Per la Critica

A volte la storia si volta indietro per mordersi la coda

Riflessioni sparse su Stecca, mutismo e rassegnazione. Storia di una naja non tripudians di Marco Palladini - Editrice Zona 2017

di Donato di Stasi

Protasi et alia. Marco Palladini saggia a suo modo la fabbrica del mondo con quest'ultimo romanzo-diario-saggio, strutturato su tre livelli: i ricordi poco tripudianti del servizio militare prestato nel 1980; una riflessione a margine, circostanziata e tagliente, sul problema dell'identità singola e collettiva; le numerose incursioni nella sociologia, nell'antropologia, nella filosofia, nella musica, nella letteratura tout court per rendere al meglio il mood di un'epoca intera.

Il passato viene recuperato secondo una prospettiva profonda e veritiera, senza nulla a che fare con i falsi teatrini delle fiction televisive e cinematografiche attuali.

La bravura dell'autore consiste nel rivitalizzare tutta la rigatteria sociologica legata alla naja (lo stupidario militaresco, l'ottusità delle gerarchie, la coazione a ripetere delle vessazioni) per trasformarla in una sedula metafora esistenziale: da un lato l'ovvia volontà di scappare dalla caserma-prigione, dall'altro l'assurdo e incomprimibile desiderio di rimanervi intrugliato, quasi a dar corpo a un istinto ingenuo di autoconservazione, di estrema difesa dal nichilismo freddo che avrebbe fatto seguito alla calda stagione rivoluzionaria degli anni 1966-1977.

Nell'adolescenza di Marco Palladini c'è stato l'assoluto politico, c'est à dire una militanza spinta fino alla linea d'ombra (mai varcata) della lotta armata. Con la prima maturità la poesia, la letteratura, il teatro lo hanno soverchiato, imponendosi come un compito altrettanto spossante del precedente (l'assoluto poietico).

Fra queste due esperienze sub specie aeternitatis si colloca l'intermezzo della naja, quando esplodono le ubbie e i terrori, le aspirazioni confuse e un confuso sentire, assieme ai vortici di una coscienza sconvolta. In sostanza una terza tranche de vie anch'essa totalizzante, che non conosce gli estremi del meglio e del peggio, ma solamente la sconfinata mediocrità dell'obbedir tacendo. Eppure una tale grigia mediocritas funge da salvavita, frena le spinte autocefale alla distruzione di sé: Marco Palladini, sotto le spoglie romanzate di Michele Parravicini, va incontro al servizio militare con timore ma anche con fervore, avvertendo inconsciamente di trovarsi di fronte a una rassicurante regressione tribale, pervasa di rigide norme e convenzioni, di sacri e inviolabili tabù.

Proprio la ferma militare, funzionando a circuito chiuso per stratificazioni che si sono composte nel tempo, sublima una ritualità di gruppo che copre e protegge, che impedisce al pensiero di fluttuare libero e che proietta la coscienza in una zona franca di limbica sospensione.

Se è vero che la naja è stata cancellata da anni, Marco Palladini riattualizza ciò che si è estinto, recupera una forma sociale desueta (l'incontro e la reciproca conoscenza delle culture dialettali più disparate e più lontane della penisola). Il suo intento tuttavia non è il revival, l'heimweh, intesa come la malinconica e passiva nostalgia del ritorno. L'obiettivo è di restituire la sehnsucht, vale a dire l'anelito spirituale e materiale verso ciò che non si può più raggiungere.

Suchen in tedesco esprime il significato di cercare, di desiderare il desiderio inestinguibile (tale l'atteggiamento di Michele-Marco nel corso dell'intero libro).

Il pendolo rovesciato non conosce i ritmi dell'andata e ritorno. "Trovandosi in una fase oramai crepuscolare del proprio ciclo vitale" (p. 216), Michele ricorda e in questo modo colma il grande cratere della sua mente: ha su di sé il marchio a fuoco del Novecento, il secolo breve delle lunghe distruzioni. È un tardoadolescente venticinquenne alle prese con le contraddizioni dell'esistenza che rimangono lì, dentro e fuori di lui, come sospese, a tracciare la loro linea di dolore e di angoscia.

Michele appare innamoratissimo della vita, eppure si dimostra come apatico e chiuso in sua epoché: ha inseguito il piacere della rivoluzione non il dovere di realizzarla e di sporcarla. Allo stesso modo avverte una stolida consonanza con Telemaco (il figlio) e un'equivalente dissonanza con Ulisse (il padre, il principio di autorità). Per strapparsi di dosso le stigmate dell'indecisione va a ingorgarsi nel perimetro totalitario dell'esercito, kraken e bonaccia, il mostro geometrico che succhia ai sottoposti ogni rigagnolo di spirito critico e che, a un tempo, li scaraventa sull'isola delle Regole Assurde, sorta di entità semiplatoniche, lontane un iperuranio dalla caoticità del vivere quotidiano.

Così Michele attraversa il suo Acheronte: da militante di Avanguardia Operaia, impegnato a trasformare le condizioni materiali dell'esistere collettivo, a soldato-ingranaggio dello Stato borghese e padronale contro cui ha indirizzato la sua azione teorico-politica. Lui che ha rifiutato il drammatico settarismo della sinistra extraparlamentare, si ritrova in pieno 1980 a respirare i miasmi del leviatano militare, respingente e pietrificante, con la sua efferata crudeltà e stupidità.

"Tutti i suoi anni giovani erano stati percorsi da un'ansia di assoluto, da una sete (para-religiosa) di orizzonte totale" (p.11): disempatico ontologicamente con il mondo, distonico con la narrazione del piccoloborghese da istradare perbenisticamente verso la trimurti casa-famiglia-lavoro, Michele dubita al cospetto della verità, relativizza al cospetto dell'universale, ricategorizza le modalità del pensiero. Né eroe, né antieroe, piuttosto figura di errante nel duplice e ambiguo senso di colui che non teme di sbagliare, affrontando l'imprevisto, e di colui che si getta con la giusta dose di incoscienza nell'ignoto, nell'altro da sé, nel tempo a venire.

Per sessanta capitoli del libro Michele vive nel passato, ma appartiene toto corde al presente e, più ancora, al futuro. È l'aufheben hegeliano: toglie e conserva, diventa paradigmatico, specchio ustorio per bruciare le ceneri e le rovine della nostra malata contemporaneità, con la speranza e la disperazione di veder rinascere una forma di vita autentica.

Borgesianamente. Se stendiamo la narrazione su un unico asse diacronico, Michele ha sbriciolato tanti io successivi: è stato un bambino solitario, concentratissimo nei suoi giochi, poi l'adolescente-candela che ha spento il rumore e la furia della passione amorosa e politica. Ha percorso successivamente le strade polverose e fangose dell'età adulta, quando l'io ha gettato le sue spore dentro le molteplici attività di scrittore, poeta, drammaturgo, performer, critico teatrale. Michele-Marco vuole sapere di che cosa è fatto il suo passato. Di quale materia. Interroga la consistenza dei ricordi e, soprattutto, intende accertare chi è rimasto dietro la porta della sua memoria. Probabilmente nessuno, o forse tutti, a cominciare da Pedru, il barbaricino che si fa riformare, altrimenti sarebbe morto di inedia, oppure Gulinucci, detto il Tatà, meccanico, ballerino provetto, ciclista dilettante, per continuare con Bernardi, l'autotrasportatore. Proprio questi ultimi due sarebbero perfetti per sostituirsi ai virgiliani Eurialo e Niso: un taciturno e un dispensatore di ciarle, pazzi dall'aria sensata, giovanottoni di una provincia (in quegli anni) ancora ottimistica e vitale, perché l'uno salva l'altro, perdono e riguadagnano, in un gioco di diritto e rovescio.

In caserma si incontrano nemici, indifferenti e amici di tutta una vita: quel che è certo è che l'io collettivo si spezza in mille frantumi, ciascuno dei quali assume le fattezze di "un rampante io neobarbaro" (p.85)

Frizzi e lazzi, scherzi mortali e mortalmente stupidi, le guardie, le fughe, le licenze brevi e lunghe, il cameratismo e il nonnismo, le spine e i rituali da fine impero romano, gli amori perduti (Giovanna) e le storie in cui si inciampa (Rosy), gli amori solo immaginati (Vincenza, l'avvocatessa femminista incontrata in treno) compongono gli infiniti labirinti riconducibili all'universo concentrazionario della caserma, nel quale il bozzetto realistico, l'episodio esemplare e lo stantuffo del pensiero pensante convivono, in virtù della sapienza scrittoria dell'autore, capace di squadernare il romanzo, di ridefinirlo come genere, aprendolo alle infinite prospettive del divertissement, dell'ironia sagace, della meditazione acuta e penetrante ("In ogni caso, lui e Massimone con Forlivetti, Mercurio e Baraldi costituirono in breve un balzano quintetto tanto più affiatato e internamente empatico, quanto più era eterogeneo e intrinsecamente spurio. Ma quella non purezza e disomogeneità si raccordava magicamente e si sintonizzava su una intelligenza del vivere sempre all'insegna dello spirito critico-ludico, un po' come la compagnia degli àpoti di Prezzolini. Al quintet ganzo non glie la davano a bere e loro non si piegavano supinamente agli automatismi, ai conformismi, agli opportunismi" p. 128).

Formidabili quegli anni. Marco Palladini non ha (per nostra fortuna) l'occhio vitreo dei laudatori acritici del passato, interessati unicamente a proporre un edulcorato quadretto idillico, tanto per stornare l'attenzione dalle pressanti questioni del presente. Quegli anni, in apparenza formidabili, cadevano a pezzi come tutto il resto della storia italiota: "C'era un sacco di gente che non aveva niente da dire, epperò lo diceva benissimo" (p. 84). Si era nell'epoca dell'incanto e dell'incarto verbale, dei parolai che muovevano intere montagne con la forza delle loro frasi fatte, né più, né meno di quanto non accada oggi con i sedicenti opinionisti televisivi. Potremmo parlare di invarianti antropologiche e in questo il Nostro è bravissimo a elencarle.

À la guerre comme à la guerre. Questo libro-labirinto offre al lettore sapide occasioni di godibilissime letture. Vedasi a mo' di esempio le splendide pagine dedicate alla rievocazione del match pugilistico, svoltosi a Kinshasa il 30 ottobre 1974, tra l'apocalittico ribelle Cassius Clay-Muhammad Alì e l'integrato George Foreman. Alla prosaicità e alla banalità del quotidiano, Marco Palladini oppone il plafond etico-poietico della boxe dei tempi eroici ("Un jab di Alì era per lui pari a un verso di Rimbaud o di César Vallejo, a un Bluespoem di Kerouac. Augh", p. 118).

Questioni di stile. La frase palladiniana mescida la rotondità classica con la spigolosità contemporanea, distillandone un personalissimo andamento spiraleggiante dal ritmo sincopato e fluido nello stesso tempo. Lettura gradevolissima e nutriente, derivante da un sapiente impasto lessicale e sintattico, vero marchio di fabbrica del Nostro. Derivante anche da una lingua pacificata e onnivora, zeppa di teneri vezzeggiativi (maschiotto, uffizialetto), di necessari modernismi (skizzato, shockante), di pane-al-pane vino-al-vino (ecchecazzo), di contraccolpi aulici (rappresa, repentinamente, serotino), di discese gergali (naja, canaja, gentaja). In definitiva un helzapoppin ordinatissimo, lucidamente assemblato al fine di una comunicazione ampia e intellettualmente onesta.

Apodosi. Adesso che i libri si vendono a chili come le patate, Stecca, mutismo e rassegnazione dovrebbe stare in bella vista sui banconi di tutte le librerie, perché è un libro a suo modo struggente senza essere piagnucoloso, capace di interrogare senza moralismi e sguardi dall'alto.

Ai giovani sperabili lettori Marco Palladini ricorda che allora, nel 1980, si era giovani, poi maturi, signori di mezza età, anziani, matusalemme. Oggi, al contrario, si è solo giovani, giovani per sempre, con l'ossessione della jeunesse blanche attaccata alla pelle e alle ossa.

Michele Parravicini è stato giovane una volta sola, in una sola stagione della vita, nel fiume eracliteo di una breve tornata d'anni nei quali non si può tornare a bagnarsi una seconda volta.

Allora nel 1980 c'era un prima (la militanza politica), un dopo (le scelte successive) e un durante (l'autocastrazione psicologica della naja), ora si vive in un eterno presente mummificato, dove quasi più nessuno sente le unghiate dell'assoluto e le blandizie del relativo.

Nereidi, fine novembre 2017