian Culture», organo dell'American Association for Italian Studies, affronta un aspetto della poetica consoliana poco o punto sondato dalla critica non solo italiana: il tentativo di conciliare, negli ultimi due decennî della sua vita, scrittura d'intervento e scrittura creativa: «Consolo - scrive l'autore - compone una serie di brevi narrazioni, che io chiamo exempla per la loro natura aneddotica e moralizzante, scritti costruiti intorno ad eventi significativi ed a momenti cruciali nella sua formazione intellettuale e politica. Queste storie, d'invenzione e no, sembrano scritte per illustrare le ragioni che hanno guidato importanti scelte di vita e per spiegare l'identificarsi dell'autore con gli emarginati. [...] Cioè mettono in rilievo e sottopongono all'analisi del lettore quegli eventi che hanno portato Consolo verso la politica progressista ed a sostenere anche quelle cause che andavano contro un interesse personale di cui era ben conscio». L'esplodere della passione politica segue immediatamente l'uccisione dei magistrati antimafia Falcone e Borsellino, nel 1992: proprio in quell'anno Consolo si dedica al giornalismo militante, soprattutto sulle pagine dell'«Unità», al fine di «espiare» - secondo Francese - la «colpa» di non essersi mai politicamente schierato, sulla scia del suo mentore Leonardo Sciascia. La trasformazione dello scrittore siciliano è radicale: «Se prima del 1992 Consolo privilegia la propria autonomia intellettuale, dopo il 1992 il mantenimento di questa autonomia richiede che si schieri con un partito politico (il Partito democratico della sinistra) che ha smesso di operare secondo il principio del centralismo democratico. [...] egli accantona gran parte della ricerca lessicale che caratterizza la maggioranza dei suoi primi lavori e, fatto ancor più significativo, abbandona l'ispirazione solo vagamente autobiografica che aveva ispirato i protagonisti dei suoi romanzi storico-metaforici e inizia a raccontarsi, a parlare delle esperienze che lo hanno forgiato come uomo, pensatore e scrittore, in interventi sia di narrativa che di saggistica in cui fa spesso uso della "impudica" prima persona (quelli che chiamo exempla). Questo sperimentare con una nuova prospettiva narrativa o forma ibrida procede guidata [sic] da un intento concreto, quello di incidere nel sociale». Un'indagine originale e ricca di spunti di grande interesse, malgrado l'incompletezza del repertorio bibliografico (neo non dappoco in una monografia specialistica) e l'assenza dei necessarî bilanci valutativi in sede estetica: fra tutti gli interrogativi che l'autore si pone e ai quali risponde con mirabile acume e dovizia di particolari, solo uno, incomparabilmente il più capitale, resta inevaso: l'abbandono della ricerca espressiva nell'ultimo Consolo rappresenta un progresso o non piuttosto una fatale involuzione?

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«Il Fatto quotidiano» scopre che gli autori sotto i 40 ignorano sinvergüenza Proust Joyce Dostoevskij Musil. Dovrebbero vergognarsi loro o chi li stampa?

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Atterra sul mio scrittoio un romanzo fresco di stampa (Andrea Carraro, Sacrificio, Roma, Castelvecchi, 2017). Lo palpo, lo annuso come faccio sempre con i vient de paraître, lo apro a caso e l'occhio mi cade su una battuta di dialogo: «Coddio, me volete aspetta'...». Cosa mai significherà Còddio (o Coddìo: gli scrittori italiani sono assai avari d'accenti, si sa)? Un vocativo? «Signor Còddio, volete aspettarmi, per favore?». No, l'allocutivo voi è fuori corso da decenni, sopravvive solo nel parlato informale del Meridione ed è ormai in via d'estinzione. Non può che essere un'esclamazione. Che dite? Sarà una bestemmia univerbata con raddoppiamento fonosintattico? «Porco...». No, non è possibile; prendiamo 'sera, per 'buona sera': l'apostrofo sostituisce la parola mancante, ma qui non vedo nessun apostrofo, e uno scrittore degno del nome non lo scorderebbe di sicuro. E poi una bestemmia, in quel contesto, sarebbe rotondamente supervacanea, tanto per épater. Ma se, per assurdo, fosse come congetturate, mi consigliereste di leggerlo? Dice: suvvia, uno svarione ortografico e una bestemmiuccia innocente buttata lì per titillare il lettore non possono certo indurre o non indurre a leggere un romanzo. Voi dite?

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Il critico Andrea Cortellessa dichiara (ma è troppo intelligente per crederci davvero) che un tale scrittore-editor, firmatario di testi di livello assai men che ginnasiale, è il padre d'un'intera generazione di narratori. Buon dio, ecco perché i nostri narratori sono così linguisticamente approssimativi e, soprattutto, noiosi. Aveva ragione Svevo: «Perché la fama arrivi, non basta che lo scrittore lo meriti. Occorre il concorso di uno o più altri valori, che influiscano sugli inetti, quelli che poi leggono le cose che i primi hanno scelto. Una cosa un po' ridicola, ma che non si può mutare».

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Ritrovo tra le mie carte la lettera che una decina d'anni fa mi scrisse il direttore di collana d'una casa editrice di cui farei il nome se fossi più crudele di quanto non sia. Si conclude così: «Pertanto la ringrazio, ma non occupandosi la mia collana di narrativa, mi vedo costretto a respingere la sua proposta». Sennonché, non gli avevo affatto proposto una narrazione, ma un volume dedicato a Giovanni Nencioni nel primo anniversario della morte, firmato da Luca Serianni, Pietro Trifone, Salvatore Claudio Sgroi e dal sottoscritto. Nemmeno i fondamentali del mestiere conoscono. Quale sarà la pena più equa per codesti impostori?

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«So bene quanto un pezzo simile si presti alla derisione, alla presa per il culo. E proprio per questo l'ho scritto. Perché ogni tanto bisognerebbe provare a essere un po' sinceri, a costo di apparire goffi». Così termina la sortita d'un giovane e simpatico scrittore precocemente (e inesplicabilmente) giunto al successo, Paolo Di Paolo. Sì, goffaggine è la parola: i suoi libri sono goffi, i suoi articoli sono goffi, la sua cultura e la sua forma mentis sono grezze e goffe: lo sa bene anche lui, e per questo mi è simpatico. Ma non posso non chiedermi per quale misterioso motivo la sincerità debba necessariamente generare goffaggine e turpiloquio.